Diari

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Conchiglie sulla spiaggia
acquerello
mie opere

Da quando avevo tredici anni, ho riempito pagine di agende con  fatti,  pensieri, riflessioni, poesie, che riguardavano alcune giornate, alcuni periodi della mia vita.
Molte di queste agende le ho già bruciate.

Restano quelle degli ultimi quarant’anni: quella dell’anno che precedette il mio matrimonio, quelle dell’infanzia e della crescita di mia figlia, quella del mio autunno, di questo ultimo tratto della vita nel quale ho, a volte, sostituito la pagina dell’agenda con la pagina del blog.

Ci sono momenti in cui apro a caso un’agenda e leggo ciò che avevo scritto, rinnovando le gioie, i ricordi, i dolori, le rabbie, le frustrazioni, la poesia dei giorni ormai trascorsi, ricordando il passato, le persone e i fatti accaduti, le piccole e grandi cose che mi hanno riempito la vita, i ritagli di giornale che ho incollato perché ero rimasta colpita da un fatto, da una notizia interessante.

Spero di avere la forza di bruciare, prima o poi, anche queste ultime, perché riguardano solo me, le mie verità, i miei pensieri più intimi e non devono interessare ad altri, perché sarebbe inutile lasciare queste pagine a chi, leggendole, non avrà più modo di chiedere spiegazioni, di porre domande, di riempire i vuoti e sarebbe anche triste pensare che qualcuno potrebbe prenderle  e buttarle nell’immondizia come carta straccia.

 

Vecchiaia

vecchietto arzillo

foto presa dal web

 

Da un paio di giorni sono entrata nel mio settantesimo anno di età che si compirà fra un anno.
I miei nonni materni a questa età non c’erano neanche arrivati, perciò io me la godo finché posso.

Riconosco che noi vecchi siamo un’entità piuttosto scomoda, difficile da sistemare e da gestire:
– riempiamo gli ospedali con patologie ormai croniche e inguaribili, ma curabili, con il sommo gaudio di tutte le case farmaceutiche mondiali
– attraversiamo la strada lentamente provocando la rabbia degli automobilisti, che sono spesso tentati di metterci sotto non appena possibile
– d’estate non si sa bene dove posteggiarci quando i nostri cari desiderano andare in vacanza, a meno che non ci abbiano già relegato in una casa di riposo, le RSA così vicine ai R.I.P.
– non siamo sempre saggi, piacevoli, accomodanti
– spesso, non comprendendo a pieno i cambiamenti del mondo che ci circonda, ci sentiamo inviperiti, arrabbiati, incavolati, perciò veniamo considerati degli emeriti rincoglioniti
– abbiamo la necessità di comunicare, di non ritrovarci sempre tra di noi, vecchi bacucchi, ma abbiamo la pretesa di frequentare chi è più giovane, per parlare, dire la nostra, contestare a volte, vogliamo essere considerati, apprezzati per quello che abbiamo fatto prima di diventare vecchi, magari sentiamo anche l’esigenza di dover tramandare ad altri le cose che abbiamo imparato, perché certi valori, certe attività non vadano perdute.

C’è anche chi approfitta del nostro stato per tentare di intrupparci in associazioni, organizzazioni, che hanno il compito di portarci in giro in gruppi più o meno numerosi, a vedere balletti, mostre, viaggi culturali, sempre rigorosamente vietati ai minori di 60 anni, più che stanchevoli, nella speranza, forse, di perderci per strada o di dimezzare il nostro numero causa malori vari.
Ci portano a svernare in qualche Riviera, al mare o al lago, nei tempi morti del turismo.
Una mia cugina, vicina agli ottanta, mi ha confessato che lei, a Ischia, non ci va più: c’erano troppi vecchi, laggiù.

Alcune amministrazioni comunali approfittano della voglia che i vecchi hanno di non stare solo fra di loro, per usarci a dirigere il traffico fuori dalle scuole, per pattugliare alcune contrade a rischio, per altri lavoretti più o meno utili che diano, a noi vecchi, la sensazione di essere ancora utili alla società.
Questa nostra società nella quale sembra che i vecchi siano solo ingombranti e fuori luogo, tranne che al Senato o al Quirinale. In questi due luoghi ci si arriva solo se si è veramente decrepiti, allora si è rispettati, sempre che chi arriva su quelle poltrone, abbia la compiacenza di esserne grato, di sorridere e di tacere, perché, se invece  qualcuno desidera dire la propria, allora, apriti cielo, lo si tratta da rimbambito.

