Lettera aperta a Guerrina

 

https://undentedileone.files.wordpress.com/2017/09/corridoio-interno-istituto-smb.jpg

Ampio porticato con veduta parziale del cortile dell’Istituto

 

Cara Guerrina,

ultimamente hai sentito il bisogno (che sia l’età?) di scrivere alcune lettere alla rubrica “Lettere al Direttore” del nostro maggior quotidiano provinciale.
Ovvio che quando vedo il tuo nome e cognome io mi fermo a leggere queste tue lettere.
La tua ultima mi ha fatto incavolare.
Cito testualmente le tue parole:
[…]Ai tempi della mia fanciullezza, sia in famiglia che in collegio oltre ai rimproveri verbali arrivavano anche altre punizioni… (e qui nomini le ciabatte di tua madre)…Anche le suore in collegio perdevano la santa pazienza e non lesinavano schiaffi anche sonori. I giovani genitori moderni non usano più i salutari scapaccioni…
e prosegui su questi tono, accusando anche i pedagogisti e gli educatori attuali.

Ora, Guerrina, tu ed io ci conosciamo bene. C’ero anch’io lì dentro in quel “collegio”, te lo ricordi? Tu avevi qualche anno più di me, ma mi conosci bene.
Te lo ricordi quel settembre, io ero in quinta elementare e tu un paio d’anni più avanti. Te la ricordi quella sera in cui, forse per una congestione, io non riuscii a tenere la cena nello stomaco e vomitai? Ti ricordi i “sonori ceffoni” che Suor G. mi somministrò, poi m’ingozzò e siccome vomitai ancora, me le diede di santa ragione, come si diceva allora.
La storia proseguì per quindici giorni, colazione, pranzo e cena, fino a che fui ricoverata in infermeria e ci passai un anno in quell’infermeria. Frequentavo la scuola, ma poi mangiavo e dormivo in infermeria e faticò parecchio la suora infermiera a rimettermi in sesto, corpo e spirito, per come ero stata ridotta.

Te la ricordi suor O. con le piccoline di prima e seconda elementare, le più indifese, inginocchiate di notte, al freddo, in mezzo alla camerata perché avevano bagnato il letto? O con le mutandine sulla testa?

E suor C. che chiamava “zoppettina” quella nostra compagna che aveva avuto la poliomielite?

Certo, non erano tutte così, la maggior parte erano giuste, anche se severe, molte erano comprensive. Però, molto spesso le punizioni, le sberle, gli scappellotti, sonori come dici tu, sfuggivano dalle loro mani per un nonnulla.

Quelli che ho presi io, in tutti quegli anni, non mi hanno fatto un granché di bene, mi hanno solo insegnato un grande odio per il mondo degli adulti e un grandissimo desiderio di rivalsa e di ribellione. Mi ci è voluto del bello e del buono per lavarmele via quelle percosse e quell’odio.
Ho incontrato alcune ragazze della tua classe: dopo cinquant’anni avevano ancora gli incubi di notte.

Con mia figlia, io non ho usato quei metodi. Certo, ho tenuto salde le redini in mano, ma con pazienza, con affetto e comprensione, l’ho ascoltata, mi sono fatta capire e l’ho educata con l’esempio dei miei comportamenti. Non ho mai ceduto sui pochi NO che le ho detto.

Ma non le ho mai messo le mani addosso, perché nessuno ha il diritto di mettere le mani addosso a un bambino, per nessun motivo.

La memoria – Il mese di luglio

https://undentedileone.files.wordpress.com/2017/07/angolo-di-giardino.jpg

Angolo del mio giardino
mie foto

Questa mattina sono stata svegliata da un cicaleccio in strada: davanti al mio cancello, sotto alla finestra di camera mia, due signore in bicicletta, ferme con le ruote contro il cancello, si stavano raccontando tutti i pettegolezzi del paesello, chiacchiere intervallate dagli OHHH e gli AHHH di meraviglia. Bene, ho pensato, non è necessario che io vada in quel piccolo negozio di alimentari, a un isolato da qui, sempre affollato, nel quale, mentre sei in coda e aspetti il tuo turno alla cassa, puoi sentire tutte le notizie di ciò che è accaduto, o non accaduto, nel nostro paesello.
Poi, a raffica, sono partiti tutti i rumori del sabato:
– il mio confinante ha iniziato a tagliare l’erba con qualcosa che fa il rumore di una grossa centrifuga, mentre la signora che ha la casa sull’angolo, dopo aver spalancato finestre e portefinestre, ha acceso la radio, l’aspirapolvere e la propria voce, il tutto al massimo del volume.
Qui dietro, qualcuno ha messo in azione una sega elettrica, mentre altri stavano spaccando legna per la solita grigliata del sabato.

