Martedì

Piove, lentamente e quasi senza rumore.
Solo un ticchettio sommesso sulle foglie delle piante assetate.
Qualche sordo brontolio lontano, dietro le nuvole, là in alto.
L’odore della terra bagnata si mescola a un vago sentore di vaniglia, forse una vicina sta preparando una torta.

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mie foto

Sul sambuco, vicino alla scala di casa, la tortora protegge il suo ultimo nato. Non ho ancora sentito né visto le gazze, oggi. Loro si fermano sempre sull’ulivo dietro alla casa e fanno un baccano d’inferno quando il gatto dei vicini va a passeggiare sotto l’ulivo.
Forse le gazze hanno lì un loro nido e il gatto lo sa.

I merli si stanno beatamente bagnando nelle pozzanghere al centro della carreggiata della strada.

Una testa di c…o sta passando sulla strada con la musica a tutto volume e i finestrini dell’auto aperti, lentamente, spaventando merli, passerotti e tortore.
Che un fulmine lo colga, così non romperà più i timpani anche a noi tutti..

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Argiope fasciata

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Argiope fasciata
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L’ho visto questa mattina, tra i pomidoro. Questa è sicuramente una femmina, perché il mio libro dice che di questa specie, il maschio è intorno al mezzo centimetro, la femmina è circa un centimetro e mezzo. Ma questa è più grossa. Non ne avevo mai viste di così grosse.

Io non amo i ragni, anzi. Però questa non la tocco.
Ci starò attenta, girerò al largo, ma non la tocco: spero che si divori tutte le cimici che hanno invaso i pomidoro.

argiope con ragnatela rinforzata

In questa foto si vede bene il rinforzo della ragnatela  che serve al ragno per catturare prede come le cavallette.
I pomidoro che si vedono non sono dei datterini, ma dei cuore di bue.

Il convolvolo

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Oggi è una giornata plumbea e afosa, l’aria è immota, un cane abbaia monotono in lontananza.

Dalla finestra osservo il biancore delle corolle del convolvolo che sta colonizzando tutto lo spazio disponibile. Le corolle si aprono al mattino e accolgono api e farfalle che si nutrono del loro nettare.

Ormai il convolvolo ha occupato quasi tutto il frutteto, ma non si è arrampicato sul tronco degli alberi, ha invece invaso il terreno, serpeggiando e scorrendo in ogni direzione.
Federico non avrebbe mai permesso questa “devastazione”, ma io non riesco a distruggere questo tappeto fiorito che mi allarga il cuore solo al guardarlo.
Anche le piccole api mellifere mi sembrano felici e poi, oltre alle grandi bianche cavolaie ci sono moltissime farfalline azzurre con il retro delle ali di color nocciola screziato di scuro che vanno indisturbate di fiore in fiore. Beh, proprio indisturbate non sono: devono stare attente ai luì, i piccoli veloci uccelli che si cibano di ogni insetto su cui riescono a mettere il becco.

 

Il paradosso

Mistero nel profondo

dipinto olio su tela – mie opere

Il giornalista di cronaca Andrea Cittadini del “Giornale di Brescia” e corrispondente dell’Agenzia Ansa, ha subito una perquisizione nella sua abitazione, indetta dalla Questura cittadina, con sequestro di cellulare, tablet, computer e altri suoi strumenti di lavoro.

Motivazione: “per aver istigato e determinato ignoti pubblici ufficiali a violare i doveri di segretezza”.

Ora, o aveva in mano un mitra e una frusta a nove code e torturando  gli ignoti pubblici ufficiali ha estorto loro informazioni segrete e riservate, oppure li ha foraggiati con bustarelle consistenti, quindi i capi d’accusa dovevano essere un tantino diversi, oppure gli ignoti pubblici ufficiali erano solo gente di bocca larga che non vedevano l’ora di spifferare ai quattro venti ciò che sapevano, cosa che io credo sia la più veritiera.

