Quando la vita…

espressioni-minime

disegno a pastello su carta colorata
mie opere

Ha il nome di un fiore e di quel fiore aveva la bellezza e i colori.

Ci conosciamo da sempre, anche se non viviamo nella stessa provincia.
Ci conosciamo fin dall’infanzia e dall’adolescenza trascorse in quell’istituto e ci siamo amate subito, come sorelle, lei un po’ più grande di me e lì dentro da più tempo.
All’uscita da quel luogo non ci siamo più incontrate ma siamo sempre rimaste in contatto: le lettere, le cartoline d’auguri, le telefonate settimanali, le foto nostre e dei familiari, i racconti delle nostre vicende, così, per anni e anni e ne son trascorsi tanti, e tante le vicende tristi, disperate, i lutti, soprattutto a lei, stranamente più fragile di me, perché io, la corazza sono riuscita a costruirmela addosso, a proteggermi, a farmi scivolare via alcune cose che la vita ci riserva.

Lei no, la corazza non l’ha mai avuta e tutto le è penetrato dentro, ferendo e devastando.
Uccidendo quei sogni che avevamo là dentro, quando ci sembrava che il mondo fuori fosse il paradiso in terra e che avremmo trovato, uscendo, quell’affetto, quell’amore dolce di una famiglia e se la famiglia non l’avevamo ce la saremmo costruita noi, perché, fuori di lì il mondo doveva per forza essere bello.

Quasi tutte, appena uscite, si sono sposate, presto, per avere quella famiglia tanto desiderata. Anche lei.
Un brav’uomo, certo, un uomo come tanti, onesto e lavoratore, con un buon stipendio, che non le fece mai mancare nulla, ma che non poteva comprendere l’intensità di certi sentimenti covati per lunghi anni negli aridi silenzi di certe mura e che non poteva comprendere gli slanci e i voli pindarici di una moglie, all’apparenza come tante, ma con aneliti e desideri mai appagati, che non sarebbero mai stati appagati, proprio perché covati a lungo, troppo a lungo.

Due figli, una femmina e dopo tre anni un maschio e l’affetto per loro divenne qualcosa che riempì i vuoti, ma ossessivo, prepotentemente primario, e devastante quando il maschio, a sedici anni, perse la vita in un incidente.

Il fragile equilibrio si spezzò.
Lei, il marito, la figlia, ognuno chiuso nel proprio dolore.
Ognuno a leccarsi le ferite senza pensare al dolore degli altri, ognuno di loro a piangere da soli su quella tomba, scostandosi uno dall’altro, come se gli altri fossero colpevoli di quella tragica vicenda.

Per lei la depressione, i ricoveri, i medicinali con i loro effetti collaterali, le sue telefonate e i suoi racconti ossessivi, i pianti, le fughe dalla realtà, le liti con il marito.
Per me, la consapevolezza della mia impotenza di fronte al suo dolore.
Non ci sono parole che possano lenire il dolore di una madre.

Poi la rassegnazione, il ritorno a una pseudo normalità che normalità non è mai stata e non sono valsi i viaggi, il volontariato, la preghiera.
Il rapporto con il marito era solo una quotidianità dettata dalle abitudini, senza affetto, quasi con fastidio. La figlia sposata, le nipoti, presenze utili a volte, ma con distacco ormai.

La quarantena di questa primavera ha rotto il precario equilibrio.
Ora mi telefona tutti i giorni.
Quasi sempre alla stessa ora, un po’ prima di cena, mentre aspetta che le portino il pasto.
Ha accettato il ricovero per un mese in una “casa di cura”, quando ha capito che non ce la faceva più, che non era più capace di controllare i propri impulsi, i desideri insani.

La ascolto, a lungo, non ci sono consigli validi in queste situazioni.
La ascolto e cerco di portare il suo pensiero altrove, perché per togliere certi chiodi non esistono tenaglie valide e poi, lì dov’è ora, di storie simili alla sua ne sente tante, forse troppe, e non fanno bene allo spirito.
La imbottiscono di medicinali, la ascoltano nei colloqui che durano poco e solo un paio di volte la settimana.
Ancora una comunità, certo diversa da quella della nostra infanzia.
Una comunità dove lei cerca di ritrovare un equilibrio ormai perduto, mantenuto all’apparenza ma solo per mezzo di medicinali.

Non voglio esprimere fino in fondo il mio pensiero, sarebbe inutile.
La ascolto ogni giorno e cerco, se possibile, di distrarre i suoi pensieri da quel suo chiodo fisso.

 

 

 

Quotidianità (1992)

La suonatrice di vella

La suonatrice di vella
dipinto a olio su tavola
(di Neda)

Perdo
minuti
ed ore
e giorni
e mesi ed anni interi
nella quotidianità di gesti consueti
ai miei doveri di donna
e moglie
e madre.

Il tempo sfugge
alle mie dita
come acqua
e sabbia
e vento
ed io rimango lì
in attesa
del momento in cui
donna non sarò più,
ma solo mente.