Georg

Era nato, a metà degli anni trenta, in quella Prussia da cui dovette fuggire, ragazzino, alla fine della seconda guerra mondiale.
L’impronta della sua educazione prussiana gli era rimasta nell’animo: ligio al dovere e alla parola data, compito, educato, rispettoso, galante, cattolico osservante, il tutto mitigato da una curiosità innata e grande voglia di conoscere e apprendere.

Lo conobbi negli anni settanta, quando venne a trascorrere le vacanze estive con moglie e figli, in quell’albergo in Liguria in cui io lavoravo e vi ritornò ogni anno per tutti quegli otto anni in cui io rimasi lì.
Non fu strana la simpatia reciproca, immediata, che nacque fra noi, nonostante il divario di età: avevamo molti interessi in comune, l’amore per le arti e per la calligrafia, la filatelia e numismatica, il piacere della lettura, la curiosità e l’interesse per altre culture. Oltre a ritrovarci durante le vacanze estive, fra noi nacque anche un fitto carteggio epistolare e numerose visite reciproche fra le nostre famiglie. Sono moltissimi i ricordi e gli episodi che potrei raccontare dei molti anni trascorsi in questa bella amicizia, ma di Georg voglio mostrare alcune cose che lui faceva.

Nel 1953 Georg vide in una vetrina una statuetta, arte africana, di una scimmia stilizzata. Gli piacque ma non poteva permettersi di acquistarla. Tornò parecchie volte davanti a quella vetrina a rimirare quella statuetta e poi ebbe una folgorazione: decise di provare a farla lui stesso. Nella legnaia di famiglia scelse un pezzo di legno che gli pareva adatto e con il coltello da tasca incominciò a lavorarci. Dopo diversi tentavi comprese che, forse, gli servivano altri strumenti e si recò in un negozio di ferramenta dove, fortunatamente, trovò il titolare competente in materia di strumenti per scolpire. Gli diede anche molti consigli sui legni da usare e. così, un po’ alla volta, provando e riprovando, Georg divenne scultore, non di mestiere, ma per passatempo.

Le sue opere erano non più alte di trenta centimetri e tutte di un pezzo, ovvero, non usava collanti per aggiungere pezzi o piedistalli, ma ogni scultura era ricavata tutta dal pezzo di legno che lavorava, sia a tutto tondo che a basso o altorilievo, o semplice incisione, i suoi lavori avevano tutti la grazia del gotico e l’accuratezza quasi maniacale della perfezione.

ciotolina per zucchero e cucchiaini
Presepe scolpito con legno riportato dal mare
ricavato da legno di ciliegio
Questo lo fece con il coltellino da tasca con il legno bruciacchiato trovato sulla spiaggia (mie foto)
mie foto

Questo è lo sgabello che mi inviò quando nacque mia figlia, perché potessi allattarla più comodamente visto che io sono molto bassa di statura. Nella lettera che accompagnava lo sgabello raccontava che lo aveva ricavato da una trave di quercia che gli era stata regalata. La trave era stata recuperata da una casa costruita nel 1450 e aggiungeva che quella era l’epoca in cui Gutenberg stampò la sua prima bibbia e allegava anche il grosso chiodo che vi aveva trovato dentro.
Il fiore che incideva su ogni sua opera era la primula, il suo fiore preferito.

Nel 1983, con l’aiuto del figlio diciassettenne, bravo fotografo, pubblicò un libro con la sua storia e molte foto delle sue opere per donarne copie a parenti e amici. Le prime tre foto sono ricavate da quel libro.

Gente di paese – Il viaggiatore

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Conchiglie sulla spiaggia acquerello mie opere

Ogni mattina, con qualsiasi tempo, usciva e si recava a piedi in centro paese. Acquistava il giornale poi si fermava al bar a chiacchierare con gli amici di fronte a una tazzina di caffè.
Una volta l’anno partiva, con sua moglie, per un viaggio: Austria, Ungheria, Cecoslovacchia, Olanda, Spagna, Balcani, Francia, Turchia, crociera nel Mediterraneo, Tunisia, Algeria, Lontano Oriente e, ovviamente, l’Italia, tutta quanta.
Del viaggio non gl’importava nulla, non i paesaggi che vedeva scorrere dai finestrini, solo la meta gl’interessava.
Appena arrivato avrebbe voluto subito ripartire.
Musei, pinacoteche, chiese, monumenti, non avevano per lui alcun interesse. La gente del posto non la comprendeva, altri dialetti, altre lingue; il cibo non era mai buono come a casa sua, gli alberghi e i ristoranti avevano sempre qualche pecca, usi e costumi erano per lui sempre incomprensibili e, spesso, spregevoli.

Aveva un solo interesse in questi viaggi: quello di tornare subito a casa propria e di poter poi, per mesi, raccontare agli amici al bar, davanti a una tazzina di caffè, di esserci stato pure lui in quel luogo e di essersene fatto una idea, precisa e circostanziata. Un’idea che aveva anche prima di partire e che nulla e nessuno avrebbe mai potuto confutare, perché lui, di idee preconcette, ne aveva molte, molte davvero.

Libri

Mie foto

Molti che hanno, più o meno, la mia età hanno sicuramente avuto in mano, o posseduto, questo tascabile, il primo della serie degli Oscar Mondadori. La copertina in brossura porta l’illustrazione che rappresenta le sembianze di Rock Hudson, la traduzione è di Fernanda Pivano e il libro fu edito nel giugno 1965.
In quel giugno io compivo 17 anni e chiesi a mia madre quel libro come regalo.
Lo avevo visto nella vetrina di una piccola libreria vicino a una merceria in cui mia madre si recava spesso per acquistare quanto le serviva nel suo lavoro di sarta.
Non ricordo che cosa mi attrasse di quella copertina, ma alla Scuola per Interpreti stavamo studiando la letteratura anglo-americana e avevo sentito nominare Hemingway per la prima volta.
All’epoca avevo già letto libri di autori anglo-americani (Dickens, Kipling, Poe, Beecher Stowe, May Alcott e altri) ma nella biblioteca dell’Istituto in cui avevo vissuto prima del 65, Hemingway e Steinbeck, ovviamente, non si trovavano. Ovviamente, perché, a quanto pare, non erano considerati autori adatti alle “giovinette”.

Vidi anche il film che fu tratto da questo libro nel 1957 con Rock Hudson come protagonista, lo vidi quando fu trasmesso in TV molti anni dopo, ma non ho ancora avuto la possibilità di vedere il primo film che ne fu tratto, quello del 1932 con protagonista Gary Cooper che ricordo invece per la sua grande interpretazione in “Per chi suona la campana” tratto dall’omonimo romanzo sempre di Hemingway.
Rimasi affascinata dalla scrittura di Hemingway tanto che ne lessi tutti i libri che trovai nelle biblioteche e cercai poi di comperarli, in casa ora ne ho quattordici dei suoi libri, acquistati poco alla volta, anche nell’usato, nell’arco degli anni.
Ora, ho deciso di ricominciare a leggerli, ho iniziato con il suo primo postumo “Festa Mobile” per confrontare le pagine in cui descrive Scott Fitzgerald e Zelda, con quelle scritte da Nancy Milford nella biografia “Zelda” nella quale, appunto, si fa cenno a Hemingway.

