Gente del mio paese

https://undentedileone.files.wordpress.com/2019/02/ragazzo.jpg

Pastello
mie opere

È un uomo di sessant’anni ormai, ma quando lo osservo il termine che mi viene in mente è ragazzo.

Da noi c’è un detto “gha manca nœf eti per fa œn chilo” (gli mancano nove etti per arrivare a un chilo).
Lo si dice per quegli individui il cui cervello non si è sviluppato del tutto, che sono rimasti un po’ bambini, ingenui, incantati, anche se, all’apparenza, sembrano normali.
Ha sempre lavorato e, spesso, non si è nemmeno accorto delle cattiverie altrui.
Vive in un mondo tutto suo e si racconta fiabe nelle quali crede e riesce, a volte, a farle credere anche a chi lo ascolta.
Sua madre, molto anziana e con la quale vive, se lo coccola ancora come quando era un bambino vessato dai compagni di scuola che non capivano questa sua diversità.
Sì, perché, nonostante tutto, lui ha un amore appassionato e smisurato per tutto ciò che è bello, che è arte.
Ogni museo, ogni galleria, diventano un mondo in cui entra, osserva ogni opera, ogni dipinto, penetra nelle opere, ne coglie l’essenza, l’anima, ne vive le emozioni trasmesse, in modo conscio o inconscio, dall’artista che le ha create.
Non sa nulla di storia dell’Arte, di tecniche; parla con gli artisti presenti, ma ha parlato anche con quelli che non ci sono più, li ha visti ha conversato con loro.
Alcuni artisti, che anch’io conosco, mi hanno raccontato di essersi meravigliati per la profondità di giudizio che lui ha avuto di fronte alle loro opere esposte.
È vero, riesce a leggere le opere vedendone l’essenza emotiva, proprio come certi bambini che si incantano di fronte alla meraviglia del bello.

E poi ci sono i suoi sogni, le fiabe notturne che lo colgono nel sonno e che lui riesce a descrivere in modo coinvolgente.
Sogni pieni di fiori, di luci e colori, di animali fantastici, di panorami mozzafiato, di simboli che richiamano alla natura incontaminata, al benessere universale, alla gioia e vorrebbe essere capace di dipingerli per far vedere a tutti quanto potrebbe essere bello e piacevole quel mondo che lui sogna.
Così li racconta a tutti gli artisti che incontra, sperando che, un giorno, qualcuno li possa trasferire su una tela.

Annunci

Giorni così…

https://undentedileone.files.wordpress.com/2019/01/cupa-malinconia.jpg

gesso e pastello
mie opere

Mi prende, a volte,
una cupa malinconia
che la gola chiude
e gli occhi appanna
e sento, in fondo al cuore,
qualcosa che attanaglia,
come una morsa oscura,
un mordere incessante,
un doloroso affanno.

Così, m’avvolgo intorno,
del sole un caldo raggio
e guardo fuor dai vetri
il prato rinsecchito,
sperando che la pioggia
arrivi presto e tutto lavi,
anche ciò che ristagna
nel chiuso della mente.

Il sogno di mia zia.

Mia zia, la seconda dopo mia madre, ha 93 anni compiuti e vive da sola, nella sua bella casa a schiera a pochi passi da quella di sua figlia. Ancora autosufficiente, viene aiutata sia dalla figlia che da una donna che va a farle un po’ di compagnia e l’aiuta nel tenere in ordine la casa.
Ha un solo problema: da quando è morta mia madre, dodici anni fa, si è messa in testa che dopo sarebbe toccato a lei di morire e ogni tanto viene presa da un po’ di paura e da tristezza.

Qualche tempo fa mi ha raccontato di avere fatto un bellissimo sogno.
Ha sognato che i suoi genitori, e miei nonni, morti entrambi nel 1970, erano in un bellissimo luogo, seduti su due sedie in mezzo a un grande prato verde, un po’ discosti uno dall’altro, con delle coperte a scacchi rossi e neri sulle ginocchia, in un giorno di sole, con alle spalle dei grandissimi fiori di tutti i colori.
Secondo lei questo è il Paradiso e lei spera di raggiungerli lì quando sarà il suo tempo.

Ho pensato di rallegrarla dipingendo il suo sogno. L’ho dipinto su carta con tecnica mista, pastello e acquerello, in un modo un po’ infantile, quasi naif, anche perché a mia zia degli arzigogoli dell’arte non è mai importato proprio nulla.

https://undentedileone.files.wordpress.com/2019/01/dipinto-sogno-ines-19.jpg

Mie opere
pastello e acquerello
in realtà i colori sono un po’ più vivaci.

