Sempre a proposito di Giovanni Piubello

dalla recensione di Andreina Bergonzoni

Qui le pagine di un dialogo forse irripetibile di un libraio in piazza, con i lettori di una rivista nata in piazza Erbe a Mantova, tra la gente.
Irripetibile. Dove Giovanni con la sua “Bancarella” parlava e parlava con simpatia di libraio, per aiutare a leggere, ma lettore acerrimo di quei libri che si stampavano in tutto il mondo.
Dodici anni di “apostolato”, hanno detto. Lui dice di “comunione” con questo e con quello. Qualcuno si chiamava Ungaretti, poi qui a Mantova a stringergli la mano, qualche altro Sartre o Camus…Però le lettere erano solo personali.
Tutto il resto è nei 64 numeri della rivista, ormai mercificata dagli antiquari, dove scrittori adesso celebrati si scoprono “scoperti” in anteprima proprio da Piubello, magari vent’anni fa.
Qualcuno gli ha detto grazie. Aveva già un amico libraio di bancarella in provincia, quella che sembrava addormentata, e non lo sapeva…

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copertina illustrata da Paolo Soragna

In questo piccolissimo libro la testimonianza di un dialogo e della fantastica voglia (poi realizzata) di un piccolissimo libraio di bancarella a Mantova, sotto i partici di Piazza delle Erbe. Una “matta” idea di viziare la gente a leggere libri, parlando di libri a tu per tu con i lettori…Così è nata la rivista “Bancarella”, dove si diceva che “di libro in libro ti perdi l’ignoranza”, dove Piubello confessava che “vorrebbe uscire una volta al mese ma non ce la fa”…Era solo e tutto costava troppo, e lui era solo un libraio innamorato, forse unico in tutto il mondo, in una provincia che si diceva addormentata.

In quel freddissimo febbraio del 1955 i rari amici mantovani lo vedevano andare di bottega in bottega a cercare “inserzionisti” che l’aiutassero a spesarla. Ed ecco il primo, quel Vladimiro Vecchi, ortopedico; e poi il signor Gaetano Carcione elettricista in via Accademia, a credergli e a dargli addirittura quattromila lire in anticipo per mezza pagina di pubblicità, per una rivista solo decantata.
Qui Piubello ringrazia i primissimi amici tanto fiduciosi e racconta in sintesi la storia di “Bancarella” a me (e io riassumo).

Primo numero (unico, per imbrogliare la Questura per via di certe leggi ancora fasciste sulla stampa) con il tipografo stampatore di “Zingara”, il suo primo libro: quel Cesare Gobbi che si poteva ritrovare, quando uscivi a mezzanotte dal cine, ancora lì, nella tipografia dell’Artistica in fondo al cortile del Teatro Sociale, in corso Umberto, a programmare il lavoro del giorno dopo. Quel signor Cesare così severo e tanto amico. Fece credito a Piubello e alla sua rivista. I soldi per la stampa sarebbero arrivati e arrivarono, perché Piubello aveva reinventato (atavismo?) il sistema del baratto.
Mezza pagina di pubblicità al signor Boniotti macellaio per due chili di bistecche, quattro pagine a Vittadello per un cappotto che lo tenesse al caldo in piazza…Una pagina in copertina a Mondadori o a Rizzoli per certi libri, ormai fondi di magazzino, da smerciare a metà prezzo…
Non dovendo comperare a contanti la bistecca quotidiana e vendendo libri degli editori, riusciva a pagare al tipografo la rivista, e magari regalarla.
Andreina Bergonzoni – 1978

 

Dalle pagine del libro.

386.
Mi scrive: “Colendissimo Direttore, stante la insufficiente capienza intellettuale di pronubo e asservito pubblico lettore che in questo nostro Paese spazia dal foglietto fumettistico al rosato fogliaccio di sportiva acquiscenza, la vengo io stesso a interloquire con codeste parole che tuttavia presumo possano chiarire una situazione spaventevole per non dire spaventosa. In questo nostro odiosamato Paese si legge poco, pochissimo, e si legge male…”

-Lei ha proprio messo il ditino nella cosìdetta piaga. In questo nostro odiosamato Paese si legge male; ma lei, scusi tanto, scrive peggio.

