Secondo giorno

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grafite su carta mie opere

Sì, il Covid mi ha fatto visita. Questo è il secondo giorno in cui conviviamo.
Domenica mia figlia è tornata al paesello per votare. Aveva un po’ di raffreddore, niente di che, non abbiamo pensato alle mascherine e non mi sono lavata le mani dopo aver toccato cose che aveva toccato lei. Era dalla domenica delle Palme che non la vedevo, ho abbassato la guardia.
Lunedì mi ha avvertito di avere la febbre, di avere fatto il tampone e di essere positiva al Covid.
Io mi sono isolata subito, mio cognato ha provveduto a procurarmi i tamponi, con tutte le precauzioni del caso: io mi sono disinfettata le mani prima di consegnargli il denaro, non è entrato in casa e avevamo le mascherine.
Mercoledì mattina avevo febbre 37,5, ho fatto il tampone ed ero positiva anch’io, ho telefonato alla mia dottoressa che, viste le mie patologie, mi ha dato i consigli del caso e ci siamo anche fatte una bella chiacchierata (sa che sono sola e un po’ di compagnia non guasta).
In pratica è come se avessi una leggera influenza, il naso che cola e un po’ di tosse di gola.
Di notte il naso è chiuso e respiro con la bocca, il che è parecchio fastidioso per la gola che si secca.
Ieri sera la febbre è salita a 38, ho prese 500 mg. di Tachipirina e stamane era 37,5. Credo che salirà un po’ questa sera come ieri, ma dopo tre giorni, ovvero dopodomani, non dovrei avere più problemi.
Mia figlia mi ha comunicato che lei oggi sta bene.
Starò in quarantena una decina di giorni, ma non ho bisogno di uscire, comunque parenti e amici si sono messi a disposizione.
In conclusione, la copertura del vaccino è di circa 4 mesi, visto che sia io che mia figlia avevamo fatto la terza dose a maggio. Ma il virus sembrerebbe molto meno pericoloso, perché i sintomi sono più leggeri rispetto a una normale influenza invernale. La quarta dose la farò a febbraio.
E poiché vivo da sola, mi crogiolo tranquilla in poltrona come faceva la mia gatta.

Mestizia

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bio-gnosi mie opere tecnica mista su carta

Da molto tempo, ormai,

la morte

mi lascia indifferente.

Quotidiana compagna

di questa mia esistenza

io me la trovo accanto,

giorno dopo giorno,

tranquillamente.

Vivo serenamente,

senza panico alcuno,

la sua tangibile presenza.

Quel fisico contatto

ad ogni istante

è l’unica certezza della vita.

Avevo poco più di vent’anni quando scrissi questa riflessione, rendendomi conto dell’eredità genetica ricevuta dai miei predecessori e decisi che avrei fatto tutto il possibile per godermi ogni giorno che madre natura mi donava, vivendolo a pieno.
Ora sono vecchia, avrò avuto poche ambizioni e pochi desideri, ma la vita mi ha donato più di quanto avrei chiesto.
Mi rendo però conto, soprattutto in questo periodo in cui le notizie che ricevo riguardano le inevitabili perdite, che il mio animo sembra essersi abituato alla mancanza, al vuoto e che è sempre più presente “la tangibile presenza” e il pensiero della sua ineluttabilità, tanto misteriosa da aver generato paradisi consolatori e inferni, creati da miti, leggende, religioni.
Peccato non sia mai tornato alcuno a raccontarcela.

Stufa

mani di vecchio con bastone

Grafite e acquerello
mie opere

Sono stufa.

