Ottobre

https://undentedileone.files.wordpress.com/2018/10/foglia-dacero.jpg

foglia d’acero
pastello acquarellato (dal vero)
mie opere

Quando ero bambina la scuola finiva il 30 giugno e ricominciava il 1° ottobre.
Il primo giorno di ottobre, all’epoca, era dedicato a San Remigio e gli scolari che frequentavano la prima elementare venivano chiamati “remigini”.

Indossavamo grembiulini neri con i colletti bianchi e un fiocco tratteneva il colletto bianco che doveva essere sempre pulito e ben stirato. Anche i capelli, per noi bambine, erano raccolti con mollette o nastri per chi aveva i capelli corti, oppure in trecce o codini, code di cavallo per chi li aveva lunghi. I maschietti aveano i capelli corti e la scriminatura.

Frequentavamo la scuola a tempo pieno: dalle 9 alle 12 e dalle 14 alle 16 sei giorni la settimana, ma il giovedì si andava a scuola solo al mattino.
Sono entrata in Istituto all’inizio della seconda elementare. La prima l’ho frequentata in una frazione del paese dove abitavo e la scuola distava quattro chilometri dalla fattoria del nonno.
Ho ricordi vaghi di quell’epoca.
La lunga camminata per i sentieri che attraversavano i campi, il gruppetto di scolari che si ingrossava man mano che ci avvicinavamo alla scuola, i più grandi che aiutavano i più piccoli in difficoltà, la cartella che conteneva l’astuccio di legno con una penna, un paio di pennini di riserva, una matita, una gomma per cancellare, il temperino e il dischetto di panno lenci a salvaguardia del pennino, una mela, o del pane con del companatico, un quaderno a righe, uno a quadretti, il piccolo libro di lettura e un sussidiario, la preziosa carta assorbente.
L’inchiostro, per fortuna, non lo trasportavamo, lo avevamo a scuola e anche a casa.
Ricordo la stufa a legna che riscaldava la classe d’inverno e la refezione scolastica: una scodella di zuppa, di minestra, per i bambini che non potevano tornare a casa per pranzo, perché abitavano troppo lontano.

Non ricordo gli insegnanti e nemmeno i compagni di quell’anno.
Ricordo solo che a primavera, non avevo ancora compiuto 7 anni, ad aprile feci la Prima Comunione e a maggio anche la Cresima. Ero talmente piccola e bassa di statura che non riuscivo ad arrivare alla balaustra dell’altare e dovettero prendermi in braccio.
Che cosa fossi stata in grado di capire di quelle cerimonie è ancora oggi un mistero.

Annunci

Domenico e Angelo

https://undentedileone.files.wordpress.com/2017/09/gatta-nera.jpg

mie foto

 

Sul nostro quotidiano provinciale, oggi, l’annuncio della morte di Domenico S.

Avevo 17 anni, nel 1965 quando frequentavo il mio primo anno di lingue straniere alla scuola per interpreti della nostra città.
Domenico S., commercialista e amico di famiglia, mi offrì di occuparmi del suo ufficio nell’unico pomeriggio che avevo libero dalla scuola, il giovedì.
L’ufficio era situato in un appartamento nel centro storico del nostro paesello e io mi portavo i libri di scuola. Dopo aver spalancato le finestre, spolverato e messo in ordine, mi sedevo a studiare aspettando le telefonate e le visite per prenotare gli incontri con il commercialista.
Il mio incarico era tutto lì, facile e poco faticoso. In cambio mi versava 2500 lire ogni giovedì, diecimila lire al mese con i quali mi pagavo l’abbonamento mensile del treno per recarmi a scuola in città e anche il cibo per le volte che non potevo tornare a casa a pranzo.

Domenico S. all’epoca aveva 35 anni, ma a me sembrava già vecchio.
Era anche un sindacalista, socialista di vecchio stampo, alla Turati per intenderci, colto e paziente, soprattutto con noi giovani durante le interminabili discussioni politiche in quegli anni che precedettero di poco il ’68.
Riusciva sempre a incanalare soprattutto la mia rabbia, l’odio non ancora sopito che mi portavo dentro contro il mondo degli adulti, la mia voglia di rivalsa.
Avessi avuto qualche anno di più mi sarei gettata a capofitto in una di quelle liste di giovani che lui riusciva a formare sotto le elezioni, anche se, purtroppo, non riuscivano mai a vincere, ma l’entusiasmo di noi ragazzi era davvero contagioso e credo che moltissimi di quelli della mia età se lo ricordino bene Domenico, la sua saggezza e la sua pacatezza, che riuscirono a dare una svolta a molti di noi, anche nella quotidianità della vita pratica e familiare.

