Alpini

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Bepi, l’uomo che mi ha fatto da padre per cinquant’anni, era un alpino.
Da giovane sono stata con lui a numerose adunate nazionali, locali, raduni.
Ricordo quelle di La Spezia, Treviso, Trento, Bologna, Brescia.
Una volta l’anno ci si ritrovava con quelli che erano stati in guerra con lui, sulle Alpi, poi in Montenegro e in Francia.
Ricordo un raduno sul Nevegal e sul Col Visentin dove avevano costruito un rifugio, portando le pietre a spalla e a dorso di mulo. Ogni volta era una grande commozione.
Il cappellano, più vecchio di tutti, aveva sempre, nelle lunghe tasche della tonaca, la fiaschetta del cognac, come quando erano in guerra, ed era un rito passarla di mano in mano, di bocca in bocca, a berne un sorso, alla “salute” di chi era andato “avanti”.
Toccava anche a me, quel sorso che bruciava la gola e faceva venire le lacrime agli occhi.
Il pranzo al sacco, o in qualche trattoria, finiva sempre con canti e cori alpini. Le conosco tutte quelle canzoni, apprese da adolescente, partecipando anch’io a quei cori nostalgici.

Non parlavano mai della guerra. Ricordavano cose buffe, divertenti. Come quella volta che un tenente sbarbatello e arrogante si ritrovò ricoperto di terriccio: era uscito di notte per cogliere in fallo la sentinella, come aveva fatto spesso. I soldati si erano passati parola. La sentinella di turno, vedendo l’ombra, urlò il chi va là e poi sparò a raffica, senza aspettare la risposta. Il tenete si buttò a terra urlando, ma la sentinella continuò a sparare affettando la superficie del terreno davanti alla buca dove si era rifugiato il tenente. Fu il tenente, quella volta, a pagarne le spese davanti al comandante.

Oppure quando a Lione, in Francia, i tedeschi obbligarono gli alpini a fare la guardia alla stazione mentre caricavano botti di vino e di cognac, sequestrate ai francesi per portarle in Germania.
Quanto si incavolarono i tedeschi con gli alpini che, non appena possibile, sfondarono tutte le botti, allagando i binari, riempiendo secchi di vino e cognac.
Una sbornia colossale, erano tutti ubriachi in caserma, perfino i muli.
I francesi ridevano a crepapelle prendendo in giro i tedeschi e inneggiando agli alpini ribelli.

Non parlavano mai della guerra, della corte marziale per quegli alpini che non volevano proprio collaborare con gli avanguardisti, dei plotoni di esecuzione, dei partigiani in Albania,
in Montenegro, della Russia, della fame e del freddo, dei pidocchi.
Di quella guerra che molti di loro proprio non riuscivano a capire.

Anche quando non potevo andare alle adunate, le seguivo in televisione, con Federico, cercavamo il gruppo del nostro paese, i volti noti, quello di suo fratello Duilio, i cappelli di quelli che non c’erano più, portati a mano dai compagni.

Quest’anno ho spento la tv.
Duilio non c’è alla sfilata di Trento, manca anche l’amico Roberto. Bepi non c’è più da molti anni.

Non c’è più nessuno con cui ascoltare i cori, ripetendo a bassa voce le antiche parole conosciute.

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Il treno

Dietro
qualche
vetro,
qualche
viso
bianco,
qualche
riso
stanco,
qualche
gesto
lesto;
ma piú celeri
i  vagoni
si succedono
e  i furgoni
sul binario
trabalzanti
strepitanti
varcan varcano;
e il treno, con palpito eguale, guadagna
fiammando nel buio, l’aperta campagna.
La chiostra de’ monti da torno vacilla:
repente un padule nell’ombra sfavilla,
dispare una gregge di scialbe capanne
di là da una siepe scrosciante di canne,
leggera si libra nell’aria una torre,
e il treno, con rombo terribile, corre.