La memoria

mia foto

Si chiamava Agapito.
A diciassette anni fuggì da casa per aggregarsi ai Cacciatori delle Alpi di Garibaldi e combattere nella seconda guerra d’Indipendenza.
Completati gli studi fu Maestro nelle Scuole primarie dell’epoca, nel suo territorio di origine, il Veneto.
Si sposò ed ebbe cinque figli, due maschi: Ricciotti, detto Ciro e Rienzo (da Cola di Rienzo) e tre femmine: Anita, Teresita e Mentana che fu la mamma di mia nonna materna.
Dopo quarant’anni di insegnamento il Re gli conferì una medaglia d’oro, il titolo di Cavaliere e una congrua somma in denaro che gli permise, tra l’altro, di acquistare il terreno su cui costruì la propria tomba di famiglia, sobria, quasi spartana.
Dei suoi figli ho alcune fotografie e una cartolina scrittagli da Rienzo a Natale del 1908 da Milano.
Di Ricciotti (detto Ciro) invece, da una Gazzetta Ufficiale del 1932 si viene a sapere che ha seguito la carriera militare ed è Tenente di Complemento, nell’Artiglieria, ma viene sospeso dal grado, ovvero, lui, figlio di un garibaldino, forse socialista d’animo, rifiuta di iscriversi al fascismo.
Anita dev’essere morta molto giovane, infatti la mia bisnonna Mentana dà il suo nome a una delle proprie figlie.
Teresita si sposa è ha una sola figlia e da documenti ufficiali si evince che nel 1925 era iscritta all’albo comunale come albergatrice e “caffettiera” nel suo paese natale.
Mentana, la mia bisnonna si sposò ed ebbe sette figli, la prima fu mia nonna il cui nome io ho trasmesso a mia figlia.

Nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze si conserva uno scritto di Agapito, edito a proprie spese nell’anno 1900 che riguarda: “Relazione sull’insegnamento agrario, impartito nella scuola elementare di Pontepossero (Sorgà) durante gli anni scolastici 1898/99 – 1899/1900” edito a Mantova, tipografia A. Mondovi e Figli.

Agapito morì a 84 anni e un anno dopo morì anche sua moglie Maria Luisa, insegnante anch’essa.
Mia madre, che all’epoca era molto piccola, ricordava però molto bene i suoi bisnonni, la loro casa piena di libri e di bei dipinti, nella quale mia nonna, sua madre, aveva trascorso l’infanzia e anche mia madre vi fu accolta parecchie volte.

Non è stato facile risalire a ritroso nella storia familiare, cercando documenti che confermassero i ricordi tramandati.
Ma è importante conoscere le proprie radici, per comprendere meglio se stessi e anche la propria storia personale.

Una vecchia storia

Sempre a proposito di donne.
Accadde esattamente cinquant’anni fa.
L. ed io avevamo (abbiamo) la stessa età. La nostra fu un’amicizia immediata: io mi ero trasferita nel suo paese dove lavoravo come segretaria d’albergo e interprete, lei era un’impiegata dell’Azienda di Soggiorno, ci incontravamo spesso, non solo per motivi di lavoro. Era una bellissima ragazza con lo sguardo franco e il sorriso aperto, solare. Eravamo appena diventate maggiorenni ed io mi feci rilasciare subito il passaporto, pensavo a viaggi all’estero, per perfezionare la mia cultura e le lingue che avevo studiato. Lei no, lei non voleva allontanarsi dal luogo natio, era già fidanzata e sognava il matrimonio, i figli, la casa in cui avrebbe vissuto con la famiglia. Preparava il corredo e cercava sulle riviste modelli del suo abito di nozze.
Una mattina, che per lavoro l’avevano inviata in un paese vicino, stava aspettando l’autobus alla fermata e accettò il passaggio da un noto professionista della zona, molto amico dei suoi genitori e che conosceva fin dalla più tenera età, infatti le due famiglie si erano sempre frequentate e L. aveva giocato spesso, con i figli del professionista.
Alla prima curva, l’amico di suo padre uscì di strada, inchiodò la macchina e le saltò addosso.
Lei si difese a morsi, pugni e ginocchiate e riuscì a fuggire tornando in paese malconcia, piangente e con la camicetta strappata.
La cosa assurda fu che i suoi genitori non le credettero. Ma come poteva un professionista così noto, così bravo e ricco, tanto amico loro ad aver fatto una cosa simile? Certamente lei doveva averlo provocato, non poteva essere che colpa della figlia. Non so se telefonarono al tizio, magari chiedendogli scusa per l’imbarazzo, so per certo che lui negò sempre tutto.
La mia amica venne da me e raccontò ogni cosa a me e ai miei datori di lavoro che ben la conoscevano e la stimavano. Ne fummo inorriditi, non tanto per il fatto in sé quanto per la reazione dei suoi genitori.
Riaccompagnai a casa la mia amica e cercai di far ragionare suo padre e sua madre, che mi avevano accolto spesso in casa loro, ma non ci fu nulla da fare, anzi, poiché difendevo la loro figlia anch’io dovevo essere una poco di buono e me ne andai sbattendo la porta.
Il paese si divise, alcuni, come i miei datori di lavoro e i colleghi di L. erano dalla parte della ragazza, altri le erano contro, molti, che ben conoscevano il professionista, ma ne temevano le ritorsioni o avevano bisogno di lui, se ne stavano zitti.
Le chiacchiere furono parecchie e quel pusillanime del suo moroso decise di mollarla.
Fu la goccia che fece traboccare il vaso.
L. decise di andarsene e interpose due intere regioni fra il luogo in cui si recò e il suo paese di origine.
Ha tagliato i ponti con la sua famiglia. Ora è una splendida nonna, sempre molto bella, con lo sguardo franco e il sorriso aperto, solare.
A volte, però, un’ombra offusca il suo sguardo, come una nuvola nera che passa improvvisa.
C’è una piaga, in fondo all’animo, che non si rimarginerà mai.