Sono andata in bagno a tentoni, cercando di aprire gli occhi e mi sono ricordata che oggi è il primo di luglio, mammamia come corre il tempo.
Pensare che quando ero ragazzina in orfanotrofio il tempo non passava mai. Segnavo sul diario i giorni che mancavano al primo luglio, giorno in cui sarei ritornata in famiglia. La scuola finiva il 30 di giugno e il primo luglio mi venivano a prendere.
Passavo tutto il mese di luglio fuori dalle odiate mura: 10 giorni con mia madre, poi 10 nella fattoria del nonno, a pochi chilometri da casa e gli ultimi 10 li trascorrevo da mia nonna paterna, nel mio paese natale, situato tra Mantova e il confine veronese, in quella zona di risaie dove mamma e nonna avevano lavorato, quando io ero appena nata.

Mia nonna si chiamava Diva, ma non aveva nulla di una dea. Era bassa, rotondetta, sempre vestita di nero, perché era rimasta vedova giovane e le era morto anche mio padre, giovanissimo pure lui. Io glielo ricordavo, nelle sembianze e nel carattere, quel figlio che lei aveva adorato.
Quando arrivavo da lei era una festa preparata da tutta la contrada, mi aspettavano tutti, tutti avevano conosciuto e amato mio padre e amavano anche me.
Il nostro vicino, Milio, preparava per me i risotti della tradizione: col tastasàl, co la psina, coi saltarèi, co le rane, col pès gat; la Mendes faceva ‘l pà co l’ua e i tortei co la suca, la zia Carla preparava la torta Paradiso, le fritèle coi fior de suca, le ofèle col vin còto, c’era chi preparava le rane fritte e i bìgoli in saòr.
Stavano a guardarmi mentre mangiavo e contavano i bocconi:
“La ga magnà sète tortei, ghe piàs el risoto coi saltarei, vàrda la magn anca el sùgol”

https://undentedileone.files.wordpress.com/2017/07/risot-coi-saltarei.jpg

Risot coi saltarei
immagine presa dal web

Il nostro dialetto non era proprio un mantuàn sc’et, ma un misto con il veronese, io poi, obbligata a parlare sempre in lingua, a volte li facevo ridere con i miei strafalcioni nel tentativo di adeguarmi al loro dialetto.
La nonna mi portava in giro per il paese, a trovare tutte le sue amiche. Dovevo indossare il vestito più bello che avevo, la gonna arricciata blu con le grandi tasche su cui mia madre aveva dipinto delle margherite, oppure la gonna a mezza ruota, di velluto blu notte, con dipinti sul bordo cigni e ninfee, le camicette ricamate, con i colletti a smerlo.
“A lè la fiola de Zeno”
“S’lè vegnìda granda. Vet bén a scola?”

Si andava anche al cimitero, ogni giorno. La tomba di mio padre era la prima a sinistra dell’entrata, la numero uno. La lapide di marmo bianco, il ghiaietto bianco senza un filo d’erba, la foto di mio padre, riprodotta su un ovale di porcellana, bello e sorridente, così giovane, i fiori sempre freschi.

Qualche volta veniva a prendermi la zia Ebe, la sorella più vecchia di mio padre, che abitava in città, perché stessi qualche giorno con le mie cugine. Avevo modo, allora, di girovagare in città: Piazza delle Erbe, piazza Sordello, la Virgiliana, piazza d’Arco, i portici e i palazzi dei Gonzaga, illuminati dal sole spietato dell’estate mantovana.

