Numeri

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Mare del Nord acquerello mie opere

A ogni bollettino vengono elencati i numeri dei malati, dei decessi.
Tramite i social network scorrono i nomi di coloro che non ci sono più e allora ti accorgi che non sono solo numeri, ma persone che conoscevi bene, compagni d’infanzia, amici, parenti.
Pensi allo strazio dei familiari che non hanno potuto essere loro vicini nelle ultime ore.
No, non si tornerà più a quella che era la “normalità” di prima, una normalità alla quale ci eravamo abituati senza riflettere veramente su che cosa sia la “normalità”.

Usciremo dalle nostre tane come dopo un letargo non voluto, imposto da circostanze impreviste ma non imprevedibili.
Prima o poi avrebbe potuto succedere, come già successo in varie epoche del passato, ma noi non ne abbiamo tenuto conto, ci credevamo immortali, forse, alla ricerca di una frenetica felicità.

Usciremo e ci ubriacheremo di sole, urleremo alla luna, riempiremo spiagge, ristoranti e discoteche, correremo nei parchi e nei boschi…ma non ci toglieremo la paura di dosso, perché lo sappiamo tutti che questo è uno spartiacque dal quale non torneremo più indietro.

Si chiude un’epoca. Dovremo abituarci alla prossima e sappiamo già che sarà difficile.

Apatia

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acquerello
mie opere

 

Sono chiusa in casa da giorni, ormai. Non è che sia una novità per me che esco pochissimo anche in tempi normali. Il silenzio è interrotto dalle telefonate di parenti e amici, dal tubare delle tortore, dall’abbaiare dei cani impazziti al suono delle sirene delle ambulanza. Poche, in verità, in questi ultimi giorni. Contiamo i morti, almeno quelli che ci vengono segnalati dai Media perché i funerali non si fanno.

1957: l’Asiatica.
Avevo 9 anni e me la beccai alla fine di agosto, gli ultimi otto giorni, nell’orfanotrofio dove ci ammalammo tutti. In Italia si ammalarono 26 milioni di persone e ci furono trentamila morti.

Dovrei fare la solita vita, comunque, eppure sento in me una strana apatia, inspiegabile, non riesco a fare nulla delle abituali cose quotidiane e mi urge, dentro, una voglia di trasgressione, una insana ribellione contro queste costrizioni.
Resto in attesa e non so nemmeno di cosa, visto che la mia vita di sempre non è, comunque, cambiata rispetto a prima.
Rifletto su ciò che il futuro ci riserva: cambieremo molte, o solo alcune, delle nostre abitudini o torneremo alle vecchie abitudini peggiorandole? Avremo imparato qualcosa da questa esperienza?Dovremo forse fare i conti anche con un peggioramento delle nostre condizioni sociali causate da una crisi economica o ci sarà una ripresa impensata?

Aspetto, indecisa fra la voglia di uscire e mettermi a urlare come un coyote contro la luna o continuare a vagare di stanza in stanza assaporando il silenzio e combattendo contro la voglia di infilarmi sotto le coperte chiedendo un abbraccio al piumone.

 

Xenobot

Un team di ricercatori dell’Università del Vermont ha progettato e costruito il primo “robot vivente”, da un “algoritmo evolutivo”, lungo meno di un millimetro e ricavato dalle cellule staminali delle rane africane Xenopus laevis.
L’algoritmo ha permesso di progettare al computer migliaia di possibili robot viventi.
Selezionati i più promettenti, sono state prelevate le cellule staminali dagli embrioni delle rane, quindi le cellule sono state lasciate in incubazione perché si moltiplicassero dando origine a tessuti diversi come pelle o muscolo cardiaco. Poi i tessuti sono stati manipolati ottenendo nuove strutture rispetto a quelle originali programmate da madre natura e, assemblandole ad arte, hanno dimostrato di poter funzionare svolgendo compiti determinati e anche capaci di rigenerarsi. Pare che potrebbero essere utilizzate per somministrare farmaci all’interno del corpo umano, oppure come spazzini per le arterie o per distruggere la plastica negli oceani.

In pratica, il “robot vivente” ha il DNA della rana ma, ovviamente, non è una rana.
Michael Levin, direttore dell’Allen Discovery Center, presso la Tufts University di Medford nel Massachusets sostiene che si tratta di organismi nuovi, mai esistiti prima sulla terra. Organismi viventi programmabili.

Credetemi, non è una bufala. La mia fonte è la rivista mensile DIGITALIC specializzata nel settore digitale e informatico.

Mistero nel profondo

dipinto olio su tela – mie opere

A me, sarà che sono vecchia e obsoleta, qualche dubbio è venuto.
Ma come? Dobbiamo vedercela proprio in questi giorni, in tutto il mondo, con dei virus che di solito mutano ogni dieci anni, più o meno, e ci scaricano addosso delle pandemie e che quest’ultimo virus ha deciso pure di fare un saltino evolutivo passando dagli animali all’essere umano, il quale crede di non essere più un animale, ma a volte si comporta peggio e ora, pure gli scienziati si mettono a giocare come dei novelli frankenstein?
Nuovi organismi in grado di rigenerarsi?
Pensare che ai primi astronauti quando rientravano dallo spazio gli facevano fare la quarantena per paura che portassero qui qualche batterio interstellare e ora ce li costruiamo direttamente in casa?

Ma Madre Natura c’ha pure ragione a cercare di farci fuori, visto che l’essere umano è il suo figlio degenere ed è veramente il più dannoso fra gli esseri viventi.

