…ruvida come vecchia corteccia…

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Questa solitudine avvolgente,
densa come nebbia di novembre,
dura come arida terra,
ruvida come vecchia corteccia,
ha l’odore dell’erba bruciata,
il colore di un giorno di pioggia.

Silenziosa come una notte senza vento
è presenza costante,
fedele amica d’ogni istante.

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Silenzio d’autunno

Ho aperto il tuo armadietto in bagno, a sinistra dello specchio.
C’è ancora tutto, in ordine, come è sempre stato.
I tuoi pennelli da barba, quello vecchio e consunto e quello nuovo, già pronto all’uso.
Il tubo rosso della crema da barba, il tubetto dell’emostatico, i tuoi rasoi blu e i flaconi dei dopobarba: l’ambrato  Denim e il tuo preferito l’Acqua Velva color acquamarina.
Ho aperto il flacone e ne ho odorato il profumo.
E’ tutto ancora lì, in attesa, in questo silenzioso mattino d’inizio autunno.

Ho raccolto ieri le pere cotogne.
Non ce ne sono molte quest’anno.
Una parte è destinata a quel tuo amico al quale ne regalavi ogni anno.

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Francoforte sul Meno

Ieri sera ho visto il film “Il labirinto del silenzio”, ambientato a Frankfurt am Main nel 1958.
E’ stato inevitabile che parecchi ricordi mi tornassero alla mente.

Era il febbraio del 1979 e mi trovavo a Francoforte proveniente da Bruxelles dove avevo trascorso una settimana alla visita del Museo Reale delle Belle Arti, della stupenda cattedrale gotica dedicata a San Michele e, soprattutto, del grandioso Museo del Congo Belga di Tervueren.

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Roemerberg
Frankfurt am Main
Wikipedia

A Francoforte c’ero arrivata, attirata dalla grande mostra antologica di Courbet messa a confronto con le opere di alcuni pittori tedeschi della seconda metà dell’Ottocento, influenzati da questo grande pittore francese.
Inoltre avevo pianificato di visitare la Goethe-Haus, casa natale del grande poeta e prosatore tedesco e il museo dedicato a Heinrich Hoffmann che aveva creato lo Struwwelpeter, il Pierino Porcospino del quale la mia bisnonna mi aveva recitato le filastrocche quando ero bambina.

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Pierino Porcospino di H. Hoffmann
immagine presa dal web

Ero nello Staedelsches Kunstintitut Staedische Galerie della città, che ospitava la mostra di Courbet, che ormai avevo già visto e continuavo la visita, durata parecchi giorni, per ammirare anche le collezioni permanenti, quando mi trovai, per caso e senza averne avuto sentore, in una parte del museo che riguardava il ghetto ebraico della città e che ora è stato trasferito nel Museo della cultura ebraica inaugurato nel 1982.
Avevo già visto a Verona, a Mantova, a Sabbioneta, a Venezia, alcune zone che erano state adibite, riservate, nei secoli, agli Ebrei e avevo avuto modo di visitare alcune Sinagoghe.
In quella sala c’erano molte stampe, fotografie, reperti che narravano di quanto fosse successo nel passato e anche nell’ultima guerra.
Mentre osservavo le foto, entrò una scolaresca di ragazzini e ragazzine, forse di dodici, tredici anni, con i loro insegnanti. Molto composti e ordinati, osservavano l’ambiente e ascoltavano quanto detto dai loro accompagnatori e mi accodai anch’io, inosservata anche perché, data la mia statura, sembravo quasi una loro coetanea.
Alcuni ragazzini fecero delle domande e l’imbarazzo degli adulti era tangibile.
Una delle ovvie domande fu:”Perché i nostri nonni, i nostri genitori, permisero tutto questo?”

