Santons de Provence – La Memoria

Anni 70 del secolo scorso. All’epoca lavoravo in Liguria da marzo fino alla fine di ottobre.
Nei mesi invernali, che trascorrevo al paesello, cercavo di riposarmi, poi mi dedicavo a tutte quelle attività che amavo, ma che avevo trascurato nei mesi del lavoro in albergo.
Dopo che tutte le feste invernali erano trascorse, verso la metà di gennaio, incominciavo a sentirmi impaziente, il paesello tornava a starmi stretto e sentivo di nuovo, ogni volta, il desiderio di fuggire.
Così, ormai era diventata una consuetudine, programmavo per giorni, un itinerario che mi avrebbe portato a visitare, sia in Italia che all’estero, i luoghi dei personaggi letterari, storici e artistici che avevo amato ai tempi di scuola.

Quell’anno, era il 1977, decisi di fare un salto in Provenza, per l’esattezza alle Bocche del Rodano, alla ricerca di Daudet e del suo mulino, di Mistral, Zola e Roumanille.
Viaggiavo leggera, infilai in una valigia l’essenziale e l’immancabile blocco per gli schizzi, completo di matita, gomma e coltello per fare le punte alla matita.
Partii il primo di febbraio e rimasi in Francia per tutto il mese, la meta era Orange, viaggiavo in treno, i mitici TEE confortevoli e veloci.
Da Orange, ogni giorno mi spostavo con i mezzi pubblici, visitando tutto ciò che era visitabile: Vaison la Romaine, Arles, Nimes, Avignon, Le Pont du Gard, Baucaire, Tarascon, Saint Rémy,
S. Gilles, Aigues Mortes, Sainte Marie de la Mer, la Camargue, Fontvieille con il mulino di Daudet e i campi di lavanda, non ancora fioriti purtroppo, e Les Baux arroccata sugli strapiombi della Val d’Enfer e le rocce striate di nero dalla bauxite.

Fu proprio a Les Baux che scoprii gli stupendi santons di Simone Jouglas: statuette di terracotta e fil di ferro, vestiti con abiti e tessuti provenzali, alti una trentina di centimetri, rappresentanti i vari personaggi popolari, che venivano usati per comporre i presepi.
I santons di Madame Jouglas erano diversi da tutti quelli fatti da altri artigiani, non solo per l’accuratezza dei vestiti, per la singolarità delle opere che erano pezzi unici, ma soprattutto per l’espressività dei loro volti. Ogni opera era firmata dall’artista. Credo che all’epoca Simone avesse, più o meno, settantanni. Ne acquistai due, uno da regalare, era un uomo con una gerla e una per me: La Fileuse che mi ricordava il volto di mia nonna e che ancora oggi veglia sulla mia casa.

la fileuse

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mie foto

 

La Memoria – Il latte

Cinquant’anni fa il macellaio, che aveva il negozio nel centro storico del nostro paesello, abitava dall’altra parte della strada, proprio di fronte a noi, alla periferia del paese e, adiacente alla sua abitazione, aveva una stalla e il locale per macellare il bestiame.
I contadini della nostra zona gli portavano spesso i capi da macellare, quando avevano bisogno di soldi, oppure quando un capo si azzoppava o si feriva e non poteva essere curato. In questo modo riuscivano a realizzare comunque un guadagno e il macellaio poteva vendere della carne a prezzo più basso, cosa che rendeva felici parecchi acquirenti. Alcuni animali venivano macellati subito, altri, meno gravi, venivano tenuti nella stalla qualche giorno, prima di essere macellati.

Nei periodi in cui c’erano delle bestie nella stalla, il macellaio avvertiva Bepi che andava a governare gli animali, dava loro da mangiare e da bere, puliva la stalla, portava lo stallatico nel nostro orto-giardino dove aveva costruito un angolo adibito al compostaggio, mungeva le mucche che ancora davano del latte e portava a casa da 15 a 30 litri di latte al giorno.

