Tanto tempo fa

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stampa calcografica
incisione a puntasecca su rame
mie opere

I ricordi sono una cosa strana. Ti colgono all’improvviso quando meno te lo aspetti.
Questa mattina, rovistando in un cassetto, ho trovato un quadrato di stoffa biancastra, tessuto ancora nuovo di cotone e canapa, come si usava tanti anni fa per lenzuola, asciugamani e biancheria intima, nelle classi più povere, perché indistruttibile.

Di quella tela erano fatte le lunghe e grandi camicie che usavamo, in Istituto, quando facevamo il bagno.
Fare il bagno era un rito vero e proprio. Vi si accedeva massimo due volte al mese, per il resto ci si lavava a pezzi, senza mai spogliarsi del tutto.
Per il bagno dovevamo indossare delle camicione pesanti, di quella tela ruvida, lunghe fino ai piedi, con due spacchi laterali all’altezza dei fianchi, nei quali infilare mani e avambracci per lavarci anche sotto alla camicia.
La camicia, bagnandosi, diventava pesante e oppressiva, ti ci sentivi impaniata, in trappola.
Le porte sempre aperte per permettere alla suora inserviente di entrare a controllare e a lavare la schiena. Ovviamente, sapone di Marsiglia.
Le vasche erano grandi, per me quasi un incubo.
Lo fu, un incubo, anche per la suora che mi trovò sott’acqua e mi tirò fuori mentre, cercando di respirare, sputavo anche l’anima.
Quello che la suora non seppe mai era che il mio gesto era stato voluto, pensato e prodotto ad arte.
Non certo per ammazzarmi, che proprio non ci pensavo, ma per convincerla che fare il bagno in quel modo per me fosse davvero pericoloso, perciò, da allora, mi fu concesso di fare la doccia.
Sotto la doccia, la suora non poteva entrare, si sarebbe bagnata tutta.
Per dimostrare che avevo tenuto addosso la camiciona, dovevo riconsegnarla bagnata e non era difficile farlo, mettendomela sotto ai piedi mentre mi lavavo finalmente libera da intralci e anche libera di osservare il mio corpo che mutava crescendo e non riuscivo a capire che cosa ci fosse di peccaminoso in quella naturale nudità.

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Giovinezza

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disegno a matita
mie opere

 

Era il 1964. Avevo appena compiuto sedici anni quando mi diplomai e uscii, finalmente, dall’Istituto dove avevo trascorso gran parte della mia infanzia e quasi tutta la mia adolescenza.

La scuola mi aveva preparato ad essere una buona segretaria d’azienda.
Sapevo scrivere a macchina in modo perfetto e veloce, conoscevo la stenografia, il mio francese era impeccabile, avevo studiato diritto commerciale e bancario, computisteria, merceologia, fisica, chimica, letteratura del vecchio e nuovo mondo, insomma, tutto ciò che all’epoca si studiava alla scuola commerciale.
Inoltre, avevo potuto frequentare i corsi di musica, pittura, teatro e canto.
Il cucito, il ricamo, l’economia domestica completavano l’educazione che ci veniva impartita.

L’impatto con il mondo “fuori da quelle mura” non fu facile. Nessuno ci aveva preparato al mondo esterno. Avevamo letto molto, quasi tutta la letteratura italiana, europea e americana dell’ottocento, naturalmente solo quella adatta all’educazione, decisamente cattolica, di “giovinette”, come si diceva allora.

Sapevamo tutto, l’avevamo studiato in scienze, come si facevano i figli, come si sviluppava un feto, come nasceva un bambino.
Ma nessuno ci aveva istruito su che cosa fosse l’amore, quali fossero le pulsioni dei desideri e dei sentimenti. Inoltre, gli anni passati nell’Istituto, la mancanza di contatto con il mondo esterno, la mancanza degli affetti familiari, il desiderio di essere accettate, amate, benvolute, ci aveva reso simili a dei cagnolini randagi desiderosi di una carezza.
La nostra fragilità, la nostra ingenuità erano talmente evidenti da essere quasi ridicole.

