I ciclamini

Nel nostro giardino c’è un intero spiazzo ricoperto di ciclamini. C’è sempre qualcuno che si meraviglia che siano fioriti proprio in questa stagione.

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Sono situati tra il grosso cespuglio di lauro ceraso e le quattro piante di kiwi tirati a pergola.
C’è poca erba lì e i ciclamini formano un bel tappeto con i colori contrastanti e vivaci, le corolle lilla-cremisi e le foglie verde scuro. Non sono profumati, questi che fioriscono in primavera. Lo sono invece, quelli che fioriscono in autunno, sempre in quella zona.

Li avevo raccolti da ragazzina, durante alcune gite in montagna con i miei genitori.
Avevo l’abitudine di raccoglie bulbi, piantine, da sistemare poi in giardino in angoletti quasi nascosti, a ricordo di quei momenti trascorsi in famiglia, nei brevi periodi di vacanza fuori dall’istituto.

Vicino al grande abete, a ridosso del lauro ceraso, ci sono anche delle piantine di pervinca dai piccoli fiori azzurro-blu; vicino a casa c’è la grande felce che muore ogni autunno e si risveglia a primavera con le foglie che si srotolano giorno dopo giorno.
Qua e là, tra l’erba del prato, occhieggiano i bianchi fiori a stella dell’aglio orsino, ricordo di un passaggio in Umbria, molti anni fa.
Le piantine di cassia, dai fiori gialli, mi ricordano il Lazio e Maccarese, quando andammo a trovare un’amica di famiglia.
La crassula nel grosso vaso, è appena sfiorita. Ne avevo portato un piccolo pezzo dalla Liguria.

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Ci sono violette a primavera, profumate e folte, colorano il prato e fioriscono ovunque.
Vicino alla vecchia vite alcune sono bianche, candide come piccoli fantasmi.
In un angolo del giardino roccioso, resiste una piccola viola di montagna, pallida e dalle foglie verde chiaro, a punta.
Le grosse pietre calcaree che formano il giardino roccioso provengono da una gita nell’entroterra del nostro bel lago di Garda. Le avevamo messe nel baule, non so come abbia resistito la nostra vecchia automobile con quel peso dietro.

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Ogni angolo del giardino mi ricorda qualche cosa, qualcuno.
Momenti del passato che sono rimasti cuciti negli angoli della mente e del cuore.

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20 marzo

Te lo ricordi quel 20 marzo di trentacinque anni fa?

Era una domenica di sole, di quaresima, senza fiori e riso.
La gente che usciva dalla messa grande rimase sul sagrato e nella piazza a vedere noi che con parenti e amici riempivamo la chiesa.

Tu, lo scapolo impenitente, che se restavi una sera in casa chiamavano il dottore.
Io, la ragazza strana, recalcitrante a ogni approccio, con le valige sempre pronte a prender treni al volo.

Te la ricordi la faccia del prete?
In ventidue vollero firmare come testimoni a suggellare la nostra unione.

E le tue nipotine col vestito azzurro cielo come il mio, che m’ero cucito da sola e tu che mi guardavi.

Te lo ricordi quel valzer lento, a sera, ad aprir le danze?
C’impiegasti un anno ad insegnarlo a me, dura come un manico di scopa.

E i cugini nostri con gli amici che mentre danzavamo ci facevano intorno girotondo
e tuo padre e mia madre che ballavano in un angolo, allegramente.

 

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Quattordici giorni son trascorsi dalla tua strenua lotta, impari, straziante, disperata.

Anche tu sei lì, adesso, con Duilio, lui Alpino e Crocerossa e tu, Carrista e Avisino con la tua croce d’oro delle cento donazioni.

Ho tagliato i miei capelli, sembro un gatto spelacchiato, un carciofo squinternato.
Non li coloro più.
A giugno, 70 anni, avrò i capelli bianchi, come la neve dell’ottantacinque quando nostra figlia cresceva nel mio ventre.
Siam sole ora.

I tuoi limoni son carichi di frutti e presto fioriranno.
E’ primavera ormai, ma quanto gelo dentro.

Siamo messi bene

 

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A pochi giorni dalle elezioni, nel marasma di ciò che ci viene propinato dalla televisione nei vari programmi che accolgono i politici a fare ognuno la propria propaganda, spesso denigrando gli avversari e incapaci di spiegarci come e in che modo potrebbero riuscire a realizzare i loro progetti fantasmagorici, pensando a quanto sono confusa e incerta in questo particolare momento storico, nel quale sembrerebbe che la politica sia diventata una farsa da baraccone, mi sono imbattuta in un articolo di Francesco Costa che esprime, esattamente e più chiaramente, ciò che penso anch’io.

http://www.francescocosta.net/2018/02/19/guardiamoci-negli-occhi/

Leggetelo e ditemi se non ha ragione.

Incubo

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Immagine presa dal web

 

Sono iniziati i giochi olimpici invernali nella Corea del Sud con la partecipazione della Corea del Nord e la “storica” stretta di mano dei due capi di stato nemici-fraterni. Se ricordo bene sono nemici da almeno settant’anni le due Coree e sembra che tutti, o quasi, siano felici di questo “disgelo”.

Questa notte io ho avuto un incubo.
Ho sognato che le due Coree si sono pacificate e riunite in un unico stato, sotto l’egida di Kim Jong-Un, con il beneplacito di Russia e Cina, formando una potenza con l’esercito della Corea del Nord, che è il quinto per potenza al mondo e l’impero commerciale della Corea del Sud, che è fra i più importanti, non solo in Asia, ma nel mondo intero.

Il mio incubo si riferiva all’Europa (schiacciata fra le idee balzane di Trump e la eventuale potenza sviluppata dall’asse Cina-Russia-Corea) incapace di darsi quel colpo di reni necessario a uscire dalla crisi, causata da amministratori e politici di limitata capacità di discernimento e di buon senso, dal comportamento stolido e menomati nelle facoltà mentali e psichiche, soprattutto nella nostra povera Italia.

 

Cambio di indirizzo

ANSA) – ROMA, 22 GEN – Il Campidoglio ha avviato le procedure per cambiare nome alle strade della Capitale intitolate agli scienziati che sottoscrissero il Manifesto della Razza del 1938, premessa alla deportazione fascista e allo sterminio degli ebrei italiani. Al dossier hanno lavorato sia la sindaca di Roma Virginia Raggi che il vicesindaco con delega alla Cultura Luca Bergamo. Obiettivo è procedere al cambio entro il 2018, anno in cui ricorre l’ottantesimo anniversario delle leggi razziali. Ad anticipare la scelta del Campidoglio la stessa Raggi in una intervista rilasciata per il documentario dell’inviato Mediaset Pietro Suber, ‘1938. Quando scoprimmo di non essere più italiani’. Raggi spera che la sua decisione, quando si concretizzerà, possa essere di esempio per altre città. “Roma è antifascista”, sottolinea la sindaca.

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Faccio gli auguri a tutti quei cittadini che saranno interessati dal provvedimento e che dovranno rifare i documenti, inviare notifiche per la sostituzione dell’indirizzo sulle bollette, notifiche a banche, datori di lavoro e a tutti i contatti, organi assistenziali, scuole, medici e quant’altro.

Spero che Google-maps si adegui in tempi brevissimi per non creare caos ai corrieri incaricati delle consegne e non solo a loro.

Auguri ai postini e ai tassisti.

Auguri agli uffici di anagrafe che verranno intasati dalle richieste per la sostituzione dei documenti.

Auguri ai pendolari che dovranno rifare i loro abbonamenti.

Ho dimenticato qualcuno? Forse non tutte le carte elettroniche riportano anche l’indirizzo.

 

Finalmente

Questa mattina un’alba rosata, con pennellate di oro puro, ha rischiarato il nostro risveglio, dopo una notte finalmente serena.

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Finalmente sei a casa, dopo trenta giorni tra ospedale e riabilitazione.
Finalmente si torna alla normalità, anche se a me la paura non è ancora passata, la paura di perderti anche se tu paura non hai, ti senti ancora immortale.
Finalmente si parla di banalità, tu che vuoi lavarti i capelli, io che ti chiedo che cosa vuoi per pranzo e ti prego di startene tranquillo in poltrona mentre vado di corsa a fare la spesa.
Finalmente le piccole cose quotidiane senza importanza: tu che guardi le partite di tennis su canale 64 e io a sferruzzare in camera a guardare i gialli di canale 38 che a te non piacciono proprio e poi, a cena, a ricordare questi giorni trascorsi e le persone che ci hanno mandato i loro auguri, i loro saluti.

Finalmente, per un po’ staremo tranquilli sperando che questo tempo di tregua si prolunghi, perché lo sappiamo entrambi che non è finita qui, ma che importa, intanto godiamoci questi giorni e mesi, dimenticando per un attimo la nostra fragile vecchiaia.

Il pane

In questi giorni di solitudine mi sono sorpresa a guardare i resti della grossa pagnotta che avevo comperato e divenuta ormai stantia e mi è tornata in mente la bisnonna, la “nonna Nilda” come la chiamavamo noi bambini, diminutivo di Leonilde, che era nata e cresciuta nei luoghi della dominazione austroungarica e ne tramandava a noi gli usi, i costumi, le fiabe e le ricette.

Così, mi tornò alla memoria il “Bettelmann” il dolce di pane raffermo che ci faceva, a volte, per merenda.

Scoprii da grande che questa ricetta era conosciuta da tempo in tutta l’Europa con vari nomi e infinite varianti: il “Pain perdu” dei francesi, il “mendiant” dei belgi, pure in Inghilterra ne hanno una versione, lo si può fare dolce o salato, cotto in padella o gratinato in forno.

 

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foto presa dal web

Bettelmann (mendicante) ha come base il pane raffermo, il latte, le uova e poi ci si può sbizzarrire con tutto il resto, dall’aggiunta di pezzetti di frutta fresca o secca, di cioccolata a pezzetti, oppure di canditi, uva sultanina. Si taglia il pane a fette, lo si immerge nel latte per farlo rinvenire e poi nell’uovo sbattuto (zuccherato o salato a seconda della ricetta che si vuol fare), si fa dorare il pane in una padella con un po’ di burro, si aggiungono i vari ingredienti e aromi a piacere e dopo aver stufato il tutto a fuoco lento, si versa sul tutto uova sbattute per amalgamare. Il pane può essere sostituito da fette di mele, oppure da fette di brioche, panettone o pandoro che certamente avanzeranno durante le feste.
Per la ricetta dolce ci si può anche permettere di dargli un tocco “flambé” alla fine, con un distillato a piacere, dopo aver spolverato il dolce con zucchero semolato o di canna.

Per una ricetta salata, basta sostituire gli ingredienti dolci con  quelli salati: prosciutto, formaggi, verdure, insomma la fantasia non ha limiti e si può utilizzare ciò che avanza in frigo, pezzetti, bocconi, piccoli avanzi.

Queste preparazioni si possono anche fare in una pirofila da gratinare in forno, se non si vuole perdere tempo a sorvegliare la padella per evitare di bruciacchiare il contenuto.

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