La Memoria – Il latte

Cinquant’anni fa il macellaio, che aveva il negozio nel centro storico del nostro paesello, abitava dall’altra parte della strada, proprio di fronte a noi, alla periferia del paese e, adiacente alla sua abitazione, aveva una stalla e il locale per macellare il bestiame.
I contadini della nostra zona gli portavano spesso i capi da macellare, quando avevano bisogno di soldi, oppure quando un capo si azzoppava o si feriva e non poteva essere curato. In questo modo riuscivano a realizzare comunque un guadagno e il macellaio poteva vendere della carne a prezzo più basso, cosa che rendeva felici parecchi acquirenti. Alcuni animali venivano macellati subito, altri, meno gravi, venivano tenuti nella stalla qualche giorno, prima di essere macellati.

Nei periodi in cui c’erano delle bestie nella stalla, il macellaio avvertiva Bepi che andava a governare gli animali, dava loro da mangiare e da bere, puliva la stalla, portava lo stallatico nel nostro orto-giardino dove aveva costruito un angolo adibito al compostaggio, mungeva le mucche che ancora davano del latte e portava a casa da 15 a 30 litri di latte al giorno.

gattini,-secchio,-latte-182084

immagine presa dal web

Da ragazzo, prima della guerra, aveva lavorato sia nelle malghe della sua terra di origine, che in un caseificio, così rispolverò le proprie cognizioni ed esperienze del passato e incominciammo a lavorare quel latte sovrabbondante che entrava in casa nostra.
Con la panna che affiorava sulla superficie del latte ottenemmo dell’ottimo burro, mettendo la panna in grossi vasi chiusi ermeticamente e sbattuti a lungo. La panna addensata veniva compressa e poi lavata con acqua gelida per eliminare ogni traccia di siero e di acqua. Ridotti in panetti da mezzo chilo circa, avvolti in carta oleata, venivano surgelati per essere poi usati al bisogno.
Dal latte rimasto, che era parzialmente scremato, portato alla giusta temperatura e con l’aggiunta di caglio acquistato in farmacia, si ottenne un formaggio simile allo stracchino, la classica robiola bresciana di forma rettangolare o quadrata, alta tre dita, salata e messa a stagionare sulle assi delle mensole al fresco della cantina, protette da una sottile reticella di garza e, a stagionatura conveniente, anche questi formaggi venivano avvolti in carta oleata e surgelati.
Ottenuto il formaggio, restava il siero del latte, un liquido simile ad acqua lattiginosa, dalla quale si otteneva la ricotta, un prodotto poco appetibile, decisamente magro e con poco sapore. Questa veniva consumata subito, usata in varie ricette di cucina, sia dolci che salate, oppure mangiata così, con un poco di zucchero e qualche goccia di Kirsch, o una spolverata di cannella o di cacao, a merenda o a fine pasto. Le ricotte che oggi vedo al supermercato, delle grandi case casearie, vengono aggiunte di panna per renderle più morbide e appetibili.

Alla fine degli anni ottanta, nelle adiacenze della nostra abitazione e di quella del macellaio, sono sorte parecchie altre abitazioni, in pratica un intero villaggio e il cambiamento delle normative che regolavano la macellazione degli animali, obbligarono il macellaio a chiudere il proprio macello e a comperare la carne da grossi macelli autorizzati.

A volte ripenso a quel burro così profumato, uguale a quello che faceva mia nonna con il latte delle nostre mucche, quando ero piccola, e così diverso da quello che trovo nel supermercato quando vado a fare la spesa settimanale.

Millenovecentosettantré

 

Malghes - disegno a punta d'argento, di Neda

Malghes – disegno a punta d’argento,
mie opere

Ritorneremo un giorno, forse,
a coltivar la terra,
come i nonni dei nostri nonni?
Ho paura di vivere, io, domani,
ho paura, sì. Eppure
non è lontano il tempo della terra,
ma lo ritroveremo ancora?

Avvolto in un bel cellophane,
inodoro, asettico, sterile,
chimicamente reso improduttivo,
il bel campo del nonno,
quello dietro al vigneto,
dove c’era seminato il saraceno,
chissà se si ricorda ancora
l’odore dello strame.

E le api?
Il miele mangiavam d’inverno,
solido, granuloso e dolce
sul pane riscaldato sulla piastra
della stufa vecchia.
Nonna sbatteva il burro
nel fiasco verde, senza paglia.

Io…io non capivo
la fatica e il freddo,
l’acqua sul frumento a primavera,
l’urla del maiale
quando lo scannavano sull’aia.
Io non capivo.

Poi, al saraceno sostituirono ferriere,
anidride solforosa all’acqua marzolina,
al grano, la termonucleare.
C’era il vigneto a pergola
e l’ape sulla lavanda,
ora c’è un maglificio.

La vacca rossa, la Bionda,
non c’è più, forse è morta di vecchiaia
e riposa, chissà, nel paradiso delle bestie:
noi abbiamo l’automobile.

M’adatto, tra la tranquillità e l’idiozia.
Forse son ottimista
se penso che torneremo, un giorno,
a coltivar la terra
come i nonni dei nostri nonni,
o, forse, non capisco ancora.

28 novembre 1973.

Semaforo nutrizionale

Sei multinazionali dell’industria alimentare hanno proposto alla Commissione Europea di etichettare i prodotti alimentari con i colori rosso, giallo, verde, secondo i contenuti di grassi, sali e zuccheri, indipendentemente dal fatto che questi sali, grassi e zuccheri siano più o meno salutari e naturali.

semaforo nutrizionale

semaforo nutrizionale
immagine presa dal web

I sei big sono:
Coca Cola Company, Mars, Mondelez International, Nestlé, PepsiCo e Unilever.
Tutte aziende che producono cibi naturali, sani, biologici, a chilometro zero…..soprattutto aziende che si preoccupano della nostra salute e di quella del nostro ambiente !!!!!

