La Memoria III d

Alla fine della guerra, tornato a casa sano e salvo, il fidanzato di mia madre riprese a giocare al pallone, alle partite della domenica, nella squadra del paese. Una delle partite più importanti fu quando la squadra locale batté la Nazionale Polacca, nel 1945. Trent’anni dopo La Gazzetta di Mantova ne ripubblicò il ricordo con la foto in bianco e nero di tutta la squadra.
L’anno dopo, egli fu ingaggiato dalla U.S.Bressanone e visse per un anno in quella città. Naturalmente i giocatori di allora non ricevevano i compensi attuali, veniva procurato loro un lavoro, vitto, alloggio, la possibilità di allenarsi e la gioia di giocare a pallone alla domenica nei vari tornei con le altre squadre della stessa categoria.

La distanza fra i due fidanzati era colmata dalla posta, egli scriveva alla fidanzata quasi tutti i giorni e, riguardando le lettere, le buste con i francobolli e i timbri postali, mi meraviglio che la posta, all’epoca, funzionasse davvero in modo egregio.
Mio padre aveva una bella grafia, tonda ed elegante, scriveva in modo fluido. Quando rileggo le sue lettere mi sembra di vederlo, dalle sue parole traspare un carattere allegro ed entusiasta, un po’ poeta, un po’ scanzonato.

Bressanone - vecchia foto dela guida TCI

Bressanone – vecchia cartolina d’epoca

Scriveva su carta azzurrognola, quattro facciate piene, a volte aggiungeva alla lettera un fiore secco, una foglia, una cartolina con i panorami del luogo, più spesso univa alle lettere quelle cartoline che riproducevano i dipinti di Mariapia, che disegnava bambini, neonati, bambine sorridenti.
Dietro a una di queste cartoline, che mostra una bella bambina paffuta, c’è una scritta di mio padre “così la voglio” corretta dalla grafia di mia madre che cancella il la, sostituendolo con un lo. Se non altro, la mia nascita, che ha deluso così tanto mia madre, ha sicuramente reso felice mio padre.

Copia di cartolina Mariapia con bambina

bambina dipinta da Mariapia
vecchia cartolina d’epoca

Mia madre racconta che gli rispondeva ogni dieci, dodici lettere ricevute e che di ciò egli se ne lagnava. Nelle lettere egli raccontava delle piccole cose accadute ogni giorno, delle partite di pallone, per le quali aggiungeva anche ritagli dei giornali e piccole foto in bianco e nero fatte da qualcuno a bordo campo, nelle quali lo si vedeva in azione; scriveva del lavoro in segheria, della speranza di poter tornare presto a casa a coronare il loro sogno d’amore; raccomandava la propria madre, vedova, alla fidanzata, che si facessero coraggio insieme, che si sostenessero a vicenda.
Le lettere di mia madre erano scarne e brevi, scritte con una grafia appuntita e nervosa, le frasi stentate e un po’ sgrammaticate. Parlava delle faccende quotidiane, quasi sempre le stesse cose, come se non avesse nulla da dire o avesse paura a vedere scritte sulla carta le parole che rivelavano i propri sentimenti, i propri pensieri e dev’essere stato proprio così, perché ancora oggi fa fatica a mettere a nudo il proprio cuore. Sicuramente lo amava profondamente, ma credo non sia mai riuscita a dirglielo, non credo sia mai riuscita ad abbandonarsi veramente al sentimento.
Ancora oggi si vanta di “non aver mai perso la testa” e che, comunque, se lei fosse stata giovane ai miei tempi, con la libertà che abbiamo noi donne oggi, lei non avrebbe mai avuto “la necessità di appoggiarsi ad un uomo”. Le sarebbe piaciuto fare il pilota d’aereo, se ne sarebbe andata in giro per il mondo, in cerca di un pezzetto di cielo azzurro tutto suo, da non dividere con nessun altro.
Quanta influenza abbiano avuto su questi suoi romantici desideri i libri di Matilde Serao, di Carolina Invernizio, che aveva letto in gioventù, non lo so proprio, di certo il suo doveva essere un  animo romantico soffocato dalla realtà e dalla necessità, al punto da doverlo negare fino all’indurimento.

Fu a quell’epoca che mia madre scoprì la pittura.
Da un lato era un’esigenza pratica data dal desiderio di abbellire un po’ le gonne di tessuto grossolano e scuro che riusciva a cucirsi da sola, dall’altro c’era il desiderio di bellezza e, forse, anche la necessità di potersi esprimere in un modo diverso da quello della parola e della scrittura, che non le erano congeniali.
Dipingeva con i colori a olio, da autodidatta, diventando però via via sempre più brava e più sicura.  Poi cominciò a dipingere su tavolette di legno, di cartone pesante trattato con biacca e gesso; i fiori e le nature morte erano il suo soggetto preferito e aveva una naturale predisposizione per il colore. Aveva invece parecchia difficoltà con il disegno, non conosceva le regole della prospettiva, nemmeno i volumi del chiaroscuro e si basava solo su ciò che vedeva, imparando un po’ alla volta.
Di quell’epoca c’è un piccolo ritratto a olio su tela, è quello del fidanzato, mio padre; l’ho sempre portato con me, ovunque io sia andata, perché, in quel dipinto mi sembrava di avere mio padre e mia madre insieme.

Copia di ritratto di mio padre, dipinto a olio di mia madre

ritratto di mio padre, olio su tela, dipinto da mia madre
mie foto

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Due opere a confronto

Angelo Boni

Pittore, disegnatore, incisore.
Classe 1935, è nato a Suzzara nel mantovano, vive a Carpenedolo nel bresciano. Diplomato all’Istituto d’Arte P.Toschi di Parma, è stato insegnante di materie artistiche nelle Scuole Statali.

Boni annovera nel suo curriculum centinaia di mostre personali ed ha partecipato a moltissime collettive, in diverse città italiane e straniere. L’artista è molto legato ai principi della natura, che rappresenta con un verismo raffinato e poetico. I suoi segni sono nitidi, non ci sono sbavature. I suoi soggetti non sono mai confusi, sbiaditi, ma frutto di sapienti studi che Boni, influenzato dalla pittura di Giulio Romano, rende in un classicismo moderno, quindi, non una sterile copiatura dal vero, ma una straordinaria visione approfondita della realtà. Soprattutto nelle raffigurazioni del Grande Fiume, che gli ricorda la sua infanzia, egli si concentra  sui rivoli, sui fossi e gli stagni che fanno parte di quel grande territorio limitrofo al Fiume; si perde nei canneti, sulle rive, negli angoli più recessi della natura padana; una natura resa con straordinaria abilità grafica che eccelle nella difficile arte della stampa calcografica. Traspare, attraverso la rappresentazione delle acque del suo Po, una struggente malinconia e una forte denuncia:

[…] ho frugato le sue rive, le boschine di salici e pioppi; ho guardato le distese sabbiose e l’acqua e le tracce dell’uomo {…]
l’ inquinamento minaccia la vita del Grande Fiume. Sulle sue rive molte tracce di morte hanno sostituito i rumori allegri dei bagnanti. Troppi spettatori inerti assistono allo scempio di uno stupendo ambiente naturale. (Angelo Boni)

Due opere a confronto.

A.Boni acquaforte

“Tre Compagni”
Acquaforte di Angelo Boni. 50 x 70

A.Boni acrilico

“Riflessi”
Acrilico di Angelo Boni
100×150

Si tratta dello stesso soggetto, disegnato prima, poi riportato su lastra per incidere l’acquaforte, perciò speculare al disegno, poi dipinto su tela con colori acrilici, tecnica che l’Artista predilige per i suoi lavori con il pennello.

Boni ha una sua maestria tutta particolare per ritrarre la natura e lo si nota soprattutto nell’acquaforte: è veramente raro osservare dei tratti così morbidi, così naturali, in una tecnica tanto difficile e dura come quella dell’incisione su lastra per l’acquaforte. Di solito si ottengono solo con la puntasecca, la quale, però, ha lo svantaggio di non poter approfondire i chiaroscuri, che rimangono sempre in semitoni quasi uguali. Inoltre, Boni, ha usato qui una tecnica in negativo, ancora più complessa e difficile, ma che rende l’opera poeticamente intrigante e coinvolgente.

Per quanto riguarda il grande dipinto in acrilico, penso ci sia poco da dire: l’opera si esprime da sé, senza ulteriori commenti.

Davvero?

Vita nuova pittura su porcellana

Pittura a terzo fuoco su porcellana, montata su muro. Di Neda (dettaglio)

Dissi davvero d’amarti,
allora, tanto tempo fa?
E’ buffo, eppure non lo ricordo più.
Perché non lo racconti?
Dimmi, come fu?…..e tu?

E’ buffo, ripeto, neppure
il tuo volto ricordo,
per la verità.
Il tuo volto d’allora,
le tue parole…..
ah! questo dicevi?
No, non rammento.
Mi sforzo, ma sai, son passati tant’anni,
ne ho quasi settanta.

Eh, sì, eran bei tempi quelli,
tempi allegri, felici…..
ma di te, mi spiace,
proprio non mi sovviene….

che dici?
Il primo amore
non lo si scorda mai?

E’ buffo, assurdo, eppure
io…..non lo ricordo più!

Profumo di verbena

Limone, verbena e foulard

Foulard in seta dipinto da mia madre

Profumo di verbena
e buccia di limone
per placare l’ansia,
la voglia di fuggire.

Un sacchetto colmo
di foglie profumate
chiuso nel cassetto
dei desideri alati,
a calmare la paura
dei giorni a venire,
a portare il sereno
tra pensieri tristi.

Profumo di verbena
e buccia di limone
sfiorato dalle mani,
racchiuso tra le dita
a riempire le nari.

Profumo di verbena
e buccia di limone…..

Perfume of verbena
and of lemon peel,
for sedate the anxiety
and the desire of flee.

A full silk bag
of perfumed leaves
closed in a drawer
of the winged desires,
to calm the fear
of the oncoming days,
to bring serenity
into the sad thoughts.

Perfume of verbena
and of lemon peel
grazed from hands,
wrapped by the fingers
to fill up the nostrils.

Perfume of verbena
and of lemon peel……

 

 

 

La memoria (1995) – II

Secondo

Ognuno di noi ha almeno due tipi di ricordi: quelli propri e quelli che si riferiscono alle cose che ci vengono raccontate.
I ricordi sono una cosa strana, alcuni sono vividi, incancellabili, altri si confondono con la stessa materia di cui sono fatti i sogni e si finisce, a volte, per non sapere più quale sia la verità.
Un anno prima di sposarmi decisi di buttarmi dietro le spalle i fantasmi del passato, di cercare di far luce sui miei ricordi confrontandoli con la realtà. Mi recai nel paese dove ero nata. C’ero tornata tante volte, ma non avevo mai rivisto la casa colonica in cui ero venuta alla luce e dalla quale ero stata strappata all’età di tre anni. Chiesi a mia nonna dove fosse quella casa e ci andai. Nell’avvicinarmi alla località incominciai a riconoscerla: la strada era polverosa e non ancora asfaltata, fiancheggiata dal fosso e dai platani. Riconobbi il grande portone che dava accesso al cortile interno, riconobbi le abitazioni della casa colonica. Il tempo si era fermato a trent’anni prima. Tutto era immoto, silenzioso, non c’era un alito di vento. Sul vecchio fico, appoggiato alla rete divisoria della corte interna, maturavano frutti uguali a quelli che la mia avida manina cercava allora di raggiungere. Davanti alla porta chiusa della casa dove ero nata c’era lo stesso gradino su cui mi sedevo a mangiare i ceci bolliti, raccolti in un cono di carta caldo e colmo. Mi sembrava di sentire l’odore delle mele che la nonna cuoceva nel forno della stufa a legna, risentivo il ciabattare di mia nonna in faccende, risentivo il passo di mio padre che tornava dal lavoro, rivedevo le sue mani tese verso di me, pronte a prendermi per mettermi a cavalluccio sulle sue spalle. Tre stanze in tutto, una sopra l’altra, la latrina di fuori, un bugigattolo buio e fetente posto in un angolo della corte, poco distante dalla pompa dell’acqua che funzionava a mano. Tre stanze: la cucina, a piano terra, nella quale si cucinava, si mangiava e si viveva buona parte della giornata, sopra c’era la camera da letto, nella quale dormivamo papà, mamma ed io e, sopra ancora, nella soffitta con  il tetto basso e le finestre piccole, c’era la stanza in cui dormivano la nonna e il fratello di mio padre non ancora sposato. Alle camere ci si arrivava per mezzo di una scala di legno angusta e chiusa da una botola che bisognava aprire per andare nella stanza della soffitta. La guerra era appena finita, il lavoro era poco.  Le donne lavoravano nelle risaie, ci allattavano all’alba prima di partire e al tramonto quando tornavano. Gli uomini lavoravano nei campi, la ricostruzione non era ancora incominciata e si adattavano a tutto. D’inverno si comperava il cibo a debito, alla cooperativa e dal fornaio, si pagava poi in primavera con i primi salari.