Le cose che non capisco

https://undentedileone.files.wordpress.com/2018/12/Verde-e-oro.jpg

Verde e oro
pastello, acquerello, china e oro, su carta,
mie opere

Sono molte le cose che non capisco, o, per meglio dire: le cose che mi rifiuto di comprendere.

Dietro casa mia, in uno spazio di poco meno di 2500 metri quadri, si trova un complesso che comprende 25 abitazioni fra appartamenti in condomini e casette a schiera. Il complesso è stato disegnato da un demente, approvato da una amministrazione comunale che di oculato ha proprio poco e costruito da un’impresa edile che tutto ha fatto per averne un ricavo molto sostanzioso.
Le finestre degli appartamenti sono minuscole, non esiste un balcone, i muri sono cosi poco consistenti da sentire, a 10 metri di distanza, quando squilla il telefono in uno degli appartamenti che danno sulla mia proprietà, quando le finestre sono aperte i dialoghi che avvengono in quelle abitazioni hanno poco a che vedere con la privacy.
Il tutto è circondato da un muro di cemento alto due metri e la pavimentazione di tutto il complesso è, ovviamente, in cemento, il che fornisce una efficiente cassa armonica per la gioia di tutto il circondario.
Non c’è un alberello, un cespuglietto, un filo d’erba. Alle finestrelle, provviste di una ringhiera che le rinchiude per metà, forse per impedire eventuali suicidi, vengono appesi lenzuola, maglioni, pantaloni (ovviamente uno alla volta), perché possano asciugarsi.
Fra il muro di cinta e l’abitato, un cortiletto dà sui garage, i quali, ovviamente, non hanno un passaggio interno per accedere agli appartamenti.

Ora, quello che io non capisco è perché mai, che piova o tiri vento, che grandini o nevichi, che ci siano 40 gradi all’ombra o 10 sottozero, tutti i sacrosanti fine settimana che il calendario ci regala, ci siano dei tizi che in quel cortiletto si mettano a cucinare grigliate: spaccano la legna, improvvisano un fuocherello in una specie di “bidone” trasformato in griglia all’aperto, mangino in piedi tutti intorno a un tavolino, come i migliori clochards della Senna.
Fin qui, affari loro, ma quello che io non capisco è perché mai debbano anche tenere la musica a tutto volume trasmessa dalle loro auto che sono con i finestrini aperti, all’interno dei garage aperti, il che provoca un’assordante cacofonia che fa tremare i vetri di tutti i caseggiati circostanti.

Calli-grafia

https://undentedileone.files.wordpress.com/2018/10/call-prima.jpg

mie foto

Quando andavo a scuola la “Bella Scrittura” era ancora materia di studio, con lezioni settimanali e compiti a casa in cui ci esercitavamo a scrivere in corsivo, posato, rotondo, cancelleresco, gotico tedesco detto Frakture e gotico inglese detto Moderno.
Uno strazio!
Avevamo cannucce e vari tipi di pennini adatti a ogni tipo di scrittura: punta sottile, punta quadra, di varie dimensioni. La scrittura era lenta, bisognava fare molta attenzione a non macchiare il quaderno con l’inchiostro e a non macchiare noi stessi. Anche la postura doveva essere regolata: schiena diritta, come se avessimo ingoiato un manico di scopa, le dita: pollice, indice e medio, dovevano tenere la cannuccia in una posizione preordinata e la cannuccia stessa doveva avere una posizione atta alla scrittura.

Ho ancora qualche quaderno di quel tempo con le note a piè pagina, in matita rossa, della mia insegnante:
– Scritto da una zampa di gallina.
– Varrebbe il doppio se fosse scritto meglio.
– Troppa fretta, sembra scrittura demotica.
– Non sei Picasso.

Quando mia nonna mi regalò una penna stilografica che mi permetteva una scrittura più veloce, alla mia insegnante vennero parecchie rughe in fronte, tra le sopracciglia sempre corrugate quando mi guardava con disapprovazione. Figuriamoci se avessi adoperato una penna biro, che però ci era proibita.

Credo sia stata questa frustrazione per la costante disapprovazione che mi ha obbligato a portare avanti, negli anni, la “passione” per la calligrafia. Ho continuato a insistere in quest’arte, collaborando come volontaria per varie associazioni e amministrazioni, scrivendo nomi in bella scrittura su diplomi, pergamene, biglietti vari e anche per me stessa.