Cimeli

Giorni, questi, un po’ bavosi, grigi, sanno di vecchiume.
Rovistavo in soffitta, fra le cose accumulate da anni, dimenticate alcune.
In fondo a uno scatolone, un sacchetto di plastica conteneva i pezzi smontati di un vecchio cimelio.

Ho  cercato di restaurare, come potevo, il basamento di legno laccato nero, scrostato in varie parti e poi ho rimontato i pezzi: la vite che collega il basamento alla boule di legno nero e alla vittoria alata, infine l’aereo che ha la sagoma di un F-84.

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mie foto

Era il 1952, avevo quattro anni.
Da un anno vivevo nella fattoria del nonno materno, dove la luce elettrica non era ancora arrivata. Era d’estate, con la mamma ci eravamo recate a raccogliere more di rovo per farne marmellate.
Ero una bestiolina selvatica e intraprendente, senza paura alcuna.
Saltando una canaletta incespicai, persi uno zoccoletto e mi sbucciai un ginocchio. Eravamo abbastanza lontane da casa perché mia madre potesse tornare recando me in braccio e anche la cesta delle more. Mentre decideva il da farsi, ci raggiunse, sulla stradina sterrata di campagna, un tizio con una Vespa, o forse era una Lambretta. Conosceva mia madre, seppi in seguito che la frequentava da poco tempo, visto l’accaduto si offrì di trasportare me a casa, mia madre invece decise di tornare a piedi.

Mi misi in piedi davanti sulla moto, appoggiata al manubrio e il tizio, pensando forse di farmi divertire, decise di non fare la strada che io conoscevo per rientrare a casa, ma allungò il percorso deviando per una strada che io non avevo mai percorso.
Pensai che volesse rapirmi. Incominciai a urlare, cercando di saltare giù dal mezzo mentre il poveretto faceva del suo meglio per impedirmi di spaccarmi la zucca buttandomi giù mentre eravamo in corsa.
Il tizio non doveva avere molta dimestichezza con i bambini, perché sarebbe bastato che si fosse fermato, mi avesse spiegato quello che stava accadendo, tranquillizzandomi e magari tornando indietro in modo da raggiungere mia madre e tornare insieme a lei.
In qualche modo, non ricordo bene come, arrivammo a casa, io in lacrime e furibonda, se non ricordo male credo di averlo pure morso a una mano e il poveretto confuso che si profondeva in scuse con tutti quanti.