Le quattro serelle al filarino

Le quattro sorelle.
Dipinto a china (di Neda)

Mamma era la prima di quattro sorelle e aveva lavorato nei campi di suo padre prima di sposare quel “piazzarotto” senza niente al sole, capace solo di tirar su case e di dare quattro calci al pallone nelle partite della domenica, in qualche squadra di provincia. Eppure, a casa della suocera mamma stava meglio che alla fattoria di suo padre. La vita in paese era più misera, ma i miei genitori erano giovani ed allegri, pieni di fiducia nell’avvenire. Io nacqui lì, in quella stanzetta al primo piano, sopra la cucina. Ero piccola, minuscola, tutta occhi e bocca. “Ha le manine come le zampette delle raganelle” diceva mio padre che aveva paura di toccare quelle dita che sembravano un giocattolino fragile. Chi l’avrebbe detto che dopo soli due anni sarebbe già stato sottoterra a soli ventinove anni?

C’era un sogno che facevo da sempre, ricorrente in certi periodi difficili, un incubo angosciante che mi lasciava stremata al risveglio. Quello era il luogo del mio sogno, nel quale vedevo me, bambina piccolissima, con un vestitino rosso e un collettino bianco smerlato, la ghiaia sotto i piedi mentre correvo nella corte. Poi inciampavo e cadevo a pancia in su con gli occhi spalancati verso il cielo di un azzurro intenso e luminoso. Improvvisamente un mostro con molte teste e bocche rosse di fuoco mi assaliva da tutte le parti, le bocche protese verso di me per azzannarmi. Alle mia urla disperate rispondeva il passo di un uomo da dietro la mia testa, non ne vedevo il volto, mi afferrava sotto le ascelle e mi sollevava in alto, verso il cielo. Le braccia non avevano mani, solo dei moncherini conici dalla pelle liscia e sana. A questo punto mi risvegliavo, sempre, in un lago di sudore e con la voglia di urlare ancora la mia paura. Una mia cugina, di una decina di anni più vecchia di me, mi ha raccontato che l’episodio del mio sogno era realmente accaduto quando avevo poco meno di un anno. Avevo appena incominciato a camminare e corsi per l’aia inciampando e cadendo in mezzo ad un branco di oche bianche. I becchi aperti e protesi verso di me erano le bocche del mostro. L’uomo senza mani era un cugino di mio padre, mutilato di guerra e che io non avevo mai visto senza le protesi ricoperte dai guanti.  Dal giorno in cui mia cugina mi spiegò il sogno, non lo feci più.

“Ehi, chi sérchet?” Guardai in su, ad una finestra c’era un volto rosso, rotondo come un’anguria. Lo conoscevo quel viso, lo sentivo riemergere nella memoria, mi era familiare anche se non riuscivo a dargli un nome.
Ricordavo che sotto quella testa c’era un donnone più largo che lungo. “A son la fiola di…..” dissi il nome di mio padre, mentre cercavo il nome della donna tra le briciole della memoria. “Maria Vergine!” mi guardava con gli occhi sgranati e ripeteva il mio nome con un pigolio dolce, come inebetita, le sue lacrime rotolavano lente e piene sulle sue gote gonfie, scendevano sul petto enorme, continuava a guardarmi con la bocca semiaperta, sembrava senza fiato.
Cercai di spiegarle perché ero lì dopo così tanti anni, usavo parole semplici, che non mi prendesse per matta, sembrava aver capito anche quello che avevo pudore a dire.
“Vot védar la casa? L’è come alora, vè! A ghe déntar nisun, at vegni a versar”.
Improvvisamente non ebbi più voglia di entrare.
La casa io la ricordavo viva, piena di suoni, di odori, non volevo vedere una casa morta, polverosa, vuota. “Ma no, ho fretta, grazie lo stesso, arrivederci”. Lei continuava a guardarmi dalla finestra, sembrava che avesse ritrovato i fantasmi, forse rivedeva mio padre in me. Attraversai il cortile e la ghiaia scricchiolava sotto le mie scarpe. Mi sembrava di vedere tutto da una strana prospettiva.
Tutto era più piccolo, più vecchio, meno luminoso di come lo avevo ricordato per anni, eppure quello era lo stesso sole e lo stesso cielo azzurro intenso che copre ancora i miei ricordi.
Il silenzio della corte, lo strano senso di cosa morta che si trova nei luoghi abbandonati mi aveva immalinconita eppure sentivo come se un peso fosse scivolato via dalle mie spalle. Inforcai la bicicletta e tornai veloce verso la casa di mia nonna.