Un mio carissimo amico, di qualche anno più vecchio di me, affetto da un parkinson devastante, non può più andare per le vie del borgo natio: viene costantemente deriso e vituperato da giovinastri che non hanno coscienza di ciò che fanno e non hanno la consapevolezza che, se non si schianteranno contro un muro in un sabato notte come succede a tanti dalle nostre parti, prima o poi vecchi lo diventeranno anche loro e saranno gli amici dei loro nipoti a prenderli per i fondelli.

70 quindi.
Ricordo quegli anni 70 del secolo scorso, quando eravamo tutti hippies, figli dei fiori, con i capelli lunghi, i piedi scalzi, le lunghe gonne a fiori, svolazzanti e leggere, venti chili di meno e tanta voglia di correre.
Quasi, quasi, mi faccio un bel camicione a fiori, mi metto un nastro dorato fra i capelli e vado a danzare nel prato davanti casa: 70 e oltre!

 

Monetine

euro-monete-centesimi

foto presa dal web

Questa mattina, al supermercato, pago 8 euro e 97 centesimi.
Riesco a trovare tutte le monete che mi servono, anche perché di monetine ne ho sempre una bella scorta, recuperate dalle tasche di mio marito che sembra non aver ancora capito che si può pagare anche con le monete e non solo con i fogli di cartamoneta.
Mentre la commessa conta tutte le monete la cliente dopo di me, scocciata del tempo che sta perdendo, sospira: “Meno male che presto ce le toglieranno dai piedi tutte queste monetine di rame”

Ecco, penso io, questa qui non ha ancora capito che queste monetine hanno un loro valore e che se le toglieranno, sarà un’ulteriore rincaro dei prezzi che finiremo per avere.
Un centesimo è quasi 20 lire, ricordo quando un ghiacciolo o un francobollo costavano 25 lire.
Cinque centesimi sono quasi 100 lire, comperavo 2 tomi della BUR con 100 lire, quando studiavo lingue.

Ricordo quando il ben gentile signor Prodi, che con il suo stipendio di parlamentare europeo può altamente fregarsene di queste quisquilie, ci fece entrare nell’Euro con un cambio di uno a due, ovvero un euro contro le quasi 2000 lire.
I libri della Newton Compton, i famosi 1000 lire, divennero subito 1 Euro, lo stesso i maglioni della Benetton, ricordo che a un maglione bianco e bluemarine da 101000 lire, cancellarono i tre zeri finali e divenne 101 euro, cosi pure fecero per il vocabolario di spagnolo che dovetti acquistare per mia figlia:89000 lire, fu trasformato in 89 euro.
Sembrava che la gente non capisse. Tutti felici che una cosa costasse solo una moneta da 1 euro, così poco?

Furono davvero pochi i commercianti onesti che mantennero i prezzi al giusto cambio, ma nell’arco di un anno furono costretti anche loro a maggiorare i prezzi, obbligati da ciò che era successo ai costi imposti dalle fabbriche e dai grossisti.
Non voglio parlare dei medicinali, ricordo quanto raddoppiarono e triplicarono i costi dei medicinali di mio padre e mia madre, ma non le loro pensioni, come non raddoppiò lo stipendio di mio marito. Nel giro di pochi anni ci trovammo tutti più poveri. Tutti? No, gli speculatori fecero enormi affari, a scapito di chi non aveva, e non avrà mai, voce in capitolo nelle scelte scellerate di chi dice di “governarci” e che non tennero in considerazione un dovuto controllo da fare all’epoca.

Nei paesi esteri in cui c’erano i centesimi anche prima dell’euro, si dava la giusta importanza anche al centesimo, alla monetina da un Pfennig che i bambini trovavano in bocca a un porcellino di marzapane e che augurava loro il buon anno e la buona fortuna.

Semaforo nutrizionale

Sei multinazionali dell’industria alimentare hanno proposto alla Commissione Europea di etichettare i prodotti alimentari con i colori rosso, giallo, verde, secondo i contenuti di grassi, sali e zuccheri, indipendentemente dal fatto che questi sali, grassi e zuccheri siano più o meno salutari e naturali.

semaforo nutrizionale

semaforo nutrizionale
immagine presa dal web

I sei big sono:
Coca Cola Company, Mars, Mondelez International, Nestlé, PepsiCo e Unilever.
Tutte aziende che producono cibi naturali, sani, biologici, a chilometro zero…..soprattutto aziende che si preoccupano della nostra salute e di quella del nostro ambiente !!!!!

