I ciclamini

Nel nostro giardino c’è un intero spiazzo ricoperto di ciclamini. C’è sempre qualcuno che si meraviglia che siano fioriti proprio in questa stagione.

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Sono situati tra il grosso cespuglio di lauro ceraso e le quattro piante di kiwi tirati a pergola.
C’è poca erba lì e i ciclamini formano un bel tappeto con i colori contrastanti e vivaci, le corolle lilla-cremisi e le foglie verde scuro. Non sono profumati, questi che fioriscono in primavera. Lo sono invece, quelli che fioriscono in autunno, sempre in quella zona.

Li avevo raccolti da ragazzina, durante alcune gite in montagna con i miei genitori.
Avevo l’abitudine di raccoglie bulbi, piantine, da sistemare poi in giardino in angoletti quasi nascosti, a ricordo di quei momenti trascorsi in famiglia, nei brevi periodi di vacanza fuori dall’istituto.

Vicino al grande abete, a ridosso del lauro ceraso, ci sono anche delle piantine di pervinca dai piccoli fiori azzurro-blu; vicino a casa c’è la grande felce che muore ogni autunno e si risveglia a primavera con le foglie che si srotolano giorno dopo giorno.
Qua e là, tra l’erba del prato, occhieggiano i bianchi fiori a stella dell’aglio orsino, ricordo di un passaggio in Umbria, molti anni fa.
Le piantine di cassia, dai fiori gialli, mi ricordano il Lazio e Maccarese, quando andammo a trovare un’amica di famiglia.
La crassula nel grosso vaso, è appena sfiorita. Ne avevo portato un piccolo pezzo dalla Liguria.

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Ci sono violette a primavera, profumate e folte, colorano il prato e fioriscono ovunque.
Vicino alla vecchia vite alcune sono bianche, candide come piccoli fantasmi.
In un angolo del giardino roccioso, resiste una piccola viola di montagna, pallida e dalle foglie verde chiaro, a punta.
Le grosse pietre calcaree che formano il giardino roccioso provengono da una gita nell’entroterra del nostro bel lago di Garda. Le avevamo messe nel baule, non so come abbia resistito la nostra vecchia automobile con quel peso dietro.

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Ogni angolo del giardino mi ricorda qualche cosa, qualcuno.
Momenti del passato che sono rimasti cuciti negli angoli della mente e del cuore.

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Uccelletto

Stamane sono stata svegliata da un cinguettio, anzi un pigolio insistente:
un uccellino, forse un Luì piccolo, su un ramo fuori dalla finestra e mi è tornata in mente una poesia di Arturo Graf, studiata tanti e tanti anni fa.

 

 Uccelletto

 In cima a un’antica pianta
nel roseo ciel del mattino,
un uccelletto piccino
(oh, come piccino!) canta.
Canta? Non canta: cinguetta.
Povera, piccola gola,
ha in tutto una nota sola,
e quella ancora imperfetta.
Perché cinguetta? Che cosa
lo fa parer sì giulivo?
S’allegra d’esser vivo
in quella luce di rosa.

Luì piccolo

immagine dal libro
“Uccelli dei giardini”
di John Wright

 

L’albero di ciliegie

 

L'albero di ciliegie

Nel mio giardino, proprio in fondo, vicino alla recinzione che confina con la strada, c’è un grande albero di ciliegie, quelle belle grosse, rosse e sode, che appena maturano diventano la pastura dei pennuti e anche dei passanti.

Per spaventare i pennuti affamati, abbiamo appeso ai rami i vecchi dischetti del computer, mossi dal vento, colpiti dai raggi del sole, lanciano lampi luminosi che fungono da spaventa-merli.

Ma per allontanare i golosi bipedi implumi, che cosa devo mettere?

Al mè giardin

tre margherite

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Poesia di Luigi Giovetti (mantovano)

Ma s’l’è bèl al giardin

in Primavera.

A gh’è do ròșe

a gh’è trè margarite

a quàtar viòle;

a gh’è al pin

ch’ho piantà dòpo al Nadal

a gh’è ‘na pianta ad pom

ch’ho mai magnà.

Chi è ch’ha dit

che ‘l giardin

ch’a gh’è davșin

l’è püsè bèl?

A l’è on balòs,

l’è mia vera,

l’è sol pü gròs.

Traduzione in linguaggio corrente:

Ma come è bello il giardino

in Primavera.

Ci sono due rose

ci sono tre margherite

e quattro viole;

c’è il pino

che ho piantato dopo Natale

e c’è una pianta di mele

che non ho mai mangiato.

Chi è che ha detto

che il giardino

che c’è qui vicino

è più bello?

