Verona

Nel dolce dialetto di Verona, del grande Berto Barbarani, tratto dal preludio
al suo Poema Giulieta e Romeo, ovviamente ispirato al grande Bardo.

Vorìa cantar Verona, a una çerta ora
de note, quando monta su la luna:
quando i boschi che dorme el par che i cora
dentro sogni de barche a far fortuna

drio a l’aqua de l’Adese, che va
in çerca de paesi e de çità…

E alora che è finì tuto el sussuro
speciarla zo ne l’Adese, dai ponti,
e comodarla mi, muro par muro,
tuta forte nel çercolo dei monti…

E indove che è piantà Castel San Piero,
su le rovine del teatro antico,
védar levarse su come de fero
tuto intiero, el castel de Teodorico,

e imaginarme rampegada adosso
‘na Verona cambià nei so colori:
tore e muraglie del quarel più rosso,
case dipinte e ponti levadori,

che se specia ne l’Adese che va
in çerca de paesi e de çità…

 

Credo che questo dialetto sia molto comprensibile. Lo tradurrò a richiesta.

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Giulieta e Romeo di Berto Barbarani
incisione di copertina di Angelo Dall’Oca Bianca
Edizioni l’Albero – Verona
30 ottobre 1941
mie foto.

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Storia trista d’on sìsol

Poesia di Luigi Giovetti poeta mantovano

Davsìn a mi gh’a stava on contadin
ch’al ghea ‘na pianta in mès al sò giardin,
‘na pianta favolosa gròsa acsì,
ona pianta da sìsoi. On bèl dì
ho dit al contadin: – M’an dal on büt? –
– Ma caro, al m’ha rispost, t’al daghi tüt –
Alor capei mia cos l’ea cücià
a tanta bèla generosità.

Adès ch’al mè sìsol l’è bel gros
coi ram ch’a pasa fin dadlà dal fos
e che da sìsoi al na fa pran tant
l’è dventà la pastüra dal viandant.

Quand in sla strada pasa di pütei
chi ved chi sìsoi acsì gros e bèi
dopo chi è sta on bel pès a sgolosàr
i pœl mia far sensa da dmandàr:
– Siòr, sò mia com’is ciàma in italian,
am dàl dü sìsoi? – e i s’inpienìs le man.
Pò i rversa la ramada, i romp i ram
e dapartüt gh’è frasca da ledàm.

Adès a speri senpar ch’on somèl
as ferma lì davanti al me cancèl
e ‘l diga: -Siòr, al m’an regala on büt? –
E alora mi a gh’al regali tüt.

https://undentedileone.files.wordpress.com/2017/08/le-giuggiole.jpg

Le giuggiole
mie foto

Traduzione in linguaggio corrente

Storia triste di un giuggiolo

Vicino a me ci stava un contadino
che aveva una pianta in mezzo al suo giardino
una pianta favolosa grossa così,
una pianta di giuggiole. Un bel dì
ho detto al contadino: -Me ne dà un germoglio?-
– Ma caro, mi ha risposto, te lo do tutto.-
Allora non capivo che cosa lo avesse spinto
a tanta bella generosità.

Adesso che il mio giuggiolo è bello grosso
con i rami che vanno fino al di là del fosso
e che di giuggiole ne fa tantissime
è diventato la pastura del viandante.

Quando sulla strada passano dei ragazzi
che vedono quelle giuggiole così grosse e belle
dopo che sono stati un po’ a sgolosare
non possono far senza domandare:
-Signore, non so come si chiamano in italiano,
mi dà due giuggiole?- e si riempiono le mani.
Poi rovesciano la rete metallica, rompono i rami
e dappertutto ci sono frasche da letame.

Adesso spero sempre che un ingenuo
si fermi lì davanti al mio cancello
e dica: – Signore, me ne regala un germoglio?-
E allora io glielo regalo tutto.

Uccelletto

Stamane sono stata svegliata da un cinguettio, anzi un pigolio insistente:
un uccellino, forse un Luì piccolo, su un ramo fuori dalla finestra e mi è tornata in mente una poesia di Arturo Graf, studiata tanti e tanti anni fa.

 

 Uccelletto

 In cima a un’antica pianta
nel roseo ciel del mattino,
un uccelletto piccino
(oh, come piccino!) canta.
Canta? Non canta: cinguetta.
Povera, piccola gola,
ha in tutto una nota sola,
e quella ancora imperfetta.
Perché cinguetta? Che cosa
lo fa parer sì giulivo?
S’allegra d’esser vivo
in quella luce di rosa.

Luì piccolo

immagine dal libro
“Uccelli dei giardini”
di John Wright

 

Notte d’inizio estate

Danza di peonie sul mare di notte

Acquerello
mie opere

 

Azzurro l’alito fresco, lieve
come il respiro d’un bimbo
che dorme sereno.
Uno zefiro arcano, incantato,
avvolge la notte silente.
Tenue un barlume di luna
si specchia sull’onda tranquilla.
Volteggiano ninfe fatate
nell’aria che, immota, riporta
lontani brandelli di vita,
ricordi scordati, sbiaditi,
svaniti nel tempo passato,
rimpianti confusi, annebbiati,
di giorni felici, trascorsi,
che tornano, a volte,
nel magico vento d’estate.

 

La gatta

la gatta alla finestra

mie foto

 

La gatta si lisciava il pelo
con la lingua ruvida
come cartavetrata.

Sul ramo basso del giovane pruno
venne a posarsi il pettirosso
e un passero gli svolazzava intorno.

La gatta si lisciava il pelo,
drizzava appena, negligentemente,
l’orecchia aguzza.
Il passero si posò, grasso, sul ramo,
tronfio come sullo scranno di un re.

La gatta si lisciava il pelo,
l’occhio socchiuso, attento.
Il pettirosso spiccò il volo
dritto, davanti al naso della gatta
che si lisciava il pelo.

Era sazia la gatta sul cuscino
davanti alla finestra, ch’era ben chiusa.
Era sazia la gatta e si lisciava il pelo.
Chiuse gli occhi e dormì.

Forse ora sogna
pettirossi grassi.

Al mè giardin

tre margherite

mie foto

 

Poesia di Luigi Giovetti (mantovano)

Ma s’l’è bèl al giardin

in Primavera.

A gh’è do ròșe

a gh’è trè margarite

a quàtar viòle;

a gh’è al pin

ch’ho piantà dòpo al Nadal

a gh’è ‘na pianta ad pom

ch’ho mai magnà.

Chi è ch’ha dit

che ‘l giardin

ch’a gh’è davșin

l’è püsè bèl?

A l’è on balòs,

l’è mia vera,

l’è sol pü gròs.

Traduzione in linguaggio corrente:

Ma come è bello il giardino

in Primavera.

Ci sono due rose

ci sono tre margherite

e quattro viole;

c’è il pino

che ho piantato dopo Natale

e c’è una pianta di mele

che non ho mai mangiato.

Chi è che ha detto

che il giardino

che c’è qui vicino

è più bello?

E’ uno sciocco,

non è vero,

è solo più grosso.

Millenovecentosettantré

 

Malghes - disegno a punta d'argento, di Neda

Malghes – disegno a punta d’argento,
mie opere

Ritorneremo un giorno, forse,
a coltivar la terra,
come i nonni dei nostri nonni?
Ho paura di vivere, io, domani,
ho paura, sì. Eppure
non è lontano il tempo della terra,
ma lo ritroveremo ancora?

Avvolto in un bel cellophane,
inodoro, asettico, sterile,
chimicamente reso improduttivo,
il bel campo del nonno,
quello dietro al vigneto,
dove c’era seminato il saraceno,
chissà se si ricorda ancora
l’odore dello strame.

E le api?
Il miele mangiavam d’inverno,
solido, granuloso e dolce
sul pane riscaldato sulla piastra
della stufa vecchia.
Nonna sbatteva il burro
nel fiasco verde, senza paglia.

Io…io non capivo
la fatica e il freddo,
l’acqua sul frumento a primavera,
l’urla del maiale
quando lo scannavano sull’aia.
Io non capivo.

Poi, al saraceno sostituirono ferriere,
anidride solforosa all’acqua marzolina,
al grano, la termonucleare.
C’era il vigneto a pergola
e l’ape sulla lavanda,
ora c’è un maglificio.

La vacca rossa, la Bionda,
non c’è più, forse è morta di vecchiaia
e riposa, chissà, nel paradiso delle bestie:
noi abbiamo l’automobile.

M’adatto, tra la tranquillità e l’idiozia.
Forse son ottimista
se penso che torneremo, un giorno,
a coltivar la terra
come i nonni dei nostri nonni,
o, forse, non capisco ancora.

28 novembre 1973.