Angelo B. lo conobbi più tardi, un autunno nel quale ero a casa in vacanza dal lavoro e mio padre aveva invitato ad una cena in famiglia i colleghi con i quali aveva partecipato all’assemblea nazionale dell’AVIS. Angelo si occupava di giornalismo e pubblicità per una TV locale.

Era un grande affabulatore dalla voce suadente, dolce, profonda. La sua passione viscerale e sconfinata per l’idea della donazione del sangue alla salvezza del prossimo era qualche cosa di magico, che gli illuminava gli occhi, gli traspariva dai pori della pelle.
Era anche direttore del giornale provinciale avisino “La Goccia” sul quale scriveva articoli di fondo così coinvolgenti da far venire i brividi per la loro cristallina bellezza.
Noi giovani si pendeva dalle sue labbra, appena maggiorenni si andava a iscriverci nelle file dell’AVIS, anche se io fui respinta per molti anni, finché non raggiunsi quei benedetti 50 chili di peso, obbligatori per l’iscrizione alla donazione.
Quando Federico ed io ci sposammo, scrisse la nostra storia sulle pagine del giornale, perché aveva saputo che per noi due “galeotto” fu proprio l’AVIS.

Dopo qualche anno, durante un’amichevole conversazione, Angelo mi raccontò che da giovanissimo, sedicenne, era stato convinto fascista, che aveva aderito alla repubblica di Salò e che alla fine della guerra, pur non avendo mai partecipato ad alcuna azione, aveva pagato la sua adesione con la galera, che queste vicende lo avevano portato a riflettere, a comprendere quanto la politica e la guerra lo avessero disgustato, perciò era così convinto che donare il proprio sangue a chi ne aveva bisogno fosse una cosa giusta.
Nessuno, a parte pochissimi intimi, era a conoscenza di questo suo passato. Non parlava mai di politica. Non accennava mai al passato, agli anni della sua gioventù. Per propria scelta non ebbe mai figli anche se si capiva quanto amasse i bambini e noi giovani e sua moglie lo sostenne sempre, amica e confidente, teneramente innamorata e complice in tutte le sue scelte.

Domenico S. Angelo B. così diversi eppure uguali nel lasciare impronte indelebili, Maestri di vita che hanno saputo trasmettere pensieri indimenticabili.

Serùmoli

 

https://undentedileone.files.wordpress.com/2018/06/rathaus_dez2007_545.jpg

Altes Rathaus di Bielefeld
(il vecchio Municipio)
immagine presa dal web

Sono figlia di un mantovano e di una veronese. Bepi, che mi ha fatto da padre per cinquant’anni, era vicentino, mentre Federico era bresciano con ascendenze cremonesi. Ho avuto una cognata tedesca e ora ne ho una austriaca, ho una nipote svizzera. Ho avuto amici olandesi, tedeschi, belgi, francesi, svizzeri, americani, inglesi e anche delle Isole Mauritius.
Riuscire a non fare confusione tra i vari idiomi a volte è un’impresa e spesso mi diverto a confrontare le varie derivazioni o le comunanze dei lemmi.
Stamane ho raccolto i cetrioli, “serùmoli”, come li chiamo io in mantovano-veneto e “cœcœmer” come li chiamava Federico in bresciano. Da dove derivino i due sostantivi, non l’ho ancora appurato, ma nei primi mesi della nostra convivenza, ridevamo spesso per la confusione generata dall’uso di dialetti così diversi ed è stato inevitabile tornare indietro con la memoria e ricordare il nostro viaggio di nozze.
Al nostro matrimonio erano venuti anche quasi tutti gli amici stranieri e Georg con la sua famiglia si era fermato per tutta la settimana seguente, che avevamo impiegato per accompagnarli a visitare Brescia, Sirmione, Mantova e Verona. In cambio ci propose di trascorrere la seconda settimana nella sua città, Bielefeld nel Nord-Rhein Westfalen, che io conoscevo bene ma Federico non aveva mai visitato.
Accettammo e partimmo il sabato mattina presto, Georg con la sua BMW nuova fiammante e noi dietro con la nostra Capri vecchiotta e abbastanza ansimante.