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immagine presa dal web

Da ragazzo, prima della guerra, aveva lavorato sia nelle malghe della sua terra di origine, che in un caseificio, così rispolverò le proprie cognizioni ed esperienze del passato e incominciammo a lavorare quel latte sovrabbondante che entrava in casa nostra.
Con la panna che affiorava sulla superficie del latte ottenemmo dell’ottimo burro, mettendo la panna in grossi vasi chiusi ermeticamente e sbattuti a lungo. La panna addensata veniva compressa e poi lavata con acqua gelida per eliminare ogni traccia di siero e di acqua. Ridotti in panetti da mezzo chilo circa, avvolti in carta oleata, venivano surgelati per essere poi usati al bisogno.
Dal latte rimasto, che era parzialmente scremato, portato alla giusta temperatura e con l’aggiunta di caglio acquistato in farmacia, si ottenne un formaggio simile allo stracchino, la classica robiola bresciana di forma rettangolare o quadrata, alta tre dita, salata e messa a stagionare sulle assi delle mensole al fresco della cantina, protette da una sottile reticella di garza e, a stagionatura conveniente, anche questi formaggi venivano avvolti in carta oleata e surgelati.
Ottenuto il formaggio, restava il siero del latte, un liquido simile ad acqua lattiginosa, dalla quale si otteneva la ricotta, un prodotto poco appetibile, decisamente magro e con poco sapore. Questa veniva consumata subito, usata in varie ricette di cucina, sia dolci che salate, oppure mangiata così, con un poco di zucchero e qualche goccia di Kirsch, o una spolverata di cannella o di cacao, a merenda o a fine pasto. Le ricotte che oggi vedo al supermercato, delle grandi case casearie, vengono aggiunte di panna per renderle più morbide e appetibili.

Alla fine degli anni ottanta, nelle adiacenze della nostra abitazione e di quella del macellaio, sono sorte parecchie altre abitazioni, in pratica un intero villaggio e il cambiamento delle normative che regolavano la macellazione degli animali, obbligarono il macellaio a chiudere il proprio macello e a comperare la carne da grossi macelli autorizzati.

A volte ripenso a quel burro così profumato, uguale a quello che faceva mia nonna con il latte delle nostre mucche, quando ero piccola, e così diverso da quello che trovo nel supermercato quando vado a fare la spesa settimanale.

I mestieri di una volta – El mulèta

muleta

L’arrotino, in bresciano “el mulèta”, andava in giro con un carrettino tirato a mano, oppure trainato da una bicicletta.

Comunque, sul carrettino il mulèta aveva i suoi strumenti di lavoro.
Quello più importante era la mola, ovvero ruota di pietra che serviva per affilare forbici e vari tipi di coltelli.
La mola era azionata da un pedale e sopra la ruota c’era un grosso barattolo di latta, sostenuto da un bastone, per far gocciolare l’acqua sulla ruota mentre girava, perché non si surriscaldasse.
Per rifinire il lavoro, utilizzava anche carta vetrata e pietra cote, la stessa pietra oblunga che i contadini tenevano in un corno di bue infilato nella cintura dei pantaloni, o a tracolla, e che serviva loro per affilare la falce.

Il mulèta lavorava soprattutto in autunno e in inverno, girando di cascina in cascina dove sapeva che c’era l’abitudine di ammazzare i maiali e dove avrebbe dovuto affilare i coltelli dei norcini.

Di fattoria in fattoria, di paese in paese, l’arrotino si faceva sentire con il suo grido caratteristico e acuto : “Mulètaa…Mulètaaaa”.
I ragazzini cantavano di rimando: “Mé pàder el fa ‘l mulèta e mé fo ‘l mulitì. Quand sarà mort mé pàder el mulèta ‘l farò mé”. (Mio padre fa l’arrotino e io faccio il piccolo dell’arrotino. Quando mio padre sarà morto l’arrotino lo farò io).

Fino a qualche anno fa un arrotino veniva ancora nel nostro villaggio, anche nella mia via.
Era motorizzato e anche la ruota era azionata da un motorino elettrico, o a scoppio.
Lo riconoscevo dal suono che lo precedeva, quello di una trombetta e anche dal grido che lanciava quando aveva fermato il motore del furgoncino su cui viaggiava, lo stesso grido sentito in passato.

Io non ho mai avuto bisogno dei suo servigi, noi possediamo una piccola ruota di pietra azionata da un motorino elettrico e ho anche la cote di mio nonno e la uso per affilare i miei coltelli.

Il macafame

Bepi era nato a Zugliano, nel Vicentino.
Uno dei proverbi che citava spesso era:
“Venesiani gran signori, Padovani gran dotori, Veronesi tuti mati, Vicentini magnagati.”

Quando l’ho conosciuto avevo otto anni e lui ne aveva quarantasei. Mi ha fatto da padre per cinquant’anni.

Era il secondo di una nidiata di figli, il primo dei maschi. Coccolato e viziato soprattutto dalla zia Nella, sorella di sua madre. Abitavano a poca distanza una dall’altra le due sorelle, sul cocuzzolo di una di quelle montagne che sovrastavano il paese, una contrada di contadini di montagna, pochi campi, qualche pianta da frutto, le mucche da pascolare, il fucile per cacciare, anche di frodo, il maiale da ingrassare per le provviste invernali, burro e formaggi fatti in malga, da vendere al mercato per pochi soldi che non bastavano mai, il pane si faceva una volta la settimana, cotto nel forno comune, quando non bastava c’era la polenta bianca, o quella gialla.

La scuola e la chiesa in fondo valle, lunghe camminate per arrivarci, per la strada, nella bella stagione, qualche frutto rubato di nascosto, per calmare la fame, che c’era sempre in quell’immediato dopoguerra, la prima guerra mondiale.

La zia Nella aveva avuto solo due figlie e adorava quel ragazzone alto, allegro, vigoroso, che sembrava non aver paura di nulla e che si faceva amare per i suoi sogni ambiziosi, la sua voglia di leggere, di guardare lontano, per il suo desiderio di sapere, di conoscere, di viaggiare e per un’innato senso di giustizia che a volte lo metteva nei guai nei suoi tentativi di ribellarsi ai soprusi, di proteggere i suoi fratelli più piccoli.

Era diventata una tradizione che la zia Nella facesse dei dolci per quel nipote preferito, ma la povertà impediva ricercatezze, faceva di necessità virtù.
Due erano i dolci che Bepi ricordava spesso nei suoi racconti: el pipasener e el macafame.

Il pipasener era una focaccia, fatta con il grasso di cottura del cotechino, farina, uova, zucchero e sale, latte, impastati e fatto a forma di ciambella, veniva cotto dentro una teglia di ferro con il coperchio, ai margini del focolare, vicino alle braci e con braci e cenere calda sopra il coperchio.
Da qui, il nome: inevitabile che della cenere finisse sul dolce, alla fine veniva spazzolata via.

El macafame era un miscuglio di vari ingredienti, non sempre gli stessi, dipendeva da quanto c’era di avanzi, di cose da recuperare, di cose a disposizione. Si poteva fare sia dolce che salato.
A Bepi piaceva quello dolce.
Un impasto di avanzi di pane raffermo bagnato nel latte, o di polenta avanzata, con l’aggiunta di farina bianca e gialla, di grasso, burro o strutto, uova, zucchero o miele, frutta secca, mele, fichi quando c’erano o prugne, un po’ di grappa per profumare il tutto. Veniva cotto nelle forme simili a quelle del pane a cassetta, nel forno per il pane.
Tagliato a fette durava parecchi giorni, se la zia riusciva a nasconderlo dalla vista dei nipoti sempre affamati e che sembravano sentirne l’odore anche da lontano.

macafame

foto presa dal web

A furia di sentir parlare del macafame un giorno ne ho cercato la ricetta da una delle figlie della zia Nella e gliel’ho preparato. Bepi, però, non lo trovò così delizioso come quello nei suoi ricordi. L’abitudine ad altri dolci, come la zuppa inglese che adorava, la diplomatica, i bigné, i cannoli con la crema pasticcera, il pandoro, le crostate, il biscuit con la frutta fresca, ne avevano raffinato il palato, soprattutto, non aveva più quella gran fame che aveva avuto da ragazzo.

