Al mè giardin

tre margherite

mie foto

 

Poesia di Luigi Giovetti (mantovano)

Ma s’l’è bèl al giardin

in Primavera.

A gh’è do ròșe

a gh’è trè margarite

a quàtar viòle;

a gh’è al pin

ch’ho piantà dòpo al Nadal

a gh’è ‘na pianta ad pom

ch’ho mai magnà.

Chi è ch’ha dit

che ‘l giardin

ch’a gh’è davșin

l’è püsè bèl?

A l’è on balòs,

l’è mia vera,

l’è sol pü gròs.

Traduzione in linguaggio corrente:

Ma come è bello il giardino

in Primavera.

Ci sono due rose

ci sono tre margherite

e quattro viole;

c’è il pino

che ho piantato dopo Natale

e c’è una pianta di mele

che non ho mai mangiato.

Chi è che ha detto

che il giardino

che c’è qui vicino

è più bello?

E’ uno sciocco,

non è vero,

è solo più grosso.

Millenovecentosettantré

 

Malghes - disegno a punta d'argento, di Neda

Malghes – disegno a punta d’argento,
mie opere

Ritorneremo un giorno, forse,
a coltivar la terra,
come i nonni dei nostri nonni?
Ho paura di vivere, io, domani,
ho paura, sì. Eppure
non è lontano il tempo della terra,
ma lo ritroveremo ancora?

Avvolto in un bel cellophane,
inodoro, asettico, sterile,
chimicamente reso improduttivo,
il bel campo del nonno,
quello dietro al vigneto,
dove c’era seminato il saraceno,
chissà se si ricorda ancora
l’odore dello strame.

E le api?
Il miele mangiavam d’inverno,
solido, granuloso e dolce
sul pane riscaldato sulla piastra
della stufa vecchia.
Nonna sbatteva il burro
nel fiasco verde, senza paglia.

Io…io non capivo
la fatica e il freddo,
l’acqua sul frumento a primavera,
l’urla del maiale
quando lo scannavano sull’aia.
Io non capivo.

Poi, al saraceno sostituirono ferriere,
anidride solforosa all’acqua marzolina,
al grano, la termonucleare.
C’era il vigneto a pergola
e l’ape sulla lavanda,
ora c’è un maglificio.

La vacca rossa, la Bionda,
non c’è più, forse è morta di vecchiaia
e riposa, chissà, nel paradiso delle bestie:
noi abbiamo l’automobile.

M’adatto, tra la tranquillità e l’idiozia.
Forse son ottimista
se penso che torneremo, un giorno,
a coltivar la terra
come i nonni dei nostri nonni,
o, forse, non capisco ancora.

28 novembre 1973.

Il nostro mondo

 

guscio-di-cavalletta

Guscio di cavalletta
acquerello
mie opere

E’ morta la speranza
per questo nostro mondo?
Così poco fecondo
ormai, perché brutalizzato
da odi, da rancori,
da guerre e distruzioni,
da insaziabili egoismi
dei pochi affamatori
dei molti, indeboliti
da lunghe privazioni.

E’ morta la speranza
di un mondo un po’ più onesto?
Di un mondo più pulito,
un po’ meno egoista,
un poco più addolcito
d’amorevole rispetto
per tutte le creature.

E’ stupido scordare
quanto la vita è breve.

E’ stupido scordare
di quale razza siamo:
siamo di razza umana,
ormai da antica data,
siamo di razza umana,
lo siamo, niente di più.

Aimé Césaire e la négritude

aime-cesaire

foto presa dal web

…ma négritude n’est pas une pierre, sa surdité ruée contre la clameur du jour
ma négritude n’est pas une taie d’eau morte sur l’œil mort de la terre
ma négritude n’est ni une tour ni une cathédrale

elle plonge dans la chair rouge du sol
elle plonge dans la chair ardente du ciel
elle troue l’accablement opaque de sa droite patience.

…la mia negritude non è una pietra, la sua sordità scagliata contro il clamore del giorno
la mia negritude non è una macchia d’acqua morta sopra l’occhio morto della terra
la mia negritude non è né torre né cattedrale

si tuffa nella carne rossa del sole
si tuffa nella carne ardente del cielo
perfora l’abbattimento opaco della sua diritta pazienza.

(da Cahier d’un retour au pays natal – di Aimé Césaire)

Avevo vent’anni, nel 1968, quando lessi le poesie di Césaire per la prima volta. La négritude era un movimento culturale che riguardava gli intellettuali, poeti, politici e scrittori francofoni-africani. Césaire era nato nella Martinica, ma compì in Francia i propri studi e visse in quel paese anche le sue prime esperienze politiche.

Mi è tornato alla memoria Césaire, pochi giorni fa, leggendo i commenti che vengono fatti sull’uso di alcune parole che in passato non davano adito ad alcuna recriminazione. Sembra che oggi si sia diventati tutti un po’ troppo suscettibili, si abbia paura di essere tacciati di razzismo, non si sia politically correct, qualunque cosa questo lemma significhi, come se la differenza fra “negro” e “nero” potesse modificare un concetto, un sentimento radicato nel profondo.

Non è una lettera in meno nell’aggettivo che cambia la sostanza.

Indipendentemente da come siamo abituati ad esprimerci, ciò che cambia è come noi ci consideriamo e come consideriamo gli altri.
Ed è strano come noi, esseri umani, facciamo fatica a considerarci tutti appartenenti alla stessa razza, quella umana, appunto.

Dedicato a un buongustaio

Su un letto di cipolla ben tritata
e d’aglio ben schiacciato,
il tutto rosolato in burro e olio EVO,
disponi le costine di maiale,
che sian di porco giovane s’intende,
tenere, cicciose e succulente.
Aggiungi quindi pezzi di coniglio,
non rompere le ossa raccomando,
taglialo alle giunture, attentamente.
Rosola quindi tutto a fuoco vivo,
sfuma con buon vino bianco e secco,
evaporato, sala, trita un po’ di pepe,
un po’ di dolce paprica cospargi,
abbonda poi di salvia e rosmarino
‘ché il buon profumo espanda dappertutto
e fuor dalla finestra, chi passa per la via,
s’en vada a spasso con l’acquolina in bocca.
Il tutto cuoci a lungo a fuoco basso.

Con la gentile tenera insalata
e solare polenta accompagnato
gustalo con calma, senza fretta,
di rosso un buon bicchiere,
abboccato, leggero, un po’ fruttato:
sarà una festa per il tuo palato.

coniglio-a-meta-cottura

coniglio a metà cottura
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