Da tempo le “buone” abitudini alimentari degli americani hanno invaso il nostro pianeta, imponendoci un fast food, certamente accattivante, sicuramente poco valido dal punto di vista dietetico.
Già l’Europa ha accettato di considerare “cioccolata” qualsiasi intruglio surrogato di tale prodotto, per non parlare delle imitazioni e sofisticazioni alimentari che hanno invaso mezzo mondo, del fatto che se vai al supermercato e comperi la carne, il manzo viene dalla Francia e dall’Uruguay, il vitello dall’Olanda, in compenso il pollo è italiano ma costa più del vitello, l’aglio e le cipolle dalla Spagna, le noci dalla California, le arance, i kiwi, l’uva, i limoni da Israele e dall’Argentina, i formaggi dall’Austria e dalla Germania che li fanno con latte in polvere, salumi dall’Ungheria, dalla Polonia, dalla Spagna, yogurt e formaggi dalla Grecia…..e poi ci lamentiamo che la nostra economia va a catafascio.

Povera Europa costruita su interessi particolari, povera Italia…..

Un nuovo mondo

volto-con-le-giunchiglie

Pastello e grafite
mie opere

C’era una volta……

No.

Ci sarà un giorno, prossimo venturo, un mondo nuovo.

Ci sarà la parità, l’uguaglianza fra uomini e donne, l’uguaglianza fra tutti gli esseri umani, non ci sarà differenza fra artigiani e professionisti, fra contadini, tecnici, ingegneri, dottori…perché ognuno sarà consapevole che il proprio lavoro sarà di giovamento a tutta la comunità e ognuno lavorerà senza retribuzione, perché il denaro verrà abolito e ognuno avrà accesso ai beni di cui ha bisogno, senza egoismi, senza desiderio di accumulare proprietà.

Non ci saranno più partiti politici, poiché non vi saranno più classi sociali.

Non vi saranno più confini, perché nazioni e città non esisteranno più…

dopo l’ultimo conflitto nucleare che ha coinvolto tutto il mondo

e i superstiti hanno dovuto ricominciare da capo.

Nei villaggi che si stanno ricostruendo tutti lavorano a seconda delle proprie capacità.

Non ci sono poveri o ricchi, tutti gli uomini sono eguali, indipendentemente dal colore della loro pelle, delle loro idee, sono solo “uomini”.

Quanto tempo è passato da quando le bombe sono esplose in tutto il mondo, distruggendo quasi tutto ciò che esisteva, devastando ogni cosa?
Quanti anni, quante generazioni, ci vorranno perché si ritorni ad una parvenza di normalità?

E’ necessario procreare nuove generazioni che tornino a popolare e trasformare ciò che è rimasto di questo nuovo mondo.
Ma il novanta per cento delle donne, ora, muore durante il parto.
Per avere la forza di portare a termine la gravidanza le donne devono rimanere a letto per tutti i nove mesi e quanto tempo ci vorrà perché i geni degli esseri umani tornino ad essere sani?

Le donne si sposano a sedici anni per avere la forza di mettere al mondo almeno un figlio, sperando che almeno il figlio sopravviva, che possa poi generare altri figli, generazione dopo generazione, per poter tornare, chissà quando, ad una umanità di nuovo sana…

sì perché, ora, i sopravvissuti non sono sani, sono stati trasformati in mostri dalle radiazioni del conflitto nucleare, mostri che sopravvivono grazie al fatto che, durante tutte le ore solari, gli scienziati hanno trovato il modo di erogare delle onde ipnotiche che, colpendo il cervello, impediscono che gli esseri umani si vedano come essi esattamente sono.

Durante il giorno, gli esseri umani, grazie a queste onde ipnotiche, vedono un mondo perfetto intorno a loro, tutti gli uomini, le donne, i ragazzi, le ragazze, sono perfetti, sani, belli, forti e felici, circondati da un ambiente naturale perfetto, piacevole e rilassante.

Dall’alba al tramonto.

Poi le onde ipnotiche devono essere interrotte, per non danneggiare il cervello che deve riposare.
Al tramonto la sirena avverte tutti di ritirarsi nelle proprie abitazioni, un coprifuoco che tutti si affrettano a rispettare, perché hanno paura perfino della propria stessa immagine riflessa in uno specchio. Si ritirano in silenzio, si nascondono a se stessi e agli altri, in attesa che il sonno impedisca loro di uccidersi o di uccidere l’altro.

Animalismo

L’animalismo è uno dei fenomeni più sconcertanti della nostra storia recente.

La mia prima infanzia l’ho trascorsa in una fattoria, nell’immediato dopo guerra, in mezzo ad animali domestici di ogni tipo e a stretto contatto con gli animali selvatici della nostra zona.
Da adulta ho viaggiato parecchio e ho incontrato anche altre realtà, diverse da quella che io conoscevo. Ritengo, perciò, di avere una buona esperienza riguardo agli animali, anche se non sono certamente Konrad Lorenz e, comunque, ho appreso parecchio dalle sue opere.

Innanzitutto desidero sfatare i preconcetti che certi animalisti sfegatati hanno sugli animali: l’animale non ha coscienza, non ha capacità logica e neppure capacità sentimentale.
Gli animali, a differenza di noi umani, hanno mantenuto quel complesso di istinti primordiali per la sopravvivenza che permettono loro di adattarsi all’ambiente in cui si trovano e di salvaguardare la propria specie.
Ciò che noi attribuiamo loro, sentimentalmente, è solo frutto di interpretazioni che ci convengono, che ci fa piacere credere, che giustificano il nostro egoismo.

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I due dormienti
disegno su carta
mie opere

Parliamoci chiaro, il “bene” che i miei gatti mi hanno sempre voluto era un rapporto ambivalente: io rispettavo la loro indole e sopperivo ai loro bisogni, in cambio condividevano i miei spazi, rispettando le mie abitudini quando a loro conveniva. Siamo sempre andati d’accordo senza problemi e con piacere reciproco. Ho lasciato che conducessero la loro sana vita, fra casa, giardino e spazi limitrofi alla nostra proprietà, lasciando loro la libertà di scegliere se stare con me o andarsene altrove, a loro piacimento.

A differenza del gatto, che non può definirsi addomesticato ma solamente un condividente la nostra vita, il cane, invece, è un animale gregario, cioè ha bisogno di essere dominato da un capobranco, ha la necessità di vivere in branco, una volta addomesticato considera la famiglia umana il suo branco e il capofamiglia il capobranco. Questo comporta atteggiamenti precisi e puntuali per tutti coloro che desiderano avere un cane e, non attenendosi a ciò, si creano spesso situazioni estreme che poi finiscono sui giornali.

Però, per quello che viene definito “amore per gli animali”, per il godere della loro compagnia, l’essere umano ha castrato cani e gatti, maschi e femmine, impedendo loro di avere una vita normale, li ha trasformati in giocattoli da appartamento, ha incrociato le differenti razze ottenendo obbrobri aberranti, con gatti privi di pelo e cani mostruosi, conigli, cavalli e maiali nani, il tutto per la “felicità” di chi può permettersi simili “oggetti del desiderio”.

Ci sono anche i comportamenti “normali” di tutti coloro che, innamorati degli animali, poco pensano ai loro conterranei umani. I gatti da appartamento, castrati, tenuti sempre in casa, coccolati, ipernutriti, impigriti, persi i loro istinti naturali di cacciatori, sia di prede che di femmine atte a riprodursi, finiscono per diventare dei peluche viventi, un po’ ebeti, è vero, ma così graziosi e morbidi per il nostro piacere: ma quanto vogliamo loro bene!
Poi ci sono i gatti liberi che entrano ed escono di casa senza problemi, invadono i giardini, gli orti, del vicinato, scatenandosi in lotte furibonde per la conquista delle femmine e del territorio, con lunghe e sonore serenate notturne e, dulcis in fundo, lo spargimento di olezzanti urine su porte, portoni, muri, scale, zerbini delle abitazioni e dei territori da “segnare”. Gli allarmi delle auto parcheggiate in strada che “saltano” ogni volta che un gatto sale sul cofano (è prerogativa dei gatti cercare di accoccolarsi sopra una fonte di calore).

Più complesso è il comportamento dei padroni dei cani. Ricordo, anni fa, i due grossi setter tenuti in un piccolo appartamento di città da una famiglia composta da cinque persone, i genitori e i tre figli: cucina, soggiorno, bagno e due camere da letto, per l’enorme spazio di 60 metri quadri; dimenticavo il balcone in cui soggiornavano i cani: un metro per tre. Centro città, terzo piano.
Per fortuna io ero solo in visita, per un paio d’ore. Credo abbiano avuto parecchi problemi con i coabitanti lo stesso condominio.

