“Paese che vai…”

La scorsa domenica, nel programma “Paese che vai…” su Rai Uno, il dott. Livio Leonardi ha presentato il complesso monastico longobardo di San Salvatore e Santa Giulia di Brescia, che è stato restaurato venti anni fa ed ora è il museo della città e comprende collezioni importanti a partire dall’epoca romana.

monastero di Santa Giulia e Chiesa di San Salvatore – Brescia
foto presa dal web

Mentre, sempre all’interno del grande monastero, mostrava Santa Maria in Solario, con il sacello ottagonale e i numerosi affreschi, descrisse anche la Croce di Desiderio, ivi conservata. Egli affermò che il medaglione incastonato nella croce, una miniatura con tre ritratti, si riferiva alla regina Ansa, moglie di Desiderio, e ai suoi figli Adelchi e Adelperga.

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Santa Maria in Solario
foto presa dal web

La Croce di Desiderio, risalente all’ottavo secolo, è una croce lignea ricoperta da metalli preziosi nei quali sono incastonate pietre cabochon burattate, vetri colorati, cammei risalenti a epoche precedenti, miniature e vari manufatti di epoche varie, recuperati da altri gioielli, come si usava in quell’epoca.

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Croce di Desiderio
foto presa dal web

Il medaglione, con la miniatura in questione, è di chiara fattura bizantina, denotata anche dalla scritta in greco, che si pensa si riferisca all’autore, risalente al quinto secolo (e non al terzo come citato da Wikipedia).
Da secoli, si dice che i tre ritratti rappresentino Galla Placidia e i figli Valentiniano e Onoria.

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Miniatura bizantina
I tre ritratti
foto presa dal web

Se proprio ci si vuole far venire un dubbio, date le vicende storiche, potrebbe essere che invece di Onoria, sia rappresentata Eudossia, moglie di Valentiniano e che la miniatura sia stata fatta proprio in occasione del loro matrimonio.

E per finire è anche venuto nel nostro paesello ad assaggiare il caviale “Calvisius”, prodotto qui dall’Agroittica Lombarda che copre 60 ettari con le vasche di allevamento degli storioni bianchi e gli impianti di produzione e smercia 24 tonnellate di caviale all’anno.
Anche qui c’è una chiesa longobarda, la chiesa di San Michele, risalente al quinto secolo, ma sembra fosse più interessato al caviale.

Al giornalista si può perdonare lo svarione su Galla Placidia: è laureato in Scienza della Comunicazione, non in Storia dell’Arte.

E ci risiamo

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foto presa dal web

Ce lo ha comunicato la Gelmini, a chiare lettere: “Basta con gli indugi, i depuratori si faranno”

Il nostro fiume Chiese è stato definito, dal Ministero dell’Ambiente, come “il corpo recettore dei reflui depurati”, perciò è stato deciso, nonostante le proteste dei cittadini, che, oltre al depuratore di Peschiera del Garda, due nuovi depuratori per il Garda vengano costruiti in territorio bresciano a Gavardo e a Montichiari e scaricheranno nel Chiese, invece che nell’Oglio, anche se il Chiese, alla fine, finisce comunque nell’Oglio.

Per chi non ricordasse il mio articolo
https://undentedileone.wordpress.com/2018/09/23/cronaca-di-uno-strano-evento/
ripeto che tutta la zona del basso Chiese, dal 2014 a oggi è stata infestata da epidemie di polmoniti batteriche e legionella, che a cavallo fra il 2017 e il 2018 ha causato circa 1200 ricoveri e un’ottantina di morti, a causa di due fattori ambientali:
1) gli sversamenti abusivi nel fiume dei reflui non trattati dei depuratori di Calcinatello e Montichiari, dove sembra che gli scarichi di emergenza a volte facciano i cavoli loro,
2) la siccità che nel fiume ha causato pozze stagnanti e infette, siccità provocata non solo dalle carenti piogge ma, soprattutto, dalle centraline elettriche costruite in pianura, a valle del lago d’Idro, tipo quella di Carpeneda che ha prosciugato 1300 metri di fiume, zona in cui la provincia aveva precedentemente immesso un congruo ripopolamento ittico e, naturalmente, anche i pesci sono andati a puttane.
Centraline costruite in zone in cui, ambientalisti e geologi avevano detto chiaramente fossero più dannose che utili. Ma, si sa, denaro e politica hanno altri interessi.

