I ciclamini

Nel nostro giardino c’è un intero spiazzo ricoperto di ciclamini. C’è sempre qualcuno che si meraviglia che siano fioriti proprio in questa stagione.

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mie foto

Sono situati tra il grosso cespuglio di lauro ceraso e le quattro piante di kiwi tirati a pergola.
C’è poca erba lì e i ciclamini formano un bel tappeto con i colori contrastanti e vivaci, le corolle lilla-cremisi e le foglie verde scuro. Non sono profumati, questi che fioriscono in primavera. Lo sono invece, quelli che fioriscono in autunno, sempre in quella zona.

Li avevo raccolti da ragazzina, durante alcune gite in montagna con i miei genitori.
Avevo l’abitudine di raccoglie bulbi, piantine, da sistemare poi in giardino in angoletti quasi nascosti, a ricordo di quei momenti trascorsi in famiglia, nei brevi periodi di vacanza fuori dall’istituto.

Vicino al grande abete, a ridosso del lauro ceraso, ci sono anche delle piantine di pervinca dai piccoli fiori azzurro-blu; vicino a casa c’è la grande felce che muore ogni autunno e si risveglia a primavera con le foglie che si srotolano giorno dopo giorno.
Qua e là, tra l’erba del prato, occhieggiano i bianchi fiori a stella dell’aglio orsino, ricordo di un passaggio in Umbria, molti anni fa.
Le piantine di cassia, dai fiori gialli, mi ricordano il Lazio e Maccarese, quando andammo a trovare un’amica di famiglia.
La crassula nel grosso vaso, è appena sfiorita. Ne avevo portato un piccolo pezzo dalla Liguria.

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mie foto

Ci sono violette a primavera, profumate e folte, colorano il prato e fioriscono ovunque.
Vicino alla vecchia vite alcune sono bianche, candide come piccoli fantasmi.
In un angolo del giardino roccioso, resiste una piccola viola di montagna, pallida e dalle foglie verde chiaro, a punta.
Le grosse pietre calcaree che formano il giardino roccioso provengono da una gita nell’entroterra del nostro bel lago di Garda. Le avevamo messe nel baule, non so come abbia resistito la nostra vecchia automobile con quel peso dietro.

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mie foto

Ogni angolo del giardino mi ricorda qualche cosa, qualcuno.
Momenti del passato che sono rimasti cuciti negli angoli della mente e del cuore.

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Cyriels

Mi era sfuggito un bicchiere e anche una parolaccia, così, a mezza voce e, improvvisamente, il volto di Cyriels apparve nella memoria.

Era il 1972 quando conobbi Cyriels e la sua famiglia, ospiti nell’albergo in cui lavoravo, in Liguria.
Cyriels, con moglie e figlia, erano vicini di tavolo a Georg, con moglie e due figli.
Cyriels, belga, parlava solo fiammingo e francese, Georg, tedesco del Nord, parlava tedesco e inglese.
Si erano, stranamente, fatti simpatia, anche se non ci potevano essere due tipi più diversi.
Cyriels era piccolo di statura, rotondetto, sempre in movimento come un buffo gnomo ridanciano, dalla risata contagiosa, pronto allo scherzo e alla battuta.
Georg alto e allampanato, compassato come un prussiano, ligio all’etichetta, si divertiva, però, con piccoli giochi di prestigio molto apprezzati dai bambini.
Io ero entrata nel loro gruppo così eterogeneo, tramutando il francese di Cyriels nel tedesco di Georg e viceversa. Così, un po’ per gioco, un po’ per simpatia, nacque fra noi un affetto che durò negli anni, anche dopo che smisi di lavorare nel turismo.
La parolaccia che mi sfuggì, insieme con il bicchiere, era legata a una delle innumerevoli storielle che Cyriels raccontava spesso e che io traducevo, a volte con parecchio imbarazzo anche perché le sue storielle non erano sempre pudiche, anzi, grasse e decisamente scostumate.