https://undentedileone.files.wordpress.com/2017/07/107913_mantova_mantova.jpg

Mantova – i portici
immagine presa dal web

Altre volte, invece, era lo zio Amos che mi veniva a prendere. Abitava in un paesino tra Mantova e il mio paese natale, aveva sposato una sorella di mia madre e non aveva figli. Per lui ero la figlia che non poteva avere. Mi colmava di regali, mi portava in città e potevo scegliere ciò che più mi piaceva.
Abituata com’ero al rigore dell’orfanotrofio, non riuscivo mai chiedergli nulla, non ero abituata ai regali, mi vergognavo in quei negozi di lusso, pensavo al costo degli oggetti, spropositato per le mie parche abitudini, così era lui a decidere e sembrava sempre indovinare i miei bisogni, i miei desideri: il primo braccialetto d’oro, un cerchietto tondo satinato che si portava al polso destro; la prima scatola di legno con tutto il corredo per dipingere a olio; la grande scatola con i gessi colorati, settantadue gessi in colori degradanti, tutti i colori del mondo sotto i miei occhi; le tele da dipingere e i grandi blocchi per gli schizzi; il primo necessaire con tutto il necessario per la manicure; la prima borsetta da sera, di vera pelle in vernice nera, a forma di bustina foderata di raso nero e con lo specchietto; il primo paio di scarpe col tacco, da Nebuloni.
Poi si andava nella pasticceria sotto ai portici dove c’erano i migliori beignet con la crema Chantilly.

Quanto tempo è passato.
La nonna Diva, Milio, la Mendes, Amos e la zia Ebe, non ci sono più.
Anche la tomba di mio padre non c’è più. Ora abbiamo una grande tomba di famiglia, in marmo rosso, voluta da mio cugino. Vi sono state traslate le ossa di mia nonna, del nonno, di mio padre e di suo fratello. La zia Ebe e lo zio Amos riposano al cimitero del Frassino a Mantova.

Quando vien luglio, insieme con i ricordi di un tempo lontano, torna anche un po’ di magone e mi vien voglia di tornare ad essere quella bambina che correva da Milio per gustare il risotto con i gamberetti di fiume.

Per chi non avesse dimestichezza con il dialetto:
Saltarèi – gamberetti piccolissimi di fiume
Pès gàt – pesce gatto
Psìna- pesciolini piccolissimi fritti
Tastasàl- impasto di salame non ancora insaccato
Ofèle- dolcetti di pasta frolla, a forma di mezzaluna, ripieni di pasta savoiarda
Vin còt- lambrusco dolce fatto bollire per ore fino a che si è ridotto a un terzo del suo volume
Pà co’ l’ùa – pane dolce con l’uva
Fritèle de fior de suca – Fiori di zucca pastellati e fritti e ricoperti di zucchero
Sùgol – budino di mosto d’uva
Tortèi co la suca – Tortelli con ripieno di zucca
Bìgoli in saòr – Spaghetti al torchio con sugo di acciughe e erbe aromatiche

La Memoria IV a

Se torno indietro nella memoria e cerco di ricordare, di rivedere, gli anni della mia infanzia, non riesco a trovare la presenza, la figura di mia madre.
Che io non abbia un ricordo visivo di mio padre è abbastanza naturale, dal momento che avevo appena compiuto due anni quando egli morì.

Di tutti gli anni che precedettero la mia adolescenza io ricordo molte cose e molte persone, ma non mia madre. Ricordo le nonne, sia quella paterna che quella materna, ricordo il nonno, le zie, la bisnonna, un cugino, i vicini di casa, gli animali della nostra fattoria,
le visite del fidanzato di una delle zie, l’orto e il giardino della nonna, ma non mia madre.

Mi è stato raccontato che dormivo nel lettone con mia madre, che lei mi cuciva i vestiti, che mi curava quando ero malata, eppure io ricordo che dormivo nel lettone con la bisnonna e mio cugino.
Perché ricordo questo episodio, avvenuto forse di pomeriggio quando gli adulti facevano la siesta e noi bambini, affidati alla bisnonna, ce ne stavamo nel lettone ad ascoltare le sue interminabili favole?
Forse perché tutto l’affetto di cui un bambino ha bisogno a quell’età, io  sentivo di averlo solo dalla bisnonna?
So per certo che mia madre mi ha amato e mi ha protetto,
è probabile che io non me ne rendessi conto, oppure mia madre non riusciva ad esprimermi quel tipo di affetto che io desideravo da lei.