Il mio spirito ribelle e solitario aveva maturato, in quegli anni, un odio profondo per quel mondo chiuso, che sentivo retrogrado e coercitivo, perciò avevo forzato le tappe della mia educazione e fatto sempre gli esami da privatista, per arrivare a quel diploma che mi avrebbe permesso di uscire da lì.
Non avevo tenuto conto di un fatto: la mia bassa statura, anche se ben proporzionata, le mie mani e i piedi molto piccoli, il mio aspetto infantile, mi facevano sembrare molto più giovane di quanto non fossi. Sembravo una ragazzina appena uscita dalle elementari.
Da un canto questo mio aspetto mi salvò dall’interesse dei miei coetanei maschi, che proprio non mi notavano, permettendomi di maturare senza inopportuni patemi amorosi, d’altra parte, però,
mi impedì di trovare lavoro subito, obbligandomi a continuare gli studi.
Scelsi di studiare lingue straniere.
Furono gli anni che precedettero il 68. Gli anni dei Beatles, della minigonna, dei fermenti rivoluzionari, dell’emancipazione femminile.
Gli anni delle interminabili discussioni sul treno che ci portava in città, a scuola, dei libri che ci passavamo di nascosto, perché ancora all’indice, alcuni in lingua originale, non ancora tradotti in Italia, dei giornali stranieri e delle dispense in ciclostile, passate di mano in mano, copiate.
Gli anni dei panini portati da casa, mangiati passeggiando, della pizza e birra, quando si aveva un soldino in più, dello scappare via da scuola un’ora prima per correre a vedere una mostra di fotografie, di pittura.
Gli anni che in primavera si saltava un giorno di scuola per ritrovarci su in castello a guardare la città dall’alto, leccando il primo gelato della stagione.

Io portavo i calzettoni e le scarpe basse, sembravo una delle medie.
Quando c’erano gli scioperi e la città era in subbuglio, mollavo i libri a scuola e passavo tranquilla dai picchetti, non mi fermava nessuno.
Non mi piaceva essere obbligata ad andare in piazza, in mezzo a tutti, rischiando qualche sassata, se non peggio.
Io volevo solo studiare, crescere, avere un ulteriore diploma che mi permettesse di andare, finalmente, a lavorare per rendermi indipendente. Solo quello.

La signora R…

 

 

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Omaggio a Pisanello
olio su tavola
mie opere

La signora R…  era vedova, anziana e abitava da sola in un appartamento a pian terreno di uno stabile a pochi metri da casa nostra.
Era alta come mia madre ma più anziana e, fra loro, era nata un’amicizia delicata, prolungata nel tempo, che aveva il sapore di un rapporto quasi da madre a figlia.

La signora R… era discreta, dotata di una gentilezza un po’ schiva, quasi timida, aveva l’eleganza semplice ed innata che hanno, a volte, certe nostre contadine di antico stampo.
Rimasta vedova si era occupata del figlio e della sua famiglia che abitavano a pochi passi da lei, poi, a poco a poco si era dovuta ritirare da molte incombenze a causa dell’età e di vari acciacchi che capitano nella vecchiaia.

Durante le estati, la signora R… veniva invitata da mia madre, due, tre volte la settimana, a trascorrere qualche ora nel nostro giardino, all’ombra del grosso cespuglio di lauro ceraso ed era un piacere sentirle conversare fra loro, mentre gustavano un gelato o sorbivano una bibita.
A volte, quasi senza accorgermene, mi veniva istintivo chiamarla “nonna R…”, pur continuando a darle del “Lei” e lei sorrideva, un sorriso caldo, dolce che illuminava i suoi occhi grigio chiaro tendenti all’azzurro, il volto dai lineamenti delicati e sottili e i capelli candidi raccolti sulla nuca.

Quando mia madre andava in paese per qualche incombenza passava sempre dalla signora R… chiedendole se avesse bisogno di qualche cosa e aveva abituato anche me a comportarmi in questo modo. Di solito chiedeva che le portassimo poche cose, delle uova, una scatoletta di tonno della tal marca, una bottiglia di latte, un paio di fette di fegato di vitello dal tal macellaio “ma che sia tenero, mi raccomando”, precisava sempre, quasi scusandosi. Al ritorno, consegnate le merci richieste, pagava il dovuto e offriva sempre un caffè “di quello buono”, fatto con la moka.
Quando mi sposai mi regalò una cornice per mettervi una foto mia e di mio marito e, da quel giorno, ogni anno che seguì, al mattino del giorno del nostro anniversario, la sua telefonata era la prima ad augurarmi una vita serena con il mio compagno.