Nel nostro baule (bagagliaio) albergavano provviste fatte da mia madre che era convinta che in Germania saremmo morti di fame: tortelli di zucca e bigoli fatti in casa la sera prima e la relativa conserva di pomodoro di nostra produzione, salame stagionato e cotechino fresco con farina per fare la polenta, un bottiglione di vino e una bottiglia di acqua minerale riempita di grappa prodotti da Bepi, così avremmo potuto far godere anche la famiglia di Georg del nostro buon cibo.
Avevamo anche un sacchetto con panini freschi ripieni di salame, prosciutto, formaggi, da consumare durante il viaggio e che tenevo sulle ginocchia, pronto al bisogno.

Georg viaggiava veloce e noi dietro cercando di non perderlo di vista. Fino al Brennero nessun intoppo.
Georg passa la frontiera italiana e austriaca velocemente, noi veniamo fermati dai doganieri austriaci.
Mentre il doganiere controlla i nostri documenti nota il sacchetto con i panini:
“Haben Sie Provianten? Fleisch? Schweinefleisch?” Mi chiede con fare inquisitorio.
“Sì, ho delle provviste, panini imbottiti con salame, formaggi e prosciutto” rispondo e mi viene quasi da chiedergli se per caso ha fame e se non hanno cibo disponibile, ma me ne sto zitta visto che il crucco ha una brutta espressione.
Ci fa scendere dalla macchina e ci chiede di aprire anche il baule.
Io ho un lampo e mi chiedo che cosa cavolo mai ci farà quando troverà quello che custodiamo là dentro.
Faccio la faccia di quella che sta per mettersi a piangere e gli dico, con voce rotta e tremante, che siamo in viaggio di nozze, che il nostro amico tedesco che ci ha invitato a casa sua sarà sicuramente arrivato all’altra frontiera e noi non lo raggiungeremo più e sicuramente ci perderemo in terre sconosciute.
Il tizio mi guarda perplesso, poi confabula con l’altro doganiere e, burbero, ci intima di salire in macchina e di toglierci dai piedi.
Ripartiamo a razzo e dico a Federico: “Non ho capito perché facciano tante storie per qualche panino imbottito, ma è meglio che ce li mangiamo tutti prima di arrivare alla frontiera tedesca.”
Infatti, a Kiefersfelden anche i tedeschi ci chiesero se avessimo “provviste” ed io risposi “Nein” con un bel sorriso.

Scoprimmo il giorno dopo che le restrizioni ed i controlli sull’importazione di carni e insaccati erano causate da una presunta peste suina accaduta in qualche luogo in Italia.

Il treno

Dietro
qualche
vetro,
qualche
viso
bianco,
qualche
riso
stanco,
qualche
gesto
lesto;
ma piú celeri
i  vagoni
si succedono
e  i furgoni
sul binario
trabalzanti
strepitanti
varcan varcano;
e il treno, con palpito eguale, guadagna
fiammando nel buio, l’aperta campagna.
La chiostra de’ monti da torno vacilla:
repente un padule nell’ombra sfavilla,
dispare una gregge di scialbe capanne
di là da una siepe scrosciante di canne,
leggera si libra nell’aria una torre,
e il treno, con rombo terribile, corre.

Questa poesia, tratta dalla “Locomotiva” di G.A.Cesareo, andrebbe letta ad alta vote, declamata,
per assaporarne il ritmo che fa ricordare il treno, quanto meno il treno di tanti anni fa.

https://undentedileone.files.wordpress.com/2018/05/cartolina_stazione_di_calvisano.jpg?w=450

Cartolina d’epoca
Viale Stazione

Era il 1965 quando frequentavo la Scuola per Interpreti in città.
Ogni mattina uscivo di casa alle 6 per percorrere il chilometro che separava casa mia dalla stazione, a passo veloce, spesso di corsa. Tornavo a casa alla sera poco dopo le 19.  Libri e vocabolari legati con cinghie di cuoio, spesso infilati in una grossa borsa di tela ruvida. Scarpe basse e calzettoni: badavo poco all’eleganza e alla moda.

In stazione trovavo i pendolari che andavano a lavorare in città o alla sua periferia: qualche maestra, dei ragazzi apprendisti, gli operai e gli impiegati, alcuni studenti come me.
Il treno arrivava sbuffando e arrancando, si fermava con stridore di freni e salivamo alla svelta cercando subito un posto a sedere fra le persone che erano già salite dai paesi precedenti il nostro.
Treno ancora a vapore, i sedili di legno vecchi e duri, come quelli che si vedono in certi film western.
Ci metteva tre quarti d’ora a coprire quei venticinque chilometri che ci separavano dalla città.
Ripassavo le mie lezioni sbocconcellando un panino che m’ero portata per colazione, perché spesso rotolavo giù dal letto ancora nel pieno del sonno e mi preparavo quasi alla cieca, in fretta e furia, per paura di perdere il treno.

Alla sera, al ritorno, ci ritrovavamo in molti di quelli che erano partiti al mattino con lo stesso treno. Allora si conversava, ci si raccontava della giornata, si scherzava tra noi ragazzi facendo un po’ di baccano, spesso zittiti dai “matusa” che, stanchi, cercavano di appisolarsi un po’.

 

I ciclamini

Nel nostro giardino c’è un intero spiazzo ricoperto di ciclamini. C’è sempre qualcuno che si meraviglia che siano fioriti proprio in questa stagione.

https://undentedileone.files.wordpress.com/2018/04/ciclamini.jpg

mie foto

Sono situati tra il grosso cespuglio di lauro ceraso e le quattro piante di kiwi tirati a pergola.
C’è poca erba lì e i ciclamini formano un bel tappeto con i colori contrastanti e vivaci, le corolle lilla-cremisi e le foglie verde scuro. Non sono profumati, questi che fioriscono in primavera. Lo sono invece, quelli che fioriscono in autunno, sempre in quella zona.

Li avevo raccolti da ragazzina, durante alcune gite in montagna con i miei genitori.
Avevo l’abitudine di raccoglie bulbi, piantine, da sistemare poi in giardino in angoletti quasi nascosti, a ricordo di quei momenti trascorsi in famiglia, nei brevi periodi di vacanza fuori dall’istituto.

Vicino al grande abete, a ridosso del lauro ceraso, ci sono anche delle piantine di pervinca dai piccoli fiori azzurro-blu; vicino a casa c’è la grande felce che muore ogni autunno e si risveglia a primavera con le foglie che si srotolano giorno dopo giorno.
Qua e là, tra l’erba del prato, occhieggiano i bianchi fiori a stella dell’aglio orsino, ricordo di un passaggio in Umbria, molti anni fa.
Le piantine di cassia, dai fiori gialli, mi ricordano il Lazio e Maccarese, quando andammo a trovare un’amica di famiglia.
La crassula nel grosso vaso, è appena sfiorita. Ne avevo portato un piccolo pezzo dalla Liguria.

https://undentedileone.files.wordpress.com/2018/04/viola-mammola.jpg

mie foto

Ci sono violette a primavera, profumate e folte, colorano il prato e fioriscono ovunque.
Vicino alla vecchia vite alcune sono bianche, candide come piccoli fantasmi.
In un angolo del giardino roccioso, resiste una piccola viola di montagna, pallida e dalle foglie verde chiaro, a punta.
Le grosse pietre calcaree che formano il giardino roccioso provengono da una gita nell’entroterra del nostro bel lago di Garda. Le avevamo messe nel baule, non so come abbia resistito la nostra vecchia automobile con quel peso dietro.

https://undentedileone.files.wordpress.com/2018/04/giardino-roccioso.jpg

mie foto

Ogni angolo del giardino mi ricorda qualche cosa, qualcuno.
Momenti del passato che sono rimasti cuciti negli angoli della mente e del cuore.

Cyriels

Mi era sfuggito un bicchiere e anche una parolaccia, così, a mezza voce e, improvvisamente, il volto di Cyriels apparve nella memoria.

Era il 1972 quando conobbi Cyriels e la sua famiglia, ospiti nell’albergo in cui lavoravo, in Liguria.
Cyriels, con moglie e figlia, erano vicini di tavolo a Georg, con moglie e due figli.
Cyriels, belga, parlava solo fiammingo e francese, Georg, tedesco del Nord, parlava tedesco e inglese.
Si erano, stranamente, fatti simpatia, anche se non ci potevano essere due tipi più diversi.
Cyriels era piccolo di statura, rotondetto, sempre in movimento come un buffo gnomo ridanciano, dalla risata contagiosa, pronto allo scherzo e alla battuta.
Georg alto e allampanato, compassato come un prussiano, ligio all’etichetta, si divertiva, però, con piccoli giochi di prestigio molto apprezzati dai bambini.
Io ero entrata nel loro gruppo così eterogeneo, tramutando il francese di Cyriels nel tedesco di Georg e viceversa. Così, un po’ per gioco, un po’ per simpatia, nacque fra noi un affetto che durò negli anni, anche dopo che smisi di lavorare nel turismo.
La parolaccia che mi sfuggì, insieme con il bicchiere, era legata a una delle innumerevoli storielle che Cyriels raccontava spesso e che io traducevo, a volte con parecchio imbarazzo anche perché le sue storielle non erano sempre pudiche, anzi, grasse e decisamente scostumate.

https://undentedileone.files.wordpress.com/2018/03/place-de-letoile.jpg

immagine presa dal web

 

La storiella di Cyriels:

Molti anni fa, in un villaggio fiammingo del mio paese, un villaggio contadino che contava pochi abitanti, il fornaio del villaggio vinse, ad una lotteria, un viaggio premio a Parigi.
La felicità del poveretto si tramutò in ansia poiché non conosceva una parola di francese e non sapeva come avrebbe potuto affrontare il viaggio. Si confidò con il parroco che era la persona più istruita di sua conoscenza e questi gli spiegò che non era poi difficile parlare francese, bastava che lui rispondesse sempre “Oui” a ogni domanda gli venisse posta.
Gli amici gli sconsigliarono di condurre con sé la propria consorte: Parigi era la città delle belle donne, ti ci porti tua moglie? Forse che ti porti la birra se vai a Monaco per l’OktoberFest?
Accompagnato da tutti gli abitanti del paesello, salì sul treno per la sua avventura.
Arrivato a Parigi, scese dal treno e immediatamente un signore si rivolse a lui:
“Bagage Monsieur?” Il nostro amico rispose “Oui” e quel signore prese il suo bagaglio e lo accompagnò fuori dalla stazione, vicino a un taxi.
L’autista, caricò il bagaglio, aprì la portiera al nostro amico, lo fece sedere, si mise al volante e gli chiese:
“Hôtel, Monsieur?” la risposta, ovviamente, fu “Oui” e il taxi lo portò in centro scaricandolo davanti a un bell’albergo moderno, davanti al quale sostava un portiere che si avvicinò e chiese:
“Chambre, Monsieur”, “Oui”, rispose il nostro amico che fu accompagnato all’interno dell’albergo e poi in camera.
La camera era bellissima, molto confortevole, con una vista panoramica sulla città e sulla place de l’Ètoile. Il nostro amico, abbastanza stanco dal viaggio, ancora un po’ frastornato, sentì impellente il bisogno di scaricare le proprie viscere. Si guardò intorno, ma non riuscì a individuare la porta della sala da bagno (la quale era ricoperta della stessa tappezzeria delle pareti, scorrevole, e poco visibile a chi non fosse mai stato prima in un luogo così moderno).
Uscì nel corridoio, ma non c’erano bagni al piano, poiché tutte le stanze erano provviste di bagno privato.
Non sapendo a chi rivolgersi, a come farsi comprendere, né a che santo votarsi, rientrò in camera e decise di fare di necessità virtù: ricordò di avere con sé, in valigia, un resistente foglio da pacco e una corda, che si era portato per impacchettare dei souvenir da riportare a casa.
Prese il foglio, lo stese in terra, ci si accucciò sopra e si liberò del peso che aveva. Poi incartò bene il tutto, lo legò a dovere e uscì dall’albergo alla ricerca di un cestino in cui abbandonare l’ingombrante rifiuto.
Come in tutte le grandi città, non si riesce a trovare un cestino per i rifiuti nelle zone più frequentate e Parigi non fu da meno. Il poveretto si allontanò dal centro e incominciò a girovagare nelle viuzze un po’ più interne alla ricerca di un benedetto cestino. Ad un tratto sentì un vociare confuso e vide un assembramento di gente. Si avvicinò: molta gente vociava fuori da un negozio di macellaio e c’erano anche dei poliziotti. Incuriosito si avvicinò anche lui cercando di capire che cosa stesse succedendo. Un poliziotto lo apostrofò dicendogli:
“Vous avez acheté la viande ici?” Il malcapitato rispose “Oui”
“Venez donc, entrez!” ordinò il poliziotto e lo trascinò al banco del macellaio, sfilò il pacchetto da sotto il braccio del nostro amico e lo posò sulla bilancia: 800 grammi.
“Vous l’avez acheté par un kilo?” chiese il poliziotto e il nostro amico rispose “Oui”
Il macellaio urlò che lui non aveva mai visto quell’individuo prima d’allora, nacque un battibecco fra il poliziotto e il macellaio, il quale era stato contestato dagli acquirenti che si erano accorti che la bilancia era mal tarata.
Il macellaio, arrabbiato oltre ogni dire, prese un coltello, tagliò lo spago e aprì il pacco…sorpresa!
Nella confusione generale, il poliziotto caricò sul cellulare il nostro amico ancora più inebetito di prima, lo portò alla Gendarmerie e lo chiuse in gattabuia. Dopo qualche giorno, recuperati i bagagli e i documenti del nostro villico, lo misero sul treno con foglio di via e lo rispedirono al suo paesello.
La polizia locale, avvisata del rientro, informò parroco e familiari e il poveretto, arrivato alla stazione del suo villaggio, trovò tutto il paese ad attenderlo. Dopo baci e abbracci e domande da parte di tutti che volevano sapere che cosa fosse successo, il nostro amico raccontò:
“Parigi è bellissima. La gente è gentile, servizievole, gli alberghi sono stupendi.
Però, se non fai un chilo di m…a al giorno, ti schiaffano in galera”

 

 

Tanto tempo fa

https://undentedileone.files.wordpress.com/2017/11/chiostro-e-gattini.jpg

stampa calcografica
incisione a puntasecca su rame
mie opere

I ricordi sono una cosa strana. Ti colgono all’improvviso quando meno te lo aspetti.
Questa mattina, rovistando in un cassetto, ho trovato un quadrato di stoffa biancastra, tessuto ancora nuovo di cotone e canapa, come si usava tanti anni fa per lenzuola, asciugamani e biancheria intima, nelle classi più povere, perché indistruttibile.

Di quella tela erano fatte le lunghe e grandi camicie che usavamo, in Istituto, quando facevamo il bagno.
Fare il bagno era un rito vero e proprio. Vi si accedeva massimo due volte al mese, per il resto ci si lavava a pezzi, senza mai spogliarsi del tutto.
Per il bagno dovevamo indossare delle camicione pesanti, di quella tela ruvida, lunghe fino ai piedi, con due spacchi laterali all’altezza dei fianchi, nei quali infilare mani e avambracci per lavarci anche sotto alla camicia.
La camicia, bagnandosi, diventava pesante e oppressiva, ti ci sentivi impaniata, in trappola.
Le porte sempre aperte per permettere alla suora inserviente di entrare a controllare e a lavare la schiena. Ovviamente, sapone di Marsiglia.
Le vasche erano grandi, per me quasi un incubo.
Lo fu, un incubo, anche per la suora che mi trovò sott’acqua e mi tirò fuori mentre, cercando di respirare, sputavo anche l’anima.
Quello che la suora non seppe mai era che il mio gesto era stato voluto, pensato e prodotto ad arte.
Non certo per ammazzarmi, che proprio non ci pensavo, ma per convincerla che fare il bagno in quel modo per me fosse davvero pericoloso, perciò, da allora, mi fu concesso di fare la doccia.
Sotto la doccia, la suora non poteva entrare, si sarebbe bagnata tutta.
Per dimostrare che avevo tenuto addosso la camiciona, dovevo riconsegnarla bagnata e non era difficile farlo, mettendomela sotto ai piedi mentre mi lavavo finalmente libera da intralci e anche libera di osservare il mio corpo che mutava crescendo e non riuscivo a capire che cosa ci fosse di peccaminoso in quella naturale nudità.