Amico?

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mie foto

Scrive che la nostra è “un’amicizia sincera”, come se ce ne fossero anche di false di amicizie: se false sono non si può certo definirle amicizie.

Amico? Ho cercato di spiegarglielo che l’amicizia è altro da ciò che lui considera.
Eravamo amici, è vero, sì, ma cinquant’anni fa, poi ci siam persi di vista. Non abbiamo avuto più alcun contatto, non abbiamo più saputo nulla uno dell’altro.
Quando ci siamo ritrovati, per caso, ci siamo riconosciuti sì, ma raccontarci mezzo secolo di vita non è stato certo possibile ed eravamo diversi, molto diversi e non solo nel fisico, dalla nostra gioventù.
Mia figlia, esente da questi ricordi, lo ha catalogato subito e gli ha negato ogni contatto, che lui richiede in continuazione, sui social network.

Anch’io, ovviamente, ho notato quanto era diverso da ciò che ricordavo.
Ora: pieno di sé, affettato, opportunista; si è perfino creato un’immagine, un curriculum un  tantino fasullo, un po’ ingigantito, ma credibile per chi non è a conoscenza dei sui studi e della sua vita di tanti anni fa.

Mi scrive che vorrebbe il mio giudizio su una mostra che sta preparando.
Mi invia del materiale da visionare.
Come dirgli, con sincerità, che ritengo banale e inutile il suo lavoro?
Fosse un amico, lo farei, guardandolo negli occhi, qui, a casa mia e insieme avremmo trovato una soluzione, una miglioria.
Ma un pallone gonfiato come lui, se appena lo sfiori, scoppia.
La sua mail, perciò, potrebbe essersi persa nello spam…

Cosa racconterò

È stato inevitabile, in questi giorni in cui alcuni nubifragi hanno messo a dura prova anche noi, qui, al paesello, pensare ai cambiamenti del clima e ritornare indietro con la memoria a quando ero più giovane.

Una foto del Cervino, vista sul blog di Claudio
https://clamarcap.com/

confrontata con un’altra foto di cinquant’anni prima in cui il Cervino era splendente di ghiacci e neve mentre ora, in quello stesso periodo dell’anno, è solo una grande piramide grigia e spoglia, mi ha fatto ricordare di che cosa discutevamo noi giovani, allora, inascoltati dagli adulti che consideravano i nostri discorsi “una nuova moda”, anche se di cambiamenti climatici se ne parlava già dalla metà dell’ottocento.
Poi diventammo adulti anche noi e smettemmo di discutere, perché quando si diventa adulti c’è altro a cui pensare e i sogni e le utopie tornano nei cassetti che restano ben chiusi e si dimenticano gli slanci della gioventù: c’è da pensare al pane per la famiglia e non sempre si ha la possibilità, e il tempo, di scremare, di andare per il sottile.

Questa l’ho scritta esattamente cinquant’anni fa.

Cosa racconterò, fra quarant’anni,
ai figli di mia figlia?
Cosa racconterò?
Racconterò dei pettirossi,
nel giardino davanti a casa mia,
delle rose, dei passeri e del gatto
che, alla sera, mi faceva compagnia.
Come racconterò di grilli e di cicale
a loro, che le vedranno nei musei?
Racconterò di tanti secoli fa,
quando il sole non era ancora scuro
ed io portavo l’acqua del ruscello
alle rose bianche, arrampicate al muro.
Diranno: “È vero?
Nonna, dì, o è una fiaba?”
È una favola, sì, favola vera,
di un mondo tanto grande, tanto eterno, 
con piante che morivano in autunno
per rifiorire più belle a primavera.
C’erano uccelli, pesci, fiori colorati,
profumi, odori, palpiti di vita.
Quanto è bastato, quanto c’è voluto,
perché ci fosse un mondo di cose asessuate?
Un mondo enorme, a palla di biliardo,
dove impera la vita minerale,
un mondo condannato, già distrutto,
da una vorace guerra industriale.
In quanti modi ci stiamo distruggendo
noi, della generazione del progresso?

Io non avrò mai figli, mai nipoti,
cui raccontare la mia fiaba vera
quando, nel giardino davanti a casa mia,
fiorivano le rose a primavera.

Io non avrò mai figli, mai nipoti,
che chiedano il mistero della vita, a noi,
che stiamo distruggendo il mondo,
senza pensare al poi.

