Il treno

Dietro
qualche
vetro,
qualche
viso
bianco,
qualche
riso
stanco,
qualche
gesto
lesto;
ma piú celeri
i  vagoni
si succedono
e  i furgoni
sul binario
trabalzanti
strepitanti
varcan varcano;
e il treno, con palpito eguale, guadagna
fiammando nel buio, l’aperta campagna.
La chiostra de’ monti da torno vacilla:
repente un padule nell’ombra sfavilla,
dispare una gregge di scialbe capanne
di là da una siepe scrosciante di canne,
leggera si libra nell’aria una torre,
e il treno, con rombo terribile, corre.

Questa poesia, tratta dalla “Locomotiva” di G.A.Cesareo, andrebbe letta ad alta vote, declamata,
per assaporarne il ritmo che fa ricordare il treno, quanto meno il treno di tanti anni fa.

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Cartolina d’epoca
Viale Stazione

Era il 1965 quando frequentavo la Scuola per Interpreti in città.
Ogni mattina uscivo di casa alle 6 per percorrere il chilometro che separava casa mia dalla stazione, a passo veloce, spesso di corsa. Tornavo a casa alla sera poco dopo le 19.  Libri e vocabolari legati con cinghie di cuoio, spesso infilati in una grossa borsa di tela ruvida. Scarpe basse e calzettoni: badavo poco all’eleganza e alla moda.

In stazione trovavo i pendolari che andavano a lavorare in città o alla sua periferia: qualche maestra, dei ragazzi apprendisti, gli operai e gli impiegati, alcuni studenti come me.
Il treno arrivava sbuffando e arrancando, si fermava con stridore di freni e salivamo alla svelta cercando subito un posto a sedere fra le persone che erano già salite dai paesi precedenti il nostro.
Treno ancora a vapore, i sedili di legno vecchi e duri, come quelli che si vedono in certi film western.
Ci metteva tre quarti d’ora a coprire quei venticinque chilometri che ci separavano dalla città.
Ripassavo le mie lezioni sbocconcellando un panino che m’ero portata per colazione, perché spesso rotolavo giù dal letto ancora nel pieno del sonno e mi preparavo quasi alla cieca, in fretta e furia, per paura di perdere il treno.

Alla sera, al ritorno, ci ritrovavamo in molti di quelli che erano partiti al mattino con lo stesso treno. Allora si conversava, ci si raccontava della giornata, si scherzava tra noi ragazzi facendo un po’ di baccano, spesso zittiti dai “matusa” che, stanchi, cercavano di appisolarsi un po’.

 

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I ciclamini

Nel nostro giardino c’è un intero spiazzo ricoperto di ciclamini. C’è sempre qualcuno che si meraviglia che siano fioriti proprio in questa stagione.

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mie foto

Sono situati tra il grosso cespuglio di lauro ceraso e le quattro piante di kiwi tirati a pergola.
C’è poca erba lì e i ciclamini formano un bel tappeto con i colori contrastanti e vivaci, le corolle lilla-cremisi e le foglie verde scuro. Non sono profumati, questi che fioriscono in primavera. Lo sono invece, quelli che fioriscono in autunno, sempre in quella zona.

Li avevo raccolti da ragazzina, durante alcune gite in montagna con i miei genitori.
Avevo l’abitudine di raccoglie bulbi, piantine, da sistemare poi in giardino in angoletti quasi nascosti, a ricordo di quei momenti trascorsi in famiglia, nei brevi periodi di vacanza fuori dall’istituto.

Vicino al grande abete, a ridosso del lauro ceraso, ci sono anche delle piantine di pervinca dai piccoli fiori azzurro-blu; vicino a casa c’è la grande felce che muore ogni autunno e si risveglia a primavera con le foglie che si srotolano giorno dopo giorno.
Qua e là, tra l’erba del prato, occhieggiano i bianchi fiori a stella dell’aglio orsino, ricordo di un passaggio in Umbria, molti anni fa.
Le piantine di cassia, dai fiori gialli, mi ricordano il Lazio e Maccarese, quando andammo a trovare un’amica di famiglia.
La crassula nel grosso vaso, è appena sfiorita. Ne avevo portato un piccolo pezzo dalla Liguria.

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mie foto

Ci sono violette a primavera, profumate e folte, colorano il prato e fioriscono ovunque.
Vicino alla vecchia vite alcune sono bianche, candide come piccoli fantasmi.
In un angolo del giardino roccioso, resiste una piccola viola di montagna, pallida e dalle foglie verde chiaro, a punta.
Le grosse pietre calcaree che formano il giardino roccioso provengono da una gita nell’entroterra del nostro bel lago di Garda. Le avevamo messe nel baule, non so come abbia resistito la nostra vecchia automobile con quel peso dietro.

