Il mio paese

Del mio paese ho scritto ventidue anni fa, nel primo articolo intitolato “La memoria”:

https://undentedileone.wordpress.com/2015/01/14/la-memoria-1995-primo/

Molte cose sono cambiate in questi ventidue anni.
Le grandi fabbriche che assorbivano la mano d’opera degli abitanti del paese e intere famiglie, ormai non ci sono più. Alcune sono fallite, altre si sono trasferite altrove, lasciando sul lastrico parecchie persone. Alcuni negozi hanno chiuso i battenti. Altri esercizi nascono e muoiono nel giro di pochi mesi. Artigiani e negozianti storici cercano di sopravvivere e non si sa fino a quando.
L’industria edilizia e immobiliare è ferma: troppe abitazioni sono state costruite, molte sono vuote, parecchie nemmeno finite. Molte case sono andate all’asta per insolvenza, altre sono in vendita a causa della crisi e degli alti costi di mantenimento delle case di proprietà, delle tasse.
L’ottanta per cento degli abitanti possiede la propria abitazione ed eredita quella dei genitori alla loro morte. Un tempo, possedere una casa, ereditarne una seconda, era un bene, oggi è un capestro. Il mercato è ormai saturo, c’è troppa offerta per l’esigua domanda.

Alcune grandi aziende agricole sono con l’acqua alla gola, hanno ridotto il numero degli operai e cercano di andare avanti utilizzando le braccia appartenenti alla famiglia o con qualche bracciante saltuario.

I servizi comunali e anche gli impiegati sono diminuiti, ridotti gli orari destinati al pubblico.
Perfino la chiesa è ridotta: vent’anni fa sul nostro territorio c’erano cinque preti, due per il centro e gli altri per le frazioni, ora ce ne sono due in tutto.
La posta viene distribuita un paio di volte la settimana, sempre che non piova.

Molti giovani faticano a trovare lavoro, anche andando fuori paese.
Ci sono molti stranieri, l’accattonaggio è visibile vicino ai negozi, al cimitero, alle chiese, agli angoli delle piazze.

I furti nelle abitazioni e negli esercizi, di giorno e di notte, sono ormai una costante e non si perde nemmeno più tempo a fare le denunce, tanto non servono a niente.

Al mercato settimanale molti dei banchi sono in mano a stranieri che vendono merce scadente, di esotica fattura, spesso inutile. Non si vedono registratori di cassa su questi banchi, non vengono rilasciati scontrini e neppure copie di ricevute di bollettario.

Molte associazioni sono scomparse, soprattutto quelle culturali, considerate dai più come una cosa inutile.

Si cerca di portare avanti, anche se un po’ in sordina, quelle feste, sagre, fiere della tradizione, ma non c’è più allegria, è tutto più triste, come se gravasse sulle nostre teste una cappa di piombo.

Penso, a volte, agli anni della mia giovinezza, quando noi ci sentivamo forti, pieni di speranza, convinti di poter costruire il nostro mondo, con le nostre mani e fu davvero possibile in quegli anni che precedettero gli anni di piombo con le lotte intestine di una politica degenerata.

Dov’è naufragato, e per quale assurda causa, quel sogno di una Europa unita, aperta alle nuove idee, agli scambi culturali e commerciali, alla collaborazione fra tutti gli stati?

Credo proprio che quel periodo d’oro, della mia giovinezza, forse non tornerà più, non per me certamente, ma per i nostri giovani.

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Chiostro domenicano
foto “Gruppo Acquarelliste”

 

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Settembre

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vite americana in autunno
mie foto

Quando ero giovane e lavoravo via da casa, settembre era il mese in cui incominciavo a sentire la frenesia della fine della stagione.
Quando lavoravo in montagna, tornavo a casa prima della metà del mese. Le prime nevicate erano cadute e si tornava a indossare maglioni e giubbotti pesanti, ma a casa avrei trovato ancora del bel tempo e qualche grappolo d’uva dimenticato dalla vendemmia.

Se invece lavoravo al mare, settembre, di solito, aveva ancora giornate di bel tempo, di aria tiepida di giorno e alla sera bastava indossare un maglione leggero.
Di solito il mese di settembre era riservato ai gruppi organizzati che rimanevano dieci, a volte quindici giorni. Persone anziane, per la maggior parte straniere, abituate a questo tipo di villeggiatura.
Bastava avere un po’ di pazienza, farle sentire coccolate e al centro dell’attenzione, un occhio particolare alle loro diete, ai loro medicinali, il medico a portata di voce giorno e notte per non trascurare anche i piccoli sintomi di persone che, comunque, di solito avevano più di una patologia.

Bisognava fare attenzione alle piccole antipatie che si creavano fra alcune persone, come spesso accade in questi gruppi e saperle gestire, smorzandole, prevenendole con una distribuzione oculata sia dei posti a tavola che delle camere e saperle ascoltare, perché l’anziano ha spesso voglia di raccontare, di raccontarsi.

Verso la fine del mese la clientela diminuiva e si limitava a viaggiatori che si fermavano per una notte, di passaggio verso la frontiera.
Nella prima decade di ottobre lavoravamo alla chiusura dei locali: pulizie, inventari, riporre tutto il materiale che andava controllato e conservato con cura durante la chiusura dell’albergo.
Era la fine di una stagione iniziata a febbraio con i lavori di apertura e il peso della stagione, durata quasi otto mesi, senza mai un giorno di riposo, si faceva sentire.
Io pregustavo il mio ritorno a casa, alla tranquillità, al riposo, al silenzio, a tutte quelle piccole cose che non avevo potuto fare nei mesi di lavoro: dipingere, cucire, ricamare, cucinare…

Ancora oggi, quando settembre incomincia a colorire le foglie degli alberi del nostro giardino, io sento il bisogno di raccogliermi, di progettare di nuovo, come se la mia quotidianità iniziasse con questa stagione che ha colori caldi e profumi dolci che mi ricordano l’infanzia nella fattoria dei nonni, in questa nostra stupenda campagna che avevo nel cuore ogni volta che ero lontana.

Galbéder

Gh’è turnàt el galbéder (è tornato il rigogolo).

Come l’anno scorso, il bellissimo rigogolo è tornato a fare scorpacciata di fichi del vecchio albero che è posto proprio davanti all’uscio di casa nostra.
E’ proprio per questo che non sono riuscita a fotografarlo, perciò ne ho fatto un disegno, tanto per far vedere quanto bello è: tutto giallo brillante con le penne delle ali nere e un po’ di nero anche sulla coda.

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mie opere

In dialetto lo chiamano galbéder, i più istruiti lo chiamano galbàla.

I rigogoli sono uccelli tropicali, ma questo (Oriolus oriolus) vive qui da noi, nei nostri boschi di montagna in estate e al sud in inverno.
Durante le sue migrazioni si ferma a rifocillarsi nelle nostre zone, assaggiando le nostre ciliegie in primavera, i nostri fichi, uva, more, lamponi, bacche di sambuco nero e di bagolaro, alla fine dell’estate.

Ricordo che quando ero piccola ce n’erano molti di più e in autunno venivano cacciati nei vigneti, insieme a stornelli, tordi e altri uccelli che depredavano i grappoli d’uva, fornivano così gustose padellate di succosi bocconcini a variare la dieta dei nostri contadini.

Ora la caccia al rigogolo è proibita e posso godermene la vista quando scaccia le vespe dal fico per mangiare in santa pace i nostri dolcissimi fichi neri, poi svolazza in giro lanciando il suo richiamo con un fischio acuto ben modulato. E’ quasi grosso come un merlo, ma si ciba solo di frutta.

Cinque giorni, nove aerei

Dicembre 1981.

Il mio fidanzato ed io stavamo progettando la nostra casa. Avremmo iniziato i lavori nella primavera e, durante quell’inverno, mi ero prestata a fare da consulente a una grossa ditta locale.