Io maestra quando i bimbi portavano gli zoccoli

Dalle lettere al Direttore del Giornale di Brescia del 4 ottobre 2016.

Scrive la Signora Elena Alberti Nulli di Monticelli Brusati (classe 1926)

elena-alberti-nulli

fotografia della Signora Elena presa dal sito
http://www.castelveder.it

Ho fatto la maestra negli anni ’50 del secolo scorso. Prima nomina a San Colombano sotto il Maniva. Partivo da Brescia il lunedì all’alba e tornavo il sabato. Dormivo a Collio, quattro chilometri nella neve per raggiungere la scuola dove i ragazzini arrivavano con gli sci che non erano sci ma doghe di botte legate agli zoccoli con lo spago.
Poi in Franciacorta, a Fantecolo, quattro classi una maestra: io.
I più svegli della prima imparavano la storia del Risorgimento e quelli di quarta imparavano finalmente che cuore si scrive con la c.
Poi Monticelli, con classi di 45 bambini che venivano a scuola dopo il pascolo con la mucca, con la colazione di pane e vino e spesso dormivano quieti con la testa sul banco.
E qui, in Franciacorta, tutti i bambini pensavano e parlavano in dialetto e, avendo io vissuto la stessa esperienza bevendo il dialetto nel latte di mia madre, cercai di non mortificare emozioni e pensieri ascoltandoli in dialetto per passare poi alla bella forma gentile della lingua italiana.
E così vennero fuori:

-La mia maestra viene a scuola che è tutta gelatina (infreddolita)…ha un bel cappellino a forma di tortaruollo (da tortaroel=imbuto)…ha il grembiule nero e il culetto (colletto) bianco…..-
e via discorrendo.

-Maestra, maestra, guarda linno una gatolla, se ti piva Divo sanno-
(Maestra, maestra, garda lì un bruco, se ti morsica lo sa Iddio…)

Ma mi portavano mazzetti di primule e di viole, le prime ciliegie e le castagne già cotte.

A Brescia, alla scuola Filippo Corridoni, andò meglio per via dell’italiano, ma quando un giorno venne un Vescovo vestito di rosso come un Re di Francia, io ebbi l’impudenza di chiedere al più bravo della classe: “Ti piacerebbe diventare Vescovo?”- Rispose: “Penso proprio di no. Mi stancherei a non fare niente tutto il giorno.” C’era da sprofondare, ma anche da sorridere.

Il prete, il dottore e la maestra erano le autorità del paese, davanti a loro gli uomini si toglievano il cappello.
Io non facevo note di rimprovero da portare a casa perché sarebbero piovuti castighi e sberle.

Ho amato molto i miei scolari e ancora adesso, che sono vecchi anche loro, mi portano primule e viole, le prime ciliegie e le castagne già cotte.

I mestieri di una volta – 1

L’ombrellaio.

Mi è capitato fra le mani un vecchio ombrello di mia madre. Ha la stoffa in nylon color amaranto, il fusto sottile in alluminio ricoperto di pelle dello stesso colore, cucita con una lunga impuntura color avorio, come l’impugnatura avorio del manico.
È conservato in una fodera sempre dello stesso colore. È un ombrello leggero, elegante che ha accompagnato mia madre per anni.

Ricordo le parole di mia nonna paterna la quale, parlando di sua nuora, mia madre, diceva che era così brava da riuscire perfino ad aggiustare gli ombrelli.

Oggigiorno l’ombrello non è così prezioso come una volta, se ne trovano di tutti i tipi e di tutti i prezzi sulle bancarelle dei mercatini, nei supermercati. Li perdiamo nei treni e sugli autobus, in metropolitana, e se un ombrello si rompe, lo buttiamo via e ne comperiamo un altro. In casa ne ho una bella scorta, composta da residuati di acquisti vari e anche di ereditati dai miei genitori. Ne ho anche uno grande, che mi è stato portato dalla Cina, fatto di bambù e di carta cerata color marroncino, dipinta a mano con inchiostro di china nero e le stecche e controstecche di bambù sono tenute insieme da spago.
Se un ombrello invece è costato molto, quando si rompe lo riportiamo al negoziante che lo fa riparare presso la casa costruttrice.

IMG ombrellaio

Quando ero bambina, ogni tanto capitava in cascina l’ombrellaio, con la sua bicicletta e un cesto sul portapacchi che conteneva i suoi strumenti di lavoro: pinze, forbici, aghi lunghi, fili di vari colori che servivano a rammendare gli strappi delle stoffe, pezzi di legno per ricavarne nuovi puntali, stecche di legno e di ferro per sostituire le stecche o le controstecche e aveva anche diversi manici e fusti.
A volte aveva degli ombrelli nuovi che vendeva al posto di quelli ormai irreparabili.

Se ricordo bene si trattava di uomini piuttosto anziani non più in grado di svolgere  altri lavori, oppure di girovaghi disoccupati che riuscivano a sbarcare il lunario con questo tipo di lavoro.
Spesso si accontentavano di un po’ di farina, poche uova o delle patate, comunque chiedevano sempre dei compensi modesti.
A seconda della stagione, lavoravano all’aperto, sull’aia, oppure sotto i porticati “le barchesse”.
Se la giornata volgeva al termine, venivano invitati in casa per un piatto di minestra, un po’ di pane e formaggio, poi andavano a dormine in stalla, d’inverno, oppure sul fienile nella bella stagione.

C’erano degli ombrellai che si spostavano a piedi, con carrettini sospinti a mano. Quando trovavano poco lavoro si spostavano di più, di cascina in cascina, di paese in paese, passando dai propri clienti che mettevano da parte gli ombrelli rotti aspettando il suo passaggio periodico.

Nei paesi il suo richiamo lo si sentiva da lontano: “L’ombrelér fonne!” e le massaie uscivano dalle case e lo invitavano nella corte, gli offrivano da bere, ascoltavano le notizie che portava da altri luoghi.

Non ricordo quando ho visto l’ultimo ombrellaio, forse una trentina di anni fa al nostro mercato settimanale.

Io, seguendo l’esempio di mia madre, i miei ombrelli li riparo da me, almeno per quello che sono in grado di fare.

 

 

 

 

La Memoria (1995) VII

Stiamo andando in paese a piedi. La nostra meta è un gelato: fragola, limone e cioccolato.
Mia figlia mi stringe la mano e saltella felice: non capita tutte le sere di andarsene a zonzo dopo cena, invece del solito rito della Televisione. Questa sera c’è la partita, a me non interessa, a lei ancor meno.

Alle nostre spalle il sole non è ancora tramontato ed il cielo incomincia ad avere un colore cobalto luminoso e terso. Davanti alla fontana del lavatoio, in fondo al borgo, ci fermiamo a guardare i manifesti. Non me li ricordo i manifesti di allora, di quarant’anni fa, chissà se c’erano. Allora noi abitavamo nella corte interna, a sinistra. La casa era vecchia, decrepita, scricchiolante, due stanze a pianterreno e due stanze sopra. Il bagno non me lo ricordo, il pitale sì e anche la scala stretta e ripida, di legno.
Quell’unico mese che passavo lì, lontana dal collegio, era un lungo incubo alla ricerca di scarafaggi e scorpioni che vi pascolavano entrando dalle fessure del muro comunicante con un vicino fienile. Da quando me n’ero trovato uno nel letto, di scorpioni, la sera diventava angoscia.
La casa ci serviva solo per dormire e per tenerci le poche cose che avevamo. Di giorno non c’eravamo mai perché i miei genitori gestivano l’ENAL, un’osteria in centro paese e vivevamo, praticamente, là.
Ricordo la vecchia gatta pezzata, coriacea e molto indipendente. Era più vecchia di me e a me faceva un po’ paura, così aggressiva e selvaggia.
Ricordo anche quel giorno in cui le api invasero le stanze  di sotto, perché mio padre aveva tolto il miele dalle arnie e lo conservava nella stanza e si era dimenticato la finestra aperta. Dovemmo uscire dalla finestra del piano superiore, per mezzo di una scala a pioli portata dai vicini accorsi alle nostre grida.