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mie foto

Ogni angolo del giardino mi ricorda qualche cosa, qualcuno.
Momenti del passato che sono rimasti cuciti negli angoli della mente e del cuore.

Cyriels

Mi era sfuggito un bicchiere e anche una parolaccia, così, a mezza voce e, improvvisamente, il volto di Cyriels apparve nella memoria.

Era il 1972 quando conobbi Cyriels e la sua famiglia, ospiti nell’albergo in cui lavoravo, in Liguria.
Cyriels, con moglie e figlia, erano vicini di tavolo a Georg, con moglie e due figli.
Cyriels, belga, parlava solo fiammingo e francese, Georg, tedesco del Nord, parlava tedesco e inglese.
Si erano, stranamente, fatti simpatia, anche se non ci potevano essere due tipi più diversi.
Cyriels era piccolo di statura, rotondetto, sempre in movimento come un buffo gnomo ridanciano, dalla risata contagiosa, pronto allo scherzo e alla battuta.
Georg alto e allampanato, compassato come un prussiano, ligio all’etichetta, si divertiva, però, con piccoli giochi di prestigio molto apprezzati dai bambini.
Io ero entrata nel loro gruppo così eterogeneo, tramutando il francese di Cyriels nel tedesco di Georg e viceversa. Così, un po’ per gioco, un po’ per simpatia, nacque fra noi un affetto che durò negli anni, anche dopo che smisi di lavorare nel turismo.
La parolaccia che mi sfuggì, insieme con il bicchiere, era legata a una delle innumerevoli storielle che Cyriels raccontava spesso e che io traducevo, a volte con parecchio imbarazzo anche perché le sue storielle non erano sempre pudiche, anzi, grasse e decisamente scostumate.

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immagine presa dal web

 

La storiella di Cyriels:

Molti anni fa, in un villaggio fiammingo del mio paese, un villaggio contadino che contava pochi abitanti, il fornaio del villaggio vinse, ad una lotteria, un viaggio premio a Parigi.
La felicità del poveretto si tramutò in ansia poiché non conosceva una parola di francese e non sapeva come avrebbe potuto affrontare il viaggio. Si confidò con il parroco che era la persona più istruita di sua conoscenza e questi gli spiegò che non era poi difficile parlare francese, bastava che lui rispondesse sempre “Oui” a ogni domanda gli venisse posta.
Gli amici gli sconsigliarono di condurre con sé la propria consorte: Parigi era la città delle belle donne, ti ci porti tua moglie? Forse che ti porti la birra se vai a Monaco per l’OktoberFest?
Accompagnato da tutti gli abitanti del paesello, salì sul treno per la sua avventura.
Arrivato a Parigi, scese dal treno e immediatamente un signore si rivolse a lui:
“Bagage Monsieur?” Il nostro amico rispose “Oui” e quel signore prese il suo bagaglio e lo accompagnò fuori dalla stazione, vicino a un taxi.
L’autista, caricò il bagaglio, aprì la portiera al nostro amico, lo fece sedere, si mise al volante e gli chiese:
“Hôtel, Monsieur?” la risposta, ovviamente, fu “Oui” e il taxi lo portò in centro scaricandolo davanti a un bell’albergo moderno, davanti al quale sostava un portiere che si avvicinò e chiese:
“Chambre, Monsieur”, “Oui”, rispose il nostro amico che fu accompagnato all’interno dell’albergo e poi in camera.
La camera era bellissima, molto confortevole, con una vista panoramica sulla città e sulla place de l’Ètoile. Il nostro amico, abbastanza stanco dal viaggio, ancora un po’ frastornato, sentì impellente il bisogno di scaricare le proprie viscere. Si guardò intorno, ma non riuscì a individuare la porta della sala da bagno (la quale era ricoperta della stessa tappezzeria delle pareti, scorrevole, e poco visibile a chi non fosse mai stato prima in un luogo così moderno).
Uscì nel corridoio, ma non c’erano bagni al piano, poiché tutte le stanze erano provviste di bagno privato.
Non sapendo a chi rivolgersi, a come farsi comprendere, né a che santo votarsi, rientrò in camera e decise di fare di necessità virtù: ricordò di avere con sé, in valigia, un resistente foglio da pacco e una corda, che si era portato per impacchettare dei souvenir da riportare a casa.
Prese il foglio, lo stese in terra, ci si accucciò sopra e si liberò del peso che aveva. Poi incartò bene il tutto, lo legò a dovere e uscì dall’albergo alla ricerca di un cestino in cui abbandonare l’ingombrante rifiuto.
Come in tutte le grandi città, non si riesce a trovare un cestino per i rifiuti nelle zone più frequentate e Parigi non fu da meno. Il poveretto si allontanò dal centro e incominciò a girovagare nelle viuzze un po’ più interne alla ricerca di un benedetto cestino. Ad un tratto sentì un vociare confuso e vide un assembramento di gente. Si avvicinò: molta gente vociava fuori da un negozio di macellaio e c’erano anche dei poliziotti. Incuriosito si avvicinò anche lui cercando di capire che cosa stesse succedendo. Un poliziotto lo apostrofò dicendogli:
“Vous avez acheté la viande ici?” Il malcapitato rispose “Oui”
“Venez donc, entrez!” ordinò il poliziotto e lo trascinò al banco del macellaio, sfilò il pacchetto da sotto il braccio del nostro amico e lo posò sulla bilancia: 800 grammi.
“Vous l’avez acheté par un kilo?” chiese il poliziotto e il nostro amico rispose “Oui”
Il macellaio urlò che lui non aveva mai visto quell’individuo prima d’allora, nacque un battibecco fra il poliziotto e il macellaio, il quale era stato contestato dagli acquirenti che si erano accorti che la bilancia era mal tarata.
Il macellaio, arrabbiato oltre ogni dire, prese un coltello, tagliò lo spago e aprì il pacco…sorpresa!
Nella confusione generale, il poliziotto caricò sul cellulare il nostro amico ancora più inebetito di prima, lo portò alla Gendarmerie e lo chiuse in gattabuia. Dopo qualche giorno, recuperati i bagagli e i documenti del nostro villico, lo misero sul treno con foglio di via e lo rispedirono al suo paesello.
La polizia locale, avvisata del rientro, informò parroco e familiari e il poveretto, arrivato alla stazione del suo villaggio, trovò tutto il paese ad attenderlo. Dopo baci e abbracci e domande da parte di tutti che volevano sapere che cosa fosse successo, il nostro amico raccontò:
“Parigi è bellissima. La gente è gentile, servizievole, gli alberghi sono stupendi.
Però, se non fai un chilo di m…a al giorno, ti schiaffano in galera”

 

 

Il pane

In questi giorni di solitudine mi sono sorpresa a guardare i resti della grossa pagnotta che avevo comperato e divenuta ormai stantia e mi è tornata in mente la bisnonna, la “nonna Nilda” come la chiamavamo noi bambini, diminutivo di Leonilde, che era nata e cresciuta nei luoghi della dominazione austroungarica e ne tramandava a noi gli usi, i costumi, le fiabe e le ricette.

Così, mi tornò alla memoria il “Bettelmann” il dolce di pane raffermo che ci faceva, a volte, per merenda.

Scoprii da grande che questa ricetta era conosciuta da tempo in tutta l’Europa con vari nomi e infinite varianti: il “Pain perdu” dei francesi, il “mendiant” dei belgi, pure in Inghilterra ne hanno una versione, lo si può fare dolce o salato, cotto in padella o gratinato in forno.

 

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foto presa dal web

Bettelmann (mendicante) ha come base il pane raffermo, il latte, le uova e poi ci si può sbizzarrire con tutto il resto, dall’aggiunta di pezzetti di frutta fresca o secca, di cioccolata a pezzetti, oppure di canditi, uva sultanina. Si taglia il pane a fette, lo si immerge nel latte per farlo rinvenire e poi nell’uovo sbattuto (zuccherato o salato a seconda della ricetta che si vuol fare), si fa dorare il pane in una padella con un po’ di burro, si aggiungono i vari ingredienti e aromi a piacere e dopo aver stufato il tutto a fuoco lento, si versa sul tutto uova sbattute per amalgamare. Il pane può essere sostituito da fette di mele, oppure da fette di brioche, panettone o pandoro che certamente avanzeranno durante le feste.
Per la ricetta dolce ci si può anche permettere di dargli un tocco “flambé” alla fine, con un distillato a piacere, dopo aver spolverato il dolce con zucchero semolato o di canna.