E’ uno sciocco,

non è vero,

è solo più grosso.

Il fungo

Da una delle finestre della cucina osservavo un grosso merlo che saltellava circospetto intorno a “qualcosa” che la mia miopia non mi permetteva di mettere a fuoco.
Ho inforcato gli occhiali e ho visto che il “qualcosa” altro non era che un grosso fungo.
Un fungo strano e solitario, molto diverso dai soliti “chiodini” che ogni autunno nascono ai piedi dei ceppi tagliati delle nostre povere piante morte. Quest’anno, infatti, sono morte tre piante di mele e una di pesche. Ma i funghi li abbiamo raccolti sui resti del vecchio noce, dei poveri melograni morti anni fa e vicino a qualche vite defunta.

Questo fungo invece era poco lontano dall’ulivo giovane, forte e vigoroso che mio fratello mi ha portato, diversi anni fa, dalle colline del Garda.
Sono uscita e sono andata a raccogliere il fungo, bello e profumato, per la verità.

amanitopsis

Amanitopsis
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Ho riconosciuto subito il genere Amanita.
Ricordo quando, ragazzina, raccoglievo in montagna le amanite cesaree, favolose in insalata, ammiravo le amanite muscarie, mi tenevo alla larga dall’amanita phalloide, ma questo tipo di amanita era la prima volta che lo vedevo.
Una piccola ricerca, prima sui vari manuali dei funghi che possiedo, poi in internet, mi ha confermato il genere Amanitopsis, che sia una vaginata, una magnivolvata o una pachyvolvata questo non so dirlo, so che non la mangerò, anche se qualcuno afferma che, essendo un’amanita senza anello, è velenosa da cruda ma si può mangiare previa adeguata cottura.

El dé de Santa Cruss

 

pioggia in giardino

pioggia nel mio giardino
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Un antico proverbio delle nostre parti, cita:
“Se piœf el dé de Santa Cruss, quaranta dé piœisinuss”

Infatti, il 3 di Maggio (Santa Croce) verso sera, al tramonto, si è scatenato un bel temporale e, come cita il proverbio, da allora, ogni giorno, soprattutto verso sera, da noi piove.

Se il 12 giugno (quaranta giorni dalla Santa Croce) smetterà di piovere, potremo dar ragione ai nostri vecchi che hanno coniato questo proverbio.

Il porcospino (riccio)

 

acquerello porcospino

acquerello porcospino

Parecchi anni fa, in una calda serata estiva, mentre stavamo cenando, udimmo lo stridio di una brusca frenata e l’inchiodarsi delle gomme di un’auto. Dalla finestra del soggiorno vedemmo una automobile ferma sulla strada, davanti al nostro cancello e la figura, illuminata dai fari, di un uomo inginocchiato, quasi prostrato, davanti all’auto.
Ci precipitammo fuori per soccorrere il malcapitato, il quale ci spiegò di essersi fermato, così improvvisamente, per non investire un porcospino e che stava cercando, un po’ maldestramente, di toglierlo dalla strada. Il riccio era appallottolato e con gli aculei irti.
Con le mani a coppa lo raccolsi e tornammo in casa. Lo posi su un giornale, in mezzo alla tavola ancora apparecchiata. Avevamo mangiato delle mele e l’odore delle bucce convinse il riccio a guardarsi intorno. Mia figlia gli allungò una fetta di mela e il riccio l’annusò, l’assaggiò, la trovò buona e noi ci divertimmo a guardarlo mentre se la mangiava.
Poi lo portai fuori, dietro casa, nella zona più rustica, dove c’è la legnaia, un grande cespuglio di calicanto e parecchi anfratti nei quali il riccio avrebbe trovato riparo.

Non so se fosse un maschio o una femmina, ma negli anni successivi i porcospini lasciavano tracce nel nostro giardino, cibandosi dei frutti che cadevano dalle piante, di pezzi di pane che noi lasciavamo in giro per loro. Vedemmo spesso, di notte,  qualche riccio adulto e dei piccoli, a spasso nell’orto.

Solo una volta riuscii a vederne uno di giorno e a fotografarlo, proprio davanti a casa, sotto il vecchio fico.

porcospino - riccio

porcospino – riccio
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In questi ultimi anni non ho più notato la presenza dei ricci, forse sono emigrati altrove.

Però, in questi giorni, rimuovendo alcune pietre nel rustico, ho trovato un pezzo di mandibola di un porcospino, con ancora alcuni denti, consumati dall’uso, segno che la bestiola era campata a lungo. Ho messo il reperto nella scatola in cui conservo i piccoli”tesori” che trovo nel nostro orto, di quando in quando.