Sempre a proposito di Giovanni Piubello

dalla recensione di Andreina Bergonzoni

Qui le pagine di un dialogo forse irripetibile di un libraio in piazza, con i lettori di una rivista nata in piazza Erbe a Mantova, tra la gente.
Irripetibile. Dove Giovanni con la sua “Bancarella” parlava e parlava con simpatia di libraio, per aiutare a leggere, ma lettore acerrimo di quei libri che si stampavano in tutto il mondo.
Dodici anni di “apostolato”, hanno detto. Lui dice di “comunione” con questo e con quello. Qualcuno si chiamava Ungaretti, poi qui a Mantova a stringergli la mano, qualche altro Sartre o Camus…Però le lettere erano solo personali.
Tutto il resto è nei 64 numeri della rivista, ormai mercificata dagli antiquari, dove scrittori adesso celebrati si scoprono “scoperti” in anteprima proprio da Piubello, magari vent’anni fa.
Qualcuno gli ha detto grazie. Aveva già un amico libraio di bancarella in provincia, quella che sembrava addormentata, e non lo sapeva…

https://undentedileone.files.wordpress.com/2017/07/img.jpg

copertina illustrata da Paolo Soragna

In questo piccolissimo libro la testimonianza di un dialogo e della fantastica voglia (poi realizzata) di un piccolissimo libraio di bancarella a Mantova, sotto i partici di Piazza delle Erbe. Una “matta” idea di viziare la gente a leggere libri, parlando di libri a tu per tu con i lettori…Così è nata la rivista “Bancarella”, dove si diceva che “di libro in libro ti perdi l’ignoranza”, dove Piubello confessava che “vorrebbe uscire una volta al mese ma non ce la fa”…Era solo e tutto costava troppo, e lui era solo un libraio innamorato, forse unico in tutto il mondo, in una provincia che si diceva addormentata.

In quel freddissimo febbraio del 1955 i rari amici mantovani lo vedevano andare di bottega in bottega a cercare “inserzionisti” che l’aiutassero a spesarla. Ed ecco il primo, quel Vladimiro Vecchi, ortopedico; e poi il signor Gaetano Carcione elettricista in via Accademia, a credergli e a dargli addirittura quattromila lire in anticipo per mezza pagina di pubblicità, per una rivista solo decantata.
Qui Piubello ringrazia i primissimi amici tanto fiduciosi e racconta in sintesi la storia di “Bancarella” a me (e io riassumo).

Primo numero (unico, per imbrogliare la Questura per via di certe leggi ancora fasciste sulla stampa) con il tipografo stampatore di “Zingara”, il suo primo libro: quel Cesare Gobbi che si poteva ritrovare, quando uscivi a mezzanotte dal cine, ancora lì, nella tipografia dell’Artistica in fondo al cortile del Teatro Sociale, in corso Umberto, a programmare il lavoro del giorno dopo. Quel signor Cesare così severo e tanto amico. Fece credito a Piubello e alla sua rivista. I soldi per la stampa sarebbero arrivati e arrivarono, perché Piubello aveva reinventato (atavismo?) il sistema del baratto.
Mezza pagina di pubblicità al signor Boniotti macellaio per due chili di bistecche, quattro pagine a Vittadello per un cappotto che lo tenesse al caldo in piazza…Una pagina in copertina a Mondadori o a Rizzoli per certi libri, ormai fondi di magazzino, da smerciare a metà prezzo…
Non dovendo comperare a contanti la bistecca quotidiana e vendendo libri degli editori, riusciva a pagare al tipografo la rivista, e magari regalarla.
Andreina Bergonzoni – 1978

 

Dalle pagine del libro.

386.
Mi scrive: “Colendissimo Direttore, stante la insufficiente capienza intellettuale di pronubo e asservito pubblico lettore che in questo nostro Paese spazia dal foglietto fumettistico al rosato fogliaccio di sportiva acquiscenza, la vengo io stesso a interloquire con codeste parole che tuttavia presumo possano chiarire una situazione spaventevole per non dire spaventosa. In questo nostro odiosamato Paese si legge poco, pochissimo, e si legge male…”

-Lei ha proprio messo il ditino nella cosìdetta piaga. In questo nostro odiosamato Paese si legge male; ma lei, scusi tanto, scrive peggio.

392
Da Treviso: “Gentile Direttore, sono un valente poeta…”
Gentile Poeta, sono una schiappa di direttore. Con profondo rincrescimento le ritorno i suoi due etti di poesie, consapevole di non essere degno di giudicare un poeta che ha una così alta stima di se stesso.