392
Da Treviso: “Gentile Direttore, sono un valente poeta…”
Gentile Poeta, sono una schiappa di direttore. Con profondo rincrescimento le ritorno i suoi due etti di poesie, consapevole di non essere degno di giudicare un poeta che ha una così alta stima di se stesso.

718
Perché non manda al diavolo, per una volta almeno, tutti i suoi corrispondenti e non ci dà una rivista tutta zeppa di libri?…”
Bella idea. L’accetto (per altra volta). Ma senza mandare al diavolo “tutti” i benemeriti di questa rubrica: quei corrispondenti tra i quali (lo riconosca) dovrei comprendere anche lei, dal momento che ha voluto scrivermi.

790
“Caro Piubello, permette che rida? Ma tutta quella gente che le scrive non ha niente di meglio da fare?”.
Accidenti, è vero! Ma lei, scusi, da quanto tempo è disoccupato?

792
Se Goethe era mancino? E che le importa? Toglierebbe forse un po’ della sua considerazione al Faust nel caso venisse a sapere che è stato scritto con la sinistra?

793
“Piubello” è il mio pseudonimo? (Domanda di Rosa Livi, Castelnuovo)
– Signorina, lei mi spaventa. Sono così “diverso” da non meritare il mio cognome?

854
Troppo buono, cavaliere! Confesso: i complimenti mi fanno arrossire. Mi compiaccio delle buone parole che si dicono per Bancarella. Talvolta, addirittura, faccio esibizione pubblica di vanità e mi dico: Porca miseria, Giovanni; da solo, e senza esuberanza di lire (e senza debiti) sei riuscito a tener su per tanti anni una rivista che, porca miseria, fa opera di cultura. La stai mandando dappertutto. Lettori nuovi, altrimenti svagati e indifferenti, piano piano li hai conquistati al libro. Sei un specie di apostolo, Giovanni. Porca miseria, un posto all’ospizio, a spese del Comune, quando sarai vecchio te lo sei davvero meritato!

934

Vanda Molinari di Borgoforte, vuole che i libri, su Bancarella vengano presentati criticamente. Se un libro è scemo, dice, bisogna dirlo francamente! Cara Vanda, se un uomo ti è francamente antipatico, glielo dici in faccia? O piuttosto non lo schivi o lo ignori? Bancarella ignora certi libri per non peccare di presunzione.

La Memoria – Giovanni Piubello

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Giovanni Piubello
foto presa dal web

 

Fra il 1964 e il 1981, nei periodi liberi dallo studio prima e dal lavoro poi, tornavo spesso a trovare la nonna Diva, nel mio paese natale. Mi fermavo da lei per qualche giorno e trovavo sempre modo di fare anche qualche scappata in città, a Mantova, approfittando di un passaggio di qualcuno che andava a lavorare in città, oppure per mezzo dell’autobus.

Andavo a trovare qualche parente, bighellonavo in giro come “un siòr da bén”, cioè un Signore che ha tempo di andarsene in giro a piedi senza nulla di importante da fare. Mi concedevo dei pranzi “Al Ducale”, oppure “Al Trovatore”, visitavo qualche Palazzo, qualche galleria d’arte, le Chiese e sempre, c’era la tappa sotto i portici di Piazza delle Erbe, proprio a pochi passi, allora, dall’Azienda di Soggiorno, alla bancarella di Giovanni Piubello.

Era una bancarella lunga e alla sera si poteva chiudere con un lucchetto. Ogni anno la trovavo sempre lì, sotto ai portici, immutata nel tempo, ci si trovavano libri nuovi, usati, riviste e fumetti anche usati, qualche acquerello di Bellini, di Antonio Bellini intendo, e poi c’era lui, Giovanni, il Signor Giovanni, come lo chiamavo io, Gioàn, come lo chiamavano gli altri.

