Una spolverata di neve

Questa sera sta ancora nevicando, è tutto bianco.
Io la neve la odio:
troppo bianca, troppo fredda, troppo umida e ho ancora brutti ricordi di una valanga quando lavoravo in montagna.

https://undentedileone.files.wordpress.com/2017/12/una-spolverata-di-neve.jpg

mie foto

Eppure, da quando ha iniziato a nevicare, mi frulla in mente il ricordo di una canzoncina che ci avevano insegnato in Istituto, quando ero bambina, sulle parole della poesia

“Orfano” di Giovanni Pascoli:

Lenta la neve fiocca, fiocca, fiocca.
Senti: una zana dondola piano piano.
Un bimbo piange, il piccol dito in bocca;
Canta una vecchia, il mento sulla mano.
La vecchia canta: intorno al tuo lettino
C’è rose e gigli, tutto un bel giardino.
Nel bel giardino il bimbo si addormenta
La neve fiocca lenta, lenta, lenta.

 

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14 pensieri su “Una spolverata di neve

  1. Prova a chiedere a qualcuno cosa voglia dire quel: zana!!!!!
    Ahhahahah, sfida da 1 milione di dollari se qualcuno saprà dirtelo!!
    Questione di differenza di generazioni…
    Sì, anch’io la neve la detesto, qui a Milano, un attimo dopo è poltiglia, sdrucciolate e pronti soccorsi… blocchi di traffico…
    Lasciamola a Cortina o a Bormio…

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    • Andranno a vedere in Wiki, forse qualcuno ha aggiornato i lemmi.
      Già, mi rimprovera sempre mia figlia perché uso termini vetusti, obsoleti, ma io amo le parole desuete, di un tempo lontano, anche per non annoiarmi con il gergo attuale.
      Quel 22 dicembre del 1980, dopo 3 giorni di bufera e tormenta, la neve al passo si era ammassata fino ai secondi piani delle case. Gli alpini della brigata Orobica vennero a spalare la neve anche dai tetti, a portare in salvo la gente bloccata nelle case. Avevo fatto transennare tutte le vetrate dell’albergo, per paura che la neve irrompesse dentro, spaccando tutto. Verso le dieci del mattino, un boato: dal ghiacciaio, una tromba d’aria, scavalcando tutti i paravalanghe, scaraventò al piano una massa enorme di neve. Uffici e bar della seggiovia furono spazzati via, come pure i gatti delle nevi che stavano preparando le piste da sci. Ci furono morti e feriti, alberi sradicati a centinaia che bloccarono le strade. I feriti furono trasportati con i toboga a valle. Me lo sogno ancora di notte, dopo tanti anni, quel disastro e la neve che aveva coperto tutto, scale esterne, terrazze, auto, non si capiva più dove si mettevano i piedi e si aveva paura di sprofondare in quel biancore gelido che superava i due metri e mezzo e i candelotti di ghiaccio che pendevano enormi dalle grondaie e ogni tanto si schiantavano al suolo, con fragore, e pensavi che se ci fossi stato sotto ti avrebbero trapassato come una enorme spada di Damocle.
      Sì, la odio ancora la neve, anche quella di qui, in pianura, che si trasforma in sporca, inutile fanghiglia.

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    • E’ impressa indelebilmente nei miei ricordi.
      Fu anche l’ultima mia stagione di lavoro alberghiero e decisi di cambiare mestiere.
      Poi, a maggio, conobbi mio marito e scelsi la libera professione della casalinga.

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