Filastrocca

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mie foto

Chiocciolina bella
arrampicata al fiore
tu dormi tutto il giorno
rinchiusa nel tuo guscio,
mia mamma fa una torta
di mele con cannella,
chiocciolina bella
ne vuoi un po’ anche tu?

Giorni così…

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gesso e pastello
mie opere

Mi prende, a volte,
una cupa malinconia
che la gola chiude
e gli occhi appanna
e sento, in fondo al cuore,
qualcosa che attanaglia,
come una morsa oscura,
un mordere incessante,
un doloroso affanno.

Così, m’avvolgo intorno,
del sole un caldo raggio
e guardo fuor dai vetri
il prato rinsecchito,
sperando che la pioggia
arrivi presto e tutto lavi,
anche ciò che ristagna
nel chiuso della mente.

Il sogno di mia zia.

Mia zia, la seconda dopo mia madre, ha 93 anni compiuti e vive da sola, nella sua bella casa a schiera a pochi passi da quella di sua figlia. Ancora autosufficiente, viene aiutata sia dalla figlia che da una donna che va a farle un po’ di compagnia e l’aiuta nel tenere in ordine la casa.
Ha un solo problema: da quando è morta mia madre, dodici anni fa, si è messa in testa che dopo sarebbe toccato a lei di morire e ogni tanto viene presa da un po’ di paura e da tristezza.

Qualche tempo fa mi ha raccontato di avere fatto un bellissimo sogno.
Ha sognato che i suoi genitori, e miei nonni, morti entrambi nel 1970, erano in un bellissimo luogo, seduti su due sedie in mezzo a un grande prato verde, un po’ discosti uno dall’altro, con delle coperte a scacchi rossi e neri sulle ginocchia, in un giorno di sole, con alle spalle dei grandissimi fiori di tutti i colori.
Secondo lei questo è il Paradiso e lei spera di raggiungerli lì quando sarà il suo tempo.

Ho pensato di rallegrarla dipingendo il suo sogno. L’ho dipinto su carta con tecnica mista, pastello e acquerello, in un modo un po’ infantile, quasi naif, anche perché a mia zia degli arzigogoli dell’arte non è mai importato proprio nulla.

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Mie opere
pastello e acquerello
in realtà i colori sono un po’ più vivaci.

Setèmber

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mie opere
acquerello dal vero.

Setèmber el va a scöla
en prima elementàr
col bigarì célèst
tajàt nel ciel seré
e sübit el prim dé
e töcc i dé de piö
el tóca i gra de l’ùa
co la matita blö.

Settembre va a scuola, in prima elementare, con il grembiulino azzurro tagliato nel cielo sereno e subito il primo giorno e tutti i giorni di più tocca i grani dell’uva con la matita blu.

Poesia di Elena Alberti Nulli, poetessa bresciana.

sempre…

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china acquerellata
mie opere

 

Sempre, non hanno i miei versi rime
né, sempre, sonetti sono i miei scritti.
Non sempre i miei giorni sono poemi
né, sempre, il sole m’illumina il volto.
Nei giorni di pioggia
che sento all’interno
dell’animo spento
mi sforzo di agire
e annullo il pensiero,
mi chiudo all’ascolto,
non cerco risposte,
non voglio sapere:
lo spirito dorme,
la mente è silente
e l’animo tace.

Una spolverata di neve

Questa sera sta ancora nevicando, è tutto bianco.
Io la neve la odio:
troppo bianca, troppo fredda, troppo umida e ho ancora brutti ricordi di una valanga quando lavoravo in montagna.

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mie foto

Eppure, da quando ha iniziato a nevicare, mi frulla in mente il ricordo di una canzoncina che ci avevano insegnato in Istituto, quando ero bambina, sulle parole della poesia

“Orfano” di Giovanni Pascoli:

Lenta la neve fiocca, fiocca, fiocca.
Senti: una zana dondola piano piano.
Un bimbo piange, il piccol dito in bocca;
Canta una vecchia, il mento sulla mano.
La vecchia canta: intorno al tuo lettino
C’è rose e gigli, tutto un bel giardino.
Nel bel giardino il bimbo si addormenta
La neve fiocca lenta, lenta, lenta.

 

Sassi

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Immagine presa dal web

Sul greto del fiume
che sbocca nel mare
sono andata a cercare,
oggi, sassi colorati e strani,
sassi rosa e neri,
sassi pieni di misteri,
sassi senza pensieri,
sassi senza ricordi,
sassi che non sanno il passato,
sassi di un mondo scordato,
sassi lucidi d’acqua,
sassi di muschio verde,
sassi bianchi e turchini,
sassi piccini,
sassi di gesso fragile,
sassi di rossa arenaria,
sassi d’ardesia nera,
sassi spezzati,
sassi abbandonati,
sassi che non sanno odiare.

Sassi sotto le dita
e l’acqua continua a cantare
la sua dolce canzone accorata
e l’acqua m’invita a restare
e l’acqua mi tiene legata.

Sassi sotto le mani:
il mio corpo non è più mio,
io sono un sasso scolpito,
un sasso levigato,
un sasso senza futuro,
un sasso negato.

 

Era la fine dell’estate del 1975 quando scrissi questi versi, in un momento in cui sembrava che tutto il mondo mi stesse crollando addosso, la mente stranita dalle vicende del momento, complice anche un deperimento organico causato dal lavoro in due stagioni estive e una invernale, senza mai un giorno di riposo, con quei ritmi di allora che oggi sarebbero considerati inconcepibili.
La voglia di andarmene, che non era solo un desiderio di fuga, di abbandonare tutto, ma una disperazione più profonda, quasi viscerale. Poi, la rabbia e l’orgoglio mi aiutarono a rialzarmi.
Quando la vita mi prende alla gola e mi mette alla prova, torno a leggere quelle parole e ricomincio a combattere.

Verona

Nel dolce dialetto di Verona, del grande Berto Barbarani, tratto dal preludio
al suo Poema Giulieta e Romeo, ovviamente ispirato al grande Bardo.

Vorìa cantar Verona, a una çerta ora
de note, quando monta su la luna:
quando i boschi che dorme el par che i cora
dentro sogni de barche a far fortuna

drio a l’aqua de l’Adese, che va
in çerca de paesi e de çità…

E alora che è finì tuto el sussuro
speciarla zo ne l’Adese, dai ponti,
e comodarla mi, muro par muro,
tuta forte nel çercolo dei monti…

E indove che è piantà Castel San Piero,
su le rovine del teatro antico,
védar levarse su come de fero
tuto intiero, el castel de Teodorico,

e imaginarme rampegada adosso
‘na Verona cambià nei so colori:
tore e muraglie del quarel più rosso,
case dipinte e ponti levadori,

che se specia ne l’Adese che va
in çerca de paesi e de çità…

 

Credo che questo dialetto sia molto comprensibile. Lo tradurrò a richiesta.

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Giulieta e Romeo di Berto Barbarani
incisione di copertina di Angelo Dall’Oca Bianca
Edizioni l’Albero – Verona
30 ottobre 1941
mie foto.

Storia trista d’on sìsol

Poesia di Luigi Giovetti poeta mantovano

Davsìn a mi gh’a stava on contadin
ch’al ghea ‘na pianta in mès al sò giardin,
‘na pianta favolosa gròsa acsì,
ona pianta da sìsoi. On bèl dì
ho dit al contadin: – M’an dal on büt? –
– Ma caro, al m’ha rispost, t’al daghi tüt –
Alor capei mia cos l’ea cücià
a tanta bèla generosità.

Adès ch’al mè sìsol l’è bel gros
coi ram ch’a pasa fin dadlà dal fos
e che da sìsoi al na fa pran tant
l’è dventà la pastüra dal viandant.

Quand in sla strada pasa di pütei
chi ved chi sìsoi acsì gros e bèi
dopo chi è sta on bel pès a sgolosàr
i pœl mia far sensa da dmandàr:
– Siòr, sò mia com’is ciàma in italian,
am dàl dü sìsoi? – e i s’inpienìs le man.
Pò i rversa la ramada, i romp i ram
e dapartüt gh’è frasca da ledàm.

Adès a speri senpar ch’on somèl
as ferma lì davanti al me cancèl
e ‘l diga: -Siòr, al m’an regala on büt? –
E alora mi a gh’al regali tüt.

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Le giuggiole
mie foto

Traduzione in linguaggio corrente

Storia triste di un giuggiolo

Vicino a me ci stava un contadino
che aveva una pianta in mezzo al suo giardino
una pianta favolosa grossa così,
una pianta di giuggiole. Un bel dì
ho detto al contadino: -Me ne dà un germoglio?-
– Ma caro, mi ha risposto, te lo do tutto.-
Allora non capivo che cosa lo avesse spinto
a tanta bella generosità.

Adesso che il mio giuggiolo è bello grosso
con i rami che vanno fino al di là del fosso
e che di giuggiole ne fa tantissime
è diventato la pastura del viandante.

Quando sulla strada passano dei ragazzi
che vedono quelle giuggiole così grosse e belle
dopo che sono stati un po’ a sgolosare
non possono far senza domandare:
-Signore, non so come si chiamano in italiano,
mi dà due giuggiole?- e si riempiono le mani.
Poi rovesciano la rete metallica, rompono i rami
e dappertutto ci sono frasche da letame.

Adesso spero sempre che un ingenuo
si fermi lì davanti al mio cancello
e dica: – Signore, me ne regala un germoglio?-
E allora io glielo regalo tutto.