Giovanni Piubello era uno spilungone alto e magro, aveva l’età che avrebbe avuto mio padre se fosse vissuto, infatti erano nati entrambi nel 1921. I baffetti alla Clark Gable, la sigaretta sempre in bocca, gli occhiali classici con montatura nera un po’ quadrata, come quelli che avevo io e che oggi la Ray Ban chiama vintage, spesso aveva in testa un cappello tipo Borsalino, fronte alta, capelli brizzolati, sorriso sempre un po’ sardonico.

La prima volta che lo incontrai, mentre frugavo tra la sua merce, alla ricerca di qualche Topolino usato e di qualche titolo che potesse completare le opere degli autori che già possedevo, restò a fissarmi per un po’ e mi chiese come mi chiamavo. Glielo dissi, allora mi chiese se fossi la figlia di Zeno. Annui un po’ perplessa e gli chiesi come avesse conosciuto mio padre. Me lo raccontò, mi raccontò alcune cose che io non avevo mai saputo ma che poi mia nonna confermò. Poi prese un piccolo libro dalla sua bancarella, lo aprì, lo firmò e me lo regalò.
Scoprii allora che Giovanni era uno scrittore, che aveva scritto numerosi libri e libretti, aveva collaborato con la stampa locale, aveva pubblicato e stampato in proprio una rivista letteraria che si chiamava La bancarella e collaborato al periodico Il portico, che il suo libro Matti beati era stato pubblicato da Rizzoli, premiato, tradotto in diverse lingue e riprodotto nelle antologie della Russia e di altre nazioni, anche se da noi era ancora sconosciuto.
Continuò a scrivere fino alla fine e a pubblicare in proprio, tutta una serie di libretti dalla copertina bianca, decorata in bianco e nero da artisti amici, volumetti modesti ma eleganti, nelle Edizioni della Bancarella, che vendeva a mille, duemila lire.
Ogni anno, quando tornavo a Mantova, andavo a trovarlo e ci divertivamo a parlare di libri e di scrittori, di mio padre e della gente che passava e si fermava ad attaccare “bottone”, di vini e di “gobbi”, di arte e di politica.
Giovanni era selvatico e caustico con i rompiscatole; gentile e affabile con i deboli o con chi gli era simpatico, burbero con i ragazzini che cercavano di fregargli di nascosto qualche fumetto usato, a chi lo comperava diceva sempre che se lo avesse riportato glielo avrebbe scontato sull’acquisto seguente.
Era un personaggio diverso da tutti gli altri, con una rustica timidezza che lo rendeva schivo e solitario, viveva da solo, con il suo gatto e si spostava con la bicicletta, salvo quando lo veniva a prendere Bobo (Boninsegna) per fargli fare un giro sul lago di Garda. Schivo e selvatico, acuto osservatore della vita cittadina, arguto e sottile umorista, scrittore delicato, uomo libero, amato dalla gente di Mantova, della quale, per oltre trent’anni, fu animatore culturale e protagonista.

Morì nel 1983, l’anno in cui io mi sposai.
Sotto ai portici di Piazza delle Erbe, la sua bancarella c’è ancora, mandata avanti da un altro “matto” come lui.
Dei suoi libri io ne ho solo dieci, tutti firmati da lui, con dedica, me la scriveva mentre aprivo il portafoglio, come se si vergognasse di intascare quelle mille lire.

 

 

La memoria – Il mese di luglio

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Angolo del mio giardino
mie foto

Questa mattina sono stata svegliata da un cicaleccio in strada: davanti al mio cancello, sotto alla finestra di camera mia, due signore in bicicletta, ferme con le ruote contro il cancello, si stavano raccontando tutti i pettegolezzi del paesello, chiacchiere intervallate dagli OHHH e gli AHHH di meraviglia. Bene, ho pensato, non è necessario che io vada in quel piccolo negozio di alimentari, a un isolato da qui, sempre affollato, nel quale, mentre sei in coda e aspetti il tuo turno alla cassa, puoi sentire tutte le notizie di ciò che è accaduto, o non accaduto, nel nostro paesello.
Poi, a raffica, sono partiti tutti i rumori del sabato:
– il mio confinante ha iniziato a tagliare l’erba con qualcosa che fa il rumore di una grossa centrifuga, mentre la signora che ha la casa sull’angolo, dopo aver spalancato finestre e portefinestre, ha acceso la radio, l’aspirapolvere e la propria voce, il tutto al massimo del volume.
Qui dietro, qualcuno ha messo in azione una sega elettrica, mentre altri stavano spaccando legna per la solita grigliata del sabato.

