Novembre

Sotto al grande caco, un tappeto di foglie colorate rallegra queste mattine di nebbia.

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Tempi moderni

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Dei Geni, sono dei Geni!!!

Il 31 ottobre scorso scopro che il mio telefono fisso non funziona. Ahimè, ho la “fibra”e quando la corrente non c’è, o semplicemente Internet è andato a spasso da un’altra parte, anche il telefono fisso va a farsi benedire.

Chiamo il 187 con il cellulare, segnalo il guasto e riesco miracolosamente a parlare con un operatore. Dopo poco ricevo sul cellulare un messaggio che mi conferma che la mia linea è attiva e che non c’è alcun guasto. Devo contattare il sito www ecc, ecc. se ho qualche altro problema.

Ma io Internet non ce l’ho sul cellulare e ve l’ho pure detto, chiaro, in lingua italiana, come cavolo faccio a collegarmi a un sito?

5 giorni di arrabbiature, con operatori del 187 gentilissimi che mi hanno ascoltato e confortata e promesso di segnalare ai tecnici che avrebbero dovuto mettersi in comunicazione con me, perché la linea era attiva e forse il guasto era nella strumentazione di casa mia.

Questa mattina ho richiamato il 187 e l’operatore, sempre gentile, ha ascoltato la mia lunga storia e mi ha risposto che il giorno 2 novembre, i tecnici mi avevano contattato ma io avevo risposto che non ero disponibile. Disponibile a cosa? Deficienti, pioveva che dio la mandava, ero in casa, incavolata nera, ma il cellulare non ha mai suonato. Controllate la cronologia delle chiamate e vedrete se un vostro tecnico mi ha cercato. Ripetono che prendono nota e rifaranno la segnalazione. Dopo di che il 187, ad ogni chiamata, risponde con un disco preprogrammato sia che si cerchi di parlare con i guasti che con il commerciale: vuoi qualche informazione, chiarimento, spiegazione “vai sul sito www ecc. ecc ”

Alle 13 mi chiama finalmente un tecnico, viene, controlla la mia strumentazione, ovvero modem e linea telefonica e rimane perplesso: al suo strumento risulta che la linea è attiva, però qui non c’è. Va al cabinet di distribuzione della fibra che dista 478 meri da casa mia e torna dopo cinque minuti:
“I Geni che hanno lavorato il giorno 30 al cabinet, hanno staccato la mia porta-fibra e l’hanno inserita ad un altro utente”. Ora è tutto a posto. Noto che ha in mano un foglio con almeno una cinquantina di indirizzi, mi dice che sono i guasti che deve controllare nel mio paesello.

Spero che siano diversi dal mio caso e che siano guasti veri e non imbecillità come ciò che è successo a me, altrimenti bisognerebbe pensare che qualche idiota, che crede di essere un tecnico, abbia avuto la bella pensata di fare uno “scherzetto” di Halloween.

Certo, la mia vicenda è una misera, ridicola cosa, rispetto a ciò che è successo nel resto dell’Italia in questi giorni, ma c’è, comunque, di che meditare.

Calli-grafia

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Quando andavo a scuola la “Bella Scrittura” era ancora materia di studio, con lezioni settimanali e compiti a casa in cui ci esercitavamo a scrivere in corsivo, posato, rotondo, cancelleresco, gotico tedesco detto Frakture e gotico inglese detto Moderno.
Uno strazio!
Avevamo cannucce e vari tipi di pennini adatti a ogni tipo di scrittura: punta sottile, punta quadra, di varie dimensioni. La scrittura era lenta, bisognava fare molta attenzione a non macchiare il quaderno con l’inchiostro e a non macchiare noi stessi. Anche la postura doveva essere regolata: schiena diritta, come se avessimo ingoiato un manico di scopa, le dita: pollice, indice e medio, dovevano tenere la cannuccia in una posizione preordinata e la cannuccia stessa doveva avere una posizione atta alla scrittura.

