Notte d’inizio estate

Danza di peonie sul mare di notte

Acquerello
mie opere

 

Azzurro l’alito fresco, lieve
come il respiro d’un bimbo
che dorme sereno.
Uno zefiro arcano, incantato,
avvolge la notte silente.
Tenue un barlume di luna
si specchia sull’onda tranquilla.
Volteggiano ninfe fatate
nell’aria che, immota, riporta
lontani brandelli di vita,
ricordi scordati, sbiaditi,
svaniti nel tempo passato,
rimpianti confusi, annebbiati,
di giorni felici, trascorsi,
che tornano, a volte,
nel magico vento d’estate.

 

Il nostro mondo

 

guscio-di-cavalletta

Guscio di cavalletta
acquerello
mie opere

E’ morta la speranza
per questo nostro mondo?
Così poco fecondo
ormai, perché brutalizzato
da odi, da rancori,
da guerre e distruzioni,
da insaziabili egoismi
dei pochi affamatori
dei molti, indeboliti
da lunghe privazioni.

E’ morta la speranza
di un mondo un po’ più onesto?
Di un mondo più pulito,
un po’ meno egoista,
un poco più addolcito
d’amorevole rispetto
per tutte le creature.

E’ stupido scordare
quanto la vita è breve.

E’ stupido scordare
di quale razza siamo:
siamo di razza umana,
ormai da antica data,
siamo di razza umana,
lo siamo, niente di più.

Millenovecentosettantacinque

mare-del-nord

Mare del Nord
acquerello
mie opere

 

Scivolo sull’acqua.
I miei pensieri se ne vanno
liberi, come gabbiani senza terra.
Non vedo che luce,
negli occhi abbacinati
c’è solo un ricordo d’azzurro,
un brandello di cielo.

Salgo da vortici lontani
in superficie
e non so più restare
in quest’immota realtà.
Non so più nulla,
né vivo, forse, più,
né più temo passato,
né futuro.

Scivolo via inerte
e non so più tornare.

La Memoria V

Ho sbriciolato le ore aspettando il tuo risveglio.
Guardo il tuo respiro fremere nelle nari.
Aprirai gli occhi
e riderai con me
al nuovo giorno.

le narici cuoricini

mia figlia
disegno di Neda

 

Mia figlia ha le narici a forma di cuoricini.

Quando la guardo provo sempre una sorta di stupore e mi meraviglio di essere riuscita a metterla al mondo, come se per averla desiderata così a lungo, non riuscissi poi a capacitarmi di avercela finalmente fatta ad avverare il mio sogno.

Osservandola ritrovo in lei le mie due nonne.

Di quella paterna ha i lunghi capelli neri, corvini, con riflessi quasi blu, forti e lucidi come la seta e i grandi occhi verdi, resi più intensi da una sottile riga blu pervinca che circonda l’iride e che mi ricorda mio padre.

Della nonna materna porta il bel nome classico e breve, dolce e antico, che richiama alla mente le Donne del nostro Rinascimento. Quando la chiamo il nome diventa luce ed io mi illumino.

mia figlia - acquerello di Neda

mia figlia
acquerello di Neda

Sentii sempre mia madre chiamare sua madre con questo nome, non la chiamò mai “mamma”.

Mia nonna fu la prima di otto figli, nata in una famiglia che recava nel cognome la particella prenominale che indicava un’antica nobiltà. Quando lei nacque, di quella nobiltà non restava che il nome e un fatuo orgoglio.
La nonna venne cresciuta in casa dei suoi nonni materni che erano benestanti, colti, entrambi insegnanti, avevano avuto cinque figli, due maschi e tre femmine, ai quali avevano imposto i nomi gloriosi della epopea garibaldina.
Presero con loro quella prima nipotina per sollevarne la madre, la quale pareva si divertisse a mettere al mondo un figlio dopo l’altro, forse in dispregio alla miseria nella quale viveva e riversarono su quella bambina tutto l’affetto di cui erano capaci.

La nonna crebbe in una bella casa, in mezzo ai libri, alla musica, alle attenzioni di una casa tranquilla in cui le donne erano dedite al ricamo e alla cura della propria persona.
Di animo dolce e remissivo, quieta, riflessiva, sbocciò presto mostrando una femminilità accentuata dalla figura esile, minuta,
ben proporzionata nonostante la bassa statura.
Il viso era bello e luminoso. C’è una sua foto di quando aveva sedici anni: l’espressione dolce, la massa di capelli ondulati raccolti sul capo, il portamento eretto con le spalle ben delineate ed il busto messo in rilievo dalla vita sottile, fanno pensare che non doveva passare inosservata e, certamente, parecchi giovanotti la seguivano con lo sguardo.