Sono andata in bagno a tentoni, cercando di aprire gli occhi e mi sono ricordata che oggi è il primo di luglio, mammamia come corre il tempo.
Pensare che quando ero ragazzina in orfanotrofio il tempo non passava mai. Segnavo sul diario i giorni che mancavano al primo luglio, giorno in cui sarei ritornata in famiglia. La scuola finiva il 30 di giugno e il primo luglio mi venivano a prendere.
Passavo tutto il mese di luglio fuori dalle odiate mura: 10 giorni con mia madre, poi 10 nella fattoria del nonno, a pochi chilometri da casa e gli ultimi 10 li trascorrevo da mia nonna paterna, nel mio paese natale, situato tra Mantova e il confine veronese, in quella zona di risaie dove mamma e nonna avevano lavorato, quando io ero appena nata.

Mia nonna si chiamava Diva, ma non aveva nulla di una dea. Era bassa, rotondetta, sempre vestita di nero, perché era rimasta vedova giovane e le era morto anche mio padre, giovanissimo pure lui. Io glielo ricordavo, nelle sembianze e nel carattere, quel figlio che lei aveva adorato.
Quando arrivavo da lei era una festa preparata da tutta la contrada, mi aspettavano tutti, tutti avevano conosciuto e amato mio padre e amavano anche me.
Il nostro vicino, Milio, preparava per me i risotti della tradizione: col tastasàl, co la psina, coi saltarèi, co le rane, col pès gat; la Mendes faceva ‘l pà co l’ua e i tortei co la suca, la zia Carla preparava la torta Paradiso, le fritèle coi fior de suca, le ofèle col vin còto, c’era chi preparava le rane fritte e i bìgoli in saòr.
Stavano a guardarmi mentre mangiavo e contavano i bocconi:
“La ga magnà sète tortei, ghe piàs el risoto coi saltarei, vàrda la magn anca el sùgol”

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Risot coi saltarei
immagine presa dal web

Il nostro dialetto non era proprio un mantuàn sc’et, ma un misto con il veronese, io poi, obbligata a parlare sempre in lingua, a volte li facevo ridere con i miei strafalcioni nel tentativo di adeguarmi al loro dialetto.
La nonna mi portava in giro per il paese, a trovare tutte le sue amiche. Dovevo indossare il vestito più bello che avevo, la gonna arricciata blu con le grandi tasche su cui mia madre aveva dipinto delle margherite, oppure la gonna a mezza ruota, di velluto blu notte, con dipinti sul bordo cigni e ninfee, le camicette ricamate, con i colletti a smerlo.
“A lè la fiola de Zeno”
“S’lè vegnìda granda. Vet bén a scola?”

Si andava anche al cimitero, ogni giorno. La tomba di mio padre era la prima a sinistra dell’entrata, la numero uno. La lapide di marmo bianco, il ghiaietto bianco senza un filo d’erba, la foto di mio padre, riprodotta su un ovale di porcellana, bello e sorridente, così giovane, i fiori sempre freschi.

Qualche volta veniva a prendermi la zia Ebe, la sorella più vecchia di mio padre, che abitava in città, perché stessi qualche giorno con le mie cugine. Avevo modo, allora, di girovagare in città: Piazza delle Erbe, piazza Sordello, la Virgiliana, piazza d’Arco, i portici e i palazzi dei Gonzaga, illuminati dal sole spietato dell’estate mantovana.

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Mantova – i portici
immagine presa dal web

Altre volte, invece, era lo zio Amos che mi veniva a prendere. Abitava in un paesino tra Mantova e il mio paese natale, aveva sposato una sorella di mia madre e non aveva figli. Per lui ero la figlia che non poteva avere. Mi colmava di regali, mi portava in città e potevo scegliere ciò che più mi piaceva.
Abituata com’ero al rigore dell’orfanotrofio, non riuscivo mai chiedergli nulla, non ero abituata ai regali, mi vergognavo in quei negozi di lusso, pensavo al costo degli oggetti, spropositato per le mie parche abitudini, così era lui a decidere e sembrava sempre indovinare i miei bisogni, i miei desideri: il primo braccialetto d’oro, un cerchietto tondo satinato che si portava al polso destro; la prima scatola di legno con tutto il corredo per dipingere a olio; la grande scatola con i gessi colorati, settantadue gessi in colori degradanti, tutti i colori del mondo sotto i miei occhi; le tele da dipingere e i grandi blocchi per gli schizzi; il primo necessaire con tutto il necessario per la manicure; la prima borsetta da sera, di vera pelle in vernice nera, a forma di bustina foderata di raso nero e con lo specchietto; il primo paio di scarpe col tacco, da Nebuloni.
Poi si andava nella pasticceria sotto ai portici dove c’erano i migliori beignet con la crema Chantilly.

Quanto tempo è passato.
La nonna Diva, Milio, la Mendes, Amos e la zia Ebe, non ci sono più.
Anche la tomba di mio padre non c’è più. Ora abbiamo una grande tomba di famiglia, in marmo rosso, voluta da mio cugino. Vi sono state traslate le ossa di mia nonna, del nonno, di mio padre e di suo fratello. La zia Ebe e lo zio Amos riposano al cimitero del Frassino a Mantova.

Quando vien luglio, insieme con i ricordi di un tempo lontano, torna anche un po’ di magone e mi vien voglia di tornare ad essere quella bambina che correva da Milio per gustare il risotto con i gamberetti di fiume.

Per chi non avesse dimestichezza con il dialetto:
Saltarèi – gamberetti piccolissimi di fiume
Pès gàt – pesce gatto
Psìna- pesciolini piccolissimi fritti
Tastasàl- impasto di salame non ancora insaccato
Ofèle- dolcetti di pasta frolla, a forma di mezzaluna, ripieni di pasta savoiarda
Vin còt- lambrusco dolce fatto bollire per ore fino a che si è ridotto a un terzo del suo volume
Pà co’ l’ùa – pane dolce con l’uva
Fritèle de fior de suca – Fiori di zucca pastellati e fritti e ricoperti di zucchero
Sùgol – budino di mosto d’uva
Tortèi co la suca – Tortelli con ripieno di zucca
Bìgoli in saòr – Spaghetti al torchio con sugo di acciughe e erbe aromatiche

La barca de San Piero

La notte del 28 giugno, la nonna prendeva un fiasco senza paglia, lo riempiva di acqua fresca, vi faceva scivolare, con cautela, l’albume di un uovo, poi lo poneva nel prato davanti a casa, in mezzo all’erba perché prendesse la rugiada del mattino (Giove pluvio permettendo).

La mattina del 29, festa dei santi Pietro e Paolo, nel fiasco si era formata la barca di San Pietro. Da come si presentava la struttura generata dall’albume, i nostri vecchi traevano auspici per il raccolto.

Ho voluto rinnovare questa antica tradizione contadina. Non avendo un fiasco ho usato un grande barattolo di vetro, che, essendo largo e piatto, ha favorito una struttura diversa dalla solita barca con vela triangolare. Questa volta ho un piccolo veliero pirata con tre alberi, le vele ammainate e una nuvoletta a forma di angioletto che vola di traverso.
Quale sarà il responso?