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beccofrusone
tecnica mista
mie opere

“amore”

 

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tecnica mista su carta
mie opere

Volutamente, e chiedo scusa, non ho risposto ai commenti sul mio articolo precedente.

In questi giorni, alcune vicende di cronaca e altre, meno eclatanti, mi hanno fatto riflettere provocando il mio sfogo sull’AMORE.

Perché è ovvio che conosco e so bene che cosa è questo “amore”, quello che non ha maiuscole, che non è urlato, cantato, declamato, che non eccede.
L’amore quotidiano, che non ha pretese, che è nato giorno dopo giorno senza paroloni, anzi silenzioso, tranquillo, che non fa domande perché conosce tutte le risposte, che non ha dubbi, che non cerca la felicità, che non ha lacrime e neppure grandi slanci.

Questo “amore” che non ha bisogno di gesti, di dimostrazioni, in cui all’uno importa solo il benessere dell’altro, reciprocamente, senza affanni.
Ogni giorno, per sempre.

 

AMORE

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Olio su pietra
mie opere

 

Che cosa è questo AMORE che riempie la bocca, le orecchie e la testa della gente?
Che si trova nei film, nei romanzi, che colma canti e poesie, che è causa di suicidi e omicidi.
Che cosa è se non un mero impulso, un moto derivato da una tempesta ormonale, che passa come un uragano e devasta e poi se ne va lontano a colpire altrove.

AMORE: termine decantato, abusato, sopravvalutato, sovrastimato, eccessivo, esagerato, sperticato, irragionevole, intemperante, tossico, privo di ogni logica, squilibrato, avvelenato, esuberante, sfrenato, illimitato, sconveniente, demente, insensato, stolto e, sì, pure incompreso e sconosciuto e straziante.

Qualcuno me lo sa spiegare a che cosa serve questo AMORE se è causa di così tanta sofferenza?

Effimero

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Datura
matite colorate su carta
mie opere

Quanto è breve la vita.

Io vivo mille vite: vivo le vite degli altri, quelle narrate nei libri che leggo, quelle raccontate nei film, quelle lette nel web e quelle udite dalle bocche della gente che parla e sparla.

Ho vissuto mille vite mentre vivevo la mia in questo breve spazio che il tempo mi lascia.

Giugno 2020

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Inchiostro di china
mie opere

Ho invertito le cifre dei miei anni a ritrovare ricordi ed emozioni antiche e gli anni dei viaggi solitari, delle fughe verso orizzonti sconosciuti.
Gli anni della fame: fame di vita, di sapere e, sì, fame d’amore anche.
Fame inappagata che spronava, sempre, a quella corsa, alla ricerca estrema.

Ho invertito le cifre dei miei anni, ma non corro più.
Questo è un tempo inerte e anch’io sono qui, immobile, a respirare, profondamente, aria di sole, mentre osservo da lontano lo scorrere del tempo altrui.

Assurdità

Abbiamo avuto secoli di pura bellezza nella musica, nella pittura, nella scultura, nell’architettura, nell’urbanistica, nella letteratura e ora…ora siamo rappresentati dalla “Venere degli stracci” di Pistoletto, dalle assurdità di Christo e di Cattelan e dal berciare di Mario Giordano.

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Iris blu Andalusia e porpora Peshawar
pastello dal vero
mie opere

Numeri

mare-del-nord

Mare del Nord acquerello mie opere

A ogni bollettino vengono elencati i numeri dei malati, dei decessi.
Tramite i social network scorrono i nomi di coloro che non ci sono più e allora ti accorgi che non sono solo numeri, ma persone che conoscevi bene, compagni d’infanzia, amici, parenti.
Pensi allo strazio dei familiari che non hanno potuto essere loro vicini nelle ultime ore.
No, non si tornerà più a quella che era la “normalità” di prima, una normalità alla quale ci eravamo abituati senza riflettere veramente su che cosa sia la “normalità”.

Usciremo dalle nostre tane come dopo un letargo non voluto, imposto da circostanze impreviste ma non imprevedibili.
Prima o poi avrebbe potuto succedere, come già successo in varie epoche del passato, ma noi non ne abbiamo tenuto conto, ci credevamo immortali, forse, alla ricerca di una frenetica felicità.

Usciremo e ci ubriacheremo di sole, urleremo alla luna, riempiremo spiagge, ristoranti e discoteche, correremo nei parchi e nei boschi…ma non ci toglieremo la paura di dosso, perché lo sappiamo tutti che questo è uno spartiacque dal quale non torneremo più indietro.

