Lontani ricordi

Danza di peonie sul mare di notte
Acquerello me opere

Ho acceso per pochi minuti la TV e, su Rai 3, ho visto le ultime sequenze del film “Telefoni Bianchi”.
Dev’essere destino che io non sia riuscita nemmeno questa volta a vedere questo film.
Allora, era il 1976, in quel giorno di giugno io compivo 28 anni e chiesi al mio datore di lavoro di avere la serata libera per festeggiare il mio compleanno.
Un evento quasi eccezionale quello di poter avere una serata libera, per me che, oltre che segretaria ero anche interprete in quell’albergo in Liguria, nel quale lavoravo già da qualche anno, ed essendo l’unica del personale che parlava le più importanti lingue europee dovevo perciò essere reperibile giorno e notte, ogni giorno della settimana per otto mesi l’anno, tanto durava la stagione.
Ebbi la serata libera e decisi di andare al cinema del paese dove davano “Telefoni Bianchi”.
Non avevo idea di che cosa trattasse il film, ma c’era il “mattatore” Gassmann e tanto mi bastava, doveva sicuramente essere un buon film.
Infilai una manciata di denaro in una tasca dei jeans e un fazzoletto in un’altra tasca, indossai una camiciola quasi maschile e le scarpe da ginnastica.
Avevo i capelli cortissimi, quasi a spazzola e pesavo una ventina di chili in meno rispetto a oggi.
Inoltre sono alta 147 centimetri, più unica che rara.
Non indossavo monili a parte l’orologio subacqueo che avevo sempre al polso sinistro.
La cassiera del cinema mi squadrò con aria burbera e mi fece notare che il film era vietato ai minori di 14 anni. Io risi e le spiegai che in quel giorno avevo compiuto 28 anni e che quel film era il regalo che mi concedevo. Lei rimase irremovibile e mi disse che se non le mostravo la carta d’identità (che avevo lasciato in albergo) mi dovevo togliere dai piedi e alla svelta.
Me ne andai sconsolata a mangiare una pizza.

Gente di paese: la briscola

mie foto

Stavo sistemando alcuni libri in uno scaffale profondo da contenere libri in doppia fila e mi è capitato fra le mani questo vecchio libro “strenna” edito nel 1957 dalle “Edizioni del Dopolavoro”, quando ancora esisteva l’ENAL, ovvero l’Ente Nazionale per l’Assistenza ai Lavoratori.
Nel retro di copertina c’è la firma di chi me lo regalò allora.

All’epoca mia madre vedova si era accasata con un vedovo che aveva due figli maschi più grandi di me e con il nuovo compagno gestiva l’ENAL del paesello, ovvero un bar piuttosto grande, con dehors, un largo spazio esterno provvisto di pergolato che faceva ombra, d’estate, alle cinque, sei grandi tavolate alle quali la gente si sedeva a chiacchierare, bere, giocare a carte o a dama. D’inverno, la grande sala era invece fornita di tavolini a quattro posti, al centro della sala c’era la grande stufa Becchi di terracotta con il tubo di alluminio che, prima di congiungersi con la canna fumaria, girava contro il soffitto per riscaldare tutto il grande ambiente. Oltre ai servizi igienici, le immancabili “turche”, c’era anche la televisione, una stanza magazzino e una stanza che fungeva da cucina e pranzo per noi della famiglia, anche perché il bar era aperto tutti i giorni della settimana e si andava a casa solo la notte per dormire.

Io vivevo in orfanotrofio per studiare e tornavo a casa solo per il mese di luglio, ma lì, all’ENAL, ci trascorrevo solo una decina di giorni, i restanti li passavo dalle nonne. In quei dieci giorni feci la conoscenza di P.R., un signore già attempato, sindacalista, che aveva la passione del gioco della briscola, ma nessuno lo voleva come compagno perché, scoprii, giocava come un cane.
Così, io bambina che mi annoiavo a morte, mi offrii di giocare con lui, ovviamente non a quattro, ma solo noi due e a “briscola a trentuno”, cioè, chi raggiungeva i trentun punti aveva vinto. In questo gioco ero favorita dalla mia buona memoria e dall’incoscienza dell’infanzia che mi permetteva di non usare le normali strategie di gioco, ma di rischiare sempre il tutto per tutto, inoltre ero anche molto fortunata con le carte e avevo sempre degli ottimi “carichi”.
In palio c’erano per lui un calice di rosso, che mia madre non gli avrebbe fatto pagare quando vinceva, per me ghiaccioli in estate e quando mi fu permesso tornare a casa anche per Natale, preferivo i grossi beignets ripieni di crema allo zabajone, oppure, più grandicella, i boeri di cioccolato ripieni di liquore e amarena.
Mia madre mi esortava a lasciarlo vincere qualche volta, anche perché il poveretto più perdeva e più si incaponiva a voler giocare e le mie scorte personali diventavano ingombranti e non mi era permesso di ingozzarmi come avrei voluto.

