Tanto tempo fa

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stampa calcografica
incisione a puntasecca su rame
mie opere

I ricordi sono una cosa strana. Ti colgono all’improvviso quando meno te lo aspetti.
Questa mattina, rovistando in un cassetto, ho trovato un quadrato di stoffa biancastra, tessuto ancora nuovo di cotone e canapa, come si usava tanti anni fa per lenzuola, asciugamani e biancheria intima, nelle classi più povere, perché indistruttibile.

Di quella tela erano fatte le lunghe e grandi camicie che usavamo, in Istituto, quando facevamo il bagno.
Fare il bagno era un rito vero e proprio. Vi si accedeva massimo due volte al mese, per il resto ci si lavava a pezzi, senza mai spogliarsi del tutto.
Per il bagno dovevamo indossare delle camicione pesanti, di quella tela ruvida, lunghe fino ai piedi, con due spacchi laterali all’altezza dei fianchi, nei quali infilare mani e avambracci per lavarci anche sotto alla camicia.
La camicia, bagnandosi, diventava pesante e oppressiva, ti ci sentivi impaniata, in trappola.
Le porte sempre aperte per permettere alla suora inserviente di entrare a controllare e a lavare la schiena. Ovviamente, sapone di Marsiglia.
Le vasche erano grandi, per me quasi un incubo.
Lo fu, un incubo, anche per la suora che mi trovò sott’acqua e mi tirò fuori mentre, cercando di respirare, sputavo anche l’anima.
Quello che la suora non seppe mai era che il mio gesto era stato voluto, pensato e prodotto ad arte.
Non certo per ammazzarmi, che proprio non ci pensavo, ma per convincerla che fare il bagno in quel modo per me fosse davvero pericoloso, perciò, da allora, mi fu concesso di fare la doccia.
Sotto la doccia, la suora non poteva entrare, si sarebbe bagnata tutta.
Per dimostrare che avevo tenuto addosso la camiciona, dovevo riconsegnarla bagnata e non era difficile farlo, mettendomela sotto ai piedi mentre mi lavavo finalmente libera da intralci e anche libera di osservare il mio corpo che mutava crescendo e non riuscivo a capire che cosa ci fosse di peccaminoso in quella naturale nudità.

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Storie di paese – Gèpe

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Disegno di Luciano Cottini

Erano in tre, due fratelli e una sorella. Non si erano mai sposati. Non ricordo che mestiere avessero fatto i fratelli, Bi e Gèpe, la sorella non ricordo come si chiamasse, per me era la “merciaia” che gestiva una piccola merceria sull’angolo di una viuzza traversa del centro storico che finiva proprio in faccia al muro del castello. Una merceria piccola, un po’ buia, dove ci trovavi di tutto. Lei era una donnina minuta, dai capelli grigi e gli occhi mesti, vestiva abitini scuri a piccoli fiori, era gentile e paziente.  Abitavano insieme, i tre fratelli, nelle poche stanze adiacenti alla merceria.

Bi (Bigio) era un uomo rozzo e violento, prepotente, dallo sguardo sempre torvo. Gèpe era invece mite, magro, dal naso sottile e gli occhi liquidi, un po’ cisposi per il gran bere.
Aveva sempre sete, di vino. Da quando era tornato dalla campagna di Russia dell’ultima guerra il suo carattere era cambiato, si era come allocchito, si estraniava spesso come se nei suoi pensieri corressero ricordi di gelo e di steppe e di chissà cos’altro che continuava a turbarlo.
Non parlava mai della guerra.
Da tempo “viveva” al ricovero dei vecchi, anche se proprio vecchio non era. Non è esatto dire che vivesse là, quel luogo era un po’ la sua base, dove si faceva un bagno ogni tanto, dove a volte prendeva dei pasti, dove si rifugiava per dormire quando faceva freddo, ma non andava a dormire in un letto, in una stanza, Gèpe si rifugiava nel magazzino dove erano stipate le cose vecchie ed ormai inutili, stava meglio là, un po’ nascosto, lasciato in pace dalle suore e dagli assistenti, si godeva la sua libertà, la sua indipendenza.