Questa poesia, tratta dalla “Locomotiva” di G.A.Cesareo, andrebbe letta ad alta vote, declamata,
per assaporarne il ritmo che fa ricordare il treno, quanto meno il treno di tanti anni fa.

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Cartolina d’epoca
Viale Stazione

Era il 1965 quando frequentavo la Scuola per Interpreti in città.
Ogni mattina uscivo di casa alle 6 per percorrere il chilometro che separava casa mia dalla stazione, a passo veloce, spesso di corsa. Tornavo a casa alla sera poco dopo le 19.  Libri e vocabolari legati con cinghie di cuoio, spesso infilati in una grossa borsa di tela ruvida. Scarpe basse e calzettoni: badavo poco all’eleganza e alla moda.

In stazione trovavo i pendolari che andavano a lavorare in città o alla sua periferia: qualche maestra, dei ragazzi apprendisti, gli operai e gli impiegati, alcuni studenti come me.
Il treno arrivava sbuffando e arrancando, si fermava con stridore di freni e salivamo alla svelta cercando subito un posto a sedere fra le persone che erano già salite dai paesi precedenti il nostro.
Treno ancora a vapore, i sedili di legno vecchi e duri, come quelli che si vedono in certi film western.
Ci metteva tre quarti d’ora a coprire quei venticinque chilometri che ci separavano dalla città.
Ripassavo le mie lezioni sbocconcellando un panino che m’ero portata per colazione, perché spesso rotolavo giù dal letto ancora nel pieno del sonno e mi preparavo quasi alla cieca, in fretta e furia, per paura di perdere il treno.

Alla sera, al ritorno, ci ritrovavamo in molti di quelli che erano partiti al mattino con lo stesso treno. Allora si conversava, ci si raccontava della giornata, si scherzava tra noi ragazzi facendo un po’ di baccano, spesso zittiti dai “matusa” che, stanchi, cercavano di appisolarsi un po’.

 

3 maggio – Bruno

Auguri Bruno, Cavaliere che erri per lande e per contrade.

Non ho dimenticato il tuo compleanno, mio buon Amico, no, non posso dimenticarlo.

Lui, li avrebbe compiuti sabato, sì, il 5, due giorni dopo te.
Sai quante volte abbiamo riso citando Alessandro:

“Ei fu.
Siccome immmobile,
dato il mortal sospiro,
stette la spoglia immemore,
orba di tanto spiro…”

nulla di più vero, ormai.

A te, Bruno, l’augurio di salute e serenità.
Ti siano propizie le stelle e splenda sempre il sole sul tuo cammino.

cavaliereerrante

 

I ciclamini

Nel nostro giardino c’è un intero spiazzo ricoperto di ciclamini. C’è sempre qualcuno che si meraviglia che siano fioriti proprio in questa stagione.

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Sono situati tra il grosso cespuglio di lauro ceraso e le quattro piante di kiwi tirati a pergola.
C’è poca erba lì e i ciclamini formano un bel tappeto con i colori contrastanti e vivaci, le corolle lilla-cremisi e le foglie verde scuro. Non sono profumati, questi che fioriscono in primavera. Lo sono invece, quelli che fioriscono in autunno, sempre in quella zona.

Li avevo raccolti da ragazzina, durante alcune gite in montagna con i miei genitori.
Avevo l’abitudine di raccoglie bulbi, piantine, da sistemare poi in giardino in angoletti quasi nascosti, a ricordo di quei momenti trascorsi in famiglia, nei brevi periodi di vacanza fuori dall’istituto.

Vicino al grande abete, a ridosso del lauro ceraso, ci sono anche delle piantine di pervinca dai piccoli fiori azzurro-blu; vicino a casa c’è la grande felce che muore ogni autunno e si risveglia a primavera con le foglie che si srotolano giorno dopo giorno.
Qua e là, tra l’erba del prato, occhieggiano i bianchi fiori a stella dell’aglio orsino, ricordo di un passaggio in Umbria, molti anni fa.
Le piantine di cassia, dai fiori gialli, mi ricordano il Lazio e Maccarese, quando andammo a trovare un’amica di famiglia.
La crassula nel grosso vaso, è appena sfiorita. Ne avevo portato un piccolo pezzo dalla Liguria.