718
Perché non manda al diavolo, per una volta almeno, tutti i suoi corrispondenti e non ci dà una rivista tutta zeppa di libri?…”
Bella idea. L’accetto (per altra volta). Ma senza mandare al diavolo “tutti” i benemeriti di questa rubrica: quei corrispondenti tra i quali (lo riconosca) dovrei comprendere anche lei, dal momento che ha voluto scrivermi.

790
“Caro Piubello, permette che rida? Ma tutta quella gente che le scrive non ha niente di meglio da fare?”.
Accidenti, è vero! Ma lei, scusi, da quanto tempo è disoccupato?

792
Se Goethe era mancino? E che le importa? Toglierebbe forse un po’ della sua considerazione al Faust nel caso venisse a sapere che è stato scritto con la sinistra?

793
“Piubello” è il mio pseudonimo? (Domanda di Rosa Livi, Castelnuovo)
– Signorina, lei mi spaventa. Sono così “diverso” da non meritare il mio cognome?

854
Troppo buono, cavaliere! Confesso: i complimenti mi fanno arrossire. Mi compiaccio delle buone parole che si dicono per Bancarella. Talvolta, addirittura, faccio esibizione pubblica di vanità e mi dico: Porca miseria, Giovanni; da solo, e senza esuberanza di lire (e senza debiti) sei riuscito a tener su per tanti anni una rivista che, porca miseria, fa opera di cultura. La stai mandando dappertutto. Lettori nuovi, altrimenti svagati e indifferenti, piano piano li hai conquistati al libro. Sei un specie di apostolo, Giovanni. Porca miseria, un posto all’ospizio, a spese del Comune, quando sarai vecchio te lo sei davvero meritato!

934

Vanda Molinari di Borgoforte, vuole che i libri, su Bancarella vengano presentati criticamente. Se un libro è scemo, dice, bisogna dirlo francamente! Cara Vanda, se un uomo ti è francamente antipatico, glielo dici in faccia? O piuttosto non lo schivi o lo ignori? Bancarella ignora certi libri per non peccare di presunzione.

La Memoria – Giovanni Piubello

https://undentedileone.files.wordpress.com/2017/07/piubellofoto.jpg?w=450

Giovanni Piubello
foto presa dal web

 

Fra il 1964 e il 1981, nei periodi liberi dallo studio prima e dal lavoro poi, tornavo spesso a trovare la nonna Diva, nel mio paese natale. Mi fermavo da lei per qualche giorno e trovavo sempre modo di fare anche qualche scappata in città, a Mantova, approfittando di un passaggio di qualcuno che andava a lavorare in città, oppure per mezzo dell’autobus.

Andavo a trovare qualche parente, bighellonavo in giro come “un siòr da bén”, cioè un Signore che ha tempo di andarsene in giro a piedi senza nulla di importante da fare. Mi concedevo dei pranzi “Al Ducale”, oppure “Al Trovatore”, visitavo qualche Palazzo, qualche galleria d’arte, le Chiese e sempre, c’era la tappa sotto i portici di Piazza delle Erbe, proprio a pochi passi, allora, dall’Azienda di Soggiorno, alla bancarella di Giovanni Piubello.

Era una bancarella lunga e alla sera si poteva chiudere con un lucchetto. Ogni anno la trovavo sempre lì, sotto ai portici, immutata nel tempo, ci si trovavano libri nuovi, usati, riviste e fumetti anche usati, qualche acquerello di Bellini, di Antonio Bellini intendo, e poi c’era lui, Giovanni, il Signor Giovanni, come lo chiamavo io, Gioàn, come lo chiamavano gli altri.

Giovanni Piubello era uno spilungone alto e magro, aveva l’età che avrebbe avuto mio padre se fosse vissuto, infatti erano nati entrambi nel 1921. I baffetti alla Clark Gable, la sigaretta sempre in bocca, gli occhiali classici con montatura nera un po’ quadrata, come quelli che avevo io e che oggi la Ray Ban chiama vintage, spesso aveva in testa un cappello tipo Borsalino, fronte alta, capelli brizzolati, sorriso sempre un po’ sardonico.