Infatti il percorso del Chiese, che nasce in Adamello zona Trentino, ha già in questa regione parecchie dighe e centrali elettriche fin dalla metà degli anni ’50 (Ponte Morandin – Malga Boazzo-Malga Bissina- Storo- Cimego) gestite allora dall’ENEL, ma, ultimamente, in Trentino il controllo delle acque in mano alla Hydro Dolomiti Energia, nel 2018 è passato alla Fedala Holdings sarl con sede in Lussemburgo (lo abbiamo capito, o no, il perché dell’obbligo che l’Europa ha imposto sulla privatizzazione dell’energia?)

In conclusione: le varie centraline fatte sul basso fiume, l’ultima è proprio qui nella mia zona, i frequenti sversamenti abusivi fognari, industriali e agricoli, il fatto che il fiume riceva anche lo scarico del Garza dalla città di Brescia, acqua sicuramente non potabile, i cambiamenti dell’Adamello sul quale anche il ghiacciaio del Mandrone è collassato in questi giorni, ormai è certo che il nostro fiume diventerà una fogna a cielo aperto, grazie al Ministero e alla Gelmini che è stata imposta Presidente della Comunità del Garda, perché è ormai evidente, chiaro e lampante, che chi fa danni, in politica, ha un sicuro successo: non ne aveva già fatto abbastanza alla scuola, quando era Ministro della Pubblica Istruzione?

Amico?

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mie foto

Scrive che la nostra è “un’amicizia sincera”, come se ce ne fossero anche di false di amicizie: se false sono non si può certo definirle amicizie.

Amico? Ho cercato di spiegarglielo che l’amicizia è altro da ciò che lui considera.
Eravamo amici, è vero, sì, ma cinquant’anni fa, poi ci siam persi di vista. Non abbiamo avuto più alcun contatto, non abbiamo più saputo nulla uno dell’altro.
Quando ci siamo ritrovati, per caso, ci siamo riconosciuti sì, ma raccontarci mezzo secolo di vita non è stato certo possibile ed eravamo diversi, molto diversi e non solo nel fisico, dalla nostra gioventù.
Mia figlia, esente da questi ricordi, lo ha catalogato subito e gli ha negato ogni contatto, che lui richiede in continuazione, sui social network.

Anch’io, ovviamente, ho notato quanto era diverso da ciò che ricordavo.
Ora: pieno di sé, affettato, opportunista; si è perfino creato un’immagine, un curriculum un  tantino fasullo, un po’ ingigantito, ma credibile per chi non è a conoscenza dei sui studi e della sua vita di tanti anni fa.

Mi scrive che vorrebbe il mio giudizio su una mostra che sta preparando.
Mi invia del materiale da visionare.
Come dirgli, con sincerità, che ritengo banale e inutile il suo lavoro?
Fosse un amico, lo farei, guardandolo negli occhi, qui, a casa mia e insieme avremmo trovato una soluzione, una miglioria.
Ma un pallone gonfiato come lui, se appena lo sfiori, scoppia.
La sua mail, perciò, potrebbe essersi persa nello spam…

Cosa racconterò

È stato inevitabile, in questi giorni in cui alcuni nubifragi hanno messo a dura prova anche noi, qui, al paesello, pensare ai cambiamenti del clima e ritornare indietro con la memoria a quando ero più giovane.