Era una domanda che anch’io mi ero posta tante volte, sentirla da quei ragazzini che sembravano essere, per la prima volta, davanti a quella vicenda e vedere l’imbarazzo degli adulti, mi obbligò a intervenire.
La risposta era abbastanza semplice, bastava riflettere:

“Se voi ed io, fossimo nati dopo la Prima Guerra Mondiale, fossimo stati educati in famiglia e a scuola nelle idee di quell’epoca, credendo che ciò che ci veniva insegnato fosse giusto, quanti di noi si sarebbero opposti? Probabilmente ci saremmo adeguati a quanto accadeva, per convenienza, per paura, per incapacità, per indifferenza, per ignoranza. E’ facile giudicare i fatti a posteriori, bisogna esserci dentro, viverli in contemporanea per vedere di che pasta siamo fatti, se vigliacchi o coraggiosi, se giusti o ingiusti, se capaci o incapaci.”

Nessuno di quei ragazzini pose, però, la domanda che io mi facevo da tanti anni: “Perché gli Ebrei non hanno reagito? Perché si sono lasciati massacrare?” E la risposta era pur sempre ovvia: non esiste la razza ebraica.  L’ebraismo è una religione e la gente ebraica era tedesca, italiana, francese, russa eccetera. Erano uomini che avevano combattuto nella prima guerra mondiale per il proprio paese, erano nati e vissuti nel proprio paese, ne avevano la cittadinanza, contribuivano all’economia dello stato. Nessuno poteva immaginare che ciò che era capitato a questa gente, fin dai lontani tempi di Antioco primo e proseguendo nei secoli ogni qualvolta che un governo desiderava incamerare i beni di qualcuno per rimpinguare le proprie casse, potesse capitare anche in epoca così moderna.
Ma visto che, spesso, dietro ai genocidi come quelli degli Armeni, dei Curdi e di altri popoli nel passato e nel presente, ci sono interessi che vanno al di là delle ideologie, si è sempre trovato qualcuno disposto ad avallare, compiere, distogliere lo sguardo, restare indifferente, approfittare o fingere di non sapere.

Proprio ora, mi è tornato in mente anche un episodio accaduto quando mia figlia era piccola.
Fin da bambina, nell’Istituto dove ero vissuta, le suore parlavano degli Ebrei come dei deicidi, uccisori di Cristo. A me pareva che fosse un controsenso. Se lo avessero ucciso gli Ebrei, sarebbe stato lapidato e non crocifisso come era d’uso fra i Romani e se Pilato si fosse rifiutato di condannarlo, nessuno avrebbe potuto ucciderlo impunemente.
Papa Wojtyla cercò di cambiare la mentalità antisemita con una catechesi più moderna e illuminata e in quei giorni una delle suore della scuola materna frequentata da mia figlia, affermò che il Papa aveva sbagliato ad affermare che gli Ebrei erano nostri fratelli.
A me tornarono alla memoria le mie perplessità di quando ero bambina e le chiesi: “Scusi, se non ricordo male, quel povero Cristo sulla croce disse <Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno> e si riferiva a tutta l’umanità, se non erro. Lei crede davvero di essere migliore di quel Cristo?”

C’è da dire, comunque, che negli anni Settanta, quando io andavo regolarmente in Germania almeno una volta l’anno, i Tedeschi sentivano ancora preponderante il peso della perdita della guerra e di ciò che era successo a partire dalle leggi razziali. C’era ancora, in quegli anni, l’occupazione degli eserciti alleati che si erano divisi la Germania in zone e la gente, soprattutto i giovani della mia età nati nel dopoguerra, queste truppe le sopportavano male.
In una città come Karlsruhe, Inglesi, Francesi e Americani, avevano ognuno le proprie caserme e i propri rioni abitati dai familiari degli occupanti. Il tutto pagato dalle tasse dei Tedeschi ai quali non era permesso armare un esercito e anche i corpi di Polizia erano, bene o male, sotto controllo degli alleati.
I tedeschi che avevano venti, trent’anni più di me si vergognavano di quanto era successo in passato e non accettavano di affrontare l’argomento. I giovani volevano che gli alleati se ne andassero, anche se proprio l’aiuto che gli alleati avevano dato permise la ricostruzione della Germania, ovviamente non gratuita, perché, dopo ogni guerra, gli speculatori ci sono sempre.