Autunno nel mio giardino

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Abbiamo ricoverato i limoni, il cedro e la clementina, tutti i fiori: fucsie, clivie e plumbago ancora tutti fioriti, orchidee, gerani, piante grasse, e altri vasi, nelle serre che li proteggeranno durante l’inverno.

Dovremo raccogliere i frutti dei kiwi prima del gelo. Le altre piante da frutto stanno perdendo le foglie che si ammassano ai piedi degli alberi e ne fanno da pacciamatura. Il vento ha sradicato la vecchia pianta di pere cotogne e l’anno venturo non farò più la gelatina con i suoi frutti.

Quest’anno tutta la frutta è stata danneggiata dagli uccelli, dagli insetti e da malattie fungine. Un anno disastroso. Come se il giardino si fosse ribellato alla sua assenza, al fatto che non ci fosse più lui a curarlo. Anche le rose hanno fatto sciopero, una fioritura misera e stentata.

I limoni maturati in autunno sono in una cassetta e serviranno per l’inverno.

Piove, oggi. Una pioggerella sottile, lenta, leggermente ghiacciata. Sa più di marzo che di novembre, anche se ha un leggero odore di neve, di una neve lontana, forse sulle Prealpi che, in certe giornate di sole limpide e terse come cristalli, si intravedono all’orizzonte, leggermente ondulate e di un chiaro azzurro, appena più scuro del cielo.

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Ottobre

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foglia d’acero
pastello acquarellato (dal vero)
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Quando ero bambina la scuola finiva il 30 giugno e ricominciava il 1° ottobre.
Il primo giorno di ottobre, all’epoca, era dedicato a San Remigio e gli scolari che frequentavano la prima elementare venivano chiamati “remigini”.

Indossavamo grembiulini neri con i colletti bianchi e un fiocco tratteneva il colletto bianco che doveva essere sempre pulito e ben stirato. Anche i capelli, per noi bambine, erano raccolti con mollette o nastri per chi aveva i capelli corti, oppure in trecce o codini, code di cavallo per chi li aveva lunghi. I maschietti aveano i capelli corti e la scriminatura.

Frequentavamo la scuola a tempo pieno: dalle 9 alle 12 e dalle 14 alle 16 sei giorni la settimana, ma il giovedì si andava a scuola solo al mattino.
Sono entrata in Istituto all’inizio della seconda elementare. La prima l’ho frequentata in una frazione del paese dove abitavo e la scuola distava quattro chilometri dalla fattoria del nonno.
Ho ricordi vaghi di quell’epoca.
La lunga camminata per i sentieri che attraversavano i campi, il gruppetto di scolari che si ingrossava man mano che ci avvicinavamo alla scuola, i più grandi che aiutavano i più piccoli in difficoltà, la cartella che conteneva l’astuccio di legno con una penna, un paio di pennini di riserva, una matita, una gomma per cancellare, il temperino e il dischetto di panno lenci a salvaguardia del pennino, una mela, o del pane con del companatico, un quaderno a righe, uno a quadretti, il piccolo libro di lettura e un sussidiario, la preziosa carta assorbente.
L’inchiostro, per fortuna, non lo trasportavamo, lo avevamo a scuola e anche a casa.
Ricordo la stufa a legna che riscaldava la classe d’inverno e la refezione scolastica: una scodella di zuppa, di minestra, per i bambini che non potevano tornare a casa per pranzo, perché abitavano troppo lontano.

Non ricordo gli insegnanti e nemmeno i compagni di quell’anno.
Ricordo solo che a primavera, non avevo ancora compiuto 7 anni, ad aprile feci la Prima Comunione e a maggio anche la Cresima. Ero talmente piccola e bassa di statura che non riuscivo ad arrivare alla balaustra dell’altare e dovettero prendermi in braccio.
Che cosa fossi stata in grado di capire di quelle cerimonie è ancora oggi un mistero.

Setèmber

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mie opere
acquerello dal vero.

Setèmber el va a scöla
en prima elementàr
col bigarì célèst
tajàt nel ciel seré
e sübit el prim dé
e töcc i dé de piö
el tóca i gra de l’ùa
co la matita blö.

Settembre va a scuola, in prima elementare, con il grembiulino azzurro tagliato nel cielo sereno e subito il primo giorno e tutti i giorni di più tocca i grani dell’uva con la matita blu.

Poesia di Elena Alberti Nulli, poetessa bresciana.

Settembre

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vite americana in autunno
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Quando ero giovane e lavoravo via da casa, settembre era il mese in cui incominciavo a sentire la frenesia della fine della stagione.
Quando lavoravo in montagna, tornavo a casa prima della metà del mese. Le prime nevicate erano cadute e si tornava a indossare maglioni e giubbotti pesanti, ma a casa avrei trovato ancora del bel tempo e qualche grappolo d’uva dimenticato dalla vendemmia.

Se invece lavoravo al mare, settembre, di solito, aveva ancora giornate di bel tempo, di aria tiepida di giorno e alla sera bastava indossare un maglione leggero.
Di solito il mese di settembre era riservato ai gruppi organizzati che rimanevano dieci, a volte quindici giorni. Persone anziane, per la maggior parte straniere, abituate a questo tipo di villeggiatura.
Bastava avere un po’ di pazienza, farle sentire coccolate e al centro dell’attenzione, un occhio particolare alle loro diete, ai loro medicinali, il medico a portata di voce giorno e notte per non trascurare anche i piccoli sintomi di persone che, comunque, di solito avevano più di una patologia.

Bisognava fare attenzione alle piccole antipatie che si creavano fra alcune persone, come spesso accade in questi gruppi e saperle gestire, smorzandole, prevenendole con una distribuzione oculata sia dei posti a tavola che delle camere e saperle ascoltare, perché l’anziano ha spesso voglia di raccontare, di raccontarsi.

Verso la fine del mese la clientela diminuiva e si limitava a viaggiatori che si fermavano per una notte, di passaggio verso la frontiera.
Nella prima decade di ottobre lavoravamo alla chiusura dei locali: pulizie, inventari, riporre tutto il materiale che andava controllato e conservato con cura durante la chiusura dell’albergo.
Era la fine di una stagione iniziata a febbraio con i lavori di apertura e il peso della stagione, durata quasi otto mesi, senza mai un giorno di riposo, si faceva sentire.
Io pregustavo il mio ritorno a casa, alla tranquillità, al riposo, al silenzio, a tutte quelle piccole cose che non avevo potuto fare nei mesi di lavoro: dipingere, cucire, ricamare, cucinare…

Ancora oggi, quando settembre incomincia a colorire le foglie degli alberi del nostro giardino, io sento il bisogno di raccogliermi, di progettare di nuovo, come se la mia quotidianità iniziasse con questa stagione che ha colori caldi e profumi dolci che mi ricordano l’infanzia nella fattoria dei nonni, in questa nostra stupenda campagna che avevo nel cuore ogni volta che ero lontana.

Galbéder

Gh’è turnàt el galbéder (è tornato il rigogolo).

Come l’anno scorso, il bellissimo rigogolo è tornato a fare scorpacciata di fichi del vecchio albero che è posto proprio davanti all’uscio di casa nostra.
E’ proprio per questo che non sono riuscita a fotografarlo, perciò ne ho fatto un disegno, tanto per far vedere quanto bello è: tutto giallo brillante con le penne delle ali nere e un po’ di nero anche sulla coda.

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In dialetto lo chiamano galbéder, i più istruiti lo chiamano galbàla.

I rigogoli sono uccelli tropicali, ma questo (Oriolus oriolus) vive qui da noi, nei nostri boschi di montagna in estate e al sud in inverno.
Durante le sue migrazioni si ferma a rifocillarsi nelle nostre zone, assaggiando le nostre ciliegie in primavera, i nostri fichi, uva, more, lamponi, bacche di sambuco nero e di bagolaro, alla fine dell’estate.

Ricordo che quando ero piccola ce n’erano molti di più e in autunno venivano cacciati nei vigneti, insieme a stornelli, tordi e altri uccelli che depredavano i grappoli d’uva, fornivano così gustose padellate di succosi bocconcini a variare la dieta dei nostri contadini.

Ora la caccia al rigogolo è proibita e posso godermene la vista quando scaccia le vespe dal fico per mangiare in santa pace i nostri dolcissimi fichi neri, poi svolazza in giro lanciando il suo richiamo con un fischio acuto ben modulato. E’ quasi grosso come un merlo, ma si ciba solo di frutta.

Il fungo

Da una delle finestre della cucina osservavo un grosso merlo che saltellava circospetto intorno a “qualcosa” che la mia miopia non mi permetteva di mettere a fuoco.
Ho inforcato gli occhiali e ho visto che il “qualcosa” altro non era che un grosso fungo.
Un fungo strano e solitario, molto diverso dai soliti “chiodini” che ogni autunno nascono ai piedi dei ceppi tagliati delle nostre povere piante morte. Quest’anno, infatti, sono morte tre piante di mele e una di pesche. Ma i funghi li abbiamo raccolti sui resti del vecchio noce, dei poveri melograni morti anni fa e vicino a qualche vite defunta.

Questo fungo invece era poco lontano dall’ulivo giovane, forte e vigoroso che mio fratello mi ha portato, diversi anni fa, dalle colline del Garda.
Sono uscita e sono andata a raccogliere il fungo, bello e profumato, per la verità.

amanitopsis

Amanitopsis
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Ho riconosciuto subito il genere Amanita.
Ricordo quando, ragazzina, raccoglievo in montagna le amanite cesaree, favolose in insalata, ammiravo le amanite muscarie, mi tenevo alla larga dall’amanita phalloide, ma questo tipo di amanita era la prima volta che lo vedevo.
Una piccola ricerca, prima sui vari manuali dei funghi che possiedo, poi in internet, mi ha confermato il genere Amanitopsis, che sia una vaginata, una magnivolvata o una pachyvolvata questo non so dirlo, so che non la mangerò, anche se qualcuno afferma che, essendo un’amanita senza anello, è velenosa da cruda ma si può mangiare previa adeguata cottura.