Questo libro me lo regalò nel 1957, avevo 9 anni e mi divertì molto quando lo lessi.
Lo sto rileggendo e mi piace ancora.

Gente di paese: le cognate

mie foto

Tre erano le cognate.
La più vecchia, detta la “cittadina”, perché si era trasferita in città poco dopo il matrimonio e ne aveva assorbito in breve tempo abitudini e gesti, era alta, massiccia, autoritaria, quasi militaresca.

La seconda aveva sposato il figlio prediletto della suocera ed era entrata nelle simpatie della stessa anche perché era molto bella, elegante e sapeva fare di tutto: cucinava con molta fantasia e poco spreco, sapeva tagliare abiti e cucirli, ricamare, lavorare a maglia, all’uncinetto e non si lamentava quando doveva lavorare nei campi della loro fattoria o accudire il bestiame.

La terza era la più giovane e aveva sposato l’ultimo dei figli della suocera, un ragazzo ombroso, taciturno, dal carattere scuro, chiuso, ma mite e succube, lavoratore instancabile, che sfogava nel vino le sue ansie, le sue paure. Lei, sua moglie, era piccola e ossuta, tutt’altro che aggraziata nei movimenti, sempre intorno a lui quando era in casa, come se non si capacitasse che un uomo l’avesse sposata. Difficile interromperla quando parlava, aveva una vocetta acuta, penetrante, con la quale esponeva i suoi argomenti senza accorgersi della propria ignoranza, crassa, basilare, rasente alla superstizione e al bigottismo più ottuso. Però era l’unica che era riuscita a mettere al mondo un maschio e di questo era molto, molto fiera e si vantava anche di riuscire a fare un eccellente risotto con i piccolissimi gamberetti di fiume e una fantastica torta paradiso, sempre alta e soffice.

Ciliegina

L’articolo di:
https://orearovescio.wordpress.com/2022/05/16/nerofumo/
mi ha riportato alla memoria ricordi lontani.

mie foto


La data impressa dal fotografo dietro alla foto è del 9 febbraio 1955.
A ottobre dell’anno precedente avevo incominciato a frequentare la prima elementare nella piccola scuola, di una frazione del comune, che distava quattro chilometri dalla fattoria dei nonni nella quale abitavo. Ero molto più bassa di statura rispetto ai miei coetanei, ma sapevo già leggere e scrivere correttamente e fluentemente.
A febbraio, nella cittadina a una decina di chilometri dalla nostra casa venne indetto un concorso per i bambini in maschera e mia madre, che è sempre stata molto più ambiziosa della sottoscritta, decise di farmici partecipare, nonostante la mia ritrosia.
Mi cucì il vestito, camicetta bianca, gonna con pettorina in tessuto fodera sintetico di colore verde smeraldo con applicati dei tondi dello stesso tessuto, ma di colore rosso ciliegia, riempiti di ovatta perché fossero in rilievo e imitassero delle ciliegie, accompagnati dai “gambi” di colore più scuro. Tinse di verde un paio di miei calzettoni, mi fece le scarpette “ballerina” di panno rosso con suola di feltro e con lo stesso panno rosso costruì lo “zucchetto” guarnito di picciolo verde, come copricapo.
Mi arricciò i capelli, mi truccò il viso e completò il tutto con collana, orecchini e braccialetto fatti con caramelle rotonde incartate in carta rossa e legate fra loro con filo verde.
Se devo essere sincera ricordo ancora il disagio che provai nell’entrare in quel grande teatro, già strapieno di famiglie e pargoletti e avrei voluto tornarmene a casa di corsa, ma a mia madre non si è mai potuto dire di no.
Il primo premio lo vinse la ragazzina che si vede seduta a sinistra nella foto: vestita come la “bersagliera” era entrata a teatro a dorso di un asino con una fascina di legna, proprio come la Lollobrigida nel famoso film uscito un paio d’anni prima.
Il secondo premio toccò a un ragazzino del quale non ricordo la maschera e poi chiamarono me, per il terzo premio e dovetti salire sul palco.
Mi fu regalata una grande scatola nella quale erano visibili piattini, tazzine e vari oggetti in legno e porcellana decorata, giocattoli che avrei potuto usare per giocare con le bambole, se ne avessi avuta una. Qualcuno di quegli oggetti li ho ancora e li ho usati per la casa delle bambole di mia figlia.
Ma la cosa che mi indignò fu che sulla scatola qualcuno aveva scritto “cigliegina” con la GL, vergogna! e quando mi fu chiesto di dire qualcosa, forse per ringraziare, davanti al microfono io esplosi: “Che asini, hanno scritto ciliegina con la GL”, proprio come avrebbe detto la mia maestra.
Fra le risate di tutti, mia madre mi trascinò via, mentre io non comprendevo proprio il perché del suo imbarazzo.