Quando nacque mia figlia, incominciò a regalarle, per Natale, delle piccole bambole che stavano nel palmo di una mano, fatte all’uncinetto, a maglia, oppure con le brattee secche del mais, come facevano le nostre nonne quando io ero piccola.
A Pasqua, avevo l’abitudine di dipingere le uova sode che venivano poste davanti ai commensali come augurio. Ne dipingevo sempre qualcuna in più per gli eventuali visitatori e ne portavo sempre uno, il sabato di Pasqua, alla signora R… Lei non lo mangiava, li conservava tutti in una vetrinetta dentro alle tazzine da caffè. L’interno dell’uovo si asciugava, si atrofizzava e, quando lo si prendeva in mano, scuotendolo, suonava come se ci fosse stato dentro un sassolino.
Un anno, ci andò mia madre a portarle l’uovo e i nostri auguri e la trovò in lacrime: i suoi parenti erano partiti tutti per una vacanza all’estero e lei non sopportava l’idea di passare la Pasqua da sola.

La domenica mattina andammo a prenderla. Avevo ospiti, oltre che i miei genitori, anche mio fratello con la sua famiglia. C’era posto anche per la signora R…, intimidita in un primo momento, poi si rilassò e ci raccontò molte cose della sua gioventù. Fu come se a quella tavola ci fossero anche i miei nonni, morti da molti anni.

Dalla finestra della cucina di casa mia vedevo la finestra della sua camera da letto. Con il tempo prendemmo un’abitudine: quando andava a dormire, era sempre alla stessa ora, minuto più, minuto meno, accendeva e spegneva la luce della camera un paio di volte, prima di chiudere le ante e io ricambiavo spegnendo e accendendo la luce di una torcia dalla mia finestra, come ad augurale la buona notte. Al mattino, se dopo una certa ora, le ante della camera non erano aperte, si andava a vedere che cosa era successo. Con l’avanzare degli anni ci chiedeva di assisterla mentre faceva la doccia, per paura di scivolare, di farsi del male.

L’ultimo settembre della sua vita, fui io la prima ad accorgermi della sua malattia, c’erano segni evidenti e ne avvertiti mia madre, perché si preparasse.
Alla fine di settembre fu ricoverata, non arrivò a Natale.
Aveva donato a mia madre, molti anni prima, un piccolo e grazioso oggetto di porcellana che il marito le aveva regalato per le nozze. Dopo la morte di mia madre, lo consegnai a sua nipote: era un oggetto di famiglia, era giusto lo conservasse lei.

La casa della signora R… è vuota da anni. Ogni tanto qualcuno passa ad aprire le finestre per cambiare aria agli ambienti e a me capita di fermarmi lì, a guardare quella finestra, come ad aspettare che la signora R… si affacci, mi sorrida e mi faccia un cenno di saluto con la mano.

 

 

Perplessità

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acquerello
mie opere

 

Sì, sono perplessa.

Secondo “La Repubblica”, il PURE (Prospective Urban Rural Epidemiology) guidato dall’Università di Hamilton in Ontario, durante il congresso europeo di cardiologia che si è tenuto a Barcellona, ha presentato un’analisi secondo la quale è un errore limitare i grassi e le carni rosse per la prevenzione dell’infarto.
Secondo loro una dieta ricca di carboidrati è più dannosa rispetto ai grassi sia saturi che insaturi.
In pratica, l’apporto dei carboidrati deve essere ridotto al di sotto del 60% della dieta, mentre i grassi possono tranquillamente arrivare al 35%.

Questa è una bella pedata alla nostra sacra dieta mediterranea e manda a farsi benedire molte delle chiacchiere con cui ci hanno bombardato negli ultimi cinquant’anni.

Come l’idea che il cancro, altro studio presentato qualche mese fa, non dipenda dalla genetica, dalle abitudini alimentari o dall’ambiente, ma pare che colpisca a caso.

Come l’ultimo studio sul diabete che, a quanto pare, soprattutto quello di tipo due, abbia cause diverse da quelle prospettate finora e non sempre dipenda da iperglicemia.

Oppure che si consigli di bere quattro caffè al giorno per prevenire l’infarto.