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immagine presa dal web

 

La storiella di Cyriels:

Molti anni fa, in un villaggio fiammingo del mio paese, un villaggio contadino che contava pochi abitanti, il fornaio del villaggio vinse, ad una lotteria, un viaggio premio a Parigi.
La felicità del poveretto si tramutò in ansia poiché non conosceva una parola di francese e non sapeva come avrebbe potuto affrontare il viaggio. Si confidò con il parroco che era la persona più istruita di sua conoscenza e questi gli spiegò che non era poi difficile parlare francese, bastava che lui rispondesse sempre “Oui” a ogni domanda gli venisse posta.
Gli amici gli sconsigliarono di condurre con sé la propria consorte: Parigi era la città delle belle donne, ti ci porti tua moglie? Forse che ti porti la birra se vai a Monaco per l’OktoberFest?
Accompagnato da tutti gli abitanti del paesello, salì sul treno per la sua avventura.
Arrivato a Parigi, scese dal treno e immediatamente un signore si rivolse a lui:
“Bagage Monsieur?” Il nostro amico rispose “Oui” e quel signore prese il suo bagaglio e lo accompagnò fuori dalla stazione, vicino a un taxi.
L’autista, caricò il bagaglio, aprì la portiera al nostro amico, lo fece sedere, si mise al volante e gli chiese:
“Hôtel, Monsieur?” la risposta, ovviamente, fu “Oui” e il taxi lo portò in centro scaricandolo davanti a un bell’albergo moderno, davanti al quale sostava un portiere che si avvicinò e chiese:
“Chambre, Monsieur”, “Oui”, rispose il nostro amico che fu accompagnato all’interno dell’albergo e poi in camera.
La camera era bellissima, molto confortevole, con una vista panoramica sulla città e sulla place de l’Ètoile. Il nostro amico, abbastanza stanco dal viaggio, ancora un po’ frastornato, sentì impellente il bisogno di scaricare le proprie viscere. Si guardò intorno, ma non riuscì a individuare la porta della sala da bagno (la quale era ricoperta della stessa tappezzeria delle pareti, scorrevole, e poco visibile a chi non fosse mai stato prima in un luogo così moderno).
Uscì nel corridoio, ma non c’erano bagni al piano, poiché tutte le stanze erano provviste di bagno privato.
Non sapendo a chi rivolgersi, a come farsi comprendere, né a che santo votarsi, rientrò in camera e decise di fare di necessità virtù: ricordò di avere con sé, in valigia, un resistente foglio da pacco e una corda, che si era portato per impacchettare dei souvenir da riportare a casa.
Prese il foglio, lo stese in terra, ci si accucciò sopra e si liberò del peso che aveva. Poi incartò bene il tutto, lo legò a dovere e uscì dall’albergo alla ricerca di un cestino in cui abbandonare l’ingombrante rifiuto.
Come in tutte le grandi città, non si riesce a trovare un cestino per i rifiuti nelle zone più frequentate e Parigi non fu da meno. Il poveretto si allontanò dal centro e incominciò a girovagare nelle viuzze un po’ più interne alla ricerca di un benedetto cestino. Ad un tratto sentì un vociare confuso e vide un assembramento di gente. Si avvicinò: molta gente vociava fuori da un negozio di macellaio e c’erano anche dei poliziotti. Incuriosito si avvicinò anche lui cercando di capire che cosa stesse succedendo. Un poliziotto lo apostrofò dicendogli:
“Vous avez acheté la viande ici?” Il malcapitato rispose “Oui”
“Venez donc, entrez!” ordinò il poliziotto e lo trascinò al banco del macellaio, sfilò il pacchetto da sotto il braccio del nostro amico e lo posò sulla bilancia: 800 grammi.
“Vous l’avez acheté par un kilo?” chiese il poliziotto e il nostro amico rispose “Oui”
Il macellaio urlò che lui non aveva mai visto quell’individuo prima d’allora, nacque un battibecco fra il poliziotto e il macellaio, il quale era stato contestato dagli acquirenti che si erano accorti che la bilancia era mal tarata.
Il macellaio, arrabbiato oltre ogni dire, prese un coltello, tagliò lo spago e aprì il pacco…sorpresa!
Nella confusione generale, il poliziotto caricò sul cellulare il nostro amico ancora più inebetito di prima, lo portò alla Gendarmerie e lo chiuse in gattabuia. Dopo qualche giorno, recuperati i bagagli e i documenti del nostro villico, lo misero sul treno con foglio di via e lo rispedirono al suo paesello.
La polizia locale, avvisata del rientro, informò parroco e familiari e il poveretto, arrivato alla stazione del suo villaggio, trovò tutto il paese ad attenderlo. Dopo baci e abbracci e domande da parte di tutti che volevano sapere che cosa fosse successo, il nostro amico raccontò:
“Parigi è bellissima. La gente è gentile, servizievole, gli alberghi sono stupendi.
Però, se non fai un chilo di m…a al giorno, ti schiaffano in galera”

