“Paese che vai…”

La scorsa domenica, nel programma “Paese che vai…” su Rai Uno, il dott. Livio Leonardi ha presentato il complesso monastico longobardo di San Salvatore e Santa Giulia di Brescia, che è stato restaurato venti anni fa ed ora è il museo della città e comprende collezioni importanti a partire dall’epoca romana.

monastero di Santa Giulia e Chiesa di San Salvatore – Brescia
foto presa dal web

Mentre, sempre all’interno del grande monastero, mostrava Santa Maria in Solario, con il sacello ottagonale e i numerosi affreschi, descrisse anche la Croce di Desiderio, ivi conservata. Egli affermò che il medaglione incastonato nella croce, una miniatura con tre ritratti, si riferiva alla regina Ansa, moglie di Desiderio, e ai suoi figli Adelchi e Adelperga.

https://undentedileone.files.wordpress.com/2020/09/santa-maria-in-solario.jpg

Santa Maria in Solario
foto presa dal web

La Croce di Desiderio, risalente all’ottavo secolo, è una croce lignea ricoperta da metalli preziosi nei quali sono incastonate pietre cabochon burattate, vetri colorati, cammei risalenti a epoche precedenti, miniature e vari manufatti di epoche varie, recuperati da altri gioielli, come si usava in quell’epoca.

https://undentedileone.files.wordpress.com/2020/09/196px-croce_di_desiderio_santa_giulia_brescia_fronte.jpg

Croce di Desiderio
foto presa dal web

Il medaglione, con la miniatura in questione, è di chiara fattura bizantina, denotata anche dalla scritta in greco, che si pensa si riferisca all’autore, risalente al quinto secolo (e non al terzo come citato da Wikipedia).
Da secoli, si dice che i tre ritratti rappresentino Galla Placidia e i figli Valentiniano e Onoria.

https://undentedileone.files.wordpress.com/2020/09/galla-placidia.jpg

Miniatura bizantina
I tre ritratti
foto presa dal web

Se proprio ci si vuole far venire un dubbio, date le vicende storiche, potrebbe essere che invece di Onoria, sia rappresentata Eudossia, moglie di Valentiniano e che la miniatura sia stata fatta proprio in occasione del loro matrimonio.

E per finire è anche venuto nel nostro paesello ad assaggiare il caviale “Calvisius”, prodotto qui dall’Agroittica Lombarda che copre 60 ettari con le vasche di allevamento degli storioni bianchi e gli impianti di produzione e smercia 24 tonnellate di caviale all’anno.
Anche qui c’è una chiesa longobarda, la chiesa di San Michele, risalente al quinto secolo, ma sembra fosse più interessato al caviale.

Al giornalista si può perdonare lo svarione su Galla Placidia: è laureato in Scienza della Comunicazione, non in Storia dell’Arte.

E ci risiamo

https://undentedileone.files.wordpress.com/2020/09/chiese.jpg

foto presa dal web

Ce lo ha comunicato la Gelmini, a chiare lettere: “Basta con gli indugi, i depuratori si faranno”

Il nostro fiume Chiese è stato definito, dal Ministero dell’Ambiente, come “il corpo recettore dei reflui depurati”, perciò è stato deciso, nonostante le proteste dei cittadini, che, oltre al depuratore di Peschiera del Garda, due nuovi depuratori per il Garda vengano costruiti in territorio bresciano a Gavardo e a Montichiari e scaricheranno nel Chiese, invece che nell’Oglio, anche se il Chiese, alla fine, finisce comunque nell’Oglio.

Per chi non ricordasse il mio articolo
https://undentedileone.wordpress.com/2018/09/23/cronaca-di-uno-strano-evento/
ripeto che tutta la zona del basso Chiese, dal 2014 a oggi è stata infestata da epidemie di polmoniti batteriche e legionella, che a cavallo fra il 2017 e il 2018 ha causato circa 1200 ricoveri e un’ottantina di morti, a causa di due fattori ambientali:
1) gli sversamenti abusivi nel fiume dei reflui non trattati dei depuratori di Calcinatello e Montichiari, dove sembra che gli scarichi di emergenza a volte facciano i cavoli loro,
2) la siccità che nel fiume ha causato pozze stagnanti e infette, siccità provocata non solo dalle carenti piogge ma, soprattutto, dalle centraline elettriche costruite in pianura, a valle del lago d’Idro, tipo quella di Carpeneda che ha prosciugato 1300 metri di fiume, zona in cui la provincia aveva precedentemente immesso un congruo ripopolamento ittico e, naturalmente, anche i pesci sono andati a puttane.
Centraline costruite in zone in cui, ambientalisti e geologi avevano detto chiaramente fossero più dannose che utili. Ma, si sa, denaro e politica hanno altri interessi.

Infatti il percorso del Chiese, che nasce in Adamello zona Trentino, ha già in questa regione parecchie dighe e centrali elettriche fin dalla metà degli anni ’50 (Ponte Morandin – Malga Boazzo-Malga Bissina- Storo- Cimego) gestite allora dall’ENEL, ma, ultimamente, in Trentino il controllo delle acque in mano alla Hydro Dolomiti Energia, nel 2018 è passato alla Fedala Holdings sarl con sede in Lussemburgo (lo abbiamo capito, o no, il perché dell’obbligo che l’Europa ha imposto sulla privatizzazione dell’energia?)

In conclusione: le varie centraline fatte sul basso fiume, l’ultima è proprio qui nella mia zona, i frequenti sversamenti abusivi fognari, industriali e agricoli, il fatto che il fiume riceva anche lo scarico del Garza dalla città di Brescia, acqua sicuramente non potabile, i cambiamenti dell’Adamello sul quale anche il ghiacciaio del Mandrone è collassato in questi giorni, ormai è certo che il nostro fiume diventerà una fogna a cielo aperto, grazie al Ministero e alla Gelmini che è stata imposta Presidente della Comunità del Garda, perché è ormai evidente, chiaro e lampante, che chi fa danni, in politica, ha un sicuro successo: non ne aveva già fatto abbastanza alla scuola, quando era Ministro della Pubblica Istruzione?

Almeno una volta l’anno

 

https://undentedileone.files.wordpress.com/2020/08/16381142014_f9a2d4edea_c.jpg

disegno a china
mie opere

Capita, almeno una volta l’anno, che un uccellino si intrufoli nel camino della canna fumaria della mia cucina e finisca dentro la stufa a legna, quelle di tipo economico, con il forno e i cerchi in ghisa, che serve per cucinare, oltre che per riscaldare.

È successo anche ieri.

Per fortuna la stufa non la uso più, da almeno tre anni.
L’uccellino finisce sempre nel vano che c’è sotto al forno e che ha una sola via d’uscita: la feritoia che mette il vano in comunicazione con lo spazio che contiene la “caldera”, ovvero il recipiente rettangolare e profondo atto a contenere l’acqua che si riscalda quando la stufa è accesa.

Dopo il primo spavento, l’uccellino inizia a dibattersi e, naturalmente, fa un po’ di baccano così ci si accorge di quanto è accaduto. Allora, per prima cosa chiudo la porta della cucina, oscuro una delle finestre, quella a sinistra della stufa, apro la finestra che sta di fronte alla stufa, alzo la zanzariera e libero il vano caldera. Poi faccio penetrare la luce della torcia nel vano caldera indicando al malcapitato la via d’uscita. A volte ci vuole un po’ di aiuto, ad esempio facendo un po’ di rumore nel forno e l’uccellino, quindi, con un frullo d’ali vola verso la luce.

Di solito si posa sull’ulivo poco lontano e cinguetta, credo per comunicare agli altri che è ancora vivo, nonostante la brutta avventura.

La prima volta che questo fatto accadde, molti anni fa (eravamo appena sposati) non riuscimmo a capire subito che cosa fosse il rumore proveniente dalla stufa, inoltre l’inesperienza ci fece precipitare a soccorrere il povero uccelletto senza pensare alle conseguenze: liberammo il vano caldera e l’uccellino uscì ma, disorientato, andò sbattere contro tutte le pareti bianche della cucina sporcandole di fuliggine, prima di riuscire a imboccare la finestra.

Quando la vita…

espressioni-minime

disegno a pastello su carta colorata
mie opere

Ha il nome di un fiore e di quel fiore aveva la bellezza e i colori.

Ci conosciamo da sempre, anche se non viviamo nella stessa provincia.
Ci conosciamo fin dall’infanzia e dall’adolescenza trascorse in quell’istituto e ci siamo amate subito, come sorelle, lei un po’ più grande di me e lì dentro da più tempo.
All’uscita da quel luogo non ci siamo più incontrate ma siamo sempre rimaste in contatto: le lettere, le cartoline d’auguri, le telefonate settimanali, le foto nostre e dei familiari, i racconti delle nostre vicende, così, per anni e anni e ne son trascorsi tanti, e tante le vicende tristi, disperate, i lutti, soprattutto a lei, stranamente più fragile di me, perché io, la corazza sono riuscita a costruirmela addosso, a proteggermi, a farmi scivolare via alcune cose che la vita ci riserva.

Lei no, la corazza non l’ha mai avuta e tutto le è penetrato dentro, ferendo e devastando.
Uccidendo quei sogni che avevamo là dentro, quando ci sembrava che il mondo fuori fosse il paradiso in terra e che avremmo trovato, uscendo, quell’affetto, quell’amore dolce di una famiglia e se la famiglia non l’avevamo ce la saremmo costruita noi, perché, fuori di lì il mondo doveva per forza essere bello.

Quasi tutte, appena uscite, si sono sposate, presto, per avere quella famiglia tanto desiderata. Anche lei.
Un brav’uomo, certo, un uomo come tanti, onesto e lavoratore, con un buon stipendio, che non le fece mai mancare nulla, ma che non poteva comprendere l’intensità di certi sentimenti covati per lunghi anni negli aridi silenzi di certe mura e che non poteva comprendere gli slanci e i voli pindarici di una moglie, all’apparenza come tante, ma con aneliti e desideri mai appagati, che non sarebbero mai stati appagati, proprio perché covati a lungo, troppo a lungo.

Due figli, una femmina e dopo tre anni un maschio e l’affetto per loro divenne qualcosa che riempì i vuoti, ma ossessivo, prepotentemente primario, e devastante quando il maschio, a sedici anni, perse la vita in un incidente.

Il fragile equilibrio si spezzò.
Lei, il marito, la figlia, ognuno chiuso nel proprio dolore.
Ognuno a leccarsi le ferite senza pensare al dolore degli altri, ognuno di loro a piangere da soli su quella tomba, scostandosi uno dall’altro, come se gli altri fossero colpevoli di quella tragica vicenda.

Per lei la depressione, i ricoveri, i medicinali con i loro effetti collaterali, le sue telefonate e i suoi racconti ossessivi, i pianti, le fughe dalla realtà, le liti con il marito.
Per me, la consapevolezza della mia impotenza di fronte al suo dolore.
Non ci sono parole che possano lenire il dolore di una madre.

Poi la rassegnazione, il ritorno a una pseudo normalità che normalità non è mai stata e non sono valsi i viaggi, il volontariato, la preghiera.
Il rapporto con il marito era solo una quotidianità dettata dalle abitudini, senza affetto, quasi con fastidio. La figlia sposata, le nipoti, presenze utili a volte, ma con distacco ormai.

La quarantena di questa primavera ha rotto il precario equilibrio.
Ora mi telefona tutti i giorni.
Quasi sempre alla stessa ora, un po’ prima di cena, mentre aspetta che le portino il pasto.
Ha accettato il ricovero per un mese in una “casa di cura”, quando ha capito che non ce la faceva più, che non era più capace di controllare i propri impulsi, i desideri insani.

La ascolto, a lungo, non ci sono consigli validi in queste situazioni.
La ascolto e cerco di portare il suo pensiero altrove, perché per togliere certi chiodi non esistono tenaglie valide e poi, lì dov’è ora, di storie simili alla sua ne sente tante, forse troppe, e non fanno bene allo spirito.
La imbottiscono di medicinali, la ascoltano nei colloqui che durano poco e solo un paio di volte la settimana.
Ancora una comunità, certo diversa da quella della nostra infanzia.
Una comunità dove lei cerca di ritrovare un equilibrio ormai perduto, mantenuto all’apparenza ma solo per mezzo di medicinali.

Non voglio esprimere fino in fondo il mio pensiero, sarebbe inutile.
La ascolto ogni giorno e cerco, se possibile, di distrarre i suoi pensieri da quel suo chiodo fisso.