Per una ricetta salata, basta sostituire gli ingredienti dolci con  quelli salati: prosciutto, formaggi, verdure, insomma la fantasia non ha limiti e si può utilizzare ciò che avanza in frigo, pezzetti, bocconi, piccoli avanzi.

Queste preparazioni si possono anche fare in una pirofila da gratinare in forno, se non si vuole perdere tempo a sorvegliare la padella per evitare di bruciacchiare il contenuto.

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foto presa dal web

Tanto tempo fa

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stampa calcografica
incisione a puntasecca su rame
mie opere

I ricordi sono una cosa strana. Ti colgono all’improvviso quando meno te lo aspetti.
Questa mattina, rovistando in un cassetto, ho trovato un quadrato di stoffa biancastra, tessuto ancora nuovo di cotone e canapa, come si usava tanti anni fa per lenzuola, asciugamani e biancheria intima, nelle classi più povere, perché indistruttibile.

Di quella tela erano fatte le lunghe e grandi camicie che usavamo, in Istituto, quando facevamo il bagno.
Fare il bagno era un rito vero e proprio. Vi si accedeva massimo due volte al mese, per il resto ci si lavava a pezzi, senza mai spogliarsi del tutto.
Per il bagno dovevamo indossare delle camicione pesanti, di quella tela ruvida, lunghe fino ai piedi, con due spacchi laterali all’altezza dei fianchi, nei quali infilare mani e avambracci per lavarci anche sotto alla camicia.
La camicia, bagnandosi, diventava pesante e oppressiva, ti ci sentivi impaniata, in trappola.
Le porte sempre aperte per permettere alla suora inserviente di entrare a controllare e a lavare la schiena. Ovviamente, sapone di Marsiglia.
Le vasche erano grandi, per me quasi un incubo.
Lo fu, un incubo, anche per la suora che mi trovò sott’acqua e mi tirò fuori mentre, cercando di respirare, sputavo anche l’anima.
Quello che la suora non seppe mai era che il mio gesto era stato voluto, pensato e prodotto ad arte.
Non certo per ammazzarmi, che proprio non ci pensavo, ma per convincerla che fare il bagno in quel modo per me fosse davvero pericoloso, perciò, da allora, mi fu concesso di fare la doccia.
Sotto la doccia, la suora non poteva entrare, si sarebbe bagnata tutta.
Per dimostrare che avevo tenuto addosso la camiciona, dovevo riconsegnarla bagnata e non era difficile farlo, mettendomela sotto ai piedi mentre mi lavavo finalmente libera da intralci e anche libera di osservare il mio corpo che mutava crescendo e non riuscivo a capire che cosa ci fosse di peccaminoso in quella naturale nudità.

Storie di paese – Gèpe

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Disegno di Luciano Cottini

Erano in tre, due fratelli e una sorella. Non si erano mai sposati. Non ricordo che mestiere avessero fatto i fratelli, Bi e Gèpe, la sorella non ricordo come si chiamasse, per me era la “merciaia” che gestiva una piccola merceria sull’angolo di una viuzza traversa del centro storico che finiva proprio in faccia al muro del castello. Una merceria piccola, un po’ buia, dove ci trovavi di tutto. Lei era una donnina minuta, dai capelli grigi e gli occhi mesti, vestiva abitini scuri a piccoli fiori, era gentile e paziente.  Abitavano insieme, i tre fratelli, nelle poche stanze adiacenti alla merceria.

Bi (Bigio) era un uomo rozzo e violento, prepotente, dallo sguardo sempre torvo. Gèpe era invece mite, magro, dal naso sottile e gli occhi liquidi, un po’ cisposi per il gran bere.
Aveva sempre sete, di vino. Da quando era tornato dalla campagna di Russia dell’ultima guerra il suo carattere era cambiato, si era come allocchito, si estraniava spesso come se nei suoi pensieri corressero ricordi di gelo e di steppe e di chissà cos’altro che continuava a turbarlo.
Non parlava mai della guerra.
Da tempo “viveva” al ricovero dei vecchi, anche se proprio vecchio non era. Non è esatto dire che vivesse là, quel luogo era un po’ la sua base, dove si faceva un bagno ogni tanto, dove a volte prendeva dei pasti, dove si rifugiava per dormire quando faceva freddo, ma non andava a dormire in un letto, in una stanza, Gèpe si rifugiava nel magazzino dove erano stipate le cose vecchie ed ormai inutili, stava meglio là, un po’ nascosto, lasciato in pace dalle suore e dagli assistenti, si godeva la sua libertà, la sua indipendenza.