Gèpe era buono e onesto, gentile anche quando era pieno di vino perché trovava sempre qualcuno che gliene offriva, che lo invitava quando lo vedeva passare per le strade del paese, un po’ perso, un po’ dondolante. A volte chiedeva una sigaretta, nessuno gliela negava. Lui non era insistente e ringraziava sempre, con una sua gentile dignità.
Gli unici veri amici che aveva erano due cagnolini randagi che lo accompagnavano ovunque, se si appisolava su una riva di fosso loro gli stavano a fianco, come angeli custodi.
Capitava che avesse in tasca del pane e che dei sorci gli rosicchiassero la tasca per prenderselo, se ne accorgeva al risveglio e non se la prendeva guardando il buco, diceva che era giusto, avevano fame anche loro.

D’estate aveva trovato un luogo appartato in cui rifugiarsi durante i pomeriggi assolati; c’è al limitare del nostro paese il grande cimitero con, a lato della strada di accesso, il piccolo vecchio cimitero ormai in disuso da secoli e una chiesetta con un porticato davanti all’entrata. Nel muro del vecchio cimitero, vicino al porticato, c’era un grande buco aperto su dei loculi ormai vuoti, comodi, profondi e freschi. Gèpe, quando il vino gli dava alla testa, complice quel sole violento delle nostre estati della bassa, si rifugiava in uno di quei loculi a dormire beato aspettando la sera.
Un pomeriggio di fine maggio, mentre lui dormiva lì dentro, scoppiò un temporale che pareva un finimondo. Alcuni ragazzini che tornavano da scuola, colti dall’improvviso acquazzone e dalla tempesta, si rifugiarono sotto al porticato della chiesetta, in attesa che spiovesse un po’ per correre a casa. Un tuono più forte degli altri svegliò Gèpe il quale, sentendo le voci dei ragazzi, mise fuori la testa e chiese, gentilmente, che ora fosse, meravigliandosi che i ragazzi partissero come frecce, urlando. Poi se la prese con i maestri che non insegnavano più la buona educazione ai giovani.

Ogni anno, in autunno, quando mio padre vendemmiava e faceva il vino nuovo, portava a casa Gèpe e gli offriva un bicchiere di vino da assaggiare, chiedendogli se fosse buono, poi lo accompagnava nell’orto e gli mostrava le verze che stavano crescendo.
Alle mie rimostranze, perché ero infastidita da questo rituale e non capivo perché mio padre si ostinasse a chiedere il parere sul suo vino a un uomo che, palesemente, non avrebbe distinto un Barolo d’annata da un bicchiere di aceto, strizzandomi l’occhio, mi rispose che quella era una scusa per attirare Gèpe, che il vero motivo erano le verze, perché, visto che Gèpe era sempre in “bala” (ubriaco), anche le verze avrebbero fatto la “bala” (palla) sentendo il suo alito.

 

Sassi

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Immagine presa dal web

Sul greto del fiume
che sbocca nel mare
sono andata a cercare,
oggi, sassi colorati e strani,
sassi rosa e neri,
sassi pieni di misteri,
sassi senza pensieri,
sassi senza ricordi,
sassi che non sanno il passato,
sassi di un mondo scordato,
sassi lucidi d’acqua,
sassi di muschio verde,
sassi bianchi e turchini,
sassi piccini,
sassi di gesso fragile,
sassi di rossa arenaria,
sassi d’ardesia nera,
sassi spezzati,
sassi abbandonati,
sassi che non sanno odiare.

Sassi sotto le dita
e l’acqua continua a cantare
la sua dolce canzone accorata
e l’acqua m’invita a restare
e l’acqua mi tiene legata.

Sassi sotto le mani:
il mio corpo non è più mio,
io sono un sasso scolpito,
un sasso levigato,
un sasso senza futuro,
un sasso negato.