Quando vedo le braccia di mia figlia tendersi verso di me, perché io l’abbracci e me la prenda sulle ginocchia, quando la mano di mia figlia si insinua nella mia e le sue dita stringono le mie, non posso fare a meno di pensare che anche io, da piccola, certamente facevo la stessa cosa, ma mia madre, ancora oggi, rifiuta ogni contatto fisico con me. Non ho mai avuto da lei, baci, abbracci e non solo perché non li ricordo, ma perché, ancora oggi, mia madre ripete spesso che le dava fastidio essere toccata da me, perché avevo “le mani calde”.
E’ vero, non ho mai avuto le mani fredde, ma non credo che il motivo fosse questo. Forse pensava che abbandonandosi ai sentimenti avrebbe sofferto ancora, infatti, una delle cose che ripete spesso è che lei, nella vita, era preparata a tutto, ma non a restare vedova dopo soli tre anni dal matrimonio.
Mio padre si ammalò e morì in tre mesi, per una di quelle malattie considerate incurabili ancora al giorno d’oggi.
Il dolore, che unì suocera e nuora per la perdita di quell’uomo a cui entrambe volevano bene, era consapevole del fatto che anch’esse dovevano lasciarsi.
Mia madre ed io dovevamo andare nella casa paterna di mia madre. Non credo fosse stato facile decidere, né per mia madre, né per la nonna, la quale sapeva bene a quale genere di vita noi eravamo destinate con quella scelta.
Purtroppo la pensione di reversibilità a cui mia madre aveva diritto era tanto misera da non permetterle nemmeno l’acquisto del pane e del latte per la prima colazione. Non poteva più accontentarsi di fare la stagione nelle risaie che c’erano vicine al paese dove abitavamo, aveva bisogno di un’entrata fissa per tutto l’anno, doveva trovarsi un lavoro, ma senza un titolo di studio e avendo imparato solo il lavoro dei campi, che cosa le restava da fare?
Inoltre, il fratello di mio padre era pronto al matrimonio e la camera in cui mio padre, mia madre ed io avevamo dormito, serviva per la nuova coppia. Ci si sarebbe potute aggiustare nella stanza in soffitta con la nonna, mia madre ed io non avevamo grandi esigenze e la nonna ne sarebbe stata felice, ma che sarebbe avvenuto tra le due nuore? Sarebbero riuscite ad andare d’accordo?
Così, a malincuore, mia madre decise di tornare da suo padre.

Dopo il matrimonio di mia madre, mio nonno si era trasferito con tutta la famiglia in un’altra provincia.
Aveva comperato un bel pezzo di terra ed una cascina nella campagna che è a pochi chilometri dal paese in cui io ora vivo.
Quella campagna si chiama ancora “Rasa”, perché un tempo era brulla, incolta e pelata a causa della penuria d’acqua.
Poi vi scavarono pozzi, vi fecero canali per l’irrigazione e tirarono su tanta di quell’acqua da annegarla tutta quella terra arida che, oggi, è una delle più fertili e produttive.
La cascina nella campagna Rasa era piccola rispetto a quella che il nonno aveva avuto nell’altra provincia, lo era anche la casa che era vecchia e decrepita, solo sei stanze invece dei grandi spazi che avevano avuto nella casa padronale di prima.
Riuscirono però a renderla gradevole e abbastanza comoda anche se la luce elettrica, lì, non era ancora arrivata.
Le serate erano illuminate dalla lampada a petrolio, dal gambo alto e slanciato, in opaline bianco ed io ero affascinata dal lungo tubo di vetro sottile e pulitissimo che proteggeva la fiamma dello stoppino.
Questa lampada fa ancora bella mostra di sé in casa di mia madre.

lampada a petrolio in opaline bianco

                     La lampada a petrolio di mia nonna (mie foto)

Nelle stanze da letto, invece, usavamo delle candele da tenere accese il meno possibile, solo il tempo che si impiegava a svestirsi.

Ci si lavava in cucina, nell’acquaio di pietra, con l’acqua presa dalla pompa a mano che era all’esterno. Per noi bambini c’era il catino e una brocca, ma il bagno ce lo facevano nella mastella del bucato e ricordo che il nonno, ridendo, diceva che mi stava spuntando la coda e io, preoccupata, cercavo di girami a cercarmela fra le natiche.

lavabo con asciugamani ricamati

Lavabo di mia nonna con gli asciugamani originali ricamati da lei.
Il catino, il portasapone e la brocca sono invece stati sostituiti da porcellane dipinte da mia madre. (mie foto)

Il gabinetto era fuori, in fondo all’aia, non ne ho un ricordo preciso, solo un senso di disgusto. Per la notte c’erano i pitali nei comodini.