Una foto del Cervino, vista sul blog di Claudio
https://clamarcap.com/

confrontata con un’altra foto di cinquant’anni prima in cui il Cervino era splendente di ghiacci e neve mentre ora, in quello stesso periodo dell’anno, è solo una grande piramide grigia e spoglia, mi ha fatto ricordare di che cosa discutevamo noi giovani, allora, inascoltati dagli adulti che consideravano i nostri discorsi “una nuova moda”, anche se di cambiamenti climatici se ne parlava già dalla metà dell’ottocento.
Poi diventammo adulti anche noi e smettemmo di discutere, perché quando si diventa adulti c’è altro a cui pensare e i sogni e le utopie tornano nei cassetti che restano ben chiusi e si dimenticano gli slanci della gioventù: c’è da pensare al pane per la famiglia e non sempre si ha la possibilità, e il tempo, di scremare, di andare per il sottile.

Questa l’ho scritta esattamente cinquant’anni fa.

Cosa racconterò, fra quarant’anni,
ai figli di mia figlia?
Cosa racconterò?
Racconterò dei pettirossi,
nel giardino davanti a casa mia,
delle rose, dei passeri e del gatto
che, alla sera, mi faceva compagnia.
Come racconterò di grilli e di cicale
a loro, che le vedranno nei musei?
Racconterò di tanti secoli fa,
quando il sole non era ancora scuro
ed io portavo l’acqua del ruscello
alle rose bianche, arrampicate al muro.
Diranno: “È vero?
Nonna, dì, o è una fiaba?”
È una favola, sì, favola vera,
di un mondo tanto grande, tanto eterno, 
con piante che morivano in autunno
per rifiorire più belle a primavera.
C’erano uccelli, pesci, fiori colorati,
profumi, odori, palpiti di vita.
Quanto è bastato, quanto c’è voluto,
perché ci fosse un mondo di cose asessuate?
Un mondo enorme, a palla di biliardo,
dove impera la vita minerale,
un mondo condannato, già distrutto,
da una vorace guerra industriale.
In quanti modi ci stiamo distruggendo
noi, della generazione del progresso?

Io non avrò mai figli, mai nipoti,
cui raccontare la mia fiaba vera
quando, nel giardino davanti a casa mia,
fiorivano le rose a primavera.

Io non avrò mai figli, mai nipoti,
che chiedano il mistero della vita, a noi,
che stiamo distruggendo il mondo,
senza pensare al poi.

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beccofrusone
tecnica mista
mie opere

Almeno una volta l’anno

 

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disegno a china
mie opere

Capita, almeno una volta l’anno, che un uccellino si intrufoli nel camino della canna fumaria della mia cucina e finisca dentro la stufa a legna, quelle di tipo economico, con il forno e i cerchi in ghisa, che serve per cucinare, oltre che per riscaldare.

È successo anche ieri.

Per fortuna la stufa non la uso più, da almeno tre anni.
L’uccellino finisce sempre nel vano che c’è sotto al forno e che ha una sola via d’uscita: la feritoia che mette il vano in comunicazione con lo spazio che contiene la “caldera”, ovvero il recipiente rettangolare e profondo atto a contenere l’acqua che si riscalda quando la stufa è accesa.

Dopo il primo spavento, l’uccellino inizia a dibattersi e, naturalmente, fa un po’ di baccano così ci si accorge di quanto è accaduto. Allora, per prima cosa chiudo la porta della cucina, oscuro una delle finestre, quella a sinistra della stufa, apro la finestra che sta di fronte alla stufa, alzo la zanzariera e libero il vano caldera. Poi faccio penetrare la luce della torcia nel vano caldera indicando al malcapitato la via d’uscita. A volte ci vuole un po’ di aiuto, ad esempio facendo un po’ di rumore nel forno e l’uccellino, quindi, con un frullo d’ali vola verso la luce.

Di solito si posa sull’ulivo poco lontano e cinguetta, credo per comunicare agli altri che è ancora vivo, nonostante la brutta avventura.

La prima volta che questo fatto accadde, molti anni fa (eravamo appena sposati) non riuscimmo a capire subito che cosa fosse il rumore proveniente dalla stufa, inoltre l’inesperienza ci fece precipitare a soccorrere il povero uccelletto senza pensare alle conseguenze: liberammo il vano caldera e l’uccellino uscì ma, disorientato, andò sbattere contro tutte le pareti bianche della cucina sporcandole di fuliggine, prima di riuscire a imboccare la finestra.