Poi ricapitò a casa nostra, mia madre era vedova, giovanissima e molto bella e seppi in seguito che quel tizio la corteggiava da poco tempo.
In questa occasione, portò a me questo trofeo.
Era un pilota dell’aeroporto militare di Ghedi, moro, alto, con i baffi e un accento diverso da quello delle nostre campagne.
Cercava di scusarsi, forse di trovare un modo per diventarmi simpatico. Io mantenni per lui la mia forte e profonda antipatia e dopo un po’ non lo rividi più a casa nostra.
Forse non piaceva nemmeno a mia madre, se quel trofeo rimase smontato per così tanti anni in fondo a uno scatolone.

Poliomielite e dintorni

fanciulla con rose blu

Pastello
mie opere
omaggio a Renoir

Sfogliando un vecchio libro di scuola di quando ero alle medie, mi è capitato tra le mani un foglietto di appunti che avevo scritto allora.

Era il 1961 e avevo tredici anni. L’appunto dice:

“I responsabili delle malattie infettive sono:
I microrganismi, o semplicemente microbi, esseri piccolissimi costituiti da una sola cellula, cioè unicellulari, visibili solo al microscopio. Si dividono in:

BACTERI: che sono all’ultimo grado dei vegetali.

PROTOZOI: i più piccoli esseri del regno animale.

VIRUS: di origine non ancora ben definita,
che sicuramente sono causa di molte malattie, fra cui raffreddori, influenze e la tanto temuta poliomielite.”

Fu infatti proprio in quell’anno che io e le mie compagne dell’Istituto fummo vaccinate contro il virus della poliomielite. Ricordo che avevamo paura, ricordavamo la vaccinazione antivaiolosa e le cicatrici che ci erano rimaste.
Invece dell’iniezione, ci diedero una zolletta di zucchero con poche gocce di liquido rosato e fu quasi una festa.
Fra le mie compagne ce n’erano alcune che erano sopravvissute alla poliomielite ed erano rimaste zoppe, le più fortunate, come un mio cugino, una nostra insegnante e anche un mio cognato. Ricordo che una ragazza, molto più alta di me, camminava aiutata da una intelaiatura di metallo che conteneva la gamba sinistra rimasta piccola come quando aveva quattro anni.

La scrittrice Rosanna Benzi, del 1948 come me, a causa della malattia contratta proprio da adolescente, visse una trentina d’anni nel polmone d’acciaio in un ospedale.

Inevitabile pensare al Covid 19 di questi giorni e, dando un’occhiata a un po’ di giornali stranieri, ho trovato questa intervista che Nina Weber dello Spiegel (giornale tedesco), ha fatto alla biologa svizzera Emma Hodcroft.
L’ho tradotta e la copio qui sotto, io l’ho trovata abbastanza rassicurante, anche se è ovvio che il Covid è una cosa seria, molto seria, che bisogna proteggersi e stare molto, molto attenti.

“SPIEGEL: Signora Hodcroft, lei sta lavorando intensamente sulle sequenze del genoma e sulle mutazioni del coronavirus Sars-CoV-2.

Per chiarire subito un concetto di base: cos’è in realtà una mutazione e quando deve preoccuparci?

Hodcroft: Oh, penso che ci siano alcune idee sbagliate. Nei film catastrofici c’è quel momento in cui il virus muta. Si sa che d’ora in poi la situazione sarà critica, ma in realtà, è meno eccitante o cruciale: quando i virus infettano una persona, si moltiplicano miliardi di volte. Quindi copiano il loro corredo genetico molto, molto spesso. Una mutazione è solo un errore in un singolo punto di questo genoma.

SPIEGEL: E cosa significa questa mutazione?