La dissolvenza della memoria. Quadro a olio su tela di Neda

La dissolvenza della memoria. Quadro a olio su tela di Neda

D’inverno si mangiava in cucina, dove c’era la stufa economica a legna, il tavolo lungo con le sedie e due cantonali, armadi ad angolo, fra i quali c’era una panca disposta sotto ad una finestra con le grate dalla quale si vedeva parte del giardino dietro la casa.
D’estate invece si stava nella stanza più grande, che fungeva anche da entrata. Aveva due finestre, una credenza e una madia, un grande tavolo con le sedie, c’era l’acquaio e un grande camino, una scala di legno chiusa da una parete pure di legno, con la porta di accesso, ma con il sottoscala a vista, per avere più spazio e dove si apriva la porta per il salotto che era l’orgoglio di mia nonna.
Nel salotto oltre al divano in velluto, con due poltrone e un tappeto, c’era anche un bel mobile con cristalliera, in cui erano conservati i servizi buoni di piatti, tazze e bicchieri, posate, tovaglie e quanto occorreva se ci fossero state delle persone in visita.
Questa stanza aveva due finestre e da uno spioncino mio nonno poteva vedere anche ciò che accadeva nella stalla che era a fianco della casa. Vicino allo spioncino c’era un fucile in caso di bisogno. Nell’angolo più nascosto del salotto il nonno aveva la scorta di bottiglie di vino e qualche liquore per le grandi occasioni.

Dalla scala di legno si saliva alle camere da letto che erano tre: in quella sopra il salotto ci stavano il nonno e la nonna, con il loro letto matrimoniale, i comodini, il cassettone e l’armadio, un paio di sedie. Ricordo che sopra il cassettone la nonna aveva una teca di vetro con dentro una Madonna Bambina di cera, fasciata con pizzi e tulle e vicino alla teca c’era anche una Damina di porcellana colorata, alta una trentina di centimetri, che aveva un bel vestito a campana, vuoto di sotto, se si sollevava la Damina sotto ci si trovavano i pochi monili della nonna, qualche monetina, a volte delle caramelle.

Nella stanza più grande, sopra all’entrata, c’erano un letto matrimoniale, i comodini,  un letto singolo, due finestre, un grande armadio guardaroba e una enorme cassapanca che conteneva biancheria da letto nella quale la bisnonna metteva mazzetti di lavanda e di erba luisa. Davanti al letto c’erano due poltroncine e sulla parete, sopra il letto singolo, c’era un grande arazzo ovale che rappresentava Nettuno circondato da ninfe immerse nelle onde.
La terza stanza, sopra alla cucina, era per le zie ormai grandi e in età da marito.

La proprietà confinava con un’altra cascina molto grande, abitata da una famiglia nella quale, oltre ai genitori e ai nonni, c’erano anche dodici figli, otto maschi e quattro femmine: la più piccola aveva solo due anni più di me e il più grande era già sposato.
Il paese più vicino distava quattro chilometri.

La mia vita nella cascina del nonno è stato il periodo del quale ricordo una grande libertà e mi è rimasto dentro come una radice forte, un’ancora salda e sicura.
Le ire del nonno non mi hanno mai sfiorata, protetta com’ero da tutte le sottane delle donne di casa, probabilmente non me ne accorgevo nemmeno.
Io ero libera di scorrazzare come e quanto volevo e poche cose mi erano proibite: non potevo entrare nella stanza dei nonni, non potevo toccare il tubo di vetro della lampada a petrolio, non potevo entrare nella stanza delle zie e in salotto.

Nella bella stagione vivevo all’aria aperta come una piccola selvaggia, in mezzo agli animali, quasi sempre scalza, vestita con pagliaccetti comodi, ero curiosa di tutto.

foto in bianco e nero di Neda a quattro anni

                               Neda a tre anni alle prese con un pomodoro 

Non ricordo di aver mai avuto paura di nulla. Ogni giorno era una nuova scoperta, c’era sempre qualcosa da vedere, da fare, da conoscere, da imparare.
La bisnonna era la mia fonte di informazioni, a lei chiedevo tutto, lei aveva una risposta logica per ogni mia domanda. Vivevamo il tempo del sole e delle stagioni, non avendo la luce elettrica eravamo tagliati fuori dal mondo e mi sembra davvero di aver vissuto quegli anni in uno spazio di tempo remoto, in un altro secolo.
Insieme ai figli dei nostri vicini ogni gioco diventava un’avventura,
le pecore e i maialetti che pascolavano nei campi vicino casa si trasformavano in animali esotici e in mezzo a loro prendevano vita le storie della bisnonna e quelle di Alì Babà e delle Mille e una Notte, che avevamo sentito raccontare nei lunghi inverni, quando andavamo a fare “filos” nella stalla per stare più al caldo.