Oppure che bisogna mangiare ogni giorno frutta e verdura di cinque colori diversi, alla faccia del chilometro zero e della stagionalità.

Ora, io lo ripeto, sono perplessa.
Negli ultimi cinquant’anni, a me, a mio marito, ai miei genitori, ai miei nonni, sono state dette delle cose ben precise che non hanno nulla a che vedere con queste ultime scoperte.
Mi chiedo, erano stupidi i medici di una volta? Oppure le attuali ricerche a che cosa puntano, a chi giovano?
E mi chiedo anche se una dieta adatta al popolo canadese, sia valida per gli Inuit, o se la dieta mediterranea vada bene per i Congolesi, o se la dieta dei cinesi dello Yunnan sia utile ai Neozelandesi, se ciò di cui si nutrono i Russi sia anche benefico per il popolo himalayano o se ciò di cui si nutrono gli Statunitensi sia valido anche per il resto del mondo.

Una cosa è certa, il giorno in cui troverò due medici che dicono la stessa cosa sullo stesso argomento, griderò al miracolo.

Stranezze

Espressioni minime

Pastello su carta colorata
mie opere

Lo so, sono vecchia.
Lo dice sempre anche mia figlia che vivo un po’ fuori dal mondo e faccio fatica a capirlo.

Ieri sera a Superquark hanno parlato di come reagisce il nostro cervello quando compiamo azioni trasgressive, malvagie, contrarie alla legge. Gli scienziati hanno riscontrato che, in questi casi, il cervello mostra lo stress e ci segnala un disagio che noi avremmo durante queste azioni, però…però se noi continuiamo a delinquere, il cervello si abitua e poi non reagisce più a questi stimoli e ci lascia in pace.
E’ strano che se ne siano accorti solo ora, è da secoli che questo fatto viene chiamato “coscienza”, o no?

Come quella scoperta che qualche anno fa hanno fatto in una Università americana, non ricordo più quale:
se prendi due giornali e li arrotoli, poi ne prendi uno con la mano destra e l’altro con la mano sinistra, li puoi usare per spiaccicare una mosca in volo, perché lei, poveretta, vedendosi aggredita da entrambi i lati non sa più da che parte fuggire.
E c’hanno pure studiato su parecchio per questa bella scoperta.
Noi, poveri ed ingenui contadini, è da secoli che usiamo le due mani aperte per ammazzare le mosche in volo e senza averci studiato su nemmeno un minuto.

 

Diari

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Conchiglie sulla spiaggia
acquerello
mie opere

Da quando avevo tredici anni, ho riempito pagine di agende con  fatti,  pensieri, riflessioni, poesie, che riguardavano alcune giornate, alcuni periodi della mia vita.
Molte di queste agende le ho già bruciate.

Restano quelle degli ultimi quarant’anni: quella dell’anno che precedette il mio matrimonio, quelle dell’infanzia e della crescita di mia figlia, quella del mio autunno, di questo ultimo tratto della vita nel quale ho, a volte, sostituito la pagina dell’agenda con la pagina del blog.

Ci sono momenti in cui apro a caso un’agenda e leggo ciò che avevo scritto, rinnovando le gioie, i ricordi, i dolori, le rabbie, le frustrazioni, la poesia dei giorni ormai trascorsi, ricordando il passato, le persone e i fatti accaduti, le piccole e grandi cose che mi hanno riempito la vita, i ritagli di giornale che ho incollato perché ero rimasta colpita da un fatto, da una notizia interessante.

Spero di avere la forza di bruciare, prima o poi, anche queste ultime, perché riguardano solo me, le mie verità, i miei pensieri più intimi e non devono interessare ad altri, perché sarebbe inutile lasciare queste pagine a chi, leggendole, non avrà più modo di chiedere spiegazioni, di porre domande, di riempire i vuoti e sarebbe anche triste pensare che qualcuno potrebbe prenderle  e buttarle nell’immondizia come carta straccia.

 

Il mare

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Aurora sul mare
acquerello
mie opere

 

Sarà che fa caldo,
sarà che da vecchi si soffre di nostalgia,
sarà che a volte i ricordi premono impellenti in giornate come questa,
sarà che questa mattina ho voglia di una nuotata in un mare colorato e luminoso,
sarà che ho voglia di allegria, di serenità, di pace,
sarà che…