Da tempo le “buone” abitudini alimentari degli americani hanno invaso il nostro pianeta, imponendoci un fast food, certamente accattivante, sicuramente poco valido dal punto di vista dietetico.
Già l’Europa ha accettato di considerare “cioccolata” qualsiasi intruglio surrogato di tale prodotto, per non parlare delle imitazioni e sofisticazioni alimentari che hanno invaso mezzo mondo, del fatto che se vai al supermercato e comperi la carne, il manzo viene dalla Francia e dall’Uruguay, il vitello dall’Olanda, in compenso il pollo è italiano ma costa più del vitello, l’aglio e le cipolle dalla Spagna, le noci dalla California, le arance, i kiwi, l’uva, i limoni da Israele e dall’Argentina, i formaggi dall’Austria e dalla Germania che li fanno con latte in polvere, salumi dall’Ungheria, dalla Polonia, dalla Spagna, yogurt e formaggi dalla Grecia…..e poi ci lamentiamo che la nostra economia va a catafascio.

Povera Europa costruita su interessi particolari, povera Italia…..

SALVE, MI PRESENTO: SONO LA “NIKE DI SAMOTRACIA”

Ci tengo a precisare che questo bellissimo articolo non è mio ma è ripreso dal blog

https://sulparnaso.wordpress.com/

Sul Parnaso

SALVE, MI PRESENTO: SONO LA “NIKE DI SAMOTRACIA”

di Giulia Marenco

(IV Liceo Classico “Filippo Juvarra”, Venaria – TO)

2

Parigi, capitale europea dell’amore, possiede un luogo, tempio di coloro che amano l’arte come si potrebbe amare una donna. Tale luogo si trova sospeso nell’oceano del tempo tra antico e moderno.

Un vero e proprio gioiello museale che, tra tante scale, corridoi e sale ne possiede una che è sorvegliata da una donna alata acefala, priva, per di più, di mani e braccia. Lei accoglie gli osservatori con la sua delicatezza e, a chi vi presta attenzione, racconta di sé e della sua storia:

«Salve, sono Nike, fino al IV secolo a.C. non avevo identità, anzi, ero spesso associata ad Athena, dea della Sapienza, delle Arti, della tessitura e delle strategie militari, ma dal III a.C. si cominciò a narrare fossi figlia di Pallade, che altri chiamano Pallante, ovvero il…

View original post 1.151 altre parole

I mestieri di una volta – El mulèta

muleta

L’arrotino, in bresciano “el mulèta”, andava in giro con un carrettino tirato a mano, oppure trainato da una bicicletta.

Comunque, sul carrettino il mulèta aveva i suoi strumenti di lavoro.
Quello più importante era la mola, ovvero ruota di pietra che serviva per affilare forbici e vari tipi di coltelli.
La mola era azionata da un pedale e sopra la ruota c’era un grosso barattolo di latta, sostenuto da un bastone, per far gocciolare l’acqua sulla ruota mentre girava, perché non si surriscaldasse.
Per rifinire il lavoro, utilizzava anche carta vetrata e pietra cote, la stessa pietra oblunga che i contadini tenevano in un corno di bue infilato nella cintura dei pantaloni, o a tracolla, e che serviva loro per affilare la falce.

Il mulèta lavorava soprattutto in autunno e in inverno, girando di cascina in cascina dove sapeva che c’era l’abitudine di ammazzare i maiali e dove avrebbe dovuto affilare i coltelli dei norcini.

Di fattoria in fattoria, di paese in paese, l’arrotino si faceva sentire con il suo grido caratteristico e acuto : “Mulètaa…Mulètaaaa”.
I ragazzini cantavano di rimando: “Mé pàder el fa ‘l mulèta e mé fo ‘l mulitì. Quand sarà mort mé pàder el mulèta ‘l farò mé”. (Mio padre fa l’arrotino e io faccio il piccolo dell’arrotino. Quando mio padre sarà morto l’arrotino lo farò io).

Fino a qualche anno fa un arrotino veniva ancora nel nostro villaggio, anche nella mia via.
Era motorizzato e anche la ruota era azionata da un motorino elettrico, o a scoppio.
Lo riconoscevo dal suono che lo precedeva, quello di una trombetta e anche dal grido che lanciava quando aveva fermato il motore del furgoncino su cui viaggiava, lo stesso grido sentito in passato.

Io non ho mai avuto bisogno dei suo servigi, noi possediamo una piccola ruota di pietra azionata da un motorino elettrico e ho anche la cote di mio nonno e la uso per affilare i miei coltelli.

Il nostro mondo

 

guscio-di-cavalletta

Guscio di cavalletta
acquerello
mie opere

E’ morta la speranza
per questo nostro mondo?
Così poco fecondo
ormai, perché brutalizzato
da odi, da rancori,
da guerre e distruzioni,
da insaziabili egoismi
dei pochi affamatori
dei molti, indeboliti
da lunghe privazioni.

E’ morta la speranza
di un mondo un po’ più onesto?
Di un mondo più pulito,
un po’ meno egoista,
un poco più addolcito
d’amorevole rispetto
per tutte le creature.

E’ stupido scordare
quanto la vita è breve.

E’ stupido scordare
di quale razza siamo:
siamo di razza umana,
ormai da antica data,
siamo di razza umana,
lo siamo, niente di più.