 

 

 

Ultimi giorni di luglio 2020

Dopo i nubifragi e il temporale della notte scorsa, l’estate è esplosa in tutto il suo fulgore.
Sono perfino scomparse le gazze e i merli in giro sono pochi, anche se il Bacco, l’uva nera dai chicchi piccoli e dolci, sta già maturando alla grande.
La capinera viene a cibarsi delle bacche del sambuco e i piccoli melodiosi luì svolazzano rapidi fra i rami dell’ulivo in cerca di insetti.

https://undentedileone.files.wordpress.com/2020/07/img_20200729_120705.jpg

sambuco nero nato spontaneamente a lato della scala di accesso.
mie foto

Sul vecchio fico stanno maturando i frutti scuri e piccoli dal sapore mielato e gli stornelli se ne sono accorti.

https://undentedileone.files.wordpress.com/2020/07/img_20200729_120643.jpg

Il vecchio fico davanti alla porta di casa e la verbena odorosa abbarbicata alla ringhiera e rifugio invernale della locusta “Eugenia”
mie foto

Chissà dove sono finite le gazze, ormai ero abituata a vederle zampettare in giardino e una era perfino venuta a curiosare in casa attraverso il vetro della porta d’entrata.
Ho raccolto le prugne blu, erano due anni che non si riusciva ad averne, devastate dalla cimice asiatica.  L’autunno scorso e questa primavera c’erano molte cince che di solito amano cibarsi delle cimici e quest’anno di cimici ne ho viste poche.

I miei nuovi vicini di casa, tre famiglie, imparentate fra loro, che abitano nello stesso stabile formato da tre appartamenti, hanno abbattuto tutti gli alberi del loro giardino: un grande pioppo cinquantenne, un olmo, il filare di cipressi argentati…piazza pulita.
Forse li sostituiranno con alberi da frutta, oppure giocheranno a pallone nello spazio ottenuto.

Storia di una clematide

Parecchi anni fa, decisi di acquistare una passiflora.
Il negoziante, conscio della mia totale ignoranza in materia e consapevole che le piantine rampicanti di quel tipo un po’ si assomigliano quando sono piccole, mi diede una clematide, che, naturalmente io riconobbi solo quando fiorì.
Alla iniziale disillusione e alle numerose giaculatorie inviate al malcapitato, infine si sostituì una piacevole soddisfazione nel vedere i magnifici fiori blu intenso.

https://undentedileone.files.wordpress.com/2020/06/9513279365_8c084bf964_c.jpg

mie foto

Scoprii, in seguito, che la clematide era una “Sang du roi” e incominciai a sperare che, crescendo, avrebbe riempito di foglie e fiori la parte della recinzione presso la quale l’avevo interrata, vicino a una bella ortensia rosa e a un rigoglioso melograno.

Non fu così.
Nonostante io l’avessi protetta con qualche paletto di segnalazione, inevitabilmente veniva calpestata, se non addirittura recisa, decapitata, rasata, da mio marito quando tagliava le erbe infestanti ai bordi del prato con il suo decespugliatore e, nonostante ogni volta, contrito e spiacente si profondesse in molte scuse, ripeteva l’errore almeno una volta l’anno, tanto che mi ero rassegnata, pensando che a lui quella povera piantina fosse antipatica.

L’anno scorso, ormai sufficientemente rigogliosa, la sua fioritura è stata splendida, ma in autunno, uno degli operai che venne a ripulire il giardino, anche se gli avevo fatto presente l’esistenza, ben evidente tra l’altro, della mia pupilla, si fece scappare la mano e la rase al suolo.
Di fronte alla sua faccia costernata non ebbi il coraggio di inveire.
Nonostante tutto, questa primavera la poverina rinacque e a maggio aveva parecchi boccioli ed io mi aspettavo una florida visione di bei fiori blu, ma, uno degli operai che vennero a ripulire il giardino, decise che l’erbaccia andava rasata.

Ho resistito al desiderio di spaccargli sulla schiena la vecchia ramazza di saggina, ho raccolto le misere spoglie della mia amata e ho pensato che un destino assurdo e crudele doveva essere legato a quella poveretta.
Però, ecco, mi sono accorta in questi giorni che la testarda è ben decisa a non lasciarsi abbattere e ha fatto nascere dalle radici nuovi germogli che stanno rapidamente crescendo.