Stufa delle infinite chiacchiere che hanno riempito quest’anno disgraziato.
Stufa dei casini e dello scaricabarile che la lotta politica interna alla nostra regione ha creato gli infiniti disagi che si sono riversati su noi cittadini.
Stufa che si facciano decreti e leggi, a tavolino, senza mai riflettere sulle conseguenze pratiche che esse hanno.
Stufa che USA – UE -URSS – CINA, etc. continuino a farsi le scarpe uno con l’altro e che ciò avvenga anche all’interno dell’UE dove le varie nazioni non sono mai riuscite a ragionare all’unisono ma a portare solo acqua al proprio mulino.
Stufa che epidemiologi, virologi, microbiologi, medici vari, si diano addosso uno con l’altro come se ognuno di loro avesse la verità in tasca invece di ammettere che la medicina non è una scienza esatta e che, nonostante il progresso avvenuto nei secoli, si sa ancora molto poco su molte cose.
Stufa che l’umanità abbia dimenticato la propria origine e creda che ogni popolo appartenga a una razza diversa, come se un cavallo nero non fosse cavallo se è di un altro colore.
Stufa che ci siano politici e capi di stato che aprano bocca e sprechino parole prima di aver innestato il cervello.
Stufa che la ricchezza sia così mal distribuita, mentre la stupidità sia distribuita così bene.

E sono anche stufa, questa mattina, perché le mie vecchie ossa scricchiolano, i muscoli sono doloranti, la vecchiaia si fa sentire in questa primavera del cavolo in cui imperversano solo quelle fanatiche delle tortore che vogliono a tutti costi fare il nido in un qualsiasi punto impervio della mia casa rompendomi le scatole con il loro continuo tubare a 100 decibel.

Adesso la pianto di lamentarmi: vado a fare la polenta taragna, così mi consolo un po’.

Amico?

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mie foto

Scrive che la nostra è “un’amicizia sincera”, come se ce ne fossero anche di false di amicizie: se false sono non si può certo definirle amicizie.

Amico? Ho cercato di spiegarglielo che l’amicizia è altro da ciò che lui considera.
Eravamo amici, è vero, sì, ma cinquant’anni fa, poi ci siam persi di vista. Non abbiamo avuto più alcun contatto, non abbiamo più saputo nulla uno dell’altro.
Quando ci siamo ritrovati, per caso, ci siamo riconosciuti sì, ma raccontarci mezzo secolo di vita non è stato certo possibile ed eravamo diversi, molto diversi e non solo nel fisico, dalla nostra gioventù.
Mia figlia, esente da questi ricordi, lo ha catalogato subito e gli ha negato ogni contatto, che lui richiede in continuazione, sui social network.

Anch’io, ovviamente, ho notato quanto era diverso da ciò che ricordavo.
Ora: pieno di sé, affettato, opportunista; si è perfino creato un’immagine, un curriculum un  tantino fasullo, un po’ ingigantito, ma credibile per chi non è a conoscenza dei sui studi e della sua vita di tanti anni fa.

Mi scrive che vorrebbe il mio giudizio su una mostra che sta preparando.
Mi invia del materiale da visionare.
Come dirgli, con sincerità, che ritengo banale e inutile il suo lavoro?
Fosse un amico, lo farei, guardandolo negli occhi, qui, a casa mia e insieme avremmo trovato una soluzione, una miglioria.
Ma un pallone gonfiato come lui, se appena lo sfiori, scoppia.
La sua mail, perciò, potrebbe essersi persa nello spam…

Giugno 2020

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Inchiostro di china
mie opere

Ho invertito le cifre dei miei anni a ritrovare ricordi ed emozioni antiche e gli anni dei viaggi solitari, delle fughe verso orizzonti sconosciuti.
Gli anni della fame: fame di vita, di sapere e, sì, fame d’amore anche.
Fame inappagata che spronava, sempre, a quella corsa, alla ricerca estrema.

Ho invertito le cifre dei miei anni, ma non corro più.
Questo è un tempo inerte e anch’io sono qui, immobile, a respirare, profondamente, aria di sole, mentre osservo da lontano lo scorrere del tempo altrui.

a volte…

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grafite su carta
mie opere

 

Ci sono, a volte, dietro porte chiuse, dietro finestre velate, miserie nascoste, taciute, pudori, occhi abbassati, cassetti con vecchi ricordi senza valore, armadi ripieni di abiti vecchi da più di trent’anni.

Ci sono tavole senza tovaglia, con piatti sbrecciati lavati con cura e vecchi bicchieri spaiati.
Sul fuoco una piccola pentola bolle, il vapore si spande. Il latte la sera col pane raffermo.