Hodcroft: Nella maggior parte dei casi, niente. Per fare un esempio: se qualcuno digita un documento, a un certo punto si verifica un errore, si preme il tasto sbagliato, una lettera è sbagliata. Il documento può ancora essere letto normalmente, non fa alcuna differenza rilevante. La maggior parte delle mutazioni sono come piccoli errori di battitura.

Emma Hodcroft è uno degli sviluppatori di Nextstrain. Il software consente di analizzare e confrontare i genomi dei patogeni e di crearne gli alberi genealogici. La biologa ed epidemiologa lavora all’Università di Berna in Svizzera.

Sars-Covid 2 è il Sars-Covid 2019.

Il virus della influenza spagnola, che in realtà si sviluppò nel Kansas passando da un’anatra al suo allevatore e fu portata in Europa dai soldati americani infettati, durante la prima guerra mondiale, creò una pandemia che girò per il mondo per tre anni, poi si esaurì e si ripresentò dopo dieci anni, ma meno virulenta e meno mortale.

Così furono anche le due pandemie di influenza asiatica, sempre virus passati all’uomo da volatili, questa volta sviluppatesi in Cina, negli anni sessanta e settanta. Circolarono nel mondo per tre anni circa poi si esaurirono e quella degli anni settanta era una replica della precedente, ma meno mortale.

In passato c’erano pestilenze varie che si presentavano ciclicamente, sopravvivevano i più forti che trasmettevano i loro geni alla generazione seguente ed è così che l’umanità ha combattuto molti agenti patogeni.
Ora abbiamo i vaccini che possono aiutarci e che hanno sconfitto molte malattie devastanti, come appunto la poliomielite.

Almeno una volta l’anno

 

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disegno a china
mie opere

Capita, almeno una volta l’anno, che un uccellino si intrufoli nel camino della canna fumaria della mia cucina e finisca dentro la stufa a legna, quelle di tipo economico, con il forno e i cerchi in ghisa, che serve per cucinare, oltre che per riscaldare.

È successo anche ieri.

Per fortuna la stufa non la uso più, da almeno tre anni.
L’uccellino finisce sempre nel vano che c’è sotto al forno e che ha una sola via d’uscita: la feritoia che mette il vano in comunicazione con lo spazio che contiene la “caldera”, ovvero il recipiente rettangolare e profondo atto a contenere l’acqua che si riscalda quando la stufa è accesa.

Dopo il primo spavento, l’uccellino inizia a dibattersi e, naturalmente, fa un po’ di baccano così ci si accorge di quanto è accaduto. Allora, per prima cosa chiudo la porta della cucina, oscuro una delle finestre, quella a sinistra della stufa, apro la finestra che sta di fronte alla stufa, alzo la zanzariera e libero il vano caldera. Poi faccio penetrare la luce della torcia nel vano caldera indicando al malcapitato la via d’uscita. A volte ci vuole un po’ di aiuto, ad esempio facendo un po’ di rumore nel forno e l’uccellino, quindi, con un frullo d’ali vola verso la luce.

Di solito si posa sull’ulivo poco lontano e cinguetta, credo per comunicare agli altri che è ancora vivo, nonostante la brutta avventura.

La prima volta che questo fatto accadde, molti anni fa (eravamo appena sposati) non riuscimmo a capire subito che cosa fosse il rumore proveniente dalla stufa, inoltre l’inesperienza ci fece precipitare a soccorrere il povero uccelletto senza pensare alle conseguenze: liberammo il vano caldera e l’uccellino uscì ma, disorientato, andò sbattere contro tutte le pareti bianche della cucina sporcandole di fuliggine, prima di riuscire a imboccare la finestra.

1990

Sono stata in soffitta, stamane.
Nella zona “giocattoli” ecco il cavallo a dondolo di legno che mio fratello regalò a mia figlia quando aveva due anni e, poco lontano, le due case della Barbie: la prima, costruita da me nel 1990, e l’altra che le regalarono gli zii dopo qualche anno.