Questi sono gli strumenti che ho accumulato negli anni e che uso ancora oggi, quando ne ho l’occasione.

https://undentedileone.files.wordpress.com/2018/10/call-f.jpg

le penne – mie foto

https://undentedileone.files.wordpress.com/2018/10/call-d.jpg

i pennini di scorta – mie foto

https://undentedileone.files.wordpress.com/2018/10/call-b.jpg

gli inchiostri – mie foto

https://undentedileone.files.wordpress.com/2018/10/call-a.jpg

Le chine in pasta e le pietre da scrittura – mie foto

https://undentedileone.files.wordpress.com/2018/10/call-e.jpg

calamai e portapenne – mie foto

https://undentedileone.files.wordpress.com/2018/10/call-c.jpg

le stilografiche – mie foto

Ed ecco qualche esempio dalle mie opere:

https://undentedileone.files.wordpress.com/2018/10/call-1.jpg


https://undentedileone.files.wordpress.com/2018/10/call-11.jpg?w=450
https://undentedileone.files.wordpress.com/2018/10/call-2.jpg
https://undentedileone.files.wordpress.com/2018/10/call-3.jpg
https://undentedileone.files.wordpress.com/2018/10/call-7.jpg
https://undentedileone.files.wordpress.com/2018/10/call-8.jpg
https://undentedileone.files.wordpress.com/2018/10/call-9.jpg
https://undentedileone.files.wordpress.com/2018/10/call-4.jpg
https://undentedileone.files.wordpress.com/2018/10/call-5.jpg

Infine, qualche libro sulla calligrafia

https://undentedileone.files.wordpress.com/2018/10/call-g.jpg

mie foto

Le penne d’oca le preparo da me, complici le oche di un contadino nostro amico e la tecnica che si usava nel medioevo per il loro trattamento: aceto bianco e sabbia calda.

Ottobre

https://undentedileone.files.wordpress.com/2018/10/foglia-dacero.jpg

foglia d’acero
pastello acquarellato (dal vero)
mie opere

Quando ero bambina la scuola finiva il 30 giugno e ricominciava il 1° ottobre.
Il primo giorno di ottobre, all’epoca, era dedicato a San Remigio e gli scolari che frequentavano la prima elementare venivano chiamati “remigini”.

Indossavamo grembiulini neri con i colletti bianchi e un fiocco tratteneva il colletto bianco che doveva essere sempre pulito e ben stirato. Anche i capelli, per noi bambine, erano raccolti con mollette o nastri per chi aveva i capelli corti, oppure in trecce o codini, code di cavallo per chi li aveva lunghi. I maschietti aveano i capelli corti e la scriminatura.

Frequentavamo la scuola a tempo pieno: dalle 9 alle 12 e dalle 14 alle 16 sei giorni la settimana, ma il giovedì si andava a scuola solo al mattino.
Sono entrata in Istituto all’inizio della seconda elementare. La prima l’ho frequentata in una frazione del paese dove abitavo e la scuola distava quattro chilometri dalla fattoria del nonno.
Ho ricordi vaghi di quell’epoca.
La lunga camminata per i sentieri che attraversavano i campi, il gruppetto di scolari che si ingrossava man mano che ci avvicinavamo alla scuola, i più grandi che aiutavano i più piccoli in difficoltà, la cartella che conteneva l’astuccio di legno con una penna, un paio di pennini di riserva, una matita, una gomma per cancellare, il temperino e il dischetto di panno lenci a salvaguardia del pennino, una mela, o del pane con del companatico, un quaderno a righe, uno a quadretti, il piccolo libro di lettura e un sussidiario, la preziosa carta assorbente.
L’inchiostro, per fortuna, non lo trasportavamo, lo avevamo a scuola e anche a casa.
Ricordo la stufa a legna che riscaldava la classe d’inverno e la refezione scolastica: una scodella di zuppa, di minestra, per i bambini che non potevano tornare a casa per pranzo, perché abitavano troppo lontano.

Non ricordo gli insegnanti e nemmeno i compagni di quell’anno.
Ricordo solo che a primavera, non avevo ancora compiuto 7 anni, ad aprile feci la Prima Comunione e a maggio anche la Cresima. Ero talmente piccola e bassa di statura che non riuscivo ad arrivare alla balaustra dell’altare e dovettero prendermi in braccio.
Che cosa fossi stata in grado di capire di quelle cerimonie è ancora oggi un mistero.

sempre…

https://undentedileone.files.wordpress.com/2018/02/inverno-corretto.jpg

china acquerellata
mie opere

 

Sempre, non hanno i miei versi rime
né, sempre, sonetti sono i miei scritti.
Non sempre i miei giorni sono poemi
né, sempre, il sole m’illumina il volto.
Nei giorni di pioggia
che sento all’interno
dell’animo spento
mi sforzo di agire
e annullo il pensiero,
mi chiudo all’ascolto,
non cerco risposte,
non voglio sapere:
lo spirito dorme,
la mente è silente
e l’animo tace.