La prima volta che lo incontrai, mentre frugavo tra la sua merce, alla ricerca di qualche Topolino usato e di qualche titolo che potesse completare le opere degli autori che già possedevo, restò a fissarmi per un po’ e mi chiese come mi chiamavo. Glielo dissi, allora mi chiese se fossi la figlia di Zeno. Annui un po’ perplessa e gli chiesi come avesse conosciuto mio padre. Me lo raccontò, mi raccontò alcune cose che io non avevo mai saputo ma che poi mia nonna confermò. Poi prese un piccolo libro dalla sua bancarella, lo aprì, lo firmò e me lo regalò.
Scoprii allora che Giovanni era uno scrittore, che aveva scritto numerosi libri e libretti, aveva collaborato con la stampa locale, aveva pubblicato e stampato in proprio una rivista letteraria che si chiamava La bancarella e collaborato al periodico Il portico, che il suo libro Matti beati era stato pubblicato da Rizzoli, premiato, tradotto in diverse lingue e riprodotto nelle antologie della Russia e di altre nazioni, anche se da noi era ancora sconosciuto.
Continuò a scrivere fino alla fine e a pubblicare in proprio, tutta una serie di libretti dalla copertina bianca, decorata in bianco e nero da artisti amici, volumetti modesti ma eleganti, nelle Edizioni della Bancarella, che vendeva a mille, duemila lire.
Ogni anno, quando tornavo a Mantova, andavo a trovarlo e ci divertivamo a parlare di libri e di scrittori, di mio padre e della gente che passava e si fermava ad attaccare “bottone”, di vini e di “gobbi”, di arte e di politica.
Giovanni era selvatico e caustico con i rompiscatole; gentile e affabile con i deboli o con chi gli era simpatico, burbero con i ragazzini che cercavano di fregargli di nascosto qualche fumetto usato, a chi lo comperava diceva sempre che se lo avesse riportato glielo avrebbe scontato sull’acquisto seguente.
Era un personaggio diverso da tutti gli altri, con una rustica timidezza che lo rendeva schivo e solitario, viveva da solo, con il suo gatto e si spostava con la bicicletta, salvo quando lo veniva a prendere Bobo (Boninsegna) per fargli fare un giro sul lago di Garda. Schivo e selvatico, acuto osservatore della vita cittadina, arguto e sottile umorista, scrittore delicato, uomo libero, amato dalla gente di Mantova, della quale, per oltre trent’anni, fu animatore culturale e protagonista.

Morì nel 1983, l’anno in cui io mi sposai.
Sotto ai portici di Piazza delle Erbe, la sua bancarella c’è ancora, mandata avanti da un altro “matto” come lui.
Dei suoi libri io ne ho solo dieci, tutti firmati da lui, con dedica, me la scriveva mentre aprivo il portafoglio, come se si vergognasse di intascare quelle mille lire.

 

 

Santons de Provence – La Memoria

Anni 70 del secolo scorso. All’epoca lavoravo in Liguria da marzo fino alla fine di ottobre.
Nei mesi invernali, che trascorrevo al paesello, cercavo di riposarmi, poi mi dedicavo a tutte quelle attività che amavo, ma che avevo trascurato nei mesi del lavoro in albergo.
Dopo che tutte le feste invernali erano trascorse, verso la metà di gennaio, incominciavo a sentirmi impaziente, il paesello tornava a starmi stretto e sentivo di nuovo, ogni volta, il desiderio di fuggire.
Così, ormai era diventata una consuetudine, programmavo per giorni, un itinerario che mi avrebbe portato a visitare, sia in Italia che all’estero, i luoghi dei personaggi letterari, storici e artistici che avevo amato ai tempi di scuola.

Quell’anno, era il 1977, decisi di fare un salto in Provenza, per l’esattezza alle Bocche del Rodano, alla ricerca di Daudet e del suo mulino, di Mistral, Zola e Roumanille.
Viaggiavo leggera, infilai in una valigia l’essenziale e l’immancabile blocco per gli schizzi, completo di matita, gomma e coltello per fare le punte alla matita.
Partii il primo di febbraio e rimasi in Francia per tutto il mese, la meta era Orange, viaggiavo in treno, i mitici TEE confortevoli e veloci.
Da Orange, ogni giorno mi spostavo con i mezzi pubblici, visitando tutto ciò che era visitabile: Vaison la Romaine, Arles, Nimes, Avignon, Le Pont du Gard, Baucaire, Tarascon, Saint Rémy,
S. Gilles, Aigues Mortes, Sainte Marie de la Mer, la Camargue, Fontvieille con il mulino di Daudet e i campi di lavanda, non ancora fioriti purtroppo, e Les Baux arroccata sugli strapiombi della Val d’Enfer e le rocce striate di nero dalla bauxite.