Mia figlia, all’epoca, frequentava l’ultimo anno di scuola materna, ma, a settembre, la scuola non aprì. A causa di una bega all’interno dell’amministrazione comunale la scuola restò chiusa per un paio di mesi ed io ne approfittai per concedere a me e a mia figlia un paio di settimane in visita a due città che amavo molto: Mantova e Verona.

A Verona ci andammo all’inizio di novembre e i negozi erano già pieni di addobbi e merci natalizie, perché anche a Verona si festeggia la Santa Lucia che porta i doni ai bambini buoni e anticipa le feste.
In un grande negozio del centro in vetrina faceva bella mostra di sé la “villa” di Barbie, tutta rosa, grande, con il tetto spiovente e molte stanze tutte arredate.
Uno spettacolo.
Mia figlia si incantò lì davanti, con gli occhi sgranati e ripieni di stelle.
Io osservai il cartellino del prezzo: Lire 310.000 (la paga di una settimana di lavoro di mio marito, di duro lavoro).

Spiegai a mia figlia che Santa Lucia non poteva portare quel dono così costoso a casa nostra, che non sarebbe stato giusto perché avevamo già tanti giochi, e vestiti e cibo, mentre i bambini dei Balcani soffrivano la fame perché c’era la guerra.
Giuro che mi sentivo un verme e un’ipocrita in quel momento, mentre guardavo i due lacrimoni scendere dagli occhi di mia figlia.
Mio marito non avrebbe detto nulla se io avessi comperato quel giocattolo, adorava la figlia, inoltre io non avrei mai dato in elemosina una cifra del genere.

Mia figlia sapeva già scrivere, in stampatello e sgrammaticato, ma scrisse la sua letterina a Santa Lucia, molto per tempo, nella quale chiedeva che a lei portasse quello che voleva, ma che portasse del cibo ai bambini che vivevano la guerra.
Ero in pena, pensavo che la bimba andasse premiata comunque. Osservando le cose che avevo in soffitta, mi venne l’idea di costruire io una casa per le Barbie.
Lavorai per tre settimane in soffitta, mentre la bimba era all’asilo, assemblando pezzi eterogenei, laccando, incollando carte regalo a guisa di carte da parato, costruendo mobiletti in compensato, libricini e quadernetti minuscoli, quadretti alle pareti, vestitini, coperte, centrini, arredando con altri mobiletti poco costosi acquistati al mercato e con stoviglie in miniatura sia in metallo, che in porcellana e in plastica. Un verduriere mi regalò una grossa cassetta per la frutta, che dipinsi di rosso, vi applicai un coperchio a mo’ di cassapanca, apribile con cerniere e la rivestii internamente con tessuto imbottito: poteva servire da sedile e anche come contenitore.

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mie foto
mie opere

Mio marito rise molto quando mi aiutò, la notte di Santa Lucia, a portare il tutto in casa, nel corridoio fuori dalla stanza di nostra figlia. Una letterina speciale, degli angioletti di Santa Lucia, spiegava a mia figlia il perché di quei doni, accompagnati anche da un libro illustrato che raccontava la storia degli angioletti della santa.

Per diversi anni, la magia accompagnò i giochi infantili della bambina.
La casa è ancora lì, in soffitta, con tutti i suoi accessori, un po’ impolverata, ma quando la guardo sorrido e mi sento ancora un po’ fatina e un po’ maghetta.

 

Quando la vita…

espressioni-minime

disegno a pastello su carta colorata
mie opere

Ha il nome di un fiore e di quel fiore aveva la bellezza e i colori.

Ci conosciamo da sempre, anche se non viviamo nella stessa provincia.
Ci conosciamo fin dall’infanzia e dall’adolescenza trascorse in quell’istituto e ci siamo amate subito, come sorelle, lei un po’ più grande di me e lì dentro da più tempo.
All’uscita da quel luogo non ci siamo più incontrate ma siamo sempre rimaste in contatto: le lettere, le cartoline d’auguri, le telefonate settimanali, le foto nostre e dei familiari, i racconti delle nostre vicende, così, per anni e anni e ne son trascorsi tanti, e tante le vicende tristi, disperate, i lutti, soprattutto a lei, stranamente più fragile di me, perché io, la corazza sono riuscita a costruirmela addosso, a proteggermi, a farmi scivolare via alcune cose che la vita ci riserva.