La barca de San Piero

La barca de San Piero
mie foto

Per chi volesse saperne di più:
https://it.wikipedia.org/wiki/Barca_di_San_Pietro

Santons de Provence – La Memoria

Anni 70 del secolo scorso. All’epoca lavoravo in Liguria da marzo fino alla fine di ottobre.
Nei mesi invernali, che trascorrevo al paesello, cercavo di riposarmi, poi mi dedicavo a tutte quelle attività che amavo, ma che avevo trascurato nei mesi del lavoro in albergo.
Dopo che tutte le feste invernali erano trascorse, verso la metà di gennaio, incominciavo a sentirmi impaziente, il paesello tornava a starmi stretto e sentivo di nuovo, ogni volta, il desiderio di fuggire.
Così, ormai era diventata una consuetudine, programmavo per giorni, un itinerario che mi avrebbe portato a visitare, sia in Italia che all’estero, i luoghi dei personaggi letterari, storici e artistici che avevo amato ai tempi di scuola.

Quell’anno, era il 1977, decisi di fare un salto in Provenza, per l’esattezza alle Bocche del Rodano, alla ricerca di Daudet e del suo mulino, di Mistral, Zola e Roumanille.
Viaggiavo leggera, infilai in una valigia l’essenziale e l’immancabile blocco per gli schizzi, completo di matita, gomma e coltello per fare le punte alla matita.
Partii il primo di febbraio e rimasi in Francia per tutto il mese, la meta era Orange, viaggiavo in treno, i mitici TEE confortevoli e veloci.
Da Orange, ogni giorno mi spostavo con i mezzi pubblici, visitando tutto ciò che era visitabile: Vaison la Romaine, Arles, Nimes, Avignon, Le Pont du Gard, Baucaire, Tarascon, Saint Rémy,
S. Gilles, Aigues Mortes, Sainte Marie de la Mer, la Camargue, Fontvieille con il mulino di Daudet e i campi di lavanda, non ancora fioriti purtroppo, e Les Baux arroccata sugli strapiombi della Val d’Enfer e le rocce striate di nero dalla bauxite.

Fu proprio a Les Baux che scoprii gli stupendi santons di Simone Jouglas: statuette di terracotta e fil di ferro, vestiti con abiti e tessuti provenzali, alti una trentina di centimetri, rappresentanti i vari personaggi popolari, che venivano usati per comporre i presepi.
I santons di Madame Jouglas erano diversi da tutti quelli fatti da altri artigiani, non solo per l’accuratezza dei vestiti, per la singolarità delle opere che erano pezzi unici, ma soprattutto per l’espressività dei loro volti. Ogni opera era firmata dall’artista. Credo che all’epoca Simone avesse, più o meno, settantanni. Ne acquistai due, uno da regalare, era un uomo con una gerla e una per me: La Fileuse che mi ricordava il volto di mia nonna e che ancora oggi veglia sulla mia casa.

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mie foto

 

La Memoria – Il latte

Cinquant’anni fa il macellaio, che aveva il negozio nel centro storico del nostro paesello, abitava dall’altra parte della strada, proprio di fronte a noi, alla periferia del paese e, adiacente alla sua abitazione, aveva una stalla e il locale per macellare il bestiame.
I contadini della nostra zona gli portavano spesso i capi da macellare, quando avevano bisogno di soldi, oppure quando un capo si azzoppava o si feriva e non poteva essere curato. In questo modo riuscivano a realizzare comunque un guadagno e il macellaio poteva vendere della carne a prezzo più basso, cosa che rendeva felici parecchi acquirenti. Alcuni animali venivano macellati subito, altri, meno gravi, venivano tenuti nella stalla qualche giorno, prima di essere macellati.

Nei periodi in cui c’erano delle bestie nella stalla, il macellaio avvertiva Bepi che andava a governare gli animali, dava loro da mangiare e da bere, puliva la stalla, portava lo stallatico nel nostro orto-giardino dove aveva costruito un angolo adibito al compostaggio, mungeva le mucche che ancora davano del latte e portava a casa da 15 a 30 litri di latte al giorno.