 

Era la fine dell’estate del 1975 quando scrissi questi versi, in un momento in cui sembrava che tutto il mondo mi stesse crollando addosso, la mente stranita dalle vicende del momento, complice anche un deperimento organico causato dal lavoro in due stagioni estive e una invernale, senza mai un giorno di riposo, con quei ritmi di allora che oggi sarebbero considerati inconcepibili.
La voglia di andarmene, che non era solo un desiderio di fuga, di abbandonare tutto, ma una disperazione più profonda, quasi viscerale. Poi, la rabbia e l’orgoglio mi aiutarono a rialzarmi.
Quando la vita mi prende alla gola e mi mette alla prova, torno a leggere quelle parole e ricomincio a combattere.

Le burrascose serate.

Capita di cercare qualche cosa in soffitta, negli scatoloni che contengono ordinatamente tutte le cose che voglio conservare. Capita di trovare qualche cosa che non stavo cercando, ma che ha sollevato una miriade di ricordi.

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Mattino sotto gli ulivi
Carlo Foglia
litografia -fronte del biglietto

interno del biglietto con il disegno del tavolino che assisteva alle nostre chiacchierate

Carlo Foglia, il paesaggista che dipingeva le nevicate sulla Milano di quegli anni e i boschi di ulivi della Liguria.

All’epoca era vicino ai sessant’anni, io ne avevo venticinque, ancora acerba per certi versi e piena di sacri furori: quelli della rivendicazione di noi donne, dell’arte contemporanea, della libertà di pensiero e di azione, della voglia di carriera e di non dover dipendere da nessuno.
Quante discussioni con quel signore, ai miei occhi anziano e pittore d’altri tempi a cui non perdonavo, nella mia arroganza non ancora ammorbidita dall’esperienza, di dipingere “cartoline” di bella presenza e di edulcorati sentimenti, mentre lui, nella sua saggezza, ascoltandomi e replicando sempre con molta calma e gentilezza, mi trasmetteva insegnamenti che poi, rimasti comunque nella mia memoria, mi aiutarono a crescere e a maturare.

Di quegli anni ricordo anche Ina e Boris Zueff, entrambi pittori. Lei in particolare, non molto alta, aveva già superato i settant’anni, capelli bianchi come la neve, raccolti mollemente sulla nuca, occhi di un azzurro limpido come acquamarina e un sorriso di bambina innocente.
Quanto erano belle le sue illustrazioni per la Divina Commedia ammirate anche da Pietro Annigoni. La tecnica che aveva usato per quelle illustrazioni era innovativa e inconsueta.
Per quanto le abbia studiate non sono mai riuscita a capire completamente come erano state eseguite.

E Nella Lucchino, la pittrice dei boschi, signora piemontese di rara e semplice eleganza, le cui opere erano di una bellezza che trasfigurava la natura.

Tra gli altri, Mario Berrino dai colori vivaci a larghe pennellate istintive e Giuseppe Tribaudino eccentrico pittore bravissimo nell’uso cromatico dei verdi, dal quale ho appreso più che in tutti gli anni di scuola di pittura.

Quando ero libera dal lavoro, finivo a volte nel suo “atelier”: un garage nel quale aveva il suo cavalletto e dove dipingeva le rifiniture dei quadri che aveva abbozzato “en plein air”.
Io mi sedevo per terra, appoggiata al muro, a destra dell’entrata; non sempre si accorgeva di me, di solito conversava in dialetto con il suo grosso gatto appollaiato sul davanzale interno della finestra vicina.
Ascoltavo e lo osservavo dipingere i suoi paesaggi, gli ulivi, il mare, ascoltavo le sue riflessioni ad alta voce, i suoi pensieri su noi giovani “rivoluzionari” e “senza coglioni” perché, secondo lui, li avevamo atrofizzati a causa dei jeans troppo stretti che portavamo. Il gatto annuiva, sbadigliava e, spesso, rispondeva con un brontolio che aveva poco del solito miagolio gattesco.
Ormai mi conosceva anche lui e non faceva più caso alla mia silenziosa presenza.