1990

Sono stata in soffitta, stamane.
Nella zona “giocattoli” ecco il cavallo a dondolo di legno che mio fratello regalò a mia figlia quando aveva due anni e, poco lontano, le due case della Barbie: la prima, costruita da me nel 1990, e l’altra che le regalarono gli zii dopo qualche anno.

Mia figlia, all’epoca, frequentava l’ultimo anno di scuola materna, ma, a settembre, la scuola non aprì. A causa di una bega all’interno dell’amministrazione comunale la scuola restò chiusa per un paio di mesi ed io ne approfittai per concedere a me e a mia figlia un paio di settimane in visita a due città che amavo molto: Mantova e Verona.

A Verona ci andammo all’inizio di novembre e i negozi erano già pieni di addobbi e merci natalizie, perché anche a Verona si festeggia la Santa Lucia che porta i doni ai bambini buoni e anticipa le feste.
In un grande negozio del centro in vetrina faceva bella mostra di sé la “villa” di Barbie, tutta rosa, grande, con il tetto spiovente e molte stanze tutte arredate.
Uno spettacolo.
Mia figlia si incantò lì davanti, con gli occhi sgranati e ripieni di stelle.
Io osservai il cartellino del prezzo: Lire 310.000 (la paga di una settimana di lavoro di mio marito, di duro lavoro).

Spiegai a mia figlia che Santa Lucia non poteva portare quel dono così costoso a casa nostra, che non sarebbe stato giusto perché avevamo già tanti giochi, e vestiti e cibo, mentre i bambini dei Balcani soffrivano la fame perché c’era la guerra.
Giuro che mi sentivo un verme e un’ipocrita in quel momento, mentre guardavo i due lacrimoni scendere dagli occhi di mia figlia.
Mio marito non avrebbe detto nulla se io avessi comperato quel giocattolo, adorava la figlia, inoltre io non avrei mai dato in elemosina una cifra del genere.

Mia figlia sapeva già scrivere, in stampatello e sgrammaticato, ma scrisse la sua letterina a Santa Lucia, molto per tempo, nella quale chiedeva che a lei portasse quello che voleva, ma che portasse del cibo ai bambini che vivevano la guerra.
Ero in pena, pensavo che la bimba andasse premiata comunque. Osservando le cose che avevo in soffitta, mi venne l’idea di costruire io una casa per le Barbie.
Lavorai per tre settimane in soffitta, mentre la bimba era all’asilo, assemblando pezzi eterogenei, laccando, incollando carte regalo a guisa di carte da parato, costruendo mobiletti in compensato, libricini e quadernetti minuscoli, quadretti alle pareti, vestitini, coperte, centrini, arredando con altri mobiletti poco costosi acquistati al mercato e con stoviglie in miniatura sia in metallo, che in porcellana e in plastica. Un verduriere mi regalò una grossa cassetta per la frutta, che dipinsi di rosso, vi applicai un coperchio a mo’ di cassapanca, apribile con cerniere e la rivestii internamente con tessuto imbottito: poteva servire da sedile e anche come contenitore.

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mie foto
mie opere

Mio marito rise molto quando mi aiutò, la notte di Santa Lucia, a portare il tutto in casa, nel corridoio fuori dalla stanza di nostra figlia. Una letterina speciale, degli angioletti di Santa Lucia, spiegava a mia figlia il perché di quei doni, accompagnati anche da un libro illustrato che raccontava la storia degli angioletti della santa.

Per diversi anni, la magia accompagnò i giochi infantili della bambina.
La casa è ancora lì, in soffitta, con tutti i suoi accessori, un po’ impolverata, ma quando la guardo sorrido e mi sento ancora un po’ fatina e un po’ maghetta.