Però, un però c’è.
A capo della Procura della nostra città c’è il dott. Tommaso Buonanno, trasferito da Lecco a Brescia cinque anni fa, il cui figlio è indagato per rapina a mano armata e altre quisquiliucce varie.
Oddio, non è che il padre abbia colpa se ha generato un figlio delinquente (sono solo le colpe dei padri che ricadono  sui figli e non il contrario).
Però, il padre, è stato a sua volta indagato per sequestro di persona per aver costretto il figlio, con l’aiuto delle forze dell’ordine, a entrare in una comunità per disintossicarsi dalla droga.

Il paradosso è proprio questo: Il Capoquestore è indagato e indagatore (ovvero a capo dell’accusa) nello stesso processo, essendo il titolare esclusivo dell’indagine in cui egli stesso è indagato.

E se la prende con un giornalista?

Domenico e Angelo

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mie foto

 

Sul nostro quotidiano provinciale, oggi, l’annuncio della morte di Domenico S.

Avevo 17 anni, nel 1965 quando frequentavo il mio primo anno di lingue straniere alla scuola per interpreti della nostra città.
Domenico S., commercialista e amico di famiglia, mi offrì di occuparmi del suo ufficio nell’unico pomeriggio che avevo libero dalla scuola, il giovedì.
L’ufficio era situato in un appartamento nel centro storico del nostro paesello e io mi portavo i libri di scuola. Dopo aver spalancato le finestre, spolverato e messo in ordine, mi sedevo a studiare aspettando le telefonate e le visite per prenotare gli incontri con il commercialista.
Il mio incarico era tutto lì, facile e poco faticoso. In cambio mi versava 2500 lire ogni giovedì, diecimila lire al mese con i quali mi pagavo l’abbonamento mensile del treno per recarmi a scuola in città e anche il cibo per le volte che non potevo tornare a casa a pranzo.

Domenico S. all’epoca aveva 35 anni, ma a me sembrava già vecchio.
Era anche un sindacalista, socialista di vecchio stampo, alla Turati per intenderci, colto e paziente, soprattutto con noi giovani durante le interminabili discussioni politiche in quegli anni che precedettero di poco il ’68.
Riusciva sempre a incanalare soprattutto la mia rabbia, l’odio non ancora sopito che mi portavo dentro contro il mondo degli adulti, la mia voglia di rivalsa.
Avessi avuto qualche anno di più mi sarei gettata a capofitto in una di quelle liste di giovani che lui riusciva a formare sotto le elezioni, anche se, purtroppo, non riuscivano mai a vincere, ma l’entusiasmo di noi ragazzi era davvero contagioso e credo che moltissimi di quelli della mia età se lo ricordino bene Domenico, la sua saggezza e la sua pacatezza, che riuscirono a dare una svolta a molti di noi, anche nella quotidianità della vita pratica e familiare.

Angelo B. lo conobbi più tardi, un autunno nel quale ero a casa in vacanza dal lavoro e mio padre aveva invitato ad una cena in famiglia i colleghi con i quali aveva partecipato all’assemblea nazionale dell’AVIS. Angelo si occupava di giornalismo e pubblicità per una TV locale.

Era un grande affabulatore dalla voce suadente, dolce, profonda. La sua passione viscerale e sconfinata per l’idea della donazione del sangue alla salvezza del prossimo era qualche cosa di magico, che gli illuminava gli occhi, gli traspariva dai pori della pelle.
Era anche direttore del giornale provinciale avisino “La Goccia” sul quale scriveva articoli di fondo così coinvolgenti da far venire i brividi per la loro cristallina bellezza.
Noi giovani si pendeva dalle sue labbra, appena maggiorenni si andava a iscriverci nelle file dell’AVIS, anche se io fui respinta per molti anni, finché non raggiunsi quei benedetti 50 chili di peso, obbligatori per l’iscrizione alla donazione.
Quando Federico ed io ci sposammo, scrisse la nostra storia sulle pagine del giornale, perché aveva saputo che per noi due “galeotto” fu proprio l’AVIS.

Dopo qualche anno, durante un’amichevole conversazione, Angelo mi raccontò che da giovanissimo, sedicenne, era stato convinto fascista, che aveva aderito alla repubblica di Salò e che alla fine della guerra, pur non avendo mai partecipato ad alcuna azione, aveva pagato la sua adesione con la galera, che queste vicende lo avevano portato a riflettere, a comprendere quanto la politica e la guerra lo avessero disgustato, perciò era così convinto che donare il proprio sangue a chi ne aveva bisogno fosse una cosa giusta.
Nessuno, a parte pochissimi intimi, era a conoscenza di questo suo passato. Non parlava mai di politica. Non accennava mai al passato, agli anni della sua gioventù. Per propria scelta non ebbe mai figli anche se si capiva quanto amasse i bambini e noi giovani e sua moglie lo sostenne sempre, amica e confidente, teneramente innamorata e complice in tutte le sue scelte.

Domenico S. Angelo B. così diversi eppure uguali nel lasciare impronte indelebili, Maestri di vita che hanno saputo trasmettere pensieri indimenticabili.

Un lunedì di luglio

 

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mie foto

Il temporale di questa notte mi ha svegliato con il suo fragore e la violenza degli scrosci.
Poi s’è fatto silenzio ed è finito tutto improvvisamente, così, com’era incominciato.

Non ci sono danni in giardino e nell’orto. Non dovrò irrigare, oggi, è bastata la pioggia.

I merli stanno scoprendo i primi chicchi di uva nera e credo abbiano capito che i lampi lanciati dai CD, appesi intorno alle viti, non sono pericolosi. Qualche chicco se lo stanno beatamente mangiando. Forse qualche grappolo rimarrà anche per noi.

Le gazze lanciano i loro striduli richiami e i merli si allontanano impauriti.

Dovrei essere felice di avere un orto-giardino così grande, uno dei più grandi del mio villaggio, con alberi alti e grossi e fiori e verdure e frutti. Invece mi pesa restare fuori e constatare quanto io sia incapace di occuparmene in modo degno. Senza contare gli innumerevoli insetti e animaletti che fanno danni oltre che pizzicare, pungere, mordere anche la sottoscritta.

Ritorno in casa e mi rannicchio sulla sua poltrona, come un criceto stanco.
Mi isolo dai rumori esterni, a cercare suoni più profondi, eco registrate nella memoria più intima.
Uno stringimento alla gola come un nodo che fa mancare il respiro.
E il cuore rallenta, finalmente, i suoi battiti.

Santi

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Pastello
mie opere

Sul “Lönare Bressà” di Giovanni Cherubini, l’Almanacco Bresciano di quest’anno, sono riportate storie, proverbi, tradizioni della nostra provincia, con numerose fotografie d’epoca e anche del tempo nel quale andavo a scuola in città ed era sindaco Bruno Boni, indimenticabile, indimenticato.

Ieri ho risentito, per caso, un vecchio detto, che i nostri vecchi spesso ripetevano ed è riportato anche nelle pagine dell’Almanacco:

“sanbüch, sangiót, sanguanì, sangarót, sanàer, sancüle,
iè sancc che ghè mia en Paradis e l’è inutil sta a pregai
perchè de grassie i ‘na mai fat e i ‘na farà mai”

E’ stato solo con l’aiuto del giornalista Massimo Lanzini del Giornale di Brescia, la cui rubrica
“Dialektika” si occupa del dialetto della nostra provincia, che sono riuscita a risalire alla traduzione di alcuni vocaboli che non erano nemmeno riportati nel vocabolario bresciano-italiano del Melchiori.

Qui sotto la traduzione in lingua corrente:

“sambuco, singhiozzo, corniolo, sangue guasto/malato, nausea, che vada a farsi fottere,
sono santi che non ci sono in Paradiso ed è inutile stare a pregarli
perché di miracoli non ne hanno mai fatti e mai ne faranno”