 

Lettera aperta a Guerrina

 

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Ampio porticato con veduta parziale del cortile dell’Istituto

 

Cara Guerrina,

ultimamente hai sentito il bisogno (che sia l’età?) di scrivere alcune lettere alla rubrica “Lettere al Direttore” del nostro maggior quotidiano provinciale.
Ovvio che quando vedo il tuo nome e cognome io mi fermo a leggere queste tue lettere.
La tua ultima mi ha fatto incavolare.
Cito testualmente le tue parole:
[…]Ai tempi della mia fanciullezza, sia in famiglia che in collegio oltre ai rimproveri verbali arrivavano anche altre punizioni… (e qui nomini le ciabatte di tua madre)…Anche le suore in collegio perdevano la santa pazienza e non lesinavano schiaffi anche sonori. I giovani genitori moderni non usano più i salutari scapaccioni…
e prosegui su questi tono, accusando anche i pedagogisti e gli educatori attuali.

Ora, Guerrina, tu ed io ci conosciamo bene. C’ero anch’io lì dentro in quel “collegio”, te lo ricordi? Tu avevi qualche anno più di me, ma mi conosci bene.
Te lo ricordi quel settembre, io ero in quinta elementare e tu un paio d’anni più avanti. Te la ricordi quella sera in cui, forse per una congestione, io non riuscii a tenere la cena nello stomaco e vomitai? Ti ricordi i “sonori ceffoni” che Suor G. mi somministrò, poi m’ingozzò e siccome vomitai ancora, me le diede di santa ragione, come si diceva allora.
La storia proseguì per quindici giorni, colazione, pranzo e cena, fino a che fui ricoverata in infermeria e ci passai un anno in quell’infermeria. Frequentavo la scuola, ma poi mangiavo e dormivo in infermeria e faticò parecchio la suora infermiera a rimettermi in sesto, corpo e spirito, per come ero stata ridotta.

Te la ricordi suor O. con le piccoline di prima e seconda elementare, le più indifese, inginocchiate di notte, al freddo, in mezzo alla camerata perché avevano bagnato il letto? O con le mutandine sulla testa?

E suor C. che chiamava “zoppettina” quella nostra compagna che aveva avuto la poliomielite?

Certo, non erano tutte così, la maggior parte erano giuste, anche se severe, molte erano comprensive. Però, molto spesso le punizioni, le sberle, gli scappellotti, sonori come dici tu, sfuggivano dalle loro mani per un nonnulla.

Quelli che ho presi io, in tutti quegli anni, non mi hanno fatto un granché di bene, mi hanno solo insegnato un grande odio per il mondo degli adulti e un grandissimo desiderio di rivalsa e di ribellione. Mi ci è voluto del bello e del buono per lavarmele via quelle percosse e quell’odio.
Ho incontrato alcune ragazze della tua classe: dopo cinquant’anni avevano ancora gli incubi di notte.

Con mia figlia, io non ho usato quei metodi. Certo, ho tenuto salde le redini in mano, ma con pazienza, con affetto e comprensione, l’ho ascoltata, mi sono fatta capire e l’ho educata con l’esempio dei miei comportamenti. Non ho mai ceduto sui pochi NO che le ho detto.

Ma non le ho mai messo le mani addosso, perché nessuno ha il diritto di mettere le mani addosso a un bambino, per nessun motivo.

Giovinezza

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disegno a matita
mie opere

 

Era il 1964. Avevo appena compiuto sedici anni quando mi diplomai e uscii, finalmente, dall’Istituto dove avevo trascorso gran parte della mia infanzia e quasi tutta la mia adolescenza.

La scuola mi aveva preparato ad essere una buona segretaria d’azienda.
Sapevo scrivere a macchina in modo perfetto e veloce, conoscevo la stenografia, il mio francese era impeccabile, avevo studiato diritto commerciale e bancario, computisteria, merceologia, fisica, chimica, letteratura del vecchio e nuovo mondo, insomma, tutto ciò che all’epoca si studiava alla scuola commerciale.
Inoltre, avevo potuto frequentare i corsi di musica, pittura, teatro e canto.
Il cucito, il ricamo, l’economia domestica completavano l’educazione che ci veniva impartita.

L’impatto con il mondo “fuori da quelle mura” non fu facile. Nessuno ci aveva preparato al mondo esterno. Avevamo letto molto, quasi tutta la letteratura italiana, europea e americana dell’ottocento, naturalmente solo quella adatta all’educazione, decisamente cattolica, di “giovinette”, come si diceva allora.