Gèpe era buono e onesto, gentile anche quando era pieno di vino perché trovava sempre qualcuno che gliene offriva, che lo invitava quando lo vedeva passare per le strade del paese, un po’ perso, un po’ dondolante. A volte chiedeva una sigaretta, nessuno gliela negava. Lui non era insistente e ringraziava sempre, con una sua gentile dignità.
Gli unici veri amici che aveva erano due cagnolini randagi che lo accompagnavano ovunque, se si appisolava su una riva di fosso loro gli stavano a fianco, come angeli custodi.
Capitava che avesse in tasca del pane e che dei sorci gli rosicchiassero la tasca per prenderselo, se ne accorgeva al risveglio e non se la prendeva guardando il buco, diceva che era giusto, avevano fame anche loro.

D’estate aveva trovato un luogo appartato in cui rifugiarsi durante i pomeriggi assolati; c’è al limitare del nostro paese il grande cimitero con, a lato della strada di accesso, il piccolo vecchio cimitero ormai in disuso da secoli e una chiesetta con un porticato davanti all’entrata. Nel muro del vecchio cimitero, vicino al porticato, c’era un grande buco aperto su dei loculi ormai vuoti, comodi, profondi e freschi. Gèpe, quando il vino gli dava alla testa, complice quel sole violento delle nostre estati della bassa, si rifugiava in uno di quei loculi a dormire beato aspettando la sera.
Un pomeriggio di fine maggio, mentre lui dormiva lì dentro, scoppiò un temporale che pareva un finimondo. Alcuni ragazzini che tornavano da scuola, colti dall’improvviso acquazzone e dalla tempesta, si rifugiarono sotto al porticato della chiesetta, in attesa che spiovesse un po’ per correre a casa. Un tuono più forte degli altri svegliò Gèpe il quale, sentendo le voci dei ragazzi, mise fuori la testa e chiese, gentilmente, che ora fosse, meravigliandosi che i ragazzi partissero come frecce, urlando. Poi se la prese con i maestri che non insegnavano più la buona educazione ai giovani.

Ogni anno, in autunno, quando mio padre vendemmiava e faceva il vino nuovo, portava a casa Gèpe e gli offriva un bicchiere di vino da assaggiare, chiedendogli se fosse buono, poi lo accompagnava nell’orto e gli mostrava le verze che stavano crescendo.
Alle mie rimostranze, perché ero infastidita da questo rituale e non capivo perché mio padre si ostinasse a chiedere il parere sul suo vino a un uomo che, palesemente, non avrebbe distinto un Barolo d’annata da un bicchiere di aceto, strizzandomi l’occhio, mi rispose che quella era una scusa per attirare Gèpe, che il vero motivo erano le verze, perché, visto che Gèpe era sempre in “bala” (ubriaco), anche le verze avrebbero fatto la “bala” (palla) sentendo il suo alito.

 

Sassi

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Immagine presa dal web

Sul greto del fiume
che sbocca nel mare
sono andata a cercare,
oggi, sassi colorati e strani,
sassi rosa e neri,
sassi pieni di misteri,
sassi senza pensieri,
sassi senza ricordi,
sassi che non sanno il passato,
sassi di un mondo scordato,
sassi lucidi d’acqua,
sassi di muschio verde,
sassi bianchi e turchini,
sassi piccini,
sassi di gesso fragile,
sassi di rossa arenaria,
sassi d’ardesia nera,
sassi spezzati,
sassi abbandonati,
sassi che non sanno odiare.

Sassi sotto le dita
e l’acqua continua a cantare
la sua dolce canzone accorata
e l’acqua m’invita a restare
e l’acqua mi tiene legata.

Sassi sotto le mani:
il mio corpo non è più mio,
io sono un sasso scolpito,
un sasso levigato,
un sasso senza futuro,
un sasso negato.

 

Era la fine dell’estate del 1975 quando scrissi questi versi, in un momento in cui sembrava che tutto il mondo mi stesse crollando addosso, la mente stranita dalle vicende del momento, complice anche un deperimento organico causato dal lavoro in due stagioni estive e una invernale, senza mai un giorno di riposo, con quei ritmi di allora che oggi sarebbero considerati inconcepibili.
La voglia di andarmene, che non era solo un desiderio di fuga, di abbandonare tutto, ma una disperazione più profonda, quasi viscerale. Poi, la rabbia e l’orgoglio mi aiutarono a rialzarmi.
Quando la vita mi prende alla gola e mi mette alla prova, torno a leggere quelle parole e ricomincio a combattere.