Mi piacciono i padroni dei cani che portano a spasso il loro animale senza museruola, spesso senza guinzaglio, alcuni lasciano il cane libero di fare la sua passeggiata fuori casa e non lo accompagnano neppure. Gli escrementi sui marciapiedi, per strada, nei giardini pubblici, denotano la buona educazione dei padroni dei cani, in barba alle leggi vigenti.
E i cani tenuti alla catena, o quelli lasciati tutta notte al freddo per fare la guardia, quelli che abbaiano ogni volta che si muove una foglia, o alla luna, che rispondono all’abbaiare lontano, quelli che abbaiano tutta la notte svegliando infanti, vecchi, ammalati.

A proposito di leggi: non ne sono mai state fatte così tante, come negli ultimi trent’anni, a protezione degli animali. Abbiamo veramente un buon numero di politici, molto interessati a cavalcare la moda animalista, in cerca di voti che permettano loro di arrivare a quella sedia tanto ambita.

Come si concilia l’amore per gli animali per i possessori di rettili esotici come camaleonti, serpenti o quant’altro? A parte il tenerli prigionieri in teche, gabbie, spazi ristretti, poco naturali e sicuramente molto, ma molto, diversi dal loro ambiente naturale, questi rettili si nutrono di animali vivi, insetti come cavallette o grilli, vivi, topi vivi, altri piccoli mammiferi vivi, che, in natura, avrebbero quantomeno la possibilità di cercare di sfuggire al loro destino.

Ultima considerazione: gli animali selvatici introdotti nei territori, dove spesso non ci sono mai stati prima, mi riferisco a nutrie, cinghiali e altro. Intoccabili, possono tranquillamente danneggiare tutto ciò che incontrano nei loro spostamenti, proibito difendersi da loro.
Anni fa, nel Rhein-Pfalz, al confine francese, i vigneti tedeschi erano infestati dagli storni.
Ai tedeschi era proibito utilizzare mezzi per uccidere questi uccelli predatori di vigne.
Chiamavano i cacciatori francesi che facevano battute di caccia e si portavano via tutti gli uccelli che riuscivano a uccidere e che poi si mangiavano padellate di saporiti volatili.

Una domanda a tutti coloro che si sforzano di convincerci a non cibarci di animali:
“Ci fosse la guerra, la carestia, assenza di cibo, per nutrire i tuoi figli lo uccideresti il tuo gatto, il tuo cane, il tuo cavallo per dar loro da mangiare?”
Durante l’ultima guerra si sono mangiati anche i topi.

 

 

Aimé Césaire e la négritude

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foto presa dal web

…ma négritude n’est pas une pierre, sa surdité ruée contre la clameur du jour
ma négritude n’est pas une taie d’eau morte sur l’œil mort de la terre
ma négritude n’est ni une tour ni une cathédrale

elle plonge dans la chair rouge du sol
elle plonge dans la chair ardente du ciel
elle troue l’accablement opaque de sa droite patience.

…la mia negritude non è una pietra, la sua sordità scagliata contro il clamore del giorno
la mia negritude non è una macchia d’acqua morta sopra l’occhio morto della terra
la mia negritude non è né torre né cattedrale

si tuffa nella carne rossa del sole
si tuffa nella carne ardente del cielo
perfora l’abbattimento opaco della sua diritta pazienza.

(da Cahier d’un retour au pays natal – di Aimé Césaire)

Avevo vent’anni, nel 1968, quando lessi le poesie di Césaire per la prima volta. La négritude era un movimento culturale che riguardava gli intellettuali, poeti, politici e scrittori francofoni-africani. Césaire era nato nella Martinica, ma compì in Francia i propri studi e visse in quel paese anche le sue prime esperienze politiche.

Mi è tornato alla memoria Césaire, pochi giorni fa, leggendo i commenti che vengono fatti sull’uso di alcune parole che in passato non davano adito ad alcuna recriminazione. Sembra che oggi si sia diventati tutti un po’ troppo suscettibili, si abbia paura di essere tacciati di razzismo, non si sia politically correct, qualunque cosa questo lemma significhi, come se la differenza fra “negro” e “nero” potesse modificare un concetto, un sentimento radicato nel profondo.

Non è una lettera in meno nell’aggettivo che cambia la sostanza.

Indipendentemente da come siamo abituati ad esprimerci, ciò che cambia è come noi ci consideriamo e come consideriamo gli altri.
Ed è strano come noi, esseri umani, facciamo fatica a considerarci tutti appartenenti alla stessa razza, quella umana, appunto.