Perché la vecchiezza, a volte, è anche malata, non solo nel corpo.
Perché la vecchiezza, a volte, non ha più risorse e vive soltanto del tempo che fu.

Finalmente

Questa mattina un’alba rosata, con pennellate di oro puro, ha rischiarato il nostro risveglio, dopo una notte finalmente serena.

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mie foto

Finalmente sei a casa, dopo trenta giorni tra ospedale e riabilitazione.
Finalmente si torna alla normalità, anche se a me la paura non è ancora passata, la paura di perderti anche se tu paura non hai, ti senti ancora immortale.
Finalmente si parla di banalità, tu che vuoi lavarti i capelli, io che ti chiedo che cosa vuoi per pranzo e ti prego di startene tranquillo in poltrona mentre vado di corsa a fare la spesa.
Finalmente le piccole cose quotidiane senza importanza: tu che guardi le partite di tennis su canale 64 e io a sferruzzare in camera a guardare i gialli di canale 38 che a te non piacciono proprio e poi, a cena, a ricordare questi giorni trascorsi e le persone che ci hanno mandato i loro auguri, i loro saluti.

Finalmente, per un po’ staremo tranquilli sperando che questo tempo di tregua si prolunghi, perché lo sappiamo entrambi che non è finita qui, ma che importa, intanto godiamoci questi giorni e mesi, dimenticando per un attimo la nostra fragile vecchiaia.

Anziani, troppi farmaci. L’allarme degli esperti.

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mie foto

Dal maggior quotidiano della mia provincia:

Troppi farmaci agli over 65. L’allarme arriva dagli specialisti riuniti al Congresso nazionale della Società Italiana della Medicina Interna.

Riassumendo l’articolo, si evince che ogni volta che un anziano viene ricoverato per qualche motivo, oppure faccia visite specialistiche, gli vengono prescritti farmaci da aggiungere a quelli che già prende. Farmaci che ovviamente hanno effetti collaterali o intolleranze, quindi ulteriori ricoveri e accertamenti, con aggiunta, o sostituzione di altri farmaci, aumentando a dismisura visite mediche e specialistiche.

E allora? Ma lasciamoli morire tutti questi vecchi bacucchi quando incominciano ad avere problemi, risolveremmo in un colpo solo la questione dei malati cronici, dei ricoveri in pronto soccorso e negli ospedali, risolveremmo i problemi dell’INPS e delle pensioni e anche la disoccupazione giovanile.
(Ops, mi scuso, io sopravvivo da cinque anni alla mia eventuale decretata fine.)

Oppure, non è che questa bella trovata a questo Congresso, sia venuta fuori perché la Regione Lombardia ha avuto la bella pensata di voler intruppare tutti i malati cronici (leggi: vecchi bacucchi) verso Gestori (leggi team di medici) che gestiranno 200.000 (duecentomila) malati cronici (ogni team) decidendo le prescrizioni di medicinali e visite specialiste, quando e come a loro piacere e ricevendo dai 35 ai 45 euro a paziente?

E se io, libera pensatrice, non consenziente a voler essere intruppata come una vecchia mucca, decidessi di dire no, perché non voglio che siano altri a gestire la mia libertà, il mio malessere, la mia voglia di vivere?

 

Vecchiaia

vecchietto arzillo

foto presa dal web

 

Da un paio di giorni sono entrata nel mio settantesimo anno di età che si compirà fra un anno.
I miei nonni materni a questa età non c’erano neanche arrivati, perciò io me la godo finché posso.