 

“amore”

 

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tecnica mista su carta
mie opere

Volutamente, e chiedo scusa, non ho risposto ai commenti sul mio articolo precedente.

In questi giorni, alcune vicende di cronaca e altre, meno eclatanti, mi hanno fatto riflettere provocando il mio sfogo sull’AMORE.

Perché è ovvio che conosco e so bene che cosa è questo “amore”, quello che non ha maiuscole, che non è urlato, cantato, declamato, che non eccede.
L’amore quotidiano, che non ha pretese, che è nato giorno dopo giorno senza paroloni, anzi silenzioso, tranquillo, che non fa domande perché conosce tutte le risposte, che non ha dubbi, che non cerca la felicità, che non ha lacrime e neppure grandi slanci.

Questo “amore” che non ha bisogno di gesti, di dimostrazioni, in cui all’uno importa solo il benessere dell’altro, reciprocamente, senza affanni.
Ogni giorno, per sempre.

 

AMORE

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Olio su pietra
mie opere

 

Che cosa è questo AMORE che riempie la bocca, le orecchie e la testa della gente?
Che si trova nei film, nei romanzi, che colma canti e poesie, che è causa di suicidi e omicidi.
Che cosa è se non un mero impulso, un moto derivato da una tempesta ormonale, che passa come un uragano e devasta e poi se ne va lontano a colpire altrove.

AMORE: termine decantato, abusato, sopravvalutato, sovrastimato, eccessivo, esagerato, sperticato, irragionevole, intemperante, tossico, privo di ogni logica, squilibrato, avvelenato, esuberante, sfrenato, illimitato, sconveniente, demente, insensato, stolto e, sì, pure incompreso e sconosciuto e straziante.

Qualcuno me lo sa spiegare a che cosa serve questo AMORE se è causa di così tanta sofferenza?

Quando la vita…

espressioni-minime

disegno a pastello su carta colorata
mie opere

Ha il nome di un fiore e di quel fiore aveva la bellezza e i colori.

Ci conosciamo da sempre, anche se non viviamo nella stessa provincia.
Ci conosciamo fin dall’infanzia e dall’adolescenza trascorse in quell’istituto e ci siamo amate subito, come sorelle, lei un po’ più grande di me e lì dentro da più tempo.
All’uscita da quel luogo non ci siamo più incontrate ma siamo sempre rimaste in contatto: le lettere, le cartoline d’auguri, le telefonate settimanali, le foto nostre e dei familiari, i racconti delle nostre vicende, così, per anni e anni e ne son trascorsi tanti, e tante le vicende tristi, disperate, i lutti, soprattutto a lei, stranamente più fragile di me, perché io, la corazza sono riuscita a costruirmela addosso, a proteggermi, a farmi scivolare via alcune cose che la vita ci riserva.

Lei no, la corazza non l’ha mai avuta e tutto le è penetrato dentro, ferendo e devastando.
Uccidendo quei sogni che avevamo là dentro, quando ci sembrava che il mondo fuori fosse il paradiso in terra e che avremmo trovato, uscendo, quell’affetto, quell’amore dolce di una famiglia e se la famiglia non l’avevamo ce la saremmo costruita noi, perché, fuori di lì il mondo doveva per forza essere bello.

Quasi tutte, appena uscite, si sono sposate, presto, per avere quella famiglia tanto desiderata. Anche lei.
Un brav’uomo, certo, un uomo come tanti, onesto e lavoratore, con un buon stipendio, che non le fece mai mancare nulla, ma che non poteva comprendere l’intensità di certi sentimenti covati per lunghi anni negli aridi silenzi di certe mura e che non poteva comprendere gli slanci e i voli pindarici di una moglie, all’apparenza come tante, ma con aneliti e desideri mai appagati, che non sarebbero mai stati appagati, proprio perché covati a lungo, troppo a lungo.

Due figli, una femmina e dopo tre anni un maschio e l’affetto per loro divenne qualcosa che riempì i vuoti, ma ossessivo, prepotentemente primario, e devastante quando il maschio, a sedici anni, perse la vita in un incidente.

