2018

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pastello
mie opere

 

2018

170 anni dalla prima Guerra di Indipendenza
140 anni dalla morte di Vittorio Emanuele II, primo re d’Italia
100 anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale
70  anni dall’entrata in vigore della Costituzione Italiana
50  anni dai moti rivoluzionari per l’emancipazione femminile

Sono nata pochi mesi dopo che la nostra Costituzione era entrata in vigore e avevo vent’anni quando i fermenti del ’68 sembrava ci avessero donato una libertà e una speranza mai immaginate prima.

Dove sono finiti i nostri sogni di allora, i nostri ideali?

Che cosa ha prodotto la trasformazione della società al punto che le donne che avevano conquistato la libertà di poter scegliere che cosa fare di loro stesse, sono poi diventate oggetti da mostrare sulle copertine di rotocalchi di terz’ordine, di TV urlate e sui generis, vittime di omicidi brutali sempre più spesso, lavoratrici sfruttate e maltrattate?

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4 Novembre

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Immagine presa dal Web

99 anni dall’Unità d’Italia, dalla fine della Prima Guerra Mondiale.

Mio nonno materno era uno dei ragazzi del ’99, fiero della sua medaglia di Cavaliere di Vittorio Veneto. Fu uno di quei soldatini giovanissimi chiamati alla guerra come ultimo compartimento, poi, per fortuna, la guerra finì.
Quando parlava di quei pochi mesi passati sul Piave, dei compagni morti, dei mutilati, ancora si commuoveva dopo tanti anni.

Mio marito è andato alla sfilata che si fa in paese per questa commemorazione, la prima domenica dopo il 4 Novembre, oggi, appunto.
Rappresenta la sua Arma, con basco, gagliardetto e labaro, come si conviene, orgoglioso di aver fatto il militare nel Savoia Cavalleria, truppe corazzate (Carristi)
Quando suonano l’Inno di Mameli, a queste commemorazioni, ancora si mette sull’attenti.

Noi apparteniamo a quella generazione nata in tempo di guerra, l’ultima guerra, o subito dopo.
Alle elementari cantavamo l’Inno di Mameli prima delle lezioni.
Nelle ore di musica imparavamo i pezzi d’opera del Verdi: O Signor che dal tetto natio, Va pensiero sull’ali dorate.
Anche La leggenda del Piave di E.A.Mario, cantavamo e molti canti degli Alpini.
L’epopea del Risorgimento la studiavamo con passione, con entusiasmo, Garibaldi, Mazzini, Cavour, i Fratelli Bandiera, Carlo Pisacane, le poesie del Carducci, del Giusti, di Antonio Fogazzaro, le declamavamo a memoria.

Ci veniva insegnato l’amore per la nostra Patria, che era la nostra casa comune, per l’unione della quale molti erano morti.
La Patria che ci rendeva fratelli, tutti, anche se provenienti da staterelli diversi.
Quella Patria che dovevamo rispettare, onorare, proteggere.
Quello Stivale tricolore, unico al mondo nella sua forma e nella sua sostanza, che aveva una natura così varia, così magnifica, così unica.

Quando viaggiavo all’estero, parlando idiomi che non erano il mio, riconoscevo subito, dall’accento, i miei conterranei, anche se non erano della mia regione, non importava, erano della mia Terra, della mia Patria.

Ho l’impressione che oggi si stia perdendo questo sentimento di unione, di conterraneità, di appartenenza.
Mia figlia, a scuola, ha appreso poco di quel Risorgimento che ci fece Italiani, del resto non le parlarono neppure molto della storia dell’antica Roma e sorvolarono sugli Etruschi, come se non fosse più importante conoscere le radici del nostro popolo.
E’ probabile che le nuove generazioni, anche fra i nostri politici un po’ improvvisati per la verità anche se grandi parlatori, non siano più consapevoli di ciò che siamo, o che dovremmo essere, come popolo.
Questi politici che sembra abbiano dimenticato, o mai saputo, ciò che è una Patria, un suolo calpestato da antenati, bagnato dal sangue di molti che l’ hanno voluta unita e dal sangue e sudore di chi ha lavorato per costruirla e renderla bella.
Nell’era della comunicazione e dell’immagine, nella corsa al modernismo e al globalismo, stiamo dimenticando chi siamo e questi politici danno un’esempio deleterio alle giovani generazioni, non tenendo conto che è dal “capo” che deve partire il buon esempio per tutto il “corpo”.

Anziani, troppi farmaci. L’allarme degli esperti.

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Dal maggior quotidiano della mia provincia:

Troppi farmaci agli over 65. L’allarme arriva dagli specialisti riuniti al Congresso nazionale della Società Italiana della Medicina Interna.

Riassumendo l’articolo, si evince che ogni volta che un anziano viene ricoverato per qualche motivo, oppure faccia visite specialistiche, gli vengono prescritti farmaci da aggiungere a quelli che già prende. Farmaci che ovviamente hanno effetti collaterali o intolleranze, quindi ulteriori ricoveri e accertamenti, con aggiunta, o sostituzione di altri farmaci, aumentando a dismisura visite mediche e specialistiche.