Nella stalla, dopo il Rosario recitato insieme agli adulti, c’era sempre qualcuno che raccontava storie e leggende e noi bambini stavamo ad ascoltare e vivevamo con la fantasia dentro a quelle avventure.
A volte qualcuno intonava una romanza, un brano d’opera, una vecchia canzone, oppure recitava una poesia imparata a scuola.

Quando viene l’inverno, sento ancora il bisogno di raccogliermi, di chiudere il mondo fuori di casa e non faccio a meno di pensare al calore di quelle serate nelle stalle, dove le ombre dei nostri corpi proiettavano figure larghe e avvolgenti ed io mi sentivo al centro
del mondo, del mio mondo.

La Memoria (1995) I

 

Il paese in cui vivo è piccolo e industrializzato. Negli ultimi trent’anni è cambiato parecchio, almeno in superficie anche se, a voler ben guardare, in fondo la gente sembra la stessa di quando ero ragazzina. I miei compagni di allora, oggi sono tutti padri, alcuni già nonni,  abbiamo i capelli grigi, qualche chilo di troppo e parecchie illusioni di meno. A quel tempo per poter lavorare emigravamo quasi tutti. I più fortunati diventavano pendolari della vicina città, altri, come i miei fratelli ed io, andavano all’estero, o in altre regioni, a cercare la propria indipendenza. Per coloro che si fermavano in paese c’era il lavoro nei campi e nelle stalle, per le ragazze il servizio a domicilio nelle famiglie più abbienti.
Le fabbriche erano poche, le paghe misere, vi si lavorava dieci ore al giorno, sabato compreso, almeno in quei mesi in cui il lavoro c’era. Non ci si lamentava, non ci passava neanche per la testa di poterci lamentare, perché le richieste di lavoro erano una montagna e le offerte poche. Molti di noi lavoravano di giorno e frequentavano la scuola serale in città per ottenere un diploma, per poter avere un lavoro migliore, più dignitoso, una paga più onesta. I soldi, pochi, si davano tutti alla famiglia per le spese comuni, per pagare i debiti contratti nei tempi di magra, per il corredo, per i sogni, sì perché a quattordici, quindici anni, il futuro era fatto di sogni e nulla sembrava irrealizzabile. A quell’età ci sentivamo immortali e ci sembrava che il mondo fosse ancora tutto da costruire.

Non c’ero nata io in questo piccolo paese di campagna.

campagna lombarda
mie foto

C’ero arrivata a otto anni, senza nemmeno rendermene conto, era il punto di arrivo dopo tanto peregrinare. Fu facile adattarmi all’ambiente: la pianura era uguale a quella del luogo in cui ero nata, il paesaggio sembrava lo stesso e il paese pure, così vecchio, misero, scrostato, quasi medioevale, pareva avesse perfino la stessa chiesa al centro.
Eppure ancora oggi ho difficoltà con la gente. Dove ero nata io la gente era allegra, ciarliera, piazzaiola e con un atavico amore per la lettura, per l’arte, per tutto ciò che rendeva la vita un po’ meno misera, un po’ più raffinata. Qui la gente era  rude e chiusa, lavoratrice instancabile, infaticabile, intollerante verso tutto ciò che è inutile, come la poesia o la pittura.
Quando ero ragazzina osservavo i contadini che venivano in paese al giorno di mercato e se ne stavano a blaterare di vacche e di mais al centro della piazza del paese, poi passavano il resto della giornata all’osteria. La sera tornavano a casa ubriachi fradici, alcuni se li venivano a riprendere le mogli, o altri familiari. A furia di osservarli m’ero fatta l’idea della loro scala di valori: per primo veniva la terra, non era mai abbastanza, ci piangevano sopra e litigavano per una goccia di acqua in più per irrigarla a dovere; poi veniva la stalla con annessi e connessi, bestie e arnesi e poi la casa, cioè i muri e il tetto; poi i figli maschi, future braccia da lavoro; infine la moglie, possibilmente taciturna e sottomessa, perseverante nel lavoro, poco appariscente, robusta e senza idee balzane per il capo e, quindi proprio in ultimo, le figlie femmine, mangiatrici a sbafo, alle quali bisognava procurare anche la dote, peso, onere e rischio per il futuro.