Preparava il corredo quando dovette abbandonare la casa dei nonni per tornare da sua madre che la reclamava perché l’aiutasse a crescere il resto della nidiata. Ho cercato di immaginare quale sarà stato l’impatto con quel mondo così diverso da quello in cui lei era cresciuta.
Abbandonava la città, i libri, i ricami, la musica e il teatro, un’atmosfera ovattata e serena e si ritrovava in campagna, a doversi rimboccare le maniche in mezzo a una nidiata di fratelli e sorelle che quasi non conosceva, un padre squattrinato ma orgoglioso del suo antico casato e una madre pigra ed inetta, quasi invidiosa di questa figlia così diversa e radiosa.
Lo sguardo malinconico che io ho sempre visto in fondo agli occhi di mia nonna, deve essere nato certo in  questo periodo.
C’è da meravigliarsi che un paio di anni più tardi perdesse la testa e si ritrovasse a dover sposare in fretta e furia quello che lei pensava dovesse essere il suo salvatore?

Il nonno era un giovane di bell’aspetto.
Aveva occhi e capelli scuri, mascella volitiva, sguardo intelligente, labbra sottili ed un sorrisetto ironico che mascherava la naturale crudeltà, manifestatasi in lui già in tenera età.
La prima guerra mondiale era finita da poco e in paese lo ricordavano ancora con la divisa: come gli stava bene la divisa di fante e come lui andava orgoglioso della sua parte di eroe, di essere stato uno dei “Ragazzi del 99”. Aveva anche fama di essere un oculato amministratore dei propri averi, di essere benestante e, quindi, era anche un partito ambito, coccolato da parecchie madri che avevano figlie in età da marito.
Egli veniva fa una famiglia povera, la madre era forte e saggia,
il padre un brav’uomo, semplice e di poche ambizioni, che si meravigliava di questo figliolo prepotente, pieno di smanie, di iniziative, di desiderio di potere, capace di fare affari, di far fruttare i denari che guadagnava.
Il nonno aveva anche una sorella molto simile a lui, sia per ambizione che per crudeltà, che sposò un gerarca fascista,  e un fratello molto più giovane, che era invece dolce e gentile e che non sarebbe più tornato dalla Russia, nella seconda guerra mondiale.

Quando ero bambina, ho sentito spesso la bisnonna chiedere al buon Dio perché mai le avesse tolto proprio quest’ultimo figlio, invece di uno degli altri due, o di tutti e due.

Il nonno sapeva bene che nessuna delle “signorine” delle famiglie più abbienti lo avrebbe sposato, d’altronde egli disprezzava quelle che gli erano pari, proprio perché del suo stesso ambiente e che ambivano al suo denaro, come diceva lui.
La soluzione la trovò in quella ragazza allevata in città, di antico casato anche se povera, bella, istruita e così ingenua. Non aveva nulla da temere da lei. In un colpo solo poteva avere la ragazza che colmava le sue ambizioni, sarebbe stato invidiato dai suoi pari senza dover pagare lo scotto ad una famiglia superiore al suo stato e ad una sposa orgogliosa e superba.
Agli occhi della nonna egli apparve come il suo salvatore e la famiglia si guardò bene dal metterla in guardia verso quest’uomo la cui prepotenza era ben conosciuta da tutti, tranne che da lei che era in paese da poco e non aveva nemmeno amiche che la potessero consigliare. La famiglia pensava certamente che il benessere che la sposa avrebbe avuto, sarebbe, di riflesso, toccato anche a loro.
Non so nulla di quegli anni. Mia nonna non ne ha mai parlato.
Ho visto una foto di un gruppo di famiglia, un matrimonio di un fratello di mia nonna.

foto di famiglia 1925

foto di famiglia 1925

Mia madre è in prima fila in mezzo agli sposi, ha due anni, sempre in prima fila c’è sua zia che ha solo quattro  anni, l’ultima sorella di mia nonna.

Fra tutti i parenti, in parte a me sconosciuti, noto la bisnonna e i nonni.
La nonna è in penultima fila, seminascosta, lontana dal marito e dalla figlia. Ha l’aria triste, dimessa, affaticata, è incinta. Indossa un grembiulone informe. Se faccio il confronto con la bella foto di pochi anni prima sono certa di non sbagliare se penso che la delusione deve averla precocemente invecchiata. Doveva essersi resa conto molto presto di essere caduta dalla padella alle braci, con un’unica variante: non aveva più alcuna speranza, da quella galera non sarebbe uscita che morta.

I miei ricordi sulla nonna risalgono a quando ero bambina, nella cascina della campagna Rasa. Non l’ho mai vista sorridere. In fondo agli occhi aveva sempre un’ombra triste, malinconica e rassegnata. Le belle labbra della fotografia erano diventate una linea sottile e breve, la mascella era più pronunciata, indurita, come chi è abituato a stringere, a digrignare i denti. I capelli, ormai grigi, erano raccolti e tirati, come se non dovessero vedersi, come se se ne vergognasse.
La voce era bassa, le parole rare, stentate, corte, i gesti bruschi, necessari. Passava spesso inosservata, come se non volesse farsi notare. Sentivo emanare da lei una forza repressa, che non mi piaceva. Giravo al largo da lei. Non la temevo, non ne avevo paura, ma era come se qualcosa mi tenesse lontana.
Forse i bambini sentono la forza che emana l’altrui sofferenza e, non comprendendola, preferiscono girare alla larga, strofinarsi a chi è ciarliero, allegro, più rassicurante.