Covid 19 – 4 marzo 2020

Qui al paesello la prima vittima.
Ci hanno esortato a restare in casa e non è difficile per me che esco poco anche in tempi normali. Ma, visto che mi viene imposto, il mio spirito ribelle si è risvegliato e mi vien voglia di correre fuori.
A ogni sirena di ambulanza (ieri tre) si pensa ai parenti, agli amici…

Ho finito di colorare gli “uccelletti” che avevo disegnato una trentina di anni fa. Un progetto fatto per dipingere sei piatti di porcellana, ma poi finito nel dimenticatoio, come capita quando si ha una bambina piccola e ci sono cose più urgenti da fare. Li ho ritrovati per caso, la settimana scorsa e mi sono divertita a colorarli, anche se i piatti, ormai, non li dipingerò più.

Dopo il primo dei cardellini, già postato, ecco gli altri cinque:

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cince

 

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ciuffolotti

 

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codirossi

 

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fringuelli

 

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usignoli

 

I cardellini e le cince sono già qui in giardino, presto arriveranno anche gli altri a rallegrarci.

 

 

 

 

Primo giorno di marzo

Piove.

Piove, quietamente, sulle macchie d’erba verde smeraldo del brolo ormai incolto e selvaggio.
Piove sui fiori rosati dell’albicocco e su quelli cremisi del pesco selvatico.
Una gazza vola raso terra e si ferma vicino al cespuglio di lauro ceraso cercando qualcosa, poi zampetta tronfia sul vialetto e si posa, infine, sul pero osservando l’erba, forse cerca la propria colazione, forse un topino imprudente.

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mie opere
tecnica mista su carta
progetto per esecuzione su porcellana terzo fuoco

Un paio di merli scovano grassi lombrichi mentre i cardellini fanno colazione con i semi delle erbe rinsecchite. Lascerò che crescano i cardi selvatici per loro. Ormai hanno eletto questo brolo a loro territorio e a me fa piacere vederli svolazzare da un ciuffo d’erba all’altro, con piccoli brevi voli, quasi uno sfarfallio leggero.

Piove.
Una volta si diceva che la pioggia lavava via tutte le brutture dell’inverno. I vecchi aspettavano le piogge di primavera per i campi e perché era la fine dell’influenza, secondo loro.
Chissà se la pioggia, oltre alle polveri sottili, laverà l’aria, i tetti e anche le nostre paure.

Piove più forte.
Le tortore hanno smesso di tubare e sono andate a nascondersi da qualche parte, come i cardellini e i merli, tranne uno che zampetta vicino alla casa, forse ha ancora fame e continua a cercar lombrichi.

Piove, sui narcisi e sui crochi, sulle primule blu e sulle viole modeste, piove sul trifoglio ornamentale dai grandi ciuffi verde mela.
Piove su questa terra arida assetata, sui germogli del sambuco e sui boccioli perlacei del pruno selvatico. L’edera si arrampica sul bagolaro e le rose hanno già le gemme.

Si sta schiarendo. Finirà la pioggia molto presto e la primavera è arrivata un po’ presto, è vero, ma che sia la benvenuta e foriera di buone promesse.

21 febbraio

Due anni fa Federico veniva dimesso dall’ospedale, per l’ultima volta, in attesa di essere richiamato per un’ulteriore operazione. Aveva già contratto la polmonite, ma nessuno lo sapeva ancora: sarebbe esplosa dopo dieci giorni.
21 Gennaio 2018 l’ultima speranza che ci rese sereni quegli ultimi dieci giorni.

Questa mattina c’era la brina sull’erba del prato ormai incolto.
Le violette hanno reclinato il capino per ripararsi dal freddo.
Tra l’erba fanno capolino anche alcuni crochi giallo intenso e dei piccoli narcisi dorati.
I limoni e le fucsie nelle serre sono carichi di fiori, c’è un profumo intenso, inebriante.
Anche le orchidee e le clivie hanno grossi boccioli che presto fioriranno come i giacinti azzurri che fanno da bordura al vialetto.
Spero non ci saranno gelate come l’anno scorso che, a maggio, devastarono tutte le fioriture degli alberi da frutto.

Le tortore continuano il loro noioso tubare, chiamandosi l’un l’altra incessantemente, sentono già la primavera e cercano luoghi in cui fare i loro nidi sgraziati e spesso precari.
Combatto da sempre contro l’ostinata coppia che cerca di fare il nido sulle travi della pensilina che protegge la scala di entrata a casa mia. Sono loro a considerare me un’intrusa.

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mie foto

Eugenia, la locusta migratoria, ha trascorso tutto l’inverno qui, abbarbicata ai rami dell’erba Luisa. Cambia spesso posizione, per ripararsi dal freddo o per esporsi al caldo sole, sempre un po’ guardinga, ma non sembra mai spaventata dalla mia presenza.
In autunno ce n’erano altre due come lei, sembrava fossero venute a farle visita, ma poi sono scomparse.
Ho visto ancora, in passato, queste grosse locuste, ma non si fermavano mai per l’inverno qui da noi. Che sia in avanscoperta a tracciare la via per le sue compagne?

Nel tardo pomeriggio, prima del tramonto, uno stormo di cardellini, almeno una dozzina, cala sul prato e si ciba dei semi delle erbe, si fermano sugli steli più grossi e becchettano, poi svolazzano qui e là, infine si alzano in volo tutti insieme e se ne vanno altrove.

Le lucertole corrono già sui rami del grande fico in cerca di insetti di cui nutrirsi e di sole.

A me, rimane ancora addosso la pigrizia e il letargo dell’inverno, non ho voglia d’uscire, mi piace stare qui, in queste stanze vuote e silenziose.