Auguri…sperando nella Pace

mie opere

A Pasqua, nella fattoria del nonno, c’era la tradizione di decorare le uova con le erbe di campo.
Si appoggiavano le foglie del prezzemolo, sedano o altre decorative, sul guscio bianco delle uova, poi si avvolgevano le uova nella scorza secca delle cipolle e si legavano ben strette con il refe. Le uova si appoggiavano, una vicino all’altra sul fondo della pentola, si coprivano con acqua fredda, si aggiungeva una manciata di sale, molte erbe e fiori di campo (tarassaco, margherite, violette, un po’ di foglie secche di tea e di karkadè, foglie di carciofo e spinacino) e si portava a bollitura, poi si abbassava il fuoco e si bollivano per un minuto. Spento il fuoco si lasciavano raffreddare, la cottura sarebbe comunque continuata rendendo le uova sode al punto giusto. Tolte dall’acqua, toglievamo delicatamente tutta la copertura e il guscio si presentava con il negativo delle foglie impresse e molti colori “marmorizzati”.

Venivano mangiate il lunedì di Pasqua, come buon augurio per la stagione agricola.

El Ciàncol

Bambole di pezza – mie opere

Quando vado in soffitta mi fermo sempre a guardare la zona dove sono relegati i giochi che mia figlia ha ricevuto da bambina, per i compleanni e le Santelucie decembrine.
Siamo una famiglia numerosa e di giochi ne riceveva davvero tanti e a me faceva anche piacere, perché io, da bambina in orfanotrofio, di giochi personali non ne avevo e mio marito, ridendo, mi diceva che ero più bambina di mia figlia. Però, anche lui giocava con lei con il Duplo, il Lego, le costruzioni e i puzzle.
Ripensavo, in questi giorni, ai giochi che facevamo da piccoli, secoli fa, quando nella fattoria del nonno non era ancora arrivata la luce elettrica e anche in orfanotrofio noi bambine si costruiva i giochi con le cose che si trovavano.
Il ciàncol, per esempio (in italiano “la lippa”): due pezzi di legno: la canèla, un bastone lungo mezzo metro e il ciàncol lungo una quindicina di centimetri, smussato agli angoli e si giocava in due o a squadre, una specie di base-ball con regole varianti a seconda di quanti si era a giocare.
Credo che oggi sarebbe proibito data la pericolosità del gioco, ma allora avevamo piazze e campagne a disposizione, teste e arti più duri ed eravamo anche molto attenti perché sbucciature di ginocchia, graffi e ammaccature, strappi negli abiti, ci avrebbero procurato anche qualche sculaccione o scappellotto.