Lei no, la corazza non l’ha mai avuta e tutto le è penetrato dentro, ferendo e devastando.
Uccidendo quei sogni che avevamo là dentro, quando ci sembrava che il mondo fuori fosse il paradiso in terra e che avremmo trovato, uscendo, quell’affetto, quell’amore dolce di una famiglia e se la famiglia non l’avevamo ce la saremmo costruita noi, perché, fuori di lì il mondo doveva per forza essere bello.

Quasi tutte, appena uscite, si sono sposate, presto, per avere quella famiglia tanto desiderata. Anche lei.
Un brav’uomo, certo, un uomo come tanti, onesto e lavoratore, con un buon stipendio, che non le fece mai mancare nulla, ma che non poteva comprendere l’intensità di certi sentimenti covati per lunghi anni negli aridi silenzi di certe mura e che non poteva comprendere gli slanci e i voli pindarici di una moglie, all’apparenza come tante, ma con aneliti e desideri mai appagati, che non sarebbero mai stati appagati, proprio perché covati a lungo, troppo a lungo.

Due figli, una femmina e dopo tre anni un maschio e l’affetto per loro divenne qualcosa che riempì i vuoti, ma ossessivo, prepotentemente primario, e devastante quando il maschio, a sedici anni, perse la vita in un incidente.

Il fragile equilibrio si spezzò.
Lei, il marito, la figlia, ognuno chiuso nel proprio dolore.
Ognuno a leccarsi le ferite senza pensare al dolore degli altri, ognuno di loro a piangere da soli su quella tomba, scostandosi uno dall’altro, come se gli altri fossero colpevoli di quella tragica vicenda.

Per lei la depressione, i ricoveri, i medicinali con i loro effetti collaterali, le sue telefonate e i suoi racconti ossessivi, i pianti, le fughe dalla realtà, le liti con il marito.
Per me, la consapevolezza della mia impotenza di fronte al suo dolore.
Non ci sono parole che possano lenire il dolore di una madre.

Poi la rassegnazione, il ritorno a una pseudo normalità che normalità non è mai stata e non sono valsi i viaggi, il volontariato, la preghiera.
Il rapporto con il marito era solo una quotidianità dettata dalle abitudini, senza affetto, quasi con fastidio. La figlia sposata, le nipoti, presenze utili a volte, ma con distacco ormai.

La quarantena di questa primavera ha rotto il precario equilibrio.
Ora mi telefona tutti i giorni.
Quasi sempre alla stessa ora, un po’ prima di cena, mentre aspetta che le portino il pasto.
Ha accettato il ricovero per un mese in una “casa di cura”, quando ha capito che non ce la faceva più, che non era più capace di controllare i propri impulsi, i desideri insani.

La ascolto, a lungo, non ci sono consigli validi in queste situazioni.
La ascolto e cerco di portare il suo pensiero altrove, perché per togliere certi chiodi non esistono tenaglie valide e poi, lì dov’è ora, di storie simili alla sua ne sente tante, forse troppe, e non fanno bene allo spirito.
La imbottiscono di medicinali, la ascoltano nei colloqui che durano poco e solo un paio di volte la settimana.
Ancora una comunità, certo diversa da quella della nostra infanzia.
Una comunità dove lei cerca di ritrovare un equilibrio ormai perduto, mantenuto all’apparenza ma solo per mezzo di medicinali.

Non voglio esprimere fino in fondo il mio pensiero, sarebbe inutile.
La ascolto ogni giorno e cerco, se possibile, di distrarre i suoi pensieri da quel suo chiodo fisso.