Ottobre 2020

Ormai fa freddo, ho acceso il riscaldamento quando la temperatura interna alla casa è scesa a 15 gradi. Nonostante i maglioni e il poncho era un po’ troppo bassa da sopportare.

Ho iniziato un altro quadro a olio, ma i tempi di questa tecnica sono molto più lunghi rispetto ad altre tecniche, così utilizzo i tempi morti per fare altro.

Come questo ricamo di 30 cm. di diametro.

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mie opere

Filo azzurro su tela bianca di cotone.
Azzurro come il colore del mio abito da sposa.
Azzurro come il bel cielo di questa nostra terra martoriata, quando le giornate sono serene.
Azzurro come lo sguardo di chi non è più qui.

Qui, al paesello, attualmente siamo in 103 di meno rispetto al 2019 e mancano ancora due mesi e mezzo alla fine dell’anno. Mai visti tanti decessi in un anno. Certo, non sono tutti morti per Covid, così sostengono le autorità. Ma sentire ogni giorno le sirene delle ambulanze fa riflettere.

Cosa racconterò

È stato inevitabile, in questi giorni in cui alcuni nubifragi hanno messo a dura prova anche noi, qui, al paesello, pensare ai cambiamenti del clima e ritornare indietro con la memoria a quando ero più giovane.

Una foto del Cervino, vista sul blog di Claudio
https://clamarcap.com/

confrontata con un’altra foto di cinquant’anni prima in cui il Cervino era splendente di ghiacci e neve mentre ora, in quello stesso periodo dell’anno, è solo una grande piramide grigia e spoglia, mi ha fatto ricordare di che cosa discutevamo noi giovani, allora, inascoltati dagli adulti che consideravano i nostri discorsi “una nuova moda”, anche se di cambiamenti climatici se ne parlava già dalla metà dell’ottocento.
Poi diventammo adulti anche noi e smettemmo di discutere, perché quando si diventa adulti c’è altro a cui pensare e i sogni e le utopie tornano nei cassetti che restano ben chiusi e si dimenticano gli slanci della gioventù: c’è da pensare al pane per la famiglia e non sempre si ha la possibilità, e il tempo, di scremare, di andare per il sottile.

Questa l’ho scritta esattamente cinquant’anni fa.

Cosa racconterò, fra quarant’anni,
ai figli di mia figlia?
Cosa racconterò?
Racconterò dei pettirossi,
nel giardino davanti a casa mia,
delle rose, dei passeri e del gatto
che, alla sera, mi faceva compagnia.
Come racconterò di grilli e di cicale
a loro, che le vedranno nei musei?
Racconterò di tanti secoli fa,
quando il sole non era ancora scuro
ed io portavo l’acqua del ruscello
alle rose bianche, arrampicate al muro.
Diranno: “È vero?
Nonna, dì, o è una fiaba?”
È una favola, sì, favola vera,
di un mondo tanto grande, tanto eterno, 
con piante che morivano in autunno
per rifiorire più belle a primavera.
C’erano uccelli, pesci, fiori colorati,
profumi, odori, palpiti di vita.
Quanto è bastato, quanto c’è voluto,
perché ci fosse un mondo di cose asessuate?
Un mondo enorme, a palla di biliardo,
dove impera la vita minerale,
un mondo condannato, già distrutto,
da una vorace guerra industriale.
In quanti modi ci stiamo distruggendo
noi, della generazione del progresso?

Io non avrò mai figli, mai nipoti,
cui raccontare la mia fiaba vera
quando, nel giardino davanti a casa mia,
fiorivano le rose a primavera.

Io non avrò mai figli, mai nipoti,
che chiedano il mistero della vita, a noi,
che stiamo distruggendo il mondo,
senza pensare al poi.

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beccofrusone
tecnica mista
mie opere

25 Novembre 2019

Dall’inizio del mese non ha fatto che piovere, tranne due giorni l’altra settimana e oggi, quando sembra che uno spiraglio di luce si stia insinuando fra il grigiore incombente.

Ero già triste di mio, il tempo mi ha resa sonnacchiosa, pigra, letargica. Anche il computer sembra essere andato in letargo, si è impigrito, forse perché mi sono dimenticata di aprirlo per parecchi giorni e ora ronfa in modo gattesco, come se volesse essere lasciato in pace.

Ho letto parecchio, anche ad alta voce, perché mi sono accorta che in questa mia libera solitudine eremitica le corde vocali, usate solo per mandare al diavolo i pochi call center che mi contattano, si stanno arrugginendo e gracchiano quando parlo. Farò anche gorgheggi e solfeggi per mantenerle elastiche.

Ho trascorso qualche ora sollazzandomi con il disegno e la pittura. Ho dipinto farfalle sulla carta ricavata dalle bustine da tea, precedentemente svuotate. È una carta speciale, setosa, impalpabile. Fantastico dipingervi sopra delle miniature, ma ho usato solo pastelli, non ho osato bagnarla con gli acquerelli o gli inchiostri.

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mie opere
Ingrandire l’immagine per vederne i dettagli

Alla sera, l’uncinetto mi ha tenuto compagnia: sto eseguendo un grande centro a filet, interminabile come la tela di Penelope. Infatti, ogni tanto devo disfarne un pezzo quando mi accorgo di non avere seguito lo schema ma di essermene andata avanti, per la tangente, seguendo il corso dei miei pigri pensieri.

Ho notato che ultimamente si sono aggiornate alcune applicazioni sia sullo smartphone che sul computer. Non mi piacciono i cambiamenti, sono troppo vecchia per dovermi sempre aggiornare: non appena ho imparato a gestire una cosa ecco che viene modificata e devo resettare il mio cervello perché vi si adatti.

Stamane, sono uscita all’alba per recarmi, a piedi, al centro prelievi analisi che dista 800 metri da casa. Qualche goccia cadeva ancora, ma non era necessario aprire l’ombrello, sembrava di passare fra una goccia e l’altra, sentendosene sfiorare appena. Il passo slanciato, respirare a pieni polmoni, il battito in sintonia con passo e respiro…

Se oggi un po’ di sole si fa vedere, aprirò la porta della cantina della casa vecchia: l’acqua che era entrata è defluita, non c’è più la piscina che si era formata con la forte pioggia della settimana scorsa, forse si asciugherà anche il pavimento.

Biblioteca improbabile

 

donna che ride

Disegno a pastello su carta colorata – mie opere

 

Giornata autunnale ieri, uggiosa, umida, grigia.
Finestre chiuse, il tepore del primo golfino di lana, leggero, avvolgente e i calzerotti a scaldare i piedi.

Voglia di far niente, vagavo un po’ assonnata per le stanze quiete, cercavo un libro da leggere, che fosse divertente, allegro.
Guardando i titoli nella libreria e gli autori, m’è venuta in mente un’improbabile lista di titoli, da aggiungere a quelli che già ho:

Twain: Trattato sui baffi d’autore
Alighieri: Poema su scale salate
Boccaccio: Smorfie esilaranti
Calvino: Rimedi contro la perdita dei capelli
Hemingway: Come prendere i tori per le corna
Manzoni: Gli eterni fidanzati (vergini).
Zola: Ho accusato, l’hanno assolto
Verne: Dal fondo del mare alla luna in 80 giorni
Simenon: Maigret non trova la pipa
Shakespeare: D’inverno non sogno.
Cesare: La Gallia prima di tutto
Gadda: Ancora pasticci?
Montale: Ricette con seppie disossate
Brontë: Tempeste nella vallata
Christie: Ammazzo la noia
Gardner: Angelici avvocati
Poe: Come allevare corvi e gatti neri
Bacchelli: Non c’è più farina in Padania
Diacono: Odio i Franchi, ma non posso scriverlo
Orwell: Basta campagna
Balzac: Le Lys…un soldo per ogni parola
Baudelaire: In giardino sto male
……….

Qualcuno ha titoli da aggiungere?

 

Pioggia di fine estate

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pastello e acquerello
mie opere

 

Piove da ieri sera.
Piove quietamente, senza troppo rumore, non c’è vento, qualche brontolio lontano, sopra le nuvole.
Sembra la prima giornata di autunno, anche se il calendario dice altro, una giornata di autunno come non se ne vedevano da anni, senza gli sconquassi, le secchiate d’acqua, il vento che strappa i rami dagli alberi, rovescia tutto ciò che trova sul suo cammino…una giornata d’autunno che mi ricorda i primi giorni di scuola quando ero bambina e la scuola iniziava il primo giorno di ottobre.

Pare ci sia un nuovo governo: ho altro a cui pensare.

Questo 2019, e non è ancora finito, è un anno da dimenticare.
Eventi dolorosi: cinque incidenti più o meno gravi che hanno coinvolto membri della nostra famiglia e i due malati di cancro, soprattutto quel ragazzino di sedici anni che, anche se se la caverà, vedrà tutta la sua vita sconvolta, non potrà fare il lavoro al quale si stava preparando e poi i morti, soprattutto l’ultimo, ventisettenne, appena tornato dal viaggio di nozze e, infine, la Boehringer che ha deciso di non produrre più uno dei farmaci salvavita che anche io assumo. Ci sono voluti due lunghi anni per arrivare a questa mia cura, ora si ricomincia da capo, sperando di trovare un farmaco sostitutivo, adatto a combinarsi con gli altri quattro. Penso a quei malati che sono più gravi di me…

Non riesco nemmeno ad essere arrabbiata, addolorata, non ho più nemmeno voglia di ribellarmi a tutto questo, in fin dei conti a 71 anni ci sono arrivata, dalla vita ho avuto tutto quello che volevo, forse ho avuto solo piccoli desideri e piccole ambizioni, ma non ho rimpianti e nemmeno rimorsi.

La Sanità della nostra Regione dice che le “polmoniti anomale” iniziate un anno fa, non sono un’epidemia e ha chiuso il caso: più di mille ricoverati, 78 morti, le autoambulanze passano tutti i giorni e ci sono casi dilaganti in tutta la pianura padana, mio marito ne è morto come un mio vicino di casa, mio cognato ne è uscito per il rotto della cuffia e con danni permanenti, incontro gente che è stata curata a casa e ha avuto ricadute, ma non fanno testo e non rientrano nelle statistiche.

Lunedì verranno gli operai a mettermi in ordine il giardino, ridotto a un brolo incolto e selvaggio, ha bisogno di una bella pulizia drastica e duratura.

Penso alle farfalle, così belle: ieri erano bruchi, come farfalle vivranno solo pochi giorni.

Autunno nel mio giardino

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mie foto

Abbiamo ricoverato i limoni, il cedro e la clementina, tutti i fiori: fucsie, clivie e plumbago ancora tutti fioriti, orchidee, gerani, piante grasse, e altri vasi, nelle serre che li proteggeranno durante l’inverno.

Dovremo raccogliere i frutti dei kiwi prima del gelo. Le altre piante da frutto stanno perdendo le foglie che si ammassano ai piedi degli alberi e ne fanno da pacciamatura. Il vento ha sradicato la vecchia pianta di pere cotogne e l’anno venturo non farò più la gelatina con i suoi frutti.

Quest’anno tutta la frutta è stata danneggiata dagli uccelli, dagli insetti e da malattie fungine. Un anno disastroso. Come se il giardino si fosse ribellato alla sua assenza, al fatto che non ci fosse più lui a curarlo. Anche le rose hanno fatto sciopero, una fioritura misera e stentata.

I limoni maturati in autunno sono in una cassetta e serviranno per l’inverno.

Piove, oggi. Una pioggerella sottile, lenta, leggermente ghiacciata. Sa più di marzo che di novembre, anche se ha un leggero odore di neve, di una neve lontana, forse sulle Prealpi che, in certe giornate di sole limpide e terse come cristalli, si intravedono all’orizzonte, leggermente ondulate e di un chiaro azzurro, appena più scuro del cielo.

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mie foto

Ottobre

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foglia d’acero
pastello acquarellato (dal vero)
mie opere

Quando ero bambina la scuola finiva il 30 giugno e ricominciava il 1° ottobre.
Il primo giorno di ottobre, all’epoca, era dedicato a San Remigio e gli scolari che frequentavano la prima elementare venivano chiamati “remigini”.

Indossavamo grembiulini neri con i colletti bianchi e un fiocco tratteneva il colletto bianco che doveva essere sempre pulito e ben stirato. Anche i capelli, per noi bambine, erano raccolti con mollette o nastri per chi aveva i capelli corti, oppure in trecce o codini, code di cavallo per chi li aveva lunghi. I maschietti aveano i capelli corti e la scriminatura.

Frequentavamo la scuola a tempo pieno: dalle 9 alle 12 e dalle 14 alle 16 sei giorni la settimana, ma il giovedì si andava a scuola solo al mattino.
Sono entrata in Istituto all’inizio della seconda elementare. La prima l’ho frequentata in una frazione del paese dove abitavo e la scuola distava quattro chilometri dalla fattoria del nonno.
Ho ricordi vaghi di quell’epoca.
La lunga camminata per i sentieri che attraversavano i campi, il gruppetto di scolari che si ingrossava man mano che ci avvicinavamo alla scuola, i più grandi che aiutavano i più piccoli in difficoltà, la cartella che conteneva l’astuccio di legno con una penna, un paio di pennini di riserva, una matita, una gomma per cancellare, il temperino e il dischetto di panno lenci a salvaguardia del pennino, una mela, o del pane con del companatico, un quaderno a righe, uno a quadretti, il piccolo libro di lettura e un sussidiario, la preziosa carta assorbente.
L’inchiostro, per fortuna, non lo trasportavamo, lo avevamo a scuola e anche a casa.
Ricordo la stufa a legna che riscaldava la classe d’inverno e la refezione scolastica: una scodella di zuppa, di minestra, per i bambini che non potevano tornare a casa per pranzo, perché abitavano troppo lontano.

Non ricordo gli insegnanti e nemmeno i compagni di quell’anno.
Ricordo solo che a primavera, non avevo ancora compiuto 7 anni, ad aprile feci la Prima Comunione e a maggio anche la Cresima. Ero talmente piccola e bassa di statura che non riuscivo ad arrivare alla balaustra dell’altare e dovettero prendermi in braccio.
Che cosa fossi stata in grado di capire di quelle cerimonie è ancora oggi un mistero.

Setèmber

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mie opere
acquerello dal vero.

Setèmber el va a scöla
en prima elementàr
col bigarì célèst
tajàt nel ciel seré
e sübit el prim dé
e töcc i dé de piö
el tóca i gra de l’ùa
co la matita blö.

Settembre va a scuola, in prima elementare, con il grembiulino azzurro tagliato nel cielo sereno e subito il primo giorno e tutti i giorni di più tocca i grani dell’uva con la matita blu.

Poesia di Elena Alberti Nulli, poetessa bresciana.

Settembre

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vite americana in autunno
mie foto

Quando ero giovane e lavoravo via da casa, settembre era il mese in cui incominciavo a sentire la frenesia della fine della stagione.
Quando lavoravo in montagna, tornavo a casa prima della metà del mese. Le prime nevicate erano cadute e si tornava a indossare maglioni e giubbotti pesanti, ma a casa avrei trovato ancora del bel tempo e qualche grappolo d’uva dimenticato dalla vendemmia.

Se invece lavoravo al mare, settembre, di solito, aveva ancora giornate di bel tempo, di aria tiepida di giorno e alla sera bastava indossare un maglione leggero.
Di solito il mese di settembre era riservato ai gruppi organizzati che rimanevano dieci, a volte quindici giorni. Persone anziane, per la maggior parte straniere, abituate a questo tipo di villeggiatura.
Bastava avere un po’ di pazienza, farle sentire coccolate e al centro dell’attenzione, un occhio particolare alle loro diete, ai loro medicinali, il medico a portata di voce giorno e notte per non trascurare anche i piccoli sintomi di persone che, comunque, di solito avevano più di una patologia.

Bisognava fare attenzione alle piccole antipatie che si creavano fra alcune persone, come spesso accade in questi gruppi e saperle gestire, smorzandole, prevenendole con una distribuzione oculata sia dei posti a tavola che delle camere e saperle ascoltare, perché l’anziano ha spesso voglia di raccontare, di raccontarsi.

Verso la fine del mese la clientela diminuiva e si limitava a viaggiatori che si fermavano per una notte, di passaggio verso la frontiera.
Nella prima decade di ottobre lavoravamo alla chiusura dei locali: pulizie, inventari, riporre tutto il materiale che andava controllato e conservato con cura durante la chiusura dell’albergo.
Era la fine di una stagione iniziata a febbraio con i lavori di apertura e il peso della stagione, durata quasi otto mesi, senza mai un giorno di riposo, si faceva sentire.
Io pregustavo il mio ritorno a casa, alla tranquillità, al riposo, al silenzio, a tutte quelle piccole cose che non avevo potuto fare nei mesi di lavoro: dipingere, cucire, ricamare, cucinare…

Ancora oggi, quando settembre incomincia a colorire le foglie degli alberi del nostro giardino, io sento il bisogno di raccogliermi, di progettare di nuovo, come se la mia quotidianità iniziasse con questa stagione che ha colori caldi e profumi dolci che mi ricordano l’infanzia nella fattoria dei nonni, in questa nostra stupenda campagna che avevo nel cuore ogni volta che ero lontana.