Il fragile equilibrio si spezzò.
Lei, il marito, la figlia, ognuno chiuso nel proprio dolore.
Ognuno a leccarsi le ferite senza pensare al dolore degli altri, ognuno di loro a piangere da soli su quella tomba, scostandosi uno dall’altro, come se gli altri fossero colpevoli di quella tragica vicenda.

Per lei la depressione, i ricoveri, i medicinali con i loro effetti collaterali, le sue telefonate e i suoi racconti ossessivi, i pianti, le fughe dalla realtà, le liti con il marito.
Per me, la consapevolezza della mia impotenza di fronte al suo dolore.
Non ci sono parole che possano lenire il dolore di una madre.

Poi la rassegnazione, il ritorno a una pseudo normalità che normalità non è mai stata e non sono valsi i viaggi, il volontariato, la preghiera.
Il rapporto con il marito era solo una quotidianità dettata dalle abitudini, senza affetto, quasi con fastidio. La figlia sposata, le nipoti, presenze utili a volte, ma con distacco ormai.

La quarantena di questa primavera ha rotto il precario equilibrio.
Ora mi telefona tutti i giorni.
Quasi sempre alla stessa ora, un po’ prima di cena, mentre aspetta che le portino il pasto.
Ha accettato il ricovero per un mese in una “casa di cura”, quando ha capito che non ce la faceva più, che non era più capace di controllare i propri impulsi, i desideri insani.

La ascolto, a lungo, non ci sono consigli validi in queste situazioni.
La ascolto e cerco di portare il suo pensiero altrove, perché per togliere certi chiodi non esistono tenaglie valide e poi, lì dov’è ora, di storie simili alla sua ne sente tante, forse troppe, e non fanno bene allo spirito.
La imbottiscono di medicinali, la ascoltano nei colloqui che durano poco e solo un paio di volte la settimana.
Ancora una comunità, certo diversa da quella della nostra infanzia.
Una comunità dove lei cerca di ritrovare un equilibrio ormai perduto, mantenuto all’apparenza ma solo per mezzo di medicinali.

Non voglio esprimere fino in fondo il mio pensiero, sarebbe inutile.
La ascolto ogni giorno e cerco, se possibile, di distrarre i suoi pensieri da quel suo chiodo fisso.

 

 

 

Ultimi giorni di luglio 2020

Dopo i nubifragi e il temporale della notte scorsa, l’estate è esplosa in tutto il suo fulgore.
Sono perfino scomparse le gazze e i merli in giro sono pochi, anche se il Bacco, l’uva nera dai chicchi piccoli e dolci, sta già maturando alla grande.
La capinera viene a cibarsi delle bacche del sambuco e i piccoli melodiosi luì svolazzano rapidi fra i rami dell’ulivo in cerca di insetti.

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sambuco nero nato spontaneamente a lato della scala di accesso.
mie foto

Sul vecchio fico stanno maturando i frutti scuri e piccoli dal sapore mielato e gli stornelli se ne sono accorti.

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Il vecchio fico davanti alla porta di casa e la verbena odorosa abbarbicata alla ringhiera e rifugio invernale della locusta “Eugenia”
mie foto

Chissà dove sono finite le gazze, ormai ero abituata a vederle zampettare in giardino e una era perfino venuta a curiosare in casa attraverso il vetro della porta d’entrata.
Ho raccolto le prugne blu, erano due anni che non si riusciva ad averne, devastate dalla cimice asiatica.  L’autunno scorso e questa primavera c’erano molte cince che di solito amano cibarsi delle cimici e quest’anno di cimici ne ho viste poche.

I miei nuovi vicini di casa, tre famiglie, imparentate fra loro, che abitano nello stesso stabile formato da tre appartamenti, hanno abbattuto tutti gli alberi del loro giardino: un grande pioppo cinquantenne, un olmo, il filare di cipressi argentati…piazza pulita.
Forse li sostituiranno con alberi da frutta, oppure giocheranno a pallone nello spazio ottenuto.