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immagine presa dal web

Da ragazzo, prima della guerra, aveva lavorato sia nelle malghe della sua terra di origine, che in un caseificio, così rispolverò le proprie cognizioni ed esperienze del passato e incominciammo a lavorare quel latte sovrabbondante che entrava in casa nostra.
Con la panna che affiorava sulla superficie del latte ottenemmo dell’ottimo burro, mettendo la panna in grossi vasi chiusi ermeticamente e sbattuti a lungo. La panna addensata veniva compressa e poi lavata con acqua gelida per eliminare ogni traccia di siero e di acqua. Ridotti in panetti da mezzo chilo circa, avvolti in carta oleata, venivano surgelati per essere poi usati al bisogno.
Dal latte rimasto, che era parzialmente scremato, portato alla giusta temperatura e con l’aggiunta di caglio acquistato in farmacia, si ottenne un formaggio simile allo stracchino, la classica robiola bresciana di forma rettangolare o quadrata, alta tre dita, salata e messa a stagionare sulle assi delle mensole al fresco della cantina, protette da una sottile reticella di garza e, a stagionatura conveniente, anche questi formaggi venivano avvolti in carta oleata e surgelati.
Ottenuto il formaggio, restava il siero del latte, un liquido simile ad acqua lattiginosa, dalla quale si otteneva la ricotta, un prodotto poco appetibile, decisamente magro e con poco sapore. Questa veniva consumata subito, usata in varie ricette di cucina, sia dolci che salate, oppure mangiata così, con un poco di zucchero e qualche goccia di Kirsch, o una spolverata di cannella o di cacao, a merenda o a fine pasto. Le ricotte che oggi vedo al supermercato, delle grandi case casearie, vengono aggiunte di panna per renderle più morbide e appetibili.

Alla fine degli anni ottanta, nelle adiacenze della nostra abitazione e di quella del macellaio, sono sorte parecchie altre abitazioni, in pratica un intero villaggio e il cambiamento delle normative che regolavano la macellazione degli animali, obbligarono il macellaio a chiudere il proprio macello e a comperare la carne da grossi macelli autorizzati.

A volte ripenso a quel burro così profumato, uguale a quello che faceva mia nonna con il latte delle nostre mucche, quando ero piccola, e così diverso da quello che trovo nel supermercato quando vado a fare la spesa settimanale.

I mestieri di una volta – El mulèta

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L’arrotino, in bresciano “el mulèta”, andava in giro con un carrettino tirato a mano, oppure trainato da una bicicletta.

Comunque, sul carrettino il mulèta aveva i suoi strumenti di lavoro.
Quello più importante era la mola, ovvero ruota di pietra che serviva per affilare forbici e vari tipi di coltelli.
La mola era azionata da un pedale e sopra la ruota c’era un grosso barattolo di latta, sostenuto da un bastone, per far gocciolare l’acqua sulla ruota mentre girava, perché non si surriscaldasse.
Per rifinire il lavoro, utilizzava anche carta vetrata e pietra cote, la stessa pietra oblunga che i contadini tenevano in un corno di bue infilato nella cintura dei pantaloni, o a tracolla, e che serviva loro per affilare la falce.

Il mulèta lavorava soprattutto in autunno e in inverno, girando di cascina in cascina dove sapeva che c’era l’abitudine di ammazzare i maiali e dove avrebbe dovuto affilare i coltelli dei norcini.

Di fattoria in fattoria, di paese in paese, l’arrotino si faceva sentire con il suo grido caratteristico e acuto : “Mulètaa…Mulètaaaa”.
I ragazzini cantavano di rimando: “Mé pàder el fa ‘l mulèta e mé fo ‘l mulitì. Quand sarà mort mé pàder el mulèta ‘l farò mé”. (Mio padre fa l’arrotino e io faccio il piccolo dell’arrotino. Quando mio padre sarà morto l’arrotino lo farò io).

Fino a qualche anno fa un arrotino veniva ancora nel nostro villaggio, anche nella mia via.
Era motorizzato e anche la ruota era azionata da un motorino elettrico, o a scoppio.
Lo riconoscevo dal suono che lo precedeva, quello di una trombetta e anche dal grido che lanciava quando aveva fermato il motore del furgoncino su cui viaggiava, lo stesso grido sentito in passato.

Io non ho mai avuto bisogno dei suo servigi, noi possediamo una piccola ruota di pietra azionata da un motorino elettrico e ho anche la cote di mio nonno e la uso per affilare i miei coltelli.