Ho ancora qualche quaderno di quel tempo con le note a piè pagina, in matita rossa, della mia insegnante:
– Scritto da una zampa di gallina.
– Varrebbe il doppio se fosse scritto meglio.
– Troppa fretta, sembra scrittura demotica.
– Non sei Picasso.

Quando mia nonna mi regalò una penna stilografica che mi permetteva una scrittura più veloce, alla mia insegnante vennero parecchie rughe in fronte, tra le sopracciglia sempre corrugate quando mi guardava con disapprovazione. Figuriamoci se avessi adoperato una penna biro, che però ci era proibita.

Credo sia stata questa frustrazione per la costante disapprovazione che mi ha obbligato a portare avanti, negli anni, la “passione” per la calligrafia. Ho continuato a insistere in quest’arte, collaborando come volontaria per varie associazioni e amministrazioni, scrivendo nomi in bella scrittura su diplomi, pergamene, biglietti vari e anche per me stessa.

Questi sono gli strumenti che ho accumulato negli anni e che uso ancora oggi, quando ne ho l’occasione.

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le penne – mie foto

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i pennini di scorta – mie foto

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gli inchiostri – mie foto

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Le chine in pasta e le pietre da scrittura – mie foto

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calamai e portapenne – mie foto

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le stilografiche – mie foto

Ed ecco qualche esempio dalle mie opere:

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Infine, qualche libro sulla calligrafia

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Le penne d’oca le preparo da me, complici le oche di un contadino nostro amico e la tecnica che si usava nel medioevo per il loro trattamento: aceto bianco e sabbia calda.

194

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Sono furiosa.

A Verona, è stata approvata una mozione leghista antiabortista, passata anche con l’OK della capogruppo PD, e che contiene espressioni critiche nei confronti della legge 194, a 40 anni dall’approvazione, e  prevede finanziamenti ad associazioni cattoliche che hanno l’obiettivo di promuovere iniziative contro l’aborto.

In Polonia è quasi impossibile, al giorno d’oggi, accedere ad un aborto legale, nonostante ci sia una legge, comunque la più restrittiva in Europa, introdotta nel 1993. Vengono praticati più di 150 mila aborti clandestini all’anno.

Anche l’Italia vuole che si arrivi a questo? Questo governo formato da bambocci incompetenti e da arroganti anacronistici, incapaci di fare perfino i conti di casa, vogliono far ritornare la donna, non al medioevo, ma agli anni trenta, quando il fascio pretendeva che la donna fosse solo semplicemente una fattrice. Sfornare un figlio all’anno per il bene della patria, per poi sacrificarli nelle guerre.

E la religione cattolica, formatrice di ipocrisie e di sotterfugi, che, senza scomodare l’inquisizione, la caccia alle streghe e quant’altro, non ha fatto che mantenere il silenzio su tutti i peccati, bastava poi confessarsi: metti pure le corna, stupra, che vuoi che sia l’incesto, accetta le botte da tuo marito basta che salvi la famiglia, lascia che il prete ti insidi i figli, volta lo sguardo da un’altra parte, le ingiustizie le purifichi con le elemosine, il paradiso te lo guadagni con le donazioni e le messe post mortem…

Abbiamo lottato tanto per la nostra libertà di scelta, noi donne, scelta di poter stare a testa alta, di avere i figli solo se li desideriamo, perché un figlio non voluto è disgraziato già dal primo vagito, di poter interrompere un matrimonio se non funziona, il diritto di mantenerci, di non passare dalle mani del padre a quelle di un marito, il diritto di scegliercelo da sole quel marito, il diritto di poterci mantenere senza essere obbligate a venderci, a scendere a patti, il diritto di essere rispettate, il diritto di non doverci sposare se non lo vogliamo…

E poi, che cosa ci vorranno togliere? Il diritto alla parola? Allo studio? All’indipendenza?
Critichiamo i fondamentalismi islamici, ma alla fine è lì che pare vogliano portarci, ovvero, ai tempi in cui mio nonno se la prendeva con sua moglie perché gli generava solo femmine, come se il raccolto fosse colpa della terra e non del seme, e a quando rimproverava mia madre che mi aveva permesso di studiare, perché la donna, secondo lui, non aveva il diritto di saperne più dell’uomo e doveva solo fare figli e stare zitta.