Forse, quest’anno, non riuscirà a fiorire, ma questo autunno, mi ergerò con cappa e spada a difendere la mia clematide, quando verranno gli operai a pulire il giardino e brucerò con gli occhi chiunque cercherà di avvicinarsi ad essa.

Giugno 2020

https://undentedileone.files.wordpress.com/2020/06/mucha.jpg

Inchiostro di china
mie opere

Ho invertito le cifre dei miei anni a ritrovare ricordi ed emozioni antiche e gli anni dei viaggi solitari, delle fughe verso orizzonti sconosciuti.
Gli anni della fame: fame di vita, di sapere e, sì, fame d’amore anche.
Fame inappagata che spronava, sempre, a quella corsa, alla ricerca estrema.

Ho invertito le cifre dei miei anni, ma non corro più.
Questo è un tempo inerte e anch’io sono qui, immobile, a respirare, profondamente, aria di sole, mentre osservo da lontano lo scorrere del tempo altrui.

Sonnolenza

4 Giugno

Pioggerella da questa notte, freddino e cielo cenerino, e sta continuando.
Non riesco a svegliarmi del tutto, ho gli occhi appannati, sonnolenti, la mente “autunnale”, letargica.

Sono riuscita a malapena a compilare e stampare l’F24 per il pagamento dell’IMU della bicocca ereditata da mia madre. La TASI è stata abolita, qualcosa in meno da pagare? NO: l’Ufficio Tributi Comunale mi avverte che l’aliquota destinata alla TASI dovrà essere sommata a quella dell’IMU, codice 3918.
La solita presa per i fondelli. Inutile starci a rimuginare.

Al supermercato alcuni prezzi sono letteralmente raddoppiati, come pure i prezzi di alcuni servizi a cui sono dovuta ricorrere in queste ultime settimane. Nel Medioevo avevamo pestilenze e carestie che affamavano il popolo, ora Covid e crisi economica stanno provocando parecchi danni.

Un’amica ha compiuto gli anni. Eravamo in istituto insieme, da allora siamo sempre rimaste in contatto anche se viviamo in province diverse e non abbiamo nemmeno la possibilità di incontrarci. Poiché ama Vermeer le ho inviato un acquarello e lei l’ha incorniciato. Ci sentiamo ogni settimana, il telefono annulla la distanza e ci scambiamo confidenze come quando eravamo ragazzine.

https://undentedileone.files.wordpress.com/2020/06/img-20200531-wa0000.jpg

La ragazza con l’orecchino di perla
da Vermeer
Acquarello, mie opere

Pissaladière

https://undentedileone.files.wordpress.com/2020/05/img_20200517_115700.jpg

mie foto

 

Era il febbraio del 1978 quando gustai, per la prima volta, la pissaladière.
Trascorsi tutto quel mese a visitare una parte della Provenza e delle Bocche del Rodano, da Orange fino alla Camargue.
In casa di amici mi fu offerta la Pissaladière, ovvero, una pizza sottile, fatta con pasta di pane poco salata, ricoperta di cipolle tagliate al velo e poi fatte appassire in poco olio con un mazzetto di aromi (aglio, origano e timo freschi che poi vengono tolti) condite con sale e pepe macinato di fresco. Sopra alle cipolle ben scolate dall’olio di cottura e distese a ricoprire la pasta, si stendono delle acciughe e si guarnisce con mezze olive nere. Cotta in forno a 200 gradi, va servita ben calda e accompagnata da un buon bicchiere di vino bianco un po’ mosso e fresco di cantina.

Sono abituata a sapori forti, tipici di chi ha passato la prima infanzia in una povera fattoria di campagna nell’immediato dopoguerra, dove, la polenta accompagnata da aringhe affumicate e cipolle e da erbe amare saltate in padella con il lardo, erano il cibo consueto, soprattutto quando la carne conservata del maiale non era più appetibile o era finita. La pissaladière, abbinamento fra cipolle, acciughe e l’amaro delle olive nere, un po’ mi ricorda quell’infanzia.

Mi piacque subito, me ne innamorai e imparai a farla da me, anche se me la concedo solo una, due volte l’anno: non è un cibo da gustare da soli, andrebbe servito tra gli antipasti, in una folta compagnia, a favorire il dialogo degli sguardi che attraversano bicchieri colmi di liquido dorato.