Fu proprio a Les Baux che scoprii gli stupendi santons di Simone Jouglas: statuette di terracotta e fil di ferro, vestiti con abiti e tessuti provenzali, alti una trentina di centimetri, rappresentanti i vari personaggi popolari, che venivano usati per comporre i presepi.
I santons di Madame Jouglas erano diversi da tutti quelli fatti da altri artigiani, non solo per l’accuratezza dei vestiti, per la singolarità delle opere che erano pezzi unici, ma soprattutto per l’espressività dei loro volti. Ogni opera era firmata dall’artista. Credo che all’epoca Simone avesse, più o meno, settantanni. Ne acquistai due, uno da regalare, era un uomo con una gerla e una per me: La Fileuse che mi ricordava il volto di mia nonna e che ancora oggi veglia sulla mia casa.

la fileuse

la fileuse
mie foto

 

La Memoria – Il latte

Cinquant’anni fa il macellaio, che aveva il negozio nel centro storico del nostro paesello, abitava dall’altra parte della strada, proprio di fronte a noi, alla periferia del paese e, adiacente alla sua abitazione, aveva una stalla e il locale per macellare il bestiame.
I contadini della nostra zona gli portavano spesso i capi da macellare, quando avevano bisogno di soldi, oppure quando un capo si azzoppava o si feriva e non poteva essere curato. In questo modo riuscivano a realizzare comunque un guadagno e il macellaio poteva vendere della carne a prezzo più basso, cosa che rendeva felici parecchi acquirenti. Alcuni animali venivano macellati subito, altri, meno gravi, venivano tenuti nella stalla qualche giorno, prima di essere macellati.

Nei periodi in cui c’erano delle bestie nella stalla, il macellaio avvertiva Bepi che andava a governare gli animali, dava loro da mangiare e da bere, puliva la stalla, portava lo stallatico nel nostro orto-giardino dove aveva costruito un angolo adibito al compostaggio, mungeva le mucche che ancora davano del latte e portava a casa da 15 a 30 litri di latte al giorno.

gattini,-secchio,-latte-182084

immagine presa dal web

Da ragazzo, prima della guerra, aveva lavorato sia nelle malghe della sua terra di origine, che in un caseificio, così rispolverò le proprie cognizioni ed esperienze del passato e incominciammo a lavorare quel latte sovrabbondante che entrava in casa nostra.
Con la panna che affiorava sulla superficie del latte ottenemmo dell’ottimo burro, mettendo la panna in grossi vasi chiusi ermeticamente e sbattuti a lungo. La panna addensata veniva compressa e poi lavata con acqua gelida per eliminare ogni traccia di siero e di acqua. Ridotti in panetti da mezzo chilo circa, avvolti in carta oleata, venivano surgelati per essere poi usati al bisogno.
Dal latte rimasto, che era parzialmente scremato, portato alla giusta temperatura e con l’aggiunta di caglio acquistato in farmacia, si ottenne un formaggio simile allo stracchino, la classica robiola bresciana di forma rettangolare o quadrata, alta tre dita, salata e messa a stagionare sulle assi delle mensole al fresco della cantina, protette da una sottile reticella di garza e, a stagionatura conveniente, anche questi formaggi venivano avvolti in carta oleata e surgelati.
Ottenuto il formaggio, restava il siero del latte, un liquido simile ad acqua lattiginosa, dalla quale si otteneva la ricotta, un prodotto poco appetibile, decisamente magro e con poco sapore. Questa veniva consumata subito, usata in varie ricette di cucina, sia dolci che salate, oppure mangiata così, con un poco di zucchero e qualche goccia di Kirsch, o una spolverata di cannella o di cacao, a merenda o a fine pasto. Le ricotte che oggi vedo al supermercato, delle grandi case casearie, vengono aggiunte di panna per renderle più morbide e appetibili.

Alla fine degli anni ottanta, nelle adiacenze della nostra abitazione e di quella del macellaio, sono sorte parecchie altre abitazioni, in pratica un intero villaggio e il cambiamento delle normative che regolavano la macellazione degli animali, obbligarono il macellaio a chiudere il proprio macello e a comperare la carne da grossi macelli autorizzati.

A volte ripenso a quel burro così profumato, uguale a quello che faceva mia nonna con il latte delle nostre mucche, quando ero piccola, e così diverso da quello che trovo nel supermercato quando vado a fare la spesa settimanale.

I mestieri di una volta – El mulèta

muleta

L’arrotino, in bresciano “el mulèta”, andava in giro con un carrettino tirato a mano, oppure trainato da una bicicletta.

Comunque, sul carrettino il mulèta aveva i suoi strumenti di lavoro.
Quello più importante era la mola, ovvero ruota di pietra che serviva per affilare forbici e vari tipi di coltelli.
La mola era azionata da un pedale e sopra la ruota c’era un grosso barattolo di latta, sostenuto da un bastone, per far gocciolare l’acqua sulla ruota mentre girava, perché non si surriscaldasse.
Per rifinire il lavoro, utilizzava anche carta vetrata e pietra cote, la stessa pietra oblunga che i contadini tenevano in un corno di bue infilato nella cintura dei pantaloni, o a tracolla, e che serviva loro per affilare la falce.

Il mulèta lavorava soprattutto in autunno e in inverno, girando di cascina in cascina dove sapeva che c’era l’abitudine di ammazzare i maiali e dove avrebbe dovuto affilare i coltelli dei norcini.

Di fattoria in fattoria, di paese in paese, l’arrotino si faceva sentire con il suo grido caratteristico e acuto : “Mulètaa…Mulètaaaa”.
I ragazzini cantavano di rimando: “Mé pàder el fa ‘l mulèta e mé fo ‘l mulitì. Quand sarà mort mé pàder el mulèta ‘l farò mé”. (Mio padre fa l’arrotino e io faccio il piccolo dell’arrotino. Quando mio padre sarà morto l’arrotino lo farò io).

Fino a qualche anno fa un arrotino veniva ancora nel nostro villaggio, anche nella mia via.
Era motorizzato e anche la ruota era azionata da un motorino elettrico, o a scoppio.
Lo riconoscevo dal suono che lo precedeva, quello di una trombetta e anche dal grido che lanciava quando aveva fermato il motore del furgoncino su cui viaggiava, lo stesso grido sentito in passato.

Io non ho mai avuto bisogno dei suo servigi, noi possediamo una piccola ruota di pietra azionata da un motorino elettrico e ho anche la cote di mio nonno e la uso per affilare i miei coltelli.

Il macafame

Bepi era nato a Zugliano, nel Vicentino.
Uno dei proverbi che citava spesso era:
“Venesiani gran signori, Padovani gran dotori, Veronesi tuti mati, Vicentini magnagati.”

Quando l’ho conosciuto avevo otto anni e lui ne aveva quarantasei. Mi ha fatto da padre per cinquant’anni.

Era il secondo di una nidiata di figli, il primo dei maschi. Coccolato e viziato soprattutto dalla zia Nella, sorella di sua madre. Abitavano a poca distanza una dall’altra le due sorelle, sul cocuzzolo di una di quelle montagne che sovrastavano il paese, una contrada di contadini di montagna, pochi campi, qualche pianta da frutto, le mucche da pascolare, il fucile per cacciare, anche di frodo, il maiale da ingrassare per le provviste invernali, burro e formaggi fatti in malga, da vendere al mercato per pochi soldi che non bastavano mai, il pane si faceva una volta la settimana, cotto nel forno comune, quando non bastava c’era la polenta bianca, o quella gialla.

La scuola e la chiesa in fondo valle, lunghe camminate per arrivarci, per la strada, nella bella stagione, qualche frutto rubato di nascosto, per calmare la fame, che c’era sempre in quell’immediato dopoguerra, la prima guerra mondiale.

La zia Nella aveva avuto solo due figlie e adorava quel ragazzone alto, allegro, vigoroso, che sembrava non aver paura di nulla e che si faceva amare per i suoi sogni ambiziosi, la sua voglia di leggere, di guardare lontano, per il suo desiderio di sapere, di conoscere, di viaggiare e per un’innato senso di giustizia che a volte lo metteva nei guai nei suoi tentativi di ribellarsi ai soprusi, di proteggere i suoi fratelli più piccoli.

Era diventata una tradizione che la zia Nella facesse dei dolci per quel nipote preferito, ma la povertà impediva ricercatezze, faceva di necessità virtù.
Due erano i dolci che Bepi ricordava spesso nei suoi racconti: el pipasener e el macafame.

Il pipasener era una focaccia, fatta con il grasso di cottura del cotechino, farina, uova, zucchero e sale, latte, impastati e fatto a forma di ciambella, veniva cotto dentro una teglia di ferro con il coperchio, ai margini del focolare, vicino alle braci e con braci e cenere calda sopra il coperchio.
Da qui, il nome: inevitabile che della cenere finisse sul dolce, alla fine veniva spazzolata via.

El macafame era un miscuglio di vari ingredienti, non sempre gli stessi, dipendeva da quanto c’era di avanzi, di cose da recuperare, di cose a disposizione. Si poteva fare sia dolce che salato.
A Bepi piaceva quello dolce.
Un impasto di avanzi di pane raffermo bagnato nel latte, o di polenta avanzata, con l’aggiunta di farina bianca e gialla, di grasso, burro o strutto, uova, zucchero o miele, frutta secca, mele, fichi quando c’erano o prugne, un po’ di grappa per profumare il tutto. Veniva cotto nelle forme simili a quelle del pane a cassetta, nel forno per il pane.
Tagliato a fette durava parecchi giorni, se la zia riusciva a nasconderlo dalla vista dei nipoti sempre affamati e che sembravano sentirne l’odore anche da lontano.

macafame

foto presa dal web

A furia di sentir parlare del macafame un giorno ne ho cercato la ricetta da una delle figlie della zia Nella e gliel’ho preparato. Bepi, però, non lo trovò così delizioso come quello nei suoi ricordi. L’abitudine ad altri dolci, come la zuppa inglese che adorava, la diplomatica, i bigné, i cannoli con la crema pasticcera, il pandoro, le crostate, il biscuit con la frutta fresca, ne avevano raffinato il palato, soprattutto, non aveva più quella gran fame che aveva avuto da ragazzo.

Io maestra quando i bimbi portavano gli zoccoli

Dalle lettere al Direttore del Giornale di Brescia del 4 ottobre 2016.

Scrive la Signora Elena Alberti Nulli di Monticelli Brusati (classe 1926)

elena-alberti-nulli

fotografia della Signora Elena presa dal sito
http://www.castelveder.it

Ho fatto la maestra negli anni ’50 del secolo scorso. Prima nomina a San Colombano sotto il Maniva. Partivo da Brescia il lunedì all’alba e tornavo il sabato. Dormivo a Collio, quattro chilometri nella neve per raggiungere la scuola dove i ragazzini arrivavano con gli sci che non erano sci ma doghe di botte legate agli zoccoli con lo spago.
Poi in Franciacorta, a Fantecolo, quattro classi una maestra: io.
I più svegli della prima imparavano la storia del Risorgimento e quelli di quarta imparavano finalmente che cuore si scrive con la c.
Poi Monticelli, con classi di 45 bambini che venivano a scuola dopo il pascolo con la mucca, con la colazione di pane e vino e spesso dormivano quieti con la testa sul banco.
E qui, in Franciacorta, tutti i bambini pensavano e parlavano in dialetto e, avendo io vissuto la stessa esperienza bevendo il dialetto nel latte di mia madre, cercai di non mortificare emozioni e pensieri ascoltandoli in dialetto per passare poi alla bella forma gentile della lingua italiana.
E così vennero fuori:

-La mia maestra viene a scuola che è tutta gelatina (infreddolita)…ha un bel cappellino a forma di tortaruollo (da tortaroel=imbuto)…ha il grembiule nero e il culetto (colletto) bianco…..-
e via discorrendo.

-Maestra, maestra, guarda linno una gatolla, se ti piva Divo sanno-
(Maestra, maestra, garda lì un bruco, se ti morsica lo sa Iddio…)

Ma mi portavano mazzetti di primule e di viole, le prime ciliegie e le castagne già cotte.

A Brescia, alla scuola Filippo Corridoni, andò meglio per via dell’italiano, ma quando un giorno venne un Vescovo vestito di rosso come un Re di Francia, io ebbi l’impudenza di chiedere al più bravo della classe: “Ti piacerebbe diventare Vescovo?”- Rispose: “Penso proprio di no. Mi stancherei a non fare niente tutto il giorno.” C’era da sprofondare, ma anche da sorridere.

Il prete, il dottore e la maestra erano le autorità del paese, davanti a loro gli uomini si toglievano il cappello.
Io non facevo note di rimprovero da portare a casa perché sarebbero piovuti castighi e sberle.

Ho amato molto i miei scolari e ancora adesso, che sono vecchi anche loro, mi portano primule e viole, le prime ciliegie e le castagne già cotte.