Ricordo la sua voce, bassa e breve, quando chiamava me e mio cugino a metà mattina e a metà pomeriggio e ci allungava, con un piccolo gesto schivo, un uovo sudato, o una patata bollita, del pane e salame, a volte della focaccia e ci spingeva dietro la casa, sotto ad un vecchio e grande fico ombroso, perché mangiassimo là, di nascosto dagli occhi del nonno che non voleva trasgressioni agli orari dei pasti.
Anche il ricostituente, le medicine, l’olio di fegato di merluzzo, ce li propinava così, silenziosamente e di nascosto e non fiatavamo, senza capire il perché, ma resi consapevoli da quella sua aria burbera e misteriosa.
Seppi, dopo parecchi anni, che aveva venduto le uova di nascosto dal marito per procurarsi i pochi denari per quelle medicine.

Ricordo certe sere, quando il nonno era particolarmente intrattabile e l’aria di casa diventava tanto irrespirabile che il nostro silenzio si sarebbe potuto tagliare con un coltello e noi bambini ci muovevamo appena, allora, la nonna mi sussurrava all’orecchio: “Chiedigli di quando era in guerra” e io andavo dal nonno e gli facevo domande sulla guerra, sul Piave, sugli Austriaci.
Le mie domande erano sempre le stesse, imparate a memoria, ma lui sembrava non accorgersene.
A poco a poco tutto l’ambiente si rilassava. Il nonno raccontava a voce alta, con importanza, la sua avventura sul Piave, si perdeva nei ricordi degli anni della sua giovinezza. Un po’ alla volta non ci fu più bisogno che la nonna mi sussurrasse le parole magiche, bastava uno sguardo a farmi capire che cosa dovevo fare, poi, non ci fu più nemmeno bisogno che la nonna mi guardasse, lo capivo da me quando era il momento di adoperare la mia curiosità infantile.

Questo sistema lo usai anche più tardi, da grande, quando li andavo a trovare e capitavo nel pieno di una sfuriata. Com’era facile manovrare quell’uomo ormai schiavo del proprio brutto carattere e com’era liberatorio sapere di non dover essere costretta a vivere lì, sempre.

A volte mi sembra di essere vissuta in un’altra epoca tanto sembra lontano quel tempo. Solo chi ha provato l’esperienza quotidiana privati della luce elettrica e di tutte le comodità che l’elettricità comporta può capire che cosa sia vivere senza la luce delle lampadine, senza la televisione, la radio, il frigorifero, l’acqua corrente in casa, gli elettrodomestici. Per un bambino che non conosce tutte queste comodità, il tempo senza l’elettricità è una dimensione diversa e favolosa. Il tempo ha il valore di uno spazio senza fine, senza premura, fisicamente reale. Il tempo c’è, esiste, è quasi palpabile e intorno al bambino gli adulti sono come immobili, duraturi, immutabili, in una sensazione di immortalità.
Il giorno è più lucente, la notte più intensa e piena.

Ho provato a spiegare a mia figlia questa sensazione, ma quando le parlo di un tempo senza la televisione e senza tutte le comodità che lei conosce, scopro nei suoi occhi un piccolo velo di angoscia, probabilmente pensa che questa epoca di cui parlo sia lontana quanto la scoperta dell’America.

Fantasticheria

Traeumerei

acquerello di Neda

Voglio cercare un pianeta,
al di là del sistema solare,
nell’astrale mondo della nebulosa,
dove le stelle sian rosa
e il cielo al posto del mare
per potermi tuffare
in un’alba dorata, iridata.

E senza i bang dei reattori,
ma solo colori, anche d’inverno,
nei fiori sbocciati sopra la neve
e candidi uccelli
che non conoscano caccia, né gabbia,
di quelli che sanno cantare le fiabe.

Dove si viva fratelli,
si nasca e si muoia felici,
amici con tutti
e senza problemi.

Avevo 21 anni quando scrissi questi versi nel lontano 1969.
Quel pianeta, lo sto ancora cercando.

La fata degli ulivi

La fata degli ulivi

Acquerello e china di Neda

Quando d’estate,
sotto la luna piena,
i grilli cantano
d’amor la loro pena
e danzano le lucciole
come dei lampioncini,
tra i bei carciofi e i kiwi
viene a riposarsi
la Fata degli ulivi.
Lei viene da lontano,
dalla terra del sole,
è stanca, affaticata,
si posa sopra l’erba,
stiracchia le sue ali
e dorme a bocca aperta
e, mentre dorme, sogna,
parla della sua terra.
Racconta di vulcani,
di barche e mare blu,
di pazze gabbianelle,
di sabbia e di conchiglie,
di rosse ceraselle…
di mandorle…di zagare…
di bianche pecorelle…
lasciamola dormire.