In orfanotrofio, poiché eravamo tutte femmine e il ciàncol ci era proibito, si giocava con 5 noccioli di pesca, ponendoli in terra in quadrato con uno al centro e si facevano saltare, prima uno e mentre era in aria si doveva raccogliere il secondo per poi farli saltare entrambi mentre si raccoglieva il terzo e così via, vinceva chi era riuscita a farli saltare tutti senza mai farne cadere uno.
Un altro gioco era fatto con un pezzo di spago annodato, si giocava in due, credo si chiami “ripiglino”.
Avevamo anche le biglie di terracotta, di vetro erano quelle più belle e preziose e io ne conservo ancora qualcuna di quegli anni, sono un po’ rovinate, ma quando mia figlia era bambina ne ho acquistate parecchie di diversi tipi, grandi e piccole, e ne ho una collezione.
Si giocava a “shangai” con i bastoncini di legno, o di plastica colorati, alle “pulci” con i dischetti di plastica colorati e a “tappi” con i tappi corona delle bibite, raccolti, oppure con i bottoni. Poi c’era il gioco in scatola della “dama”, il gioco dell’oca, il gioco “campana”…

Bastava davvero poco per divertirsi e socializzare; fatti i compiti e accudite le mansioni che ci venivano assegnate dagli adulti, noi bambini di campagna il tempo libero lo trascorrevamo, a seconda delle stagioni, scorrazzando a piedi nudi d’estate e giocando con quello che si trovava, felici di ciò che si aveva, anche perché, allora, il mondo non entrava nelle nostre case con l’imperante pubblicità odierna e non solleticava desideri che a noi erano ancora sconosciuti.

Georg

Era nato, a metà degli anni trenta, in quella Prussia da cui dovette fuggire, ragazzino, alla fine della seconda guerra mondiale.
L’impronta della sua educazione prussiana gli era rimasta nell’animo: ligio al dovere e alla parola data, compito, educato, rispettoso, galante, cattolico osservante, il tutto mitigato da una curiosità innata e grande voglia di conoscere e apprendere.

Lo conobbi negli anni settanta, quando venne a trascorrere le vacanze estive con moglie e figli, in quell’albergo in Liguria in cui io lavoravo e vi ritornò ogni anno per tutti quegli otto anni in cui io rimasi lì.
Non fu strana la simpatia reciproca, immediata, che nacque fra noi, nonostante il divario di età: avevamo molti interessi in comune, l’amore per le arti e per la calligrafia, la filatelia e numismatica, il piacere della lettura, la curiosità e l’interesse per altre culture. Oltre a ritrovarci durante le vacanze estive, fra noi nacque anche un fitto carteggio epistolare e numerose visite reciproche fra le nostre famiglie. Sono moltissimi i ricordi e gli episodi che potrei raccontare dei molti anni trascorsi in questa bella amicizia, ma di Georg voglio mostrare alcune cose che lui faceva.

Nel 1953 Georg vide in una vetrina una statuetta, arte africana, di una scimmia stilizzata. Gli piacque ma non poteva permettersi di acquistarla. Tornò parecchie volte davanti a quella vetrina a rimirare quella statuetta e poi ebbe una folgorazione: decise di provare a farla lui stesso. Nella legnaia di famiglia scelse un pezzo di legno che gli pareva adatto e con il coltello da tasca incominciò a lavorarci. Dopo diversi tentavi comprese che, forse, gli servivano altri strumenti e si recò in un negozio di ferramenta dove, fortunatamente, trovò il titolare competente in materia di strumenti per scolpire. Gli diede anche molti consigli sui legni da usare e. così, un po’ alla volta, provando e riprovando, Georg divenne scultore, non di mestiere, ma per passatempo.

Le sue opere erano non più alte di trenta centimetri e tutte di un pezzo, ovvero, non usava collanti per aggiungere pezzi o piedistalli, ma ogni scultura era ricavata tutta dal pezzo di legno che lavorava, sia a tutto tondo che a basso o altorilievo, o semplice incisione, i suoi lavori avevano tutti la grazia del gotico e l’accuratezza quasi maniacale della perfezione.

ciotolina per zucchero e cucchiaini
Presepe scolpito con legno riportato dal mare
ricavato da legno di ciliegio
Questo lo fece con il coltellino da tasca con il legno bruciacchiato trovato sulla spiaggia (mie foto)
mie foto

Questo è lo sgabello che mi inviò quando nacque mia figlia, perché potessi allattarla più comodamente visto che io sono molto bassa di statura. Nella lettera che accompagnava lo sgabello raccontava che lo aveva ricavato da una trave di quercia che gli era stata regalata. La trave era stata recuperata da una casa costruita nel 1450 e aggiungeva che quella era l’epoca in cui Gutenberg stampò la sua prima bibbia e allegava anche il grosso chiodo che vi aveva trovato dentro.
Il fiore che incideva su ogni sua opera era la primula, il suo fiore preferito.

Nel 1983, con l’aiuto del figlio diciassettenne, bravo fotografo, pubblicò un libro con la sua storia e molte foto delle sue opere per donarne copie a parenti e amici. Le prime tre foto sono ricavate da quel libro.

Gente di paese – Il viaggiatore

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Conchiglie sulla spiaggia acquerello mie opere

Ogni mattina, con qualsiasi tempo, usciva e si recava a piedi in centro paese. Acquistava il giornale poi si fermava al bar a chiacchierare con gli amici di fronte a una tazzina di caffè.
Una volta l’anno partiva, con sua moglie, per un viaggio: Austria, Ungheria, Cecoslovacchia, Olanda, Spagna, Balcani, Francia, Turchia, crociera nel Mediterraneo, Tunisia, Algeria, Lontano Oriente e, ovviamente, l’Italia, tutta quanta.
Del viaggio non gl’importava nulla, non i paesaggi che vedeva scorrere dai finestrini, solo la meta gl’interessava.
Appena arrivato avrebbe voluto subito ripartire.
Musei, pinacoteche, chiese, monumenti, non avevano per lui alcun interesse. La gente del posto non la comprendeva, altri dialetti, altre lingue; il cibo non era mai buono come a casa sua, gli alberghi e i ristoranti avevano sempre qualche pecca, usi e costumi erano per lui sempre incomprensibili e, spesso, spregevoli.

Aveva un solo interesse in questi viaggi: quello di tornare subito a casa propria e di poter poi, per mesi, raccontare agli amici al bar, davanti a una tazzina di caffè, di esserci stato pure lui in quel luogo e di essersene fatto una idea, precisa e circostanziata. Un’idea che aveva anche prima di partire e che nulla e nessuno avrebbe mai potuto confutare, perché lui, di idee preconcette, ne aveva molte, molte davvero.

Libri

Mie foto

Molti che hanno, più o meno, la mia età hanno sicuramente avuto in mano, o posseduto, questo tascabile, il primo della serie degli Oscar Mondadori. La copertina in brossura porta l’illustrazione che rappresenta le sembianze di Rock Hudson, la traduzione è di Fernanda Pivano e il libro fu edito nel giugno 1965.
In quel giugno io compivo 17 anni e chiesi a mia madre quel libro come regalo.
Lo avevo visto nella vetrina di una piccola libreria vicino a una merceria in cui mia madre si recava spesso per acquistare quanto le serviva nel suo lavoro di sarta.
Non ricordo che cosa mi attrasse di quella copertina, ma alla Scuola per Interpreti stavamo studiando la letteratura anglo-americana e avevo sentito nominare Hemingway per la prima volta.
All’epoca avevo già letto libri di autori anglo-americani (Dickens, Kipling, Poe, Beecher Stowe, May Alcott e altri) ma nella biblioteca dell’Istituto in cui avevo vissuto prima del 65, Hemingway e Steinbeck, ovviamente, non si trovavano. Ovviamente, perché, a quanto pare, non erano considerati autori adatti alle “giovinette”.

Vidi anche il film che fu tratto da questo libro nel 1957 con Rock Hudson come protagonista, lo vidi quando fu trasmesso in TV molti anni dopo, ma non ho ancora avuto la possibilità di vedere il primo film che ne fu tratto, quello del 1932 con protagonista Gary Cooper che ricordo invece per la sua grande interpretazione in “Per chi suona la campana” tratto dall’omonimo romanzo sempre di Hemingway.
Rimasi affascinata dalla scrittura di Hemingway tanto che ne lessi tutti i libri che trovai nelle biblioteche e cercai poi di comperarli, in casa ora ne ho quattordici dei suoi libri, acquistati poco alla volta, anche nell’usato, nell’arco degli anni.
Ora, ho deciso di ricominciare a leggerli, ho iniziato con il suo primo postumo “Festa Mobile” per confrontare le pagine in cui descrive Scott Fitzgerald e Zelda, con quelle scritte da Nancy Milford nella biografia “Zelda” nella quale, appunto, si fa cenno a Hemingway.