Ora quella casa non c’è più. Al suo posto c’è una palazzina con sei appartamenti da affittare e un lindo giardino.
Nemmeno il grande caco c’è più. Era la meta di tutti i ragazzini del paese affamati di dolce. Eravamo attratti dall’oro dei frutti che restavano sui rami anche dopo che erano cadute tutte le foglie.

Mia figlia mi strattona, andiamo avanti.

La gente non si affaccia più alle finestre per vedere chi passa. Dalle finestre escono le voci dei vari programmi della TV e lampi di luce indicano il cambio del quadro televisivo. Un gatto miagola contro una porta; dal selciato e dai muri delle case riverbera il calore accumulato nella giornata trascorsa.

piazza caduti

Ecco la piazza e la farmacia. A lato, una volta, c’era una macelleria. Ricordo un grosso cane dal pelo chiaro, un cane enorme che a me sembrava addirittura monumentale. Una volta mi fece le feste, proprio lì in piazza, in una giornata piovosa di mezza stagione.
Mi scaraventò per terra zompandomi addosso e infradiciandomi gli occhiali con poderose leccate.
Il suo flemmatico padrone (chi era?) sogghignò: “Mangiala mia töta ‘ncò. Lassane ‘n po’ per dumà” sottolineando il grottesco della situazione e togliendomi lo spavento di dosso, ma non le inzaccherature.

Dalla torre rintoccano le ore. Mi fratello maggiore e i suoi compagni vi salivano di nascosto, fin su in cima alla torre e, dal cornicione più alto si divertivano a combinarne di tutti i colori sui malcapitati passanti. Fortuna che papà le scopriva sempre tardi le loro marachelle.
La piazza davanti al Municipio, con il Monumento ai Caduti delle guerre mondiali, è stata rinnovata di recente. Tutto il resto del paese sembra rimasto invece uguale, immutato nel tempo.

chiostro

Il Chiostro domenicano è stato recuperato e ristrutturato ed ora ospita una biblioteca e varie associazioni. Allora, nel porticato del chiostro, c’era una vecchia osteria. Nella Chiesa, invece, un deposito di macchine agricole. Ora la Chiesa è stata restaurata e vi si possono ammirare centinaia di affreschi del XV e XVI secolo.

Chiesa frati

affreschi

Nell’antico refettorio, che ora è una Pinacoteca contenente le sette grandi pale degli altari, restaurate e ben conservate, allora c’era un maglificio. Ci lavoravo anch’io, durante i tre mesi estivi: dieci ore al giorno alla macchina, per sei giorni la settimana e ventinovemilanovecento lire al mese. D’inverno studiavo lingue, l’estate la passavo lì, perché anche quei pochi soldi erano utili alla famiglia.

centro paese

Siamo passate sotto l’arcata della torre e entrate nel cuore antico del paese. I nostri passi risuonano sotto le arcate dei portici che  fiancheggiano la strada centrale. Il cielo si è incupito. Abbiamo avuto il nostro gelato, mia figlia lecca coscienziosamente il suo, con attenzione.

Giriamo a sinistra, verso il muro del castello.

In fondo alla strada stretta, a sinistra, c’era una botteguccia, piccola piccola, un po’ buia, una merceria d’altri tempi, senza pretese.
Ora c’è un negozio grande di abbigliamento sia maschile che femminile, luminoso, ben curato, proprio come quelli di città.

Guarda, la luna piena”.