L’essere umano

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Fra tutti gli animali che albergano su questo pianeta, l’essere umano è il più dannoso.

Fra tutti gli esseri umani, l’uomo bianco è stato il più devastante.

Nei secoli, Inglesi, Francesi, Tedeschi, Spagnoli, Portoghesi, Russi e anche un bel po’ di Italiani, hanno conquistato le Americhe, l’Africa, l’Australia, l’India, l’Indocina, la Polinesia, il circolo polare artico, imponendo il proprio metodo di vita, le proprie religioni, la propria politica, i propri usi e costumi, distruggendo territori, civiltà, popolazioni, stravolgendo l’ecosistema naturale, senza tenere alcun conto di ciò che sarebbe successo, e che succederà, nel futuro.

Il problema è che ce ne stiamo accorgendo solo ora e che, nonostante tutto, sembra non ci sia alcuna intenzione di cambiare.

Ottobre

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foglia d’acero
pastello acquarellato (dal vero)
mie opere

Quando ero bambina la scuola finiva il 30 giugno e ricominciava il 1° ottobre.
Il primo giorno di ottobre, all’epoca, era dedicato a San Remigio e gli scolari che frequentavano la prima elementare venivano chiamati “remigini”.

Indossavamo grembiulini neri con i colletti bianchi e un fiocco tratteneva il colletto bianco che doveva essere sempre pulito e ben stirato. Anche i capelli, per noi bambine, erano raccolti con mollette o nastri per chi aveva i capelli corti, oppure in trecce o codini, code di cavallo per chi li aveva lunghi. I maschietti aveano i capelli corti e la scriminatura.

Frequentavamo la scuola a tempo pieno: dalle 9 alle 12 e dalle 14 alle 16 sei giorni la settimana, ma il giovedì si andava a scuola solo al mattino.
Sono entrata in Istituto all’inizio della seconda elementare. La prima l’ho frequentata in una frazione del paese dove abitavo e la scuola distava quattro chilometri dalla fattoria del nonno.
Ho ricordi vaghi di quell’epoca.
La lunga camminata per i sentieri che attraversavano i campi, il gruppetto di scolari che si ingrossava man mano che ci avvicinavamo alla scuola, i più grandi che aiutavano i più piccoli in difficoltà, la cartella che conteneva l’astuccio di legno con una penna, un paio di pennini di riserva, una matita, una gomma per cancellare, il temperino e il dischetto di panno lenci a salvaguardia del pennino, una mela, o del pane con del companatico, un quaderno a righe, uno a quadretti, il piccolo libro di lettura e un sussidiario, la preziosa carta assorbente.
L’inchiostro, per fortuna, non lo trasportavamo, lo avevamo a scuola e anche a casa.
Ricordo la stufa a legna che riscaldava la classe d’inverno e la refezione scolastica: una scodella di zuppa, di minestra, per i bambini che non potevano tornare a casa per pranzo, perché abitavano troppo lontano.

Non ricordo gli insegnanti e nemmeno i compagni di quell’anno.
Ricordo solo che a primavera, non avevo ancora compiuto 7 anni, ad aprile feci la Prima Comunione e a maggio anche la Cresima. Ero talmente piccola e bassa di statura che non riuscivo ad arrivare alla balaustra dell’altare e dovettero prendermi in braccio.
Che cosa fossi stata in grado di capire di quelle cerimonie è ancora oggi un mistero.