Riconosco che noi vecchi siamo un’entità piuttosto scomoda, difficile da sistemare e da gestire:
– riempiamo gli ospedali con patologie ormai croniche e inguaribili, ma curabili, con il sommo gaudio di tutte le case farmaceutiche mondiali
– attraversiamo la strada lentamente provocando la rabbia degli automobilisti, che sono spesso tentati di metterci sotto non appena possibile
– d’estate non si sa bene dove posteggiarci quando i nostri cari desiderano andare in vacanza, a meno che non ci abbiano già relegato in una casa di riposo, le RSA così vicine ai R.I.P.
– non siamo sempre saggi, piacevoli, accomodanti
– spesso, non comprendendo a pieno i cambiamenti del mondo che ci circonda, ci sentiamo inviperiti, arrabbiati, incavolati, perciò veniamo considerati degli emeriti rincoglioniti
– abbiamo la necessità di comunicare, di non ritrovarci sempre tra di noi, vecchi bacucchi, ma abbiamo la pretesa di frequentare chi è più giovane, per parlare, dire la nostra, contestare a volte, vogliamo essere considerati, apprezzati per quello che abbiamo fatto prima di diventare vecchi, magari sentiamo anche l’esigenza di dover tramandare ad altri le cose che abbiamo imparato, perché certi valori, certe attività non vadano perdute.

C’è anche chi approfitta del nostro stato per tentare di intrupparci in associazioni, organizzazioni, che hanno il compito di portarci in giro in gruppi più o meno numerosi, a vedere balletti, mostre, viaggi culturali, sempre rigorosamente vietati ai minori di 60 anni, più che stanchevoli, nella speranza, forse, di perderci per strada o di dimezzare il nostro numero causa malori vari.
Ci portano a svernare in qualche Riviera, al mare o al lago, nei tempi morti del turismo.
Una mia cugina, vicina agli ottanta, mi ha confessato che lei, a Ischia, non ci va più: c’erano troppi vecchi, laggiù.

Alcune amministrazioni comunali approfittano della voglia che i vecchi hanno di non stare solo fra di loro, per usarci a dirigere il traffico fuori dalle scuole, per pattugliare alcune contrade a rischio, per altri lavoretti più o meno utili che diano, a noi vecchi, la sensazione di essere ancora utili alla società.
Questa nostra società nella quale sembra che i vecchi siano solo ingombranti e fuori luogo, tranne che al Senato o al Quirinale. In questi due luoghi ci si arriva solo se si è veramente decrepiti, allora si è rispettati, sempre che chi arriva su quelle poltrone, abbia la compiacenza di esserne grato, di sorridere e di tacere, perché, se invece  qualcuno desidera dire la propria, allora, apriti cielo, lo si tratta da rimbambito.

Un mio carissimo amico, di qualche anno più vecchio di me, affetto da un parkinson devastante, non può più andare per le vie del borgo natio: viene costantemente deriso e vituperato da giovinastri che non hanno coscienza di ciò che fanno e non hanno la consapevolezza che, se non si schianteranno contro un muro in un sabato notte come succede a tanti dalle nostre parti, prima o poi vecchi lo diventeranno anche loro e saranno gli amici dei loro nipoti a prenderli per i fondelli.

70 quindi.
Ricordo quegli anni 70 del secolo scorso, quando eravamo tutti hippies, figli dei fiori, con i capelli lunghi, i piedi scalzi, le lunghe gonne a fiori, svolazzanti e leggere, venti chili di meno e tanta voglia di correre.
Quasi, quasi, mi faccio un bel camicione a fiori, mi metto un nastro dorato fra i capelli e vado a danzare nel prato davanti casa: 70 e oltre!

 

Ineluttabilità

 

la donna cigno

disegno a pastello – mie opere

Si nasce, si cresce, si corre verso il futuro che ci appare all’orizzonte, sicuri di poterlo raggiungere, poi, ad un certo punto della nostra storia personale, chissà come, chissà perché, ci fermiamo, ovvero, madre natura ci ferma.

Non siamo diventati improvvisamente vecchi, no, ci siamo solo fermati, stiamo in attesa, come fossilizzati, in attesa di non sappiamo bene che cosa.

Abbiamo rallentato un po’ alla volta e poi ci siamo fermati. Continuiamo a vivere, a pensare, a vedere, udire, ascoltare.
Usiamo i nostri sensi, tutti quanti, anche il nostro cervello, ma non ci muoviamo più.
Questa non è la vecchiaia, è l’attesa dell’infinito.