Mia figlia alza gli occhi al cielo incantata e sorpresa. Chissà se stanotte gli gnomi correranno nelle campagne come nei sogni delle favole infantili.
L’edificio della scuola elementare, immutato, rimane alle nostre spalle ed ecco la campagna si apre davanti a noi, nell’ultimo chiarore lasciato dal sole ormai tramontato.

castello tramonto

Sentiamo l’odore del fieno appena tagliato nel prato del Castello.

Sulla tangenziale, lontano, sfrecciano veloci le auto.

Il vecchio paese immobile nel tempo e quasi stantio, che mi stava così stretto quando avevo vent’anni, si è trasformato in un borgo operoso e prospero. Eppure, quand’ero lontana, il mio pensiero tornava spesso qui, a questa immobilità, alle vecchie cose che mi davano sicurezza, a quei pomeriggi assolati e silenziosi nei quali il tempo sembrava paralizzato e privo di ogni significato.

La bambina cammina al mio fianco e la via Dante è una lunga prospettiva appena accennata nella penombra oscura: “la strada dei Gioletti”, noi la chiamavamo così, allora.
Allora non era ancora asfaltata. Dove c’era il fosso che la costeggiava su un lato dividendola dai campi, ora sono sorte villette e case a schiera, un nuovo villaggio e i campi non ci sono più.
Quel fosso io lo ricordo bene. In quelle estati, per recarmi al lavoro al maglificio, non mi piaceva passare per il paese: usavo la grossa bici di mia madre e la distanza fra la sella e i pedali mi sembrava immensa, inoltre la mia inesperienza rendeva precaria la guida del mezzo. Mi sentivo goffa e mi pareva che, dietro le tende delle finestre, fossero tutti lì a guardarmi e a sogghignare. Così passavo dai “Gioletti”, strada secondaria, solitaria, fuori mani, polverosa e piena di buche.
Un giorno, nel goffo tentativo, assurdo, di sembrare più esperta, presi male la curva di accesso alla strada e mi ritrovai sulla sinistra, al di là della gobba di ghiaia che spartiva la strada nel mezzo.
Di fronte veniva un mezzo a motore. Non so che cosa fosse, ma nel mio ricordo è un camion mostruoso. Mollai la bici e mi tuffai nel fosso: meglio annegata che schiacciata!
“La sa néga! La sa néga!” urlavano i braccianti che stavano lavorando nel campo.
Macché, l’acqua era poca, le ortiche tante e io schizzai fuori alla stessa velocità di come c’ero entrata.
Tornai a casa più mortificata che fradicia, con una scarpa in meno e la strana sensazione che il tam-tam del paese avesse affisso manifesti per tutto il territorio del Comune.
Decisi di comperare una bici adatta a me e, per diciassette settimane risparmiai le mille lire che guadagnavo il sabato pomeriggio lavorando qualche ora al maglificio, a rimagliare e ad attaccare bottoni.
Acquistai una piccola bici pieghevole, di quelle che, chissà perché, venivano chiamate “Graziella”, con due grandi borse sul portapacchi dietro al sellino, con le ruote piccole e la possibilità di appoggiare bene i piedi per terra in caso di bisogno.
Uso ancora quella piccola bici verde e godo ancora del vento che mi spettina i capelli.

Mia figlia aspetta che apra il cancello del nostro giardino per percorre il vialetto che porta alla casa dei nonni. Le piace correre per il viale ma lascia passare prima me, così porto via le ragnatele stese fra gli alberi.

notturno

I grandi salici piangenti non ci sono più. Quante piante sono morte in questi anni. Le abbiamo ostinatamente sostituite tutte, anche quelle uccise dal grande freddo dell’85, quando mia figlia cresceva dentro di me. Il noce piantato alla sua nascita è lungo e sottile ed ha nuove foglie. L’altro noce, più vecchio e grosso, è carico di piccoli frutti.

Ci fermiamo nel prato davanti a casa nostra, che è costruita dietro a quella dei nonni.

Mia figlia fa il girotondo e cerca lucciole nel buio.

In alto, l’Orsa Maggiore campeggia sulle nostre teste.