E allora? Ma lasciamoli morire tutti questi vecchi bacucchi quando incominciano ad avere problemi, risolveremmo in un colpo solo la questione dei malati cronici, dei ricoveri in pronto soccorso e negli ospedali, risolveremmo i problemi dell’INPS e delle pensioni e anche la disoccupazione giovanile.
(Ops, mi scuso, io sopravvivo da cinque anni alla mia eventuale decretata fine.)

Oppure, non è che questa bella trovata a questo Congresso, sia venuta fuori perché la Regione Lombardia ha avuto la bella pensata di voler intruppare tutti i malati cronici (leggi: vecchi bacucchi) verso Gestori (leggi team di medici) che gestiranno 200.000 (duecentomila) malati cronici (ogni team) decidendo le prescrizioni di medicinali e visite specialiste, quando e come a loro piacere e ricevendo dai 35 ai 45 euro a paziente?

E se io, libera pensatrice, non consenziente a voler essere intruppata come una vecchia mucca, decidessi di dire no, perché non voglio che siano altri a gestire la mia libertà, il mio malessere, la mia voglia di vivere?

 

Amore

 

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Quando la tristezza mi avvolge come un manto pesante e scuro, cerco di far emergere, dal profondo del mio più intimo pensiero, motivi di rabbia a cui aggrapparmi, per non soccombere.

Il più profondo, il più intimo motivo è quello antico, atavico, radicato in noi donne, solo in noi donne, che nessun altro può comprendere a pieno, per quanto si sforzi di farlo, perché bisogna essere donna per poterlo capire veramente.

Bisogna essere donna da secoli, da sempre, dai primordi della vita, bisogna essere donna posseduta, violata, penetrata, usata, maltrattata, combattuta, frustrata, derisa, lapidata, bruciata come strega, segregata, discriminata da leggi, usanze, consuetudini, religioni, obbligata da vincoli, da imposizioni.

Bisogna essere donna per capire a fondo quel desiderio di tenerezza che ha costretto la donna a inventarsi ogni sorta di amore: amore filiale, fraterno, cortese, coniugale, materno, ogni sorta di amore che le ha permesso di sopravvivere, di accettare tutto, di non soccombere, di sopportare, di adattarsi, di non morire, e di morire struggendosi per un amore negato.

Maledetti i poeti, ipocriti mascalzoni che hanno voluto ingannarci sublimando l’istinto naturale, semplice e puro della conservazione della specie.

Poste Italiane

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Nel 1946, colui che poi divenne mio padre, fu ingaggiato dalla squadra di calcio del Bressanone e visse là per un anno intero. Scriveva tre quattro volte la settimana alla sua fidanzata, colei che poi divenne mia madre. Imbucava le lettere alla mattina presto andando al lavoro e alla sera il postino le consegnava a mia madre. Lo stesso faceva mia madre che abitava in un paesino di campagna, nel mantovano, a due chilometri dal confine veronese. Le lettere viaggiavano con pullman e treni, i postini lavoravano tutto il giorno per consegnare la posta, a piedi, i più fortunati con una bicicletta.
I francobolli per le lettere costavano Lire 4 (quattro) ovvero, in valuta attuale Euro 0,002 ( due millesimi di euro).

Il 18 settembre scorso ho spedito un pacchetto a una mia amica.
E’ di una decina d’anni più giovane di me. Ci siamo conosciute nel 1978 quando venne in viaggio di nozze nell’albergo in cui io lavoravo. Fra noi è nata subito un’amicizia profonda e delicata, duratura nonostante la lontananza.
Lei abita a Ceppo Morelli, vicino a Macugnaga e io qui, nella bassa bresciana.
Ci siamo incontrate poche volte, ma ci siamo scritte molte lettere e ora c’è anche la posta elettronica, il telefono e Whatsapp.
Ci scambiamo piccoli doni per Natale, per i compleanni. Lei compie gli anni alla fine di settembre e io, per tempo, preparo sempre un piccolo dono da spedirle, di solito per posta prioritaria. Quest’anno il pacchetto superava i 5 centimetri di spessore, perciò gliel’ho spedito come pacco celere 3 giorni, costo Euro 9,90 (19.080 lire).
Dal numero del pacco ho potuto seguire la spedizione.
Il pacco è andato prima a Verona, poi a Novara.
Ma Ceppo Morelli si trova in provincia di Verbania che una volta era sotto Varese.
Mi è stato rispedito indietro, il quarto giorno, per “inizio giacenza”.
Ovvero: avete sbagliato provincia, perché non lo avete fatto proseguire?
Ho telefonato alla mia amica per avvertirla del disguido, ero arrabbiata e mortificata.
E non è la prima volta che ci sono questi disguidi.
Se spedisco una lettera a un’altra persona del mio paese questa lettera va a Verona, poi torna indietro: ma che razza di servizio è?
Una volta si consegnavano le lettere in posta e quelle locali venivano timbrate nell’ufficio e poi consegnate il giorno dopo.
Adesso paghiamo un francobollo 0,95 euro (lire 1830) e le lettere non arrivano nemmeno e, quando arrivano, lo fanno con tempi biblici. I postini usano motorini per consegnare la posta, ce ne sono almeno 5 nel nostro paesello (nel 1946 ce n’era uno) lavorano mezza giornata, consegnano la posta un paio di volte la settimana, sempre che non piova, e lo chiamiamo “progresso”?