Sapevamo tutto, l’avevamo studiato in scienze, come si facevano i figli, come si sviluppava un feto, come nasceva un bambino.
Ma nessuno ci aveva istruito su che cosa fosse l’amore, quali fossero le pulsioni dei desideri e dei sentimenti. Inoltre, gli anni passati nell’Istituto, la mancanza di contatto con il mondo esterno, la mancanza degli affetti familiari, il desiderio di essere accettate, amate, benvolute, ci aveva reso simili a dei cagnolini randagi desiderosi di una carezza.
La nostra fragilità, la nostra ingenuità erano talmente evidenti da essere quasi ridicole.

Il mio spirito ribelle e solitario aveva maturato, in quegli anni, un odio profondo per quel mondo chiuso, che sentivo retrogrado e coercitivo, perciò avevo forzato le tappe della mia educazione e fatto sempre gli esami da privatista, per arrivare a quel diploma che mi avrebbe permesso di uscire da lì.
Non avevo tenuto conto di un fatto: la mia bassa statura, anche se ben proporzionata, le mie mani e i piedi molto piccoli, il mio aspetto infantile, mi facevano sembrare molto più giovane di quanto non fossi. Sembravo una ragazzina appena uscita dalle elementari.
Da un canto questo mio aspetto mi salvò dall’interesse dei miei coetanei maschi, che proprio non mi notavano, permettendomi di maturare senza inopportuni patemi amorosi, d’altra parte, però,
mi impedì di trovare lavoro subito, obbligandomi a continuare gli studi.
Scelsi di studiare lingue straniere.
Furono gli anni che precedettero il 68. Gli anni dei Beatles, della minigonna, dei fermenti rivoluzionari, dell’emancipazione femminile.
Gli anni delle interminabili discussioni sul treno che ci portava in città, a scuola, dei libri che ci passavamo di nascosto, perché ancora all’indice, alcuni in lingua originale, non ancora tradotti in Italia, dei giornali stranieri e delle dispense in ciclostile, passate di mano in mano, copiate.
Gli anni dei panini portati da casa, mangiati passeggiando, della pizza e birra, quando si aveva un soldino in più, dello scappare via da scuola un’ora prima per correre a vedere una mostra di fotografie, di pittura.
Gli anni che in primavera si saltava un giorno di scuola per ritrovarci su in castello a guardare la città dall’alto, leccando il primo gelato della stagione.

Io portavo i calzettoni e le scarpe basse, sembravo una delle medie.
Quando c’erano gli scioperi e la città era in subbuglio, mollavo i libri a scuola e passavo tranquilla dai picchetti, non mi fermava nessuno.
Non mi piaceva essere obbligata ad andare in piazza, in mezzo a tutti, rischiando qualche sassata, se non peggio.
Io volevo solo studiare, crescere, avere un ulteriore diploma che mi permettesse di andare, finalmente, a lavorare per rendermi indipendente. Solo quello.

La signora R…

 

 

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Omaggio a Pisanello
olio su tavola
mie opere

La signora R…  era vedova, anziana e abitava da sola in un appartamento a pian terreno di uno stabile a pochi metri da casa nostra.
Era alta come mia madre ma più anziana e, fra loro, era nata un’amicizia delicata, prolungata nel tempo, che aveva il sapore di un rapporto quasi da madre a figlia.

La signora R… era discreta, dotata di una gentilezza un po’ schiva, quasi timida, aveva l’eleganza semplice ed innata che hanno, a volte, certe nostre contadine di antico stampo.
Rimasta vedova si era occupata del figlio e della sua famiglia che abitavano a pochi passi da lei, poi, a poco a poco si era dovuta ritirare da molte incombenze a causa dell’età e di vari acciacchi che capitano nella vecchiaia.