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Ci sono violette a primavera, profumate e folte, colorano il prato e fioriscono ovunque.
Vicino alla vecchia vite alcune sono bianche, candide come piccoli fantasmi.
In un angolo del giardino roccioso, resiste una piccola viola di montagna, pallida e dalle foglie verde chiaro, a punta.
Le grosse pietre calcaree che formano il giardino roccioso provengono da una gita nell’entroterra del nostro bel lago di Garda. Le avevamo messe nel baule, non so come abbia resistito la nostra vecchia automobile con quel peso dietro.

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Ogni angolo del giardino mi ricorda qualche cosa, qualcuno.
Momenti del passato che sono rimasti cuciti negli angoli della mente e del cuore.

Un uomo perbene

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La prima notizia di questa mattina mi ha colpito in modo assurdo, mi sono ritrovata con gli occhi lucidi, io che non piango mai, che ho smesso di piangere da bambina, in quell’istituto.

La morte di Fabrizio Frizzi mi ha colpito come una mazzata.
Un uomo perbene, garbato, soprattutto un uomo ancora giovane che lascia una bambina ancora piccola.

Si rinnova un dolore ancora troppo recente, morti che si rincorrono, che non dovrei associare, un dolore privato e una notizia pubblica.

Pochi giorni dopo la morte di Federico, è morto anche il suo amico Gianni, avevano la stessa età.
Quante feste della classe avevano fatto insieme. Erano stati compagni di scuola, poi Gianni aveva preso un’altra strada. Era perfino diventato Ministro, discusso finché si vuole, in quell’epoca di “Mani Pulite” che lo incriminò e mandò perfino in galera. Uno dei pochi che si prese le proprie responsabilità, che pagò veramente per ciò che aveva fatto, ovvero, riempire di denaro a fondo perduto il nostro paesello e altri villaggi della nostra Bassa, in quegli anni Ottanta che permisero al nostro villaggio di uscire dalla depressione, di rinnovarsi, ristrutturarsi, accogliere fabbriche che portarono lavoro e benessere.

Nel 1987, durante la festa avisina in cui i nostri donatori venivano premiati, ce lo vedemmo capitare qui, nel nostro chiostro domenicano, lui Ministro con tutta la sua scorta, a festeggiare i nostri donatori, ad abbracciare mio marito che riceveva il “distintivo d’oro con fronde” delle 75 donazioni di sangue.
Non volli conoscerlo allora, non mi andava di essere presentata ad un uomo politico potente e così discusso, anche se il fiume di denaro arrivato nelle casse del nostro comune ci aveva permesso di restaurare metà del paese e, soprattutto, quel complesso domenicano del cinquecento che era diventato la perla di tutta la Bassa.

Lo volli conoscere dopo, dopo la galera, dopo la caduta, quando tutti gli avevano voltato la schiena, quando tutti cercavano di dimenticare quanto avevano approfittato del suo potere e della sua generosità.
Venne alla festa della classe 1940, semplice uomo comune, allora gli strinsi la mano, all’amico d’infanzia di mio marito, all’uomo che non contava più nulla, ma che aveva mantenuto l’amicizia per tutti i suoi compagni di scuola, sempre, anche quando era lontano da qui, ma non aveva dimenticato le proprie origini.

20 marzo

Te lo ricordi quel 20 marzo di trentacinque anni fa?

Era una domenica di sole, di quaresima, senza fiori e riso.
La gente che usciva dalla messa grande rimase sul sagrato e nella piazza a vedere noi che con parenti e amici riempivamo la chiesa.

Tu, lo scapolo impenitente, che se restavi una sera in casa chiamavano il dottore.
Io, la ragazza strana, recalcitrante a ogni approccio, con le valige sempre pronte a prender treni al volo.

Te la ricordi la faccia del prete?
In ventidue vollero firmare come testimoni a suggellare la nostra unione.

E le tue nipotine col vestito azzurro cielo come il mio, che m’ero cucito da sola e tu che mi guardavi.

Te lo ricordi quel valzer lento, a sera, ad aprir le danze?
C’impiegasti un anno ad insegnarlo a me, dura come un manico di scopa.

E i cugini nostri con gli amici che mentre danzavamo ci facevano intorno girotondo
e tuo padre e mia madre che ballavano in un angolo, allegramente.

 

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Quattordici giorni son trascorsi dalla tua strenua lotta, impari, straziante, disperata.

Anche tu sei lì, adesso, con Duilio, lui Alpino e Crocerossa e tu, Carrista e Avisino con la tua croce d’oro delle cento donazioni.

Ho tagliato i miei capelli, sembro un gatto spelacchiato, un carciofo squinternato.
Non li coloro più.
A giugno, 70 anni, avrò i capelli bianchi, come la neve dell’ottantacinque quando nostra figlia cresceva nel mio ventre.
Siam sole ora.

I tuoi limoni son carichi di frutti e presto fioriranno.
E’ primavera ormai, ma quanto gelo dentro.

Cyriels

Mi era sfuggito un bicchiere e anche una parolaccia, così, a mezza voce e, improvvisamente, il volto di Cyriels apparve nella memoria.

Era il 1972 quando conobbi Cyriels e la sua famiglia, ospiti nell’albergo in cui lavoravo, in Liguria.
Cyriels, con moglie e figlia, erano vicini di tavolo a Georg, con moglie e due figli.
Cyriels, belga, parlava solo fiammingo e francese, Georg, tedesco del Nord, parlava tedesco e inglese.
Si erano, stranamente, fatti simpatia, anche se non ci potevano essere due tipi più diversi.
Cyriels era piccolo di statura, rotondetto, sempre in movimento come un buffo gnomo ridanciano, dalla risata contagiosa, pronto allo scherzo e alla battuta.
Georg alto e allampanato, compassato come un prussiano, ligio all’etichetta, si divertiva, però, con piccoli giochi di prestigio molto apprezzati dai bambini.
Io ero entrata nel loro gruppo così eterogeneo, tramutando il francese di Cyriels nel tedesco di Georg e viceversa. Così, un po’ per gioco, un po’ per simpatia, nacque fra noi un affetto che durò negli anni, anche dopo che smisi di lavorare nel turismo.
La parolaccia che mi sfuggì, insieme con il bicchiere, era legata a una delle innumerevoli storielle che Cyriels raccontava spesso e che io traducevo, a volte con parecchio imbarazzo anche perché le sue storielle non erano sempre pudiche, anzi, grasse e decisamente scostumate.

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La storiella di Cyriels:

Molti anni fa, in un villaggio fiammingo del mio paese, un villaggio contadino che contava pochi abitanti, il fornaio del villaggio vinse, ad una lotteria, un viaggio premio a Parigi.
La felicità del poveretto si tramutò in ansia poiché non conosceva una parola di francese e non sapeva come avrebbe potuto affrontare il viaggio. Si confidò con il parroco che era la persona più istruita di sua conoscenza e questi gli spiegò che non era poi difficile parlare francese, bastava che lui rispondesse sempre “Oui” a ogni domanda gli venisse posta.
Gli amici gli sconsigliarono di condurre con sé la propria consorte: Parigi era la città delle belle donne, ti ci porti tua moglie? Forse che ti porti la birra se vai a Monaco per l’OktoberFest?
Accompagnato da tutti gli abitanti del paesello, salì sul treno per la sua avventura.
Arrivato a Parigi, scese dal treno e immediatamente un signore si rivolse a lui:
“Bagage Monsieur?” Il nostro amico rispose “Oui” e quel signore prese il suo bagaglio e lo accompagnò fuori dalla stazione, vicino a un taxi.
L’autista, caricò il bagaglio, aprì la portiera al nostro amico, lo fece sedere, si mise al volante e gli chiese:
“Hôtel, Monsieur?” la risposta, ovviamente, fu “Oui” e il taxi lo portò in centro scaricandolo davanti a un bell’albergo moderno, davanti al quale sostava un portiere che si avvicinò e chiese:
“Chambre, Monsieur”, “Oui”, rispose il nostro amico che fu accompagnato all’interno dell’albergo e poi in camera.
La camera era bellissima, molto confortevole, con una vista panoramica sulla città e sulla place de l’Ètoile. Il nostro amico, abbastanza stanco dal viaggio, ancora un po’ frastornato, sentì impellente il bisogno di scaricare le proprie viscere. Si guardò intorno, ma non riuscì a individuare la porta della sala da bagno (la quale era ricoperta della stessa tappezzeria delle pareti, scorrevole, e poco visibile a chi non fosse mai stato prima in un luogo così moderno).
Uscì nel corridoio, ma non c’erano bagni al piano, poiché tutte le stanze erano provviste di bagno privato.
Non sapendo a chi rivolgersi, a come farsi comprendere, né a che santo votarsi, rientrò in camera e decise di fare di necessità virtù: ricordò di avere con sé, in valigia, un resistente foglio da pacco e una corda, che si era portato per impacchettare dei souvenir da riportare a casa.
Prese il foglio, lo stese in terra, ci si accucciò sopra e si liberò del peso che aveva. Poi incartò bene il tutto, lo legò a dovere e uscì dall’albergo alla ricerca di un cestino in cui abbandonare l’ingombrante rifiuto.
Come in tutte le grandi città, non si riesce a trovare un cestino per i rifiuti nelle zone più frequentate e Parigi non fu da meno. Il poveretto si allontanò dal centro e incominciò a girovagare nelle viuzze un po’ più interne alla ricerca di un benedetto cestino. Ad un tratto sentì un vociare confuso e vide un assembramento di gente. Si avvicinò: molta gente vociava fuori da un negozio di macellaio e c’erano anche dei poliziotti. Incuriosito si avvicinò anche lui cercando di capire che cosa stesse succedendo. Un poliziotto lo apostrofò dicendogli:
“Vous avez acheté la viande ici?” Il malcapitato rispose “Oui”
“Venez donc, entrez!” ordinò il poliziotto e lo trascinò al banco del macellaio, sfilò il pacchetto da sotto il braccio del nostro amico e lo posò sulla bilancia: 800 grammi.
“Vous l’avez acheté par un kilo?” chiese il poliziotto e il nostro amico rispose “Oui”
Il macellaio urlò che lui non aveva mai visto quell’individuo prima d’allora, nacque un battibecco fra il poliziotto e il macellaio, il quale era stato contestato dagli acquirenti che si erano accorti che la bilancia era mal tarata.
Il macellaio, arrabbiato oltre ogni dire, prese un coltello, tagliò lo spago e aprì il pacco…sorpresa!
Nella confusione generale, il poliziotto caricò sul cellulare il nostro amico ancora più inebetito di prima, lo portò alla Gendarmerie e lo chiuse in gattabuia. Dopo qualche giorno, recuperati i bagagli e i documenti del nostro villico, lo misero sul treno con foglio di via e lo rispedirono al suo paesello.
La polizia locale, avvisata del rientro, informò parroco e familiari e il poveretto, arrivato alla stazione del suo villaggio, trovò tutto il paese ad attenderlo. Dopo baci e abbracci e domande da parte di tutti che volevano sapere che cosa fosse successo, il nostro amico raccontò:
“Parigi è bellissima. La gente è gentile, servizievole, gli alberghi sono stupendi.
Però, se non fai un chilo di m…a al giorno, ti schiaffano in galera”