Quel dicembre, in ditta si decise di fare un giretto nel Nord-Europa, per renderci conto di persona di alcuni problemi che riguardavano i contatti con la clientela.
L’addetto alle vendite ed io, interprete, partimmo da Milano, il 13 dicembre con un aereo della SAS (Scandinavian Airlines).

Dal mio diario di allora:

13 dicembre
Siamo arrivati a Kopenhagen dopo due ore di volo: pasto caldo (salmone – tournedos bernaise -broccoli-patate-formaggi e boeri).

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miei documenti

Abbiamo preso subito il traghetto per Malmø (da Dragør a Limnhamn).

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miei documenti

All’arrivo due gentili signori svedesi ci hanno procurato un taxi. Abbiamo trovato un hôtel discreto si chiama Astoria, camere con colazione. Il mio inglese sta migliorando, ma con svedesi e danesi che parlano solo la loro lingua è un disastro.
Siamo usciti e abbiamo cenato al Monna Lisa che, nonostante il nome, non ha nulla di italiano.
Alle 21 sono scese da una scala interna al locale le ragazze che impersonano la festa di Santa Lucia, vestite di bianco con una coroncina di foglie sulla testa e quattro candele accese sulla coroncina. Si sono abbassate le luci e la piccola processione è stata molto suggestiva.
Ho dato un’occhiata a un giornale svedese, per quel poco che ne ho capito, dev’essere successo qualcosa di grave in Russia.

14 dicembre
Incontriamo il primo cliente. Parla benissimo l’italiano, fa anche “il Console d’Italia”, quantomeno è addetto all’ambasciata. E’ spaventatissimo per quanto è successo: in Polonia, ieri, c’è stato un golpe militare, i carri armati russi sono alla frontiera della Polonia. I trasporti via terra per la Svezia avvengono con vettori polacchi, ha paura di un’interruzione nei rifornimenti e, soprattutto, ha paura sui confini con la Russia.
Io penso che dobbiamo anche andare in Finlandia e suggerisco di anticipare appuntamenti e voli.
Prendiamo l’aliscafo per tornare a Kopenhagen. Incontriamo qui, di volata, un grossista esclusivista, che, per mia fortuna, parla anche tedesco. Poi, di corsa, all’aeroporto Kastrup, check -in e pranzo veloce al buffet: sandwiches, cocktail di scampi, uova sode, salumi, crostata di frutta e un’orribile Sauer-Rahm che non sono riuscita a ingoiare. Da bere Apfelsinensaft, conservato.
In volo su Stoccolma, sempre con SAS, alle 18. Cena in aereo: salmone, cocktail di scampi (è un vizio) pollo freddo in bellavista, insalata, formaggi, dolcetto alla crema e frutta, spremuta d’arancia e caffè.
Stoccolma è sull’acqua, come Venezia, più o meno. Siamo all’Adlon Hôtel, nella Vasagatan, prenotato con Select, all’aeroporto Arlanda, all’arrivo.

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Stoccolma
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15 dicembre
Serie di telefonate di prima mattina per anticipare tutti gli appuntamenti. I clienti capiscono, sono gentili, hanno paura anche loro di questa situazione russo-polacca che sembra precipitare in qualcosa che non osiamo pensare.
Colazione abbondante, e meno male, perché salteremo di sicuro il pranzo. L’ultimo grossista a Grøndal, poi veloci all’aeroporto: si vola a Oslo.

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A Oslo tira un vento della malora. Arriviamo in albergo, il Viking, che è sera. L’albergo è un First class ma la camera è gelida.

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L’albergo è enorme, pieno di ogni sorta di gente, proprio il tipo di alberghi che odio. Non possiamo cenare in albergo: il salone è prenotato per il Julimenu, la cena di Natale…la fanno adesso?
Usciamo, il vento impedisce quasi di respirare, troviamo un ristorante nelle vicinanze, il Runde Tønne, sembra una taverna per pescatori, buia e fumosa. Anche la lingua norvegese non è molto pratica, il menu però ha piatti in cinese, che strano. Ci portano un piatto chiamato “Chow-chow” maiale e riso alla cinese. Speriamo che non sia cane, con quel nome…Ci sono intere famiglie che cenano e mangiano enormi gelati, a me vengono i brividi solo a guardarli.

16 dicembre
Anticipato anche qui tutti gli appuntamenti e anche i voli.
In mattinata riusciamo a partire dall’aeroporto Fornebu di Oslo verso Bergen.
Bello il viaggio, a bassa quota, sopra le paludi ghiacciate di Hardangervidda, il ghiacciaio Folgefonn e i fiordi ghiacciati, la neve candida senza un segno, un’impronta. Arriviamo prima di pranzo all’aeroporto Flesland.

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Bergen è una città industriale, piena di fumo. Belle le casette della periferia e quelle del porto, tutte colorate, di legno, con i tetti ricoperti a “squame di pesce”.
Siamo ripartiti verso le ore 14 in ritorno a Oslo. Dietro di noi, il sole è tramontato subito e ci siamo ritrovati nel buio della notte alle due e mezza del pomeriggio, una sensazione strana davvero.
All’aeroporto di Oslo noto che la temperatura è -40°.
Ci imbarchiamo su un aereo della Finnair in direzione di Helsinki.
L’aereo sembra a pedali, però l’interno è ben arredato e confortevole.
Scossoni alla partenza, scossoni all’arrivo. Cibo minimo: il solito cocktail di scampi, tre fettine trasparenti di arrosto di maiale, una fettina di roast-beef, due foglie di insalata, un microscopico panino integrale e un babà alla crema. Niente formaggi.
Arriviamo all’aeroporto Vantaa che sono le 23. Scendiamo dall’aereo e dobbiamo andare a piedi fino al terminal. Per fortuna io indosso degli stivali a tacco basso con suola di para che hanno buona presa sulla lastra di ghiaccio che ricopre tutto il percorso. Una signora in pelliccia e scarpe con tacco alto scivola e si siede per terra. Cerchiamo di aiutarla e arriviamo alla meno peggio fino al terminal.
Uno alla volta dobbiamo entrare in un gabbiotto di “vetro”, forse plexiglass, dove si devono mostrare i documenti, quanto denaro si ha e rispondere a un interrogatorio. Il mio compagno di viaggio non parla una parola che non sia italiano e il nostro dialetto. Per evitare di fare mattina mi infilo dentro nel gabbiotto insieme con lui, le guardie vanno fuori di testa, riesco a spiegare la situazione e si ammorbidiscono. Espletate le varie pratiche usciamo e riusciamo a trovare un taxi che ci porti in città. Mezz’ora di viaggio con un tassista pazzo scatenato che corre a rotta di collo su queste strade ghiacciate, nella notte fonda. Il retro dell’auto scodinzola come un cane rabbioso.
Anche Helsinki è sull’acqua, ci spiega il tassista con orgoglio: la città dai mille laghi!
Non posso certo contarli con questo buio e poi, credo che siano anche tutti ghiacciati in questa stagione.
A proposito, qui si cambia fuso orario: + 1 ora.

L’albergo Aurora è buono, moderno, camere confortevoli, bagno grande con doccia, temperatura +30°: si può girare nudi per stanza. C’è una grande finestra, un bel divano e uno scrittoio con incorporato anche la “toilette” ad alzata con specchio, che mi ricorda quella in camera di mia madre, per pettinarsi e truccarsi. C’è anche la radio, ma il linguaggio parlato ha troppe ELLE e troppe KAPPA perché si capisca qualcosa.
Dalla finestra vedo l’autostrada e la ferrovia. Pochissimi i rumori, attutiti dalle doppie finestre con vetri isolanti.

 

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miei documenti

 

17 dicembre
Dormito molto bene e colazione perfetta.
Il taxi che ci porta dal cliente ci fa attraversare buona parte della città. Le strade sono larghe, le piazze grandissime, i palazzi moderni, impersonali, sembra di essere in Russia, soprattutto osservando le automobili. Ho l’impressione però che, a differenza degli altri paesi visitati, la Finlandia sia più povera.
Dopo aver viso il cliente siamo tornati in aeroporto e abbiamo anticipato il volo. La situazione politica sembra precipitare.
Alle 13.30 ci comunicano che il volo diretto Alitalia su Milano è stato cancellato “per un guasto”. Noto che scompaiono dal tabellone anche altri voli. Chiedo informazioni e scopro che è appena arrivato, da Stoccolma, un aereo che ripartirà non appena scaricati i passeggeri. Ci sono posti liberi. Chiedo di riservarli a noi e andiamo all’imbarco.
Arrivati a Stoccolma riusciamo a trovare posto su un aereo della KLM per Amsterdam: l’importante, ora, è allontanarsi da qui e tornare a casa.
Ad Amsterdam troviamo posto su un aereo Alitalia per Milano, finalmente. Bello rivedere lo Schiphol, mi sento quasi come a casa. Compero una bambolina olandese per me e delle sigarette per il mio fidanzato.

Alitalia in ritardo, come al solito, come al solito disservizio, problemi con l’impianto idraulico.
Poi si parte, arriviamo a Milano con sole due ore di ritardo rispetto al previsto, ma con due giorni di anticipo.
Scopriamo a Milano che l’aeroporto di Helsinki è stato chiuso a causa “della neve”, l’ultimo aereo partito è stato il nostro.
Mi scappa da ridere: la neve non è certo il problema del momento.

 

 

 

 

 

 

 

 

Cicale

Dicono che il caldo aumenterà.

Negli ultimi tre giorni, dopo cena, abbiamo avuto temporali e improvvisi scrosci d’acqua che, per fortuna, non hanno fatto molti danni nel nostro orto-giardino.

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La cigale et la fourmi
china e pastello su carta colorata
mie opere

Era un bel po’ che non sentivo le cicale, ora ce n’è una che frinisce, senza tregua, su una pianta qua fuori dalla finestra: le reciterò la poesia di La Fontaine che ho imparato durante il mio primo corso di francese.
Magari andrà a trovare la formica e si metteranno d’accordo per questo prossimo inverno, anche se non credo che con questi inverni, ormai senza neve e freddo, la cicala avrà molti problemi.

Diari

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Conchiglie sulla spiaggia
acquerello
mie opere

Da quando avevo tredici anni, ho riempito pagine di agende con  fatti,  pensieri, riflessioni, poesie, che riguardavano alcune giornate, alcuni periodi della mia vita.
Molte di queste agende le ho già bruciate.

Restano quelle degli ultimi quarant’anni: quella dell’anno che precedette il mio matrimonio, quelle dell’infanzia e della crescita di mia figlia, quella del mio autunno, di questo ultimo tratto della vita nel quale ho, a volte, sostituito la pagina dell’agenda con la pagina del blog.

Ci sono momenti in cui apro a caso un’agenda e leggo ciò che avevo scritto, rinnovando le gioie, i ricordi, i dolori, le rabbie, le frustrazioni, la poesia dei giorni ormai trascorsi, ricordando il passato, le persone e i fatti accaduti, le piccole e grandi cose che mi hanno riempito la vita, i ritagli di giornale che ho incollato perché ero rimasta colpita da un fatto, da una notizia interessante.

Spero di avere la forza di bruciare, prima o poi, anche queste ultime, perché riguardano solo me, le mie verità, i miei pensieri più intimi e non devono interessare ad altri, perché sarebbe inutile lasciare queste pagine a chi, leggendole, non avrà più modo di chiedere spiegazioni, di porre domande, di riempire i vuoti e sarebbe anche triste pensare che qualcuno potrebbe prenderle  e buttarle nell’immondizia come carta straccia.