Si chiude un’epoca. Dovremo abituarci alla prossima e sappiamo già che sarà difficile.

Apatia

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acquerello
mie opere

 

Sono chiusa in casa da giorni, ormai. Non è che sia una novità per me che esco pochissimo anche in tempi normali. Il silenzio è interrotto dalle telefonate di parenti e amici, dal tubare delle tortore, dall’abbaiare dei cani impazziti al suono delle sirene delle ambulanza. Poche, in verità, in questi ultimi giorni. Contiamo i morti, almeno quelli che ci vengono segnalati dai Media perché i funerali non si fanno.

1957: l’Asiatica.
Avevo 9 anni e me la beccai alla fine di agosto, gli ultimi otto giorni, nell’orfanotrofio dove ci ammalammo tutti. In Italia si ammalarono 26 milioni di persone e ci furono trentamila morti.

Dovrei fare la solita vita, comunque, eppure sento in me una strana apatia, inspiegabile, non riesco a fare nulla delle abituali cose quotidiane e mi urge, dentro, una voglia di trasgressione, una insana ribellione contro queste costrizioni.
Resto in attesa e non so nemmeno di cosa, visto che la mia vita di sempre non è, comunque, cambiata rispetto a prima.
Rifletto su ciò che il futuro ci riserva: cambieremo molte, o solo alcune, delle nostre abitudini o torneremo alle vecchie abitudini peggiorandole? Avremo imparato qualcosa da questa esperienza?Dovremo forse fare i conti anche con un peggioramento delle nostre condizioni sociali causate da una crisi economica o ci sarà una ripresa impensata?

Aspetto, indecisa fra la voglia di uscire e mettermi a urlare come un coyote contro la luna o continuare a vagare di stanza in stanza assaporando il silenzio e combattendo contro la voglia di infilarmi sotto le coperte chiedendo un abbraccio al piumone.

 

Xenobot

Un team di ricercatori dell’Università del Vermont ha progettato e costruito il primo “robot vivente”, da un “algoritmo evolutivo”, lungo meno di un millimetro e ricavato dalle cellule staminali delle rane africane Xenopus laevis.
L’algoritmo ha permesso di progettare al computer migliaia di possibili robot viventi.
Selezionati i più promettenti, sono state prelevate le cellule staminali dagli embrioni delle rane, quindi le cellule sono state lasciate in incubazione perché si moltiplicassero dando origine a tessuti diversi come pelle o muscolo cardiaco. Poi i tessuti sono stati manipolati ottenendo nuove strutture rispetto a quelle originali programmate da madre natura e, assemblandole ad arte, hanno dimostrato di poter funzionare svolgendo compiti determinati e anche capaci di rigenerarsi. Pare che potrebbero essere utilizzate per somministrare farmaci all’interno del corpo umano, oppure come spazzini per le arterie o per distruggere la plastica negli oceani.

In pratica, il “robot vivente” ha il DNA della rana ma, ovviamente, non è una rana.
Michael Levin, direttore dell’Allen Discovery Center, presso la Tufts University di Medford nel Massachusets sostiene che si tratta di organismi nuovi, mai esistiti prima sulla terra. Organismi viventi programmabili.

Credetemi, non è una bufala. La mia fonte è la rivista mensile DIGITALIC specializzata nel settore digitale e informatico.

Mistero nel profondo

dipinto olio su tela – mie opere

A me, sarà che sono vecchia e obsoleta, qualche dubbio è venuto.
Ma come? Dobbiamo vedercela proprio in questi giorni, in tutto il mondo, con dei virus che di solito mutano ogni dieci anni, più o meno, e ci scaricano addosso delle pandemie e che quest’ultimo virus ha deciso pure di fare un saltino evolutivo passando dagli animali all’essere umano, il quale crede di non essere più un animale, ma a volte si comporta peggio e ora, pure gli scienziati si mettono a giocare come dei novelli frankenstein?
Nuovi organismi in grado di rigenerarsi?
Pensare che ai primi astronauti quando rientravano dallo spazio gli facevano fare la quarantena per paura che portassero qui qualche batterio interstellare e ora ce li costruiamo direttamente in casa?

Ma Madre Natura c’ha pure ragione a cercare di farci fuori, visto che l’essere umano è il suo figlio degenere ed è veramente il più dannoso fra gli esseri viventi.