Uccelletto

Stamane sono stata svegliata da un cinguettio, anzi un pigolio insistente:
un uccellino, forse un Luì piccolo, su un ramo fuori dalla finestra e mi è tornata in mente una poesia di Arturo Graf, studiata tanti e tanti anni fa.

 

 Uccelletto

 In cima a un’antica pianta
nel roseo ciel del mattino,
un uccelletto piccino
(oh, come piccino!) canta.
Canta? Non canta: cinguetta.
Povera, piccola gola,
ha in tutto una nota sola,
e quella ancora imperfetta.
Perché cinguetta? Che cosa
lo fa parer sì giulivo?
S’allegra d’esser vivo
in quella luce di rosa.

Luì piccolo

immagine dal libro
“Uccelli dei giardini”
di John Wright

 

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Notte d’inizio estate

Danza di peonie sul mare di notte

Acquerello
mie opere

 

Azzurro l’alito fresco, lieve
come il respiro d’un bimbo
che dorme sereno.
Uno zefiro arcano, incantato,
avvolge la notte silente.
Tenue un barlume di luna
si specchia sull’onda tranquilla.
Volteggiano ninfe fatate
nell’aria che, immota, riporta
lontani brandelli di vita,
ricordi scordati, sbiaditi,
svaniti nel tempo passato,
rimpianti confusi, annebbiati,
di giorni felici, trascorsi,
che tornano, a volte,
nel magico vento d’estate.

 

La gatta

la gatta alla finestra

mie foto

 

La gatta si lisciava il pelo
con la lingua ruvida
come cartavetrata.

Sul ramo basso del giovane pruno
venne a posarsi il pettirosso
e un passero gli svolazzava intorno.

La gatta si lisciava il pelo,
drizzava appena, negligentemente,
l’orecchia aguzza.
Il passero si posò, grasso, sul ramo,
tronfio come sullo scranno di un re.

La gatta si lisciava il pelo,
l’occhio socchiuso, attento.
Il pettirosso spiccò il volo
dritto, davanti al naso della gatta
che si lisciava il pelo.

Era sazia la gatta sul cuscino
davanti alla finestra, ch’era ben chiusa.
Era sazia la gatta e si lisciava il pelo.
Chiuse gli occhi e dormì.

Forse ora sogna
pettirossi grassi.

Al mè giardin

tre margherite

mie foto

 

Poesia di Luigi Giovetti (mantovano)

Ma s’l’è bèl al giardin

in Primavera.

A gh’è do ròșe

a gh’è trè margarite

a quàtar viòle;

a gh’è al pin

ch’ho piantà dòpo al Nadal

a gh’è ‘na pianta ad pom

ch’ho mai magnà.

Chi è ch’ha dit

che ‘l giardin

ch’a gh’è davșin

l’è püsè bèl?

A l’è on balòs,

l’è mia vera,

l’è sol pü gròs.

Traduzione in linguaggio corrente:

Ma come è bello il giardino

in Primavera.

Ci sono due rose

ci sono tre margherite

e quattro viole;

c’è il pino

che ho piantato dopo Natale

e c’è una pianta di mele

che non ho mai mangiato.

Chi è che ha detto

che il giardino

che c’è qui vicino

è più bello?

E’ uno sciocco,

non è vero,

è solo più grosso.

Millenovecentosettantré

 

Malghes - disegno a punta d'argento, di Neda

Malghes – disegno a punta d’argento,
mie opere

Ritorneremo un giorno, forse,
a coltivar la terra,
come i nonni dei nostri nonni?
Ho paura di vivere, io, domani,
ho paura, sì. Eppure
non è lontano il tempo della terra,
ma lo ritroveremo ancora?

Avvolto in un bel cellophane,
inodoro, asettico, sterile,
chimicamente reso improduttivo,
il bel campo del nonno,
quello dietro al vigneto,
dove c’era seminato il saraceno,
chissà se si ricorda ancora
l’odore dello strame.

E le api?
Il miele mangiavam d’inverno,
solido, granuloso e dolce
sul pane riscaldato sulla piastra
della stufa vecchia.
Nonna sbatteva il burro
nel fiasco verde, senza paglia.

Io…io non capivo
la fatica e il freddo,
l’acqua sul frumento a primavera,
l’urla del maiale
quando lo scannavano sull’aia.
Io non capivo.

Poi, al saraceno sostituirono ferriere,
anidride solforosa all’acqua marzolina,
al grano, la termonucleare.
C’era il vigneto a pergola
e l’ape sulla lavanda,
ora c’è un maglificio.

La vacca rossa, la Bionda,
non c’è più, forse è morta di vecchiaia
e riposa, chissà, nel paradiso delle bestie:
noi abbiamo l’automobile.

M’adatto, tra la tranquillità e l’idiozia.
Forse son ottimista
se penso che torneremo, un giorno,
a coltivar la terra
come i nonni dei nostri nonni,
o, forse, non capisco ancora.

28 novembre 1973.

Il nostro mondo

 

guscio-di-cavalletta

Guscio di cavalletta
acquerello
mie opere

E’ morta la speranza
per questo nostro mondo?
Così poco fecondo
ormai, perché brutalizzato
da odi, da rancori,
da guerre e distruzioni,
da insaziabili egoismi
dei pochi affamatori
dei molti, indeboliti
da lunghe privazioni.

E’ morta la speranza
di un mondo un po’ più onesto?
Di un mondo più pulito,
un po’ meno egoista,
un poco più addolcito
d’amorevole rispetto
per tutte le creature.

E’ stupido scordare
quanto la vita è breve.

E’ stupido scordare
di quale razza siamo:
siamo di razza umana,
ormai da antica data,
siamo di razza umana,
lo siamo, niente di più.