Un lunedì di luglio

 

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mie foto

Il temporale di questa notte mi ha svegliato con il suo fragore e la violenza degli scrosci.
Poi s’è fatto silenzio ed è finito tutto improvvisamente, così, com’era incominciato.

Non ci sono danni in giardino e nell’orto. Non dovrò irrigare, oggi, è bastata la pioggia.

I merli stanno scoprendo i primi chicchi di uva nera e credo abbiano capito che i lampi lanciati dai CD, appesi intorno alle viti, non sono pericolosi. Qualche chicco se lo stanno beatamente mangiando. Forse qualche grappolo rimarrà anche per noi.

Le gazze lanciano i loro striduli richiami e i merli si allontanano impauriti.

Dovrei essere felice di avere un orto-giardino così grande, uno dei più grandi del mio villaggio, con alberi alti e grossi e fiori e verdure e frutti. Invece mi pesa restare fuori e constatare quanto io sia incapace di occuparmene in modo degno. Senza contare gli innumerevoli insetti e animaletti che fanno danni oltre che pizzicare, pungere, mordere anche la sottoscritta.

Ritorno in casa e mi rannicchio sulla sua poltrona, come un criceto stanco.
Mi isolo dai rumori esterni, a cercare suoni più profondi, eco registrate nella memoria più intima.
Uno stringimento alla gola come un nodo che fa mancare il respiro.
E il cuore rallenta, finalmente, i suoi battiti.

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Domenica mattina

Dopo colazione, come ogni mattina sono andata nell’orto.
Ho raccolto i frutti maturi, estirpato le erbacce e non ho dovuto annaffiare perché ci aveva pensato la pioggia.

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cornetti, zucchine e cetrioli
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Poi sono andata a zappare le erbacce che sono cresciute, rigogliose e invadenti, in mezzo alle fragole.
E’ straordinario vedere che bastano poche gocce di pioggia per farle crescere, le erbacce, in modo così celere.
Mentre zappavo, sono stata circondata da mosche, moschini, zanzare, pappataci e non so bene quant’altro.
Sembrava che sulla mia fronte si fosse accesa un’insegna “Distributore di sangue fresco”, nonostante il repellente con cui mi ero cosparsa ogni parte scoperta, dopo un po’ ho rinunciato e sono rientrata in casa a lavarmi e a cospargermi di unguento “dopo puntura”.
E’ possibile che gli insetti si siano abituati ai repellenti e li considerino un condimento per rendere migliore il loro pasto? A me sembrava che si chiamassero l’un l’altro dicendosi: “Venite qui, questa qui è proprio buona, dolce, saporita…”
La prossima volta berrò della grappa, prima di andare a zappare, magari li ubriaco tutti e li vedrò ballonzolare ebeti in giro e cadere giù rimbecilliti.

Quando c’era Federico non cresceva un filo d’erba nell’orto e anche il prato era sempre tagliato di fresco.
Dove l’anno scorso c’erano i pomidoro (70 piante) c’è cresciuta tanta di quell’erba, quella che viene chiamata “erba legno”, ed è veramente alta. Dovrò estirparla a mano, o vangarla, per togliermela di torno.
In compenso, fra l’erba, ho notato che sono cresciuti anche parecchi fiori, da semi forse portati dagli uccelli o dal vento. C’erano piantine di tagete, che ho tolto e trapiantato in una grande ciotola, poi le speronelle azzurre, rosa e bianche, di queste raccoglierò i semi per l’anno venturo.
C’è anche un grande papavero ornamentale (da oppio) cresciuto vicino alla salvia.
Anche di questo raccoglierò i semi, per coltivarlo l’anno venturo: ha un colore così brillante e bello che allarga il cuore solo a guardalo.

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papavero
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I ciclamini

Nel nostro giardino c’è un intero spiazzo ricoperto di ciclamini. C’è sempre qualcuno che si meraviglia che siano fioriti proprio in questa stagione.

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Sono situati tra il grosso cespuglio di lauro ceraso e le quattro piante di kiwi tirati a pergola.
C’è poca erba lì e i ciclamini formano un bel tappeto con i colori contrastanti e vivaci, le corolle lilla-cremisi e le foglie verde scuro. Non sono profumati, questi che fioriscono in primavera. Lo sono invece, quelli che fioriscono in autunno, sempre in quella zona.

Li avevo raccolti da ragazzina, durante alcune gite in montagna con i miei genitori.
Avevo l’abitudine di raccoglie bulbi, piantine, da sistemare poi in giardino in angoletti quasi nascosti, a ricordo di quei momenti trascorsi in famiglia, nei brevi periodi di vacanza fuori dall’istituto.

Vicino al grande abete, a ridosso del lauro ceraso, ci sono anche delle piantine di pervinca dai piccoli fiori azzurro-blu; vicino a casa c’è la grande felce che muore ogni autunno e si risveglia a primavera con le foglie che si srotolano giorno dopo giorno.
Qua e là, tra l’erba del prato, occhieggiano i bianchi fiori a stella dell’aglio orsino, ricordo di un passaggio in Umbria, molti anni fa.
Le piantine di cassia, dai fiori gialli, mi ricordano il Lazio e Maccarese, quando andammo a trovare un’amica di famiglia.
La crassula nel grosso vaso, è appena sfiorita. Ne avevo portato un piccolo pezzo dalla Liguria.

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Ci sono violette a primavera, profumate e folte, colorano il prato e fioriscono ovunque.
Vicino alla vecchia vite alcune sono bianche, candide come piccoli fantasmi.
In un angolo del giardino roccioso, resiste una piccola viola di montagna, pallida e dalle foglie verde chiaro, a punta.
Le grosse pietre calcaree che formano il giardino roccioso provengono da una gita nell’entroterra del nostro bel lago di Garda. Le avevamo messe nel baule, non so come abbia resistito la nostra vecchia automobile con quel peso dietro.

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Ogni angolo del giardino mi ricorda qualche cosa, qualcuno.
Momenti del passato che sono rimasti cuciti negli angoli della mente e del cuore.

Uccelletto

Stamane sono stata svegliata da un cinguettio, anzi un pigolio insistente:
un uccellino, forse un Luì piccolo, su un ramo fuori dalla finestra e mi è tornata in mente una poesia di Arturo Graf, studiata tanti e tanti anni fa.

 

 Uccelletto

 In cima a un’antica pianta
nel roseo ciel del mattino,
un uccelletto piccino
(oh, come piccino!) canta.
Canta? Non canta: cinguetta.
Povera, piccola gola,
ha in tutto una nota sola,
e quella ancora imperfetta.
Perché cinguetta? Che cosa
lo fa parer sì giulivo?
S’allegra d’esser vivo
in quella luce di rosa.

Luì piccolo

immagine dal libro
“Uccelli dei giardini”
di John Wright

 

L’albero di ciliegie

 

L'albero di ciliegie

Nel mio giardino, proprio in fondo, vicino alla recinzione che confina con la strada, c’è un grande albero di ciliegie, quelle belle grosse, rosse e sode, che appena maturano diventano la pastura dei pennuti e anche dei passanti.

Per spaventare i pennuti affamati, abbiamo appeso ai rami i vecchi dischetti del computer, mossi dal vento, colpiti dai raggