Tanto tempo fa

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stampa calcografica
incisione a puntasecca su rame
mie opere

I ricordi sono una cosa strana. Ti colgono all’improvviso quando meno te lo aspetti.
Questa mattina, rovistando in un cassetto, ho trovato un quadrato di stoffa biancastra, tessuto ancora nuovo di cotone e canapa, come si usava tanti anni fa per lenzuola, asciugamani e biancheria intima, nelle classi più povere, perché indistruttibile.

Di quella tela erano fatte le lunghe e grandi camicie che usavamo, in Istituto, quando facevamo il bagno.
Fare il bagno era un rito vero e proprio. Vi si accedeva massimo due volte al mese, per il resto ci si lavava a pezzi, senza mai spogliarsi del tutto.
Per il bagno dovevamo indossare delle camicione pesanti, di quella tela ruvida, lunghe fino ai piedi, con due spacchi laterali all’altezza dei fianchi, nei quali infilare mani e avambracci per lavarci anche sotto alla camicia.
La camicia, bagnandosi, diventava pesante e oppressiva, ti ci sentivi impaniata, in trappola.
Le porte sempre aperte per permettere alla suora inserviente di entrare a controllare e a lavare la schiena. Ovviamente, sapone di Marsiglia.
Le vasche erano grandi, per me quasi un incubo.
Lo fu, un incubo, anche per la suora che mi trovò sott’acqua e mi tirò fuori mentre, cercando di respirare, sputavo anche l’anima.
Quello che la suora non seppe mai era che il mio gesto era stato voluto, pensato e prodotto ad arte.
Non certo per ammazzarmi, che proprio non ci pensavo, ma per convincerla che fare il bagno in quel modo per me fosse davvero pericoloso, perciò, da allora, mi fu concesso di fare la doccia.
Sotto la doccia, la suora non poteva entrare, si sarebbe bagnata tutta.
Per dimostrare che avevo tenuto addosso la camiciona, dovevo riconsegnarla bagnata e non era difficile farlo, mettendomela sotto ai piedi mentre mi lavavo finalmente libera da intralci e anche libera di osservare il mio corpo che mutava crescendo e non riuscivo a capire che cosa ci fosse di peccaminoso in quella naturale nudità.

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4 Novembre

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Immagine presa dal Web

99 anni dall’Unità d’Italia, dalla fine della Prima Guerra Mondiale.

Mio nonno materno era uno dei ragazzi del ’99, fiero della sua medaglia di Cavaliere di Vittorio Veneto. Fu uno di quei soldatini giovanissimi chiamati alla guerra come ultimo compartimento, poi, per fortuna, la guerra finì.
Quando parlava di quei pochi mesi passati sul Piave, dei compagni morti, dei mutilati, ancora si commuoveva dopo tanti anni.

Mio marito è andato alla sfilata che si fa in paese per questa commemorazione, la prima domenica dopo il 4 Novembre, oggi, appunto.
Rappresenta la sua Arma, con basco, gagliardetto e labaro, come si conviene, orgoglioso di aver fatto il militare nel Savoia Cavalleria, truppe corazzate (Carristi)
Quando suonano l’Inno di Mameli, a queste commemorazioni, ancora si mette sull’attenti.

Noi apparteniamo a quella generazione nata in tempo di guerra, l’ultima guerra, o subito dopo.
Alle elementari cantavamo l’Inno di Mameli prima delle lezioni.
Nelle ore di musica imparavamo i pezzi d’opera del Verdi: O Signor che dal tetto natio, Va pensiero sull’ali dorate.
Anche La leggenda del Piave di E.A.Mario, cantavamo e molti canti degli Alpini.
L’epopea del Risorgimento la studiavamo con passione, con entusiasmo, Garibaldi, Mazzini, Cavour, i Fratelli Bandiera, Carlo Pisacane, le poesie del Carducci, del Giusti, di Antonio Fogazzaro, le declamavamo a memoria.

Ci veniva insegnato l’amore per la nostra Patria, che era la nostra casa comune, per l’unione della quale molti erano morti.
La Patria che ci rendeva fratelli, tutti, anche se provenienti da staterelli diversi.
Quella Patria che dovevamo rispettare, onorare, proteggere.
Quello Stivale tricolore, unico al mondo nella sua forma e nella sua sostanza, che aveva una natura così varia, così magnifica, così unica.

Quando viaggiavo all’estero, parlando idiomi che non erano il mio, riconoscevo subito, dall’accento, i miei conterranei, anche se non erano della mia regione, non importava, erano della mia Terra, della mia Patria.

Ho l’impressione che oggi si stia perdendo questo sentimento di unione, di conterraneità, di appartenenza.
Mia figlia, a scuola, ha appreso poco di quel Risorgimento che ci fece Italiani, del resto non le parlarono neppure molto della storia dell’antica Roma e sorvolarono sugli Etruschi, come se non fosse più importante conoscere le radici del nostro popolo.
E’ probabile che le nuove generazioni, anche fra i nostri politici un po’ improvvisati per la verità anche se grandi parlatori, non siano più consapevoli di ciò che siamo, o che dovremmo essere, come popolo.
Questi politici che sembra abbiano dimenticato, o mai saputo, ciò che è una Patria, un suolo calpestato da antenati, bagnato dal sangue di molti che l’ hanno voluta unita e dal sangue e sudore di chi ha lavorato per costruirla e renderla bella.
Nell’era della comunicazione e dell’immagine, nella corsa al modernismo e al globalismo, stiamo dimenticando chi siamo e questi politici danno un’esempio deleterio alle giovani generazioni, non tenendo conto che è dal “capo” che deve partire il buon esempio per tutto il “corpo”.

Anziani, troppi farmaci. L’allarme degli esperti.

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mie foto

Dal maggior quotidiano della mia provincia:

Troppi farmaci agli over 65. L’allarme arriva dagli specialisti riuniti al Congresso nazionale della Società Italiana della Medicina Interna.

Riassumendo l’articolo, si evince che ogni volta che un anziano viene ricoverato per qualche motivo, oppure faccia visite specialistiche, gli vengono prescritti farmaci da aggiungere a quelli che già prende. Farmaci che ovviamente hanno effetti collaterali o intolleranze, quindi ulteriori ricoveri e accertamenti, con aggiunta, o sostituzione di altri farmaci, aumentando a dismisura visite mediche e specialistiche.

E allora? Ma lasciamoli morire tutti questi vecchi bacucchi quando incominciano ad avere problemi, risolveremmo in un colpo solo la questione dei malati cronici, dei ricoveri in pronto soccorso e negli ospedali, risolveremmo i problemi dell’INPS e delle pensioni e anche la disoccupazione giovanile.
(Ops, mi scuso, io sopravvivo da cinque anni alla mia eventuale decretata fine.)

Oppure, non è che questa bella trovata a questo Congresso, sia venuta fuori perché la Regione Lombardia ha avuto la bella pensata di voler intruppare tutti i malati cronici (leggi: vecchi bacucchi) verso Gestori (leggi team di medici) che gestiranno 200.000 (duecentomila) malati cronici (ogni team) decidendo le prescrizioni di medicinali e visite specialiste, quando e come a loro piacere e ricevendo dai 35 ai 45 euro a paziente?

E se io, libera pensatrice, non consenziente a voler essere intruppata come una vecchia mucca, decidessi di dire no, perché non voglio che siano altri a gestire la mia libertà, il mio malessere, la mia voglia di vivere?

 

Duilio

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foto di Luana Lucia Pedersani

Era il quinto di sei fratelli, cinque maschi e una femmina, in una famiglia dove il padre e tutti loro, tranne l’ultimo dei fratelli, ma pure il cognato, lavoravano come operai in una grande azienda agricola della zona.

A due anni aveva contratto la poliomielite e ne era uscito a stento, con le gambette che non lo reggevano. I suoi fratelli più grandi, appena tornavano da scuola, se lo portavano dappertutto, prima trasportandolo in collo, poi costringendolo a camminare, anche lungo quel viale che da casa loro giungeva al cimitero, a bagnarsi le gambe alla fonte della Bedöcia, dove si diceva che era apparsa la Madonna a una invasata della zona.
Sarà stata la fede della madre o quel gran camminare che gli fecero fare i fratelli che rinforzarono i muscoli di Duilio, tanto che, chiamato alla leva, fece il militare fra gli Alpini e l’amore per la montagna gli rimase nel sangue e nelle ossa.
Appena poteva scappava in montagna a cercare le sue vette, a scarpinare sulle creste con il suo amico Piero. Li univa anche l’amore per la bicicletta, a pedalare in giro per le piatte strade della nostra bassa, prima con il Gruppo ciclisti avisini, poi da soli, a macinare chilometri tagliando la nebbia, cuocendosi al sole.
Duilio che brontolava a ogni pasto, perché lui, sul cibo, aveva le sue idee, ma poi mangiava sempre tutto, brontolando un po’ e quando sentivamo qualcuno di noi a brontolare su un piatto, gli si diceva ridendo: “Ma sarai mica Duilio?”
Duilio di una famiglia di maschi che aveva solo nipoti femmine, le figlie della sorella e dei fratelli, e poi i pronipoti, una nidiata. Se gli affidavi un bambino potevi star sicuro che non sarebbe stato toccato nemmeno da una mosca. Quando lo andavi a riprendere, il tuo bambino, lo trovavi con l’elastico dei calzini tagliato, perché la pelle non doveva essere segnata nemmeno da quell’elastico.
Duilio che tornava bambino ogni volta che la casa era invasa da tutti noi, sorella, fratelli, cognato e cognate, nipoti e pronipoti, a festeggiare i doni della Santa Lucia, dei compleanni e lui a giocare, appunto, bambino tra i bambini.

Duilio e il volontariato: la Protezione Civile con gli Alpini e la Croce Rossa.
Da quando era andato in pensione, se qualcuno aveva bisogno di cambiare un turno, c’era Duilio, lui sempre disponibile, a qualsiasi ora, per qualsiasi turno.
In quante case è entrato per soccorrere feriti, malati, lo conoscevano tutti.

Duilio e il suo sorriso.
Quel sorriso che ha mantenuto fino alla fine, anche quando è stato portato a Pontevico e poi a Castiglione, in quei luoghi in cui lui aveva accompagnato molte volte gli altri malati terminali.
Quei luoghi che lui conosceva così bene e ci guardava e sorrideva, allargando le mani a dire:
“Che ci vuoi fare, è andata così, è finita.”
Quel suo sorriso, ancora, rimasto anche nella rigidità della morte.

Peccato che non sia riuscito a vedere la marea di gente che è venuta a salutarlo a casa, nei tre giorni di camera ardente come si usa qui, nelle nostre contrade. E la chiesa strapiena, fino a riempire anche il sagrato, e le due file dei Volontari della Croce Rossa e le crocerossine, i Volontari della Protezione Civile e gli amici Alpini, tutti schierati sull’attenti al suo passaggio in quel viale che porta al cimitero, mentre la sirena dell’ambulanza e l’elicottero della Protezione Civile gli offrivano l’ultimo tributo e lui, lì, ricongiunto ai suoi genitori.

Ciao Duilio.

 

“Dolore è più dolor, se tace”

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olio su tela
mie opere

Improvvisamente è tutto finito.
La tensione accumulata in quest’ultimo periodo non c’è più.
Siamo tutti frastornati, straniti, ma ci sono obblighi da rispettare e tradizioni, non c’è tempo per raccogliersi, per riflettere.
La gente, i parenti, arrivano, chiedono.
Si parla d’altro, si pensa ad altro, non si riesce ad accettare, a farsene una ragione.

Le case dei morti
hanno odori di fiori:
rose, garofani, gelsomini.

Le case dei morti
hanno lunghi sussulti
e singhiozzi soffocati
che scuotono le ombre.

Le case dei morti
hanno improvvisi silenzi
e sguardi persi nel vuoto
denso di palpabili ricordi.