Uccelletto

Stamane sono stata svegliata da un cinguettio, anzi un pigolio insistente:
un uccellino, forse un Luì piccolo, su un ramo fuori dalla finestra e mi è tornata in mente una poesia di Arturo Graf, studiata tanti e tanti anni fa.

 

 Uccelletto

 In cima a un’antica pianta
nel roseo ciel del mattino,
un uccelletto piccino
(oh, come piccino!) canta.
Canta? Non canta: cinguetta.
Povera, piccola gola,
ha in tutto una nota sola,
e quella ancora imperfetta.
Perché cinguetta? Che cosa
lo fa parer sì giulivo?
S’allegra d’esser vivo
in quella luce di rosa.

Luì piccolo

immagine dal libro
“Uccelli dei giardini”
di John Wright

 

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L’albero di ciliegie

 

L'albero di ciliegie

Nel mio giardino, proprio in fondo, vicino alla recinzione che confina con la strada, c’è un grande albero di ciliegie, quelle belle grosse, rosse e sode, che appena maturano diventano la pastura dei pennuti e anche dei passanti.

Per spaventare i pennuti affamati, abbiamo appeso ai rami i vecchi dischetti del computer, mossi dal vento, colpiti dai raggi del sole, lanciano lampi luminosi che fungono da spaventa-merli.

Ma per allontanare i golosi bipedi implumi, che cosa devo mettere?

Al mè giardin

tre margherite

mie foto

 

Poesia di Luigi Giovetti (mantovano)

Ma s’l’è bèl al giardin

in Primavera.

A gh’è do ròșe

a gh’è trè margarite

a quàtar viòle;

a gh’è al pin

ch’ho piantà dòpo al Nadal

a gh’è ‘na pianta ad pom

ch’ho mai magnà.

Chi è ch’ha dit

che ‘l giardin

ch’a gh’è davșin

l’è püsè bèl?

A l’è on balòs,

l’è mia vera,

l’è sol pü gròs.

Traduzione in linguaggio corrente:

Ma come è bello il giardino

in Primavera.

Ci sono due rose

ci sono tre margherite

e quattro viole;

c’è il pino

che ho piantato dopo Natale

e c’è una pianta di mele

che non ho mai mangiato.

Chi è che ha detto

che il giardino

che c’è qui vicino

è più bello?

E’ uno sciocco,

non è vero,

è solo più grosso.

Il fungo

Da una delle finestre della cucina osservavo un grosso merlo che saltellava circospetto intorno a “qualcosa” che la mia miopia non mi permetteva di mettere a fuoco.
Ho inforcato gli occhiali e ho visto che il “qualcosa” altro non era che un grosso fungo.
Un fungo strano e solitario, molto diverso dai soliti “chiodini” che ogni autunno nascono ai piedi dei ceppi tagliati delle nostre povere piante morte. Quest’anno, infatti, sono morte tre piante di mele e una di pesche. Ma i funghi li abbiamo raccolti sui resti del vecchio noce, dei poveri melograni morti anni fa e vicino a qualche vite defunta.

Questo fungo invece era poco lontano dall’ulivo giovane, forte e vigoroso che mio fratello mi ha portato, diversi anni fa, dalle colline del Garda.
Sono uscita e sono andata a raccogliere il fungo, bello e profumato, per la verità.

amanitopsis

Amanitopsis
mie foto

Ho riconosciuto subito il genere Amanita.
Ricordo quando, ragazzina, raccoglievo in montagna le amanite cesaree, favolose in insalata, ammiravo le amanite muscarie, mi tenevo alla larga dall’amanita phalloide, ma questo tipo di amanita era la prima volta che lo vedevo.
Una piccola ricerca, prima sui vari manuali dei funghi che possiedo, poi in internet, mi ha confermato il genere Amanitopsis, che sia una vaginata, una magnivolvata o una pachyvolvata questo non so dirlo, so che non la mangerò, anche se qualcuno afferma che, essendo un’amanita senza anello, è velenosa da cruda ma si può mangiare previa adeguata cottura.

El dé de Santa Cruss

 

pioggia in giardino

pioggia nel mio giardino
mie foto

Un antico proverbio delle nostre parti, cita:
“Se piœf el dé de Santa Cruss, quaranta dé piœisinuss”

Infatti, il 3 di Maggio (Santa Croce) verso sera, al tramonto, si è scatenato un bel temporale e, come cita il proverbio, da allora, ogni giorno, soprattutto verso sera, da noi piove.

Se il 12 giugno (quaranta giorni dalla Santa Croce) smetterà di piovere, potremo dar ragione ai nostri vecchi che hanno coniato questo proverbio.

Il porcospino (riccio)

 

acquerello porcospino

acquerello porcospino

Parecchi anni fa, in una calda serata estiva, mentre stavamo cenando, udimmo lo stridio di una brusca frenata e l’inchiodarsi delle gomme di un’auto. Dalla finestra del soggiorno vedemmo una automobile ferma sulla strada, davanti al nostro cancello e la figura, illuminata dai fari, di un uomo inginocchiato, quasi prostrato, davanti all’auto.
Ci precipitammo fuori per soccorrere il malcapitato, il quale ci spiegò di essersi fermato, così improvvisamente, per non investire un porcospino e che stava cercando, un po’ maldestramente, di toglierlo dalla strada. Il riccio era appallottolato e con gli aculei irti.
Con le mani a coppa lo raccolsi e tornammo in casa. Lo posi su un giornale, in mezzo alla tavola ancora apparecchiata. Avevamo mangiato delle mele e l’odore delle bucce convinse il riccio a guardarsi intorno. Mia figlia gli allungò una fetta di mela e il riccio l’annusò, l’assaggiò, la trovò buona e noi ci divertimmo a guardarlo mentre se la mangiava.
Poi lo portai fuori, dietro casa, nella zona più rustica, dove c’è la legnaia, un grande cespuglio di calicanto e parecchi anfratti nei quali il riccio avrebbe trovato riparo.

Non so se fosse un maschio o una femmina, ma negli anni successivi i porcospini lasciavano tracce nel nostro giardino, cibandosi dei frutti che cadevano dalle piante, di pezzi di pane che noi lasciavamo in giro per loro. Vedemmo spesso, di notte,  qualche riccio adulto e dei piccoli, a spasso nell’orto.

Solo una volta riuscii a vederne uno di giorno e a fotografarlo, proprio davanti a casa, sotto il vecchio fico.

porcospino - riccio

porcospino – riccio
mie foto

In questi ultimi anni non ho più notato la presenza dei ricci, forse sono emigrati altrove.

Però, in questi giorni, rimuovendo alcune pietre nel rustico, ho trovato un pezzo di mandibola di un porcospino, con ancora alcuni denti, consumati dall’uso, segno che la bestiola era campata a lungo. Ho messo il reperto nella scatola in cui conservo i piccoli”tesori” che trovo nel nostro orto, di quando in quando.

 

 

Nel mio giardino

giardino

mie foto

 

Il mio giardino è abbastanza grande. Da quando i miei genitori hanno costruito la loro casa in questo pezzo di terra, circa sessant’anni fa, di piante ne abbiamo sostituite molte, anche perché il nostro è un terreno alluvionale, ai margini delle zone delle risorgive e quando si scavano pochi metri si trova l’acqua. Quando le radici delle piante arrivano all’acqua le piante muoiono in breve tempo.

Abbiamo avuto grandi salici piangenti, cipressi ed abeti, tuie, mandorli, noci e molte altre piante da frutto di ogni genere, compatibili con il nostro clima.

Delle piante di sessant’anni fa, sono rimaste solo un vecchio fico, un pero, una vite, una grande magnolia, un caco, un abete, un cipresso e un bagolaro.

piante gemelle

mie foto      bagolaro e dietro il cipresso

Tutte le altre piante sono state, ostinatamente, sostituite una, due, anche tre volte.

Il cipresso fu piantato da mio padre mentre il bagolaro nacque spontaneamente e crebbe vicino al cipresso, abbracciato al cipresso, quasi intrecciato ad esso. I rami di uno penetrano nel tronco dell’altro, le loro radici superficiali si intrecciano ai loro piedi.

cipresso e bagolaro

mie foto     bagolaro e cipresso

Io li considero come due gemelli e li mostro, con orgoglio, ai nostri ospiti. Ormai hanno superato i quindici metri di altezza e sono il ricettacolo di tutti gli uccelli che frequentano il nostro giardino, soprattutto in autunno quando le bacche del bagolaro sono mature e attirano stormi di stornelli.

Quando siamo costretti a tagliare un albero e non possiamo estirpare il ceppo con le radici, mettiamo sul tronco tagliato una grande ciotola e la riempiamo di terra nella quale piantiamo fiori che allietano le nostre estati.