Durante le estati, la signora R… veniva invitata da mia madre, due, tre volte la settimana, a trascorrere qualche ora nel nostro giardino, all’ombra del grosso cespuglio di lauro ceraso ed era un piacere sentirle conversare fra loro, mentre gustavano un gelato o sorbivano una bibita.
A volte, quasi senza accorgermene, mi veniva istintivo chiamarla “nonna R…”, pur continuando a darle del “Lei” e lei sorrideva, un sorriso caldo, dolce che illuminava i suoi occhi grigio chiaro tendenti all’azzurro, il volto dai lineamenti delicati e sottili e i capelli candidi raccolti sulla nuca.

Quando mia madre andava in paese per qualche incombenza passava sempre dalla signora R… chiedendole se avesse bisogno di qualche cosa e aveva abituato anche me a comportarmi in questo modo. Di solito chiedeva che le portassimo poche cose, delle uova, una scatoletta di tonno della tal marca, una bottiglia di latte, un paio di fette di fegato di vitello dal tal macellaio “ma che sia tenero, mi raccomando”, precisava sempre, quasi scusandosi. Al ritorno, consegnate le merci richieste, pagava il dovuto e offriva sempre un caffè “di quello buono”, fatto con la moka.
Quando mi sposai mi regalò una cornice per mettervi una foto mia e di mio marito e, da quel giorno, ogni anno che seguì, al mattino del giorno del nostro anniversario, la sua telefonata era la prima ad augurarmi una vita serena con il mio compagno.

Quando nacque mia figlia, incominciò a regalarle, per Natale, delle piccole bambole che stavano nel palmo di una mano, fatte all’uncinetto, a maglia, oppure con le brattee secche del mais, come facevano le nostre nonne quando io ero piccola.
A Pasqua, avevo l’abitudine di dipingere le uova sode che venivano poste davanti ai commensali come augurio. Ne dipingevo sempre qualcuna in più per gli eventuali visitatori e ne portavo sempre uno, il sabato di Pasqua, alla signora R… Lei non lo mangiava, li conservava tutti in una vetrinetta dentro alle tazzine da caffè. L’interno dell’uovo si asciugava, si atrofizzava e, quando lo si prendeva in mano, scuotendolo, suonava come se ci fosse stato dentro un sassolino.
Un anno, ci andò mia madre a portarle l’uovo e i nostri auguri e la trovò in lacrime: i suoi parenti erano partiti tutti per una vacanza all’estero e lei non sopportava l’idea di passare la Pasqua da sola.

La domenica mattina andammo a prenderla. Avevo ospiti, oltre che i miei genitori, anche mio fratello con la sua famiglia. C’era posto anche per la signora R…, intimidita in un primo momento, poi si rilassò e ci raccontò molte cose della sua gioventù. Fu come se a quella tavola ci fossero anche i miei nonni, morti da molti anni.

Dalla finestra della cucina di casa mia vedevo la finestra della sua camera da letto. Con il tempo prendemmo un’abitudine: quando andava a dormire, era sempre alla stessa ora, minuto più, minuto meno, accendeva e spegneva la luce della camera un paio di volte, prima di chiudere le ante e io ricambiavo spegnendo e accendendo la luce di una torcia dalla mia finestra, come ad augurale la buona notte. Al mattino, se dopo una certa ora, le ante della camera non erano aperte, si andava a vedere che cosa era successo. Con l’avanzare degli anni ci chiedeva di assisterla mentre faceva la doccia, per paura di scivolare, di farsi del male.

L’ultimo settembre della sua vita, fui io la prima ad accorgermi della sua malattia, c’erano segni evidenti e ne avvertiti mia madre, perché si preparasse.
Alla fine di settembre fu ricoverata, non arrivò a Natale.
Aveva donato a mia madre, molti anni prima, un piccolo e grazioso oggetto di porcellana che il marito le aveva regalato per le nozze. Dopo la morte di mia madre, lo consegnai a sua nipote: era un oggetto di famiglia, era giusto lo conservasse lei.

La casa della signora R… è vuota da anni. Ogni tanto qualcuno passa ad aprire le finestre per cambiare aria agli ambienti e a me capita di fermarmi lì, a guardare quella finestra, come ad aspettare che la signora R… si affacci, mi sorrida e mi faccia un cenno di saluto con la mano.