 

 

Tanto tempo fa

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stampa calcografica
incisione a puntasecca su rame
mie opere

I ricordi sono una cosa strana. Ti colgono all’improvviso quando meno te lo aspetti.
Questa mattina, rovistando in un cassetto, ho trovato un quadrato di stoffa biancastra, tessuto ancora nuovo di cotone e canapa, come si usava tanti anni fa per lenzuola, asciugamani e biancheria intima, nelle classi più povere, perché indistruttibile.

Di quella tela erano fatte le lunghe e grandi camicie che usavamo, in Istituto, quando facevamo il bagno.
Fare il bagno era un rito vero e proprio. Vi si accedeva massimo due volte al mese, per il resto ci si lavava a pezzi, senza mai spogliarsi del tutto.
Per il bagno dovevamo indossare delle camicione pesanti, di quella tela ruvida, lunghe fino ai piedi, con due spacchi laterali all’altezza dei fianchi, nei quali infilare mani e avambracci per lavarci anche sotto alla camicia.
La camicia, bagnandosi, diventava pesante e oppressiva, ti ci sentivi impaniata, in trappola.
Le porte sempre aperte per permettere alla suora inserviente di entrare a controllare e a lavare la schiena. Ovviamente, sapone di Marsiglia.
Le vasche erano grandi, per me quasi un incubo.
Lo fu, un incubo, anche per la suora che mi trovò sott’acqua e mi tirò fuori mentre, cercando di respirare, sputavo anche l’anima.
Quello che la suora non seppe mai era che il mio gesto era stato voluto, pensato e prodotto ad arte.
Non certo per ammazzarmi, che proprio non ci pensavo, ma per convincerla che fare il bagno in quel modo per me fosse davvero pericoloso, perciò, da allora, mi fu concesso di fare la doccia.
Sotto la doccia, la suora non poteva entrare, si sarebbe bagnata tutta.
Per dimostrare che avevo tenuto addosso la camiciona, dovevo riconsegnarla bagnata e non era difficile farlo, mettendomela sotto ai piedi mentre mi lavavo finalmente libera da intralci e anche libera di osservare il mio corpo che mutava crescendo e non riuscivo a capire che cosa ci fosse di peccaminoso in quella naturale nudità.

Storie di paese – Gèpe

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Disegno di Luciano Cottini

Erano in tre, due fratelli e una sorella. Non si erano mai sposati. Non ricordo che mestiere avessero fatto i fratelli, Bi e Gèpe, la sorella non ricordo come si chiamasse, per me era la “merciaia” che gestiva una piccola merceria sull’angolo di una viuzza traversa del centro storico che finiva proprio in faccia al muro del castello. Una merceria piccola, un po’ buia, dove ci trovavi di tutto. Lei era una donnina minuta, dai capelli grigi e gli occhi mesti, vestiva abitini scuri a piccoli fiori, era gentile e paziente.  Abitavano insieme, i tre fratelli, nelle poche stanze adiacenti alla merceria.

Bi (Bigio) era un uomo rozzo e violento, prepotente, dallo sguardo sempre torvo. Gèpe era invece mite, magro, dal naso sottile e gli occhi liquidi, un po’ cisposi per il gran bere.
Aveva sempre sete, di vino. Da quando era tornato dalla campagna di Russia dell’ultima guerra il suo carattere era cambiato, si era come allocchito, si estraniava spesso come se nei suoi pensieri corressero ricordi di gelo e di steppe e di chissà cos’altro che continuava a turbarlo.
Non parlava mai della guerra.
Da tempo “viveva” al ricovero dei vecchi, anche se proprio vecchio non era. Non è esatto dire che vivesse là, quel luogo era un po’ la sua base, dove si faceva un bagno ogni tanto, dove a volte prendeva dei pasti, dove si rifugiava per dormire quando faceva freddo, ma non andava a dormire in un letto, in una stanza, Gèpe si rifugiava nel magazzino dove erano stipate le cose vecchie ed ormai inutili, stava meglio là, un po’ nascosto, lasciato in pace dalle suore e dagli assistenti, si godeva la sua libertà, la sua indipendenza.

Gèpe era buono e onesto, gentile anche quando era pieno di vino perché trovava sempre qualcuno che gliene offriva, che lo invitava quando lo vedeva passare per le strade del paese, un po’ perso, un po’ dondolante. A volte chiedeva una sigaretta, nessuno gliela negava. Lui non era insistente e ringraziava sempre, con una sua gentile dignità.
Gli unici veri amici che aveva erano due cagnolini randagi che lo accompagnavano ovunque, se si appisolava su una riva di fosso loro gli stavano a fianco, come angeli custodi.
Capitava che avesse in tasca del pane e che dei sorci gli rosicchiassero la tasca per prenderselo, se ne accorgeva al risveglio e non se la prendeva guardando il buco, diceva che era giusto, avevano fame anche loro.

D’estate aveva trovato un luogo appartato in cui rifugiarsi durante i pomeriggi assolati; c’è al limitare del nostro paese il grande cimitero con, a lato della strada di accesso, il piccolo vecchio cimitero ormai in disuso da secoli e una chiesetta con un porticato davanti all’entrata. Nel muro del vecchio cimitero, vicino al porticato, c’era un grande buco aperto su dei loculi ormai vuoti, comodi, profondi e freschi. Gèpe, quando il vino gli dava alla testa, complice quel sole violento delle nostre estati della bassa, si rifugiava in uno di quei loculi a dormire beato aspettando la sera.
Un pomeriggio di fine maggio, mentre lui dormiva lì dentro, scoppiò un temporale che pareva un finimondo. Alcuni ragazzini che tornavano da scuola, colti dall’improvviso acquazzone e dalla tempesta, si rifugiarono sotto al porticato della chiesetta, in attesa che spiovesse un po’ per correre a casa. Un tuono più forte degli altri svegliò Gèpe il quale, sentendo le voci dei ragazzi, mise fuori la testa e chiese, gentilmente, che ora fosse, meravigliandosi che i ragazzi partissero come frecce, urlando. Poi se la prese con i maestri che non insegnavano più la buona educazione ai giovani.

Ogni anno, in autunno, quando mio padre vendemmiava e faceva il vino nuovo, portava a casa Gèpe e gli offriva un bicchiere di vino da assaggiare, chiedendogli se fosse buono, poi lo accompagnava nell’orto e gli mostrava le verze che stavano crescendo.
Alle mie rimostranze, perché ero infastidita da questo rituale e non capivo perché mio padre si ostinasse a chiedere il parere sul suo vino a un uomo che, palesemente, non avrebbe distinto un Barolo d’annata da un bicchiere di aceto, strizzandomi l’occhio, mi rispose che quella era una scusa per attirare Gèpe, che il vero motivo erano le verze, perché, visto che Gèpe era sempre in “bala” (ubriaco), anche le verze avrebbero fatto la “bala” (palla) sentendo il suo alito.

 

Sassi

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Immagine presa dal web

Sul greto del fiume
che sbocca nel mare
sono andata a cercare,
oggi, sassi colorati e strani,
sassi rosa e neri,
sassi pieni di misteri,
sassi senza pensieri,
sassi senza ricordi,
sassi che non sanno il passato,
sassi di un mondo scordato,
sassi lucidi d’acqua,
sassi di muschio verde,
sassi bianchi e turchini,
sassi piccini,
sassi di gesso fragile,
sassi di rossa arenaria,
sassi d’ardesia nera,
sassi spezzati,
sassi abbandonati,
sassi che non sanno odiare.

Sassi sotto le dita
e l’acqua continua a cantare
la sua dolce canzone accorata
e l’acqua m’invita a restare
e l’acqua mi tiene legata.

Sassi sotto le mani:
il mio corpo non è più mio,
io sono un sasso scolpito,
un sasso levigato,
un sasso senza futuro,
un sasso negato.

 

Era la fine dell’estate del 1975 quando scrissi questi versi, in un momento in cui sembrava che tutto il mondo mi stesse crollando addosso, la mente stranita dalle vicende del momento, complice anche un deperimento organico causato dal lavoro in due stagioni estive e una invernale, senza mai un giorno di riposo, con quei ritmi di allora che oggi sarebbero considerati inconcepibili.
La voglia di andarmene, che non era solo un desiderio di fuga, di abbandonare tutto, ma una disperazione più profonda, quasi viscerale. Poi, la rabbia e l’orgoglio mi aiutarono a rialzarmi.
Quando la vita mi prende alla gola e mi mette alla prova, torno a leggere quelle parole e ricomincio a combattere.

Le burrascose serate.

Capita di cercare qualche cosa in soffitta, negli scatoloni che contengono ordinatamente tutte le cose che voglio conservare. Capita di trovare qualche cosa che non stavo cercando, ma che ha sollevato una miriade di ricordi.

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Mattino sotto gli ulivi
Carlo Foglia
litografia -fronte del biglietto

interno del biglietto con il disegno del tavolino che assisteva alle nostre chiacchierate

Carlo Foglia, il paesaggista che dipingeva le nevicate sulla Milano di quegli anni e i boschi di ulivi della Liguria.

All’epoca era vicino ai sessant’anni, io ne avevo venticinque, ancora acerba per certi versi e piena di sacri furori: quelli della rivendicazione di noi donne, dell’arte contemporanea, della libertà di pensiero e di azione, della voglia di carriera e di non dover dipendere da nessuno.
Quante discussioni con quel signore, ai miei occhi anziano e pittore d’altri tempi a cui non perdonavo, nella mia arroganza non ancora ammorbidita dall’esperienza, di dipingere “cartoline” di bella presenza e di edulcorati sentimenti, mentre lui, nella sua saggezza, ascoltandomi e replicando sempre con molta calma e gentilezza, mi trasmetteva insegnamenti che poi, rimasti comunque nella mia memoria, mi aiutarono a crescere e a maturare.

Di quegli anni ricordo anche Ina e Boris Zueff, entrambi pittori. Lei in particolare, non molto alta, aveva già superato i settant’anni, capelli bianchi come la neve, raccolti mollemente sulla nuca, occhi di un azzurro limpido come acquamarina e un sorriso di bambina innocente.
Quanto erano belle le sue illustrazioni per la Divina Commedia ammirate anche da Pietro Annigoni. La tecnica che aveva usato per quelle illustrazioni era innovativa e inconsueta.
Per quanto le abbia studiate non sono mai riuscita a capire completamente come erano state eseguite.

E Nella Lucchino, la pittrice dei boschi, signora piemontese di rara e semplice eleganza, le cui opere erano di una bellezza che trasfigurava la natura.

Tra gli altri, Mario Berrino dai colori vivaci a larghe pennellate istintive e Giuseppe Tribaudino eccentrico pittore bravissimo nell’uso cromatico dei verdi, dal quale ho appreso più che in tutti gli anni di scuola di pittura.

Quando ero libera dal lavoro, finivo a volte nel suo “atelier”: un garage nel quale aveva il suo cavalletto e dove dipingeva le rifiniture dei quadri che aveva abbozzato “en plein air”.
Io mi sedevo per terra, appoggiata al muro, a destra dell’entrata; non sempre si accorgeva di me, di solito conversava in dialetto con il suo grosso gatto appollaiato sul davanzale interno della finestra vicina.
Ascoltavo e lo osservavo dipingere i suoi paesaggi, gli ulivi, il mare, ascoltavo le sue riflessioni ad alta voce, i suoi pensieri su noi giovani “rivoluzionari” e “senza coglioni” perché, secondo lui, li avevamo atrofizzati a causa dei jeans troppo stretti che portavamo. Il gatto annuiva, sbadigliava e, spesso, rispondeva con un brontolio che aveva poco del solito miagolio gattesco.
Ormai mi conosceva anche lui e non faceva più caso alla mia silenziosa presenza.

 

Lettera aperta a Guerrina

 

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Ampio porticato con veduta parziale del cortile dell’Istituto

 

Cara Guerrina,

ultimamente hai sentito il bisogno (che sia l’età?) di scrivere alcune lettere alla rubrica “Lettere al Direttore” del nostro maggior quotidiano provinciale.
Ovvio che quando vedo il tuo nome e cognome io mi fermo a leggere queste tue lettere.
La tua ultima mi ha fatto incavolare.
Cito testualmente le tue parole:
[…]Ai tempi della mia fanciullezza, sia in famiglia che in collegio oltre ai rimproveri verbali arrivavano anche altre punizioni… (e qui nomini le ciabatte di tua madre)…Anche le suore in collegio perdevano la santa pazienza e non lesinavano schiaffi anche sonori. I giovani genitori moderni non usano più i salutari scapaccioni…
e prosegui su questi tono, accusando anche i pedagogisti e gli educatori attuali.

Ora, Guerrina, tu ed io ci conosciamo bene. C’ero anch’io lì dentro in quel “collegio”, te lo ricordi? Tu avevi qualche anno più di me, ma mi conosci bene.
Te lo ricordi quel settembre, io ero in quinta elementare e tu un paio d’anni più avanti. Te la ricordi quella sera in cui, forse per una congestione, io non riuscii a tenere la cena nello stomaco e vomitai? Ti ricordi i “sonori ceffoni” che Suor G. mi somministrò, poi m’ingozzò e siccome vomitai ancora, me le diede di santa ragione, come si diceva allora.
La storia proseguì per quindici giorni, colazione, pranzo e cena, fino a che fui ricoverata in infermeria e ci passai un anno in quell’infermeria. Frequentavo la scuola, ma poi mangiavo e dormivo in infermeria e faticò parecchio la suora infermiera a rimettermi in sesto, corpo e spirito, per come ero stata ridotta.

Te la ricordi suor O. con le piccoline di prima e seconda elementare, le più indifese, inginocchiate di notte, al freddo, in mezzo alla camerata perché avevano bagnato il letto? O con le mutandine sulla testa?

E suor C. che chiamava “zoppettina” quella nostra compagna che aveva avuto la poliomielite?

Certo, non erano tutte così, la maggior parte erano giuste, anche se severe, molte erano comprensive. Però, molto spesso le punizioni, le sberle, gli scappellotti, sonori come dici tu, sfuggivano dalle loro mani per un nonnulla.

Quelli che ho presi io, in tutti quegli anni, non mi hanno fatto un granché di bene, mi hanno solo insegnato un grande odio per il mondo degli adulti e un grandissimo desiderio di rivalsa e di ribellione. Mi ci è voluto del bello e del buono per lavarmele via quelle percosse e quell’odio.
Ho incontrato alcune ragazze della tua classe: dopo cinquant’anni avevano ancora gli incubi di notte.

Con mia figlia, io non ho usato quei metodi. Certo, ho tenuto salde le redini in mano, ma con pazienza, con affetto e comprensione, l’ho ascoltata, mi sono fatta capire e l’ho educata con l’esempio dei miei comportamenti. Non ho mai ceduto sui pochi NO che le ho detto.

Ma non le ho mai messo le mani addosso, perché nessuno ha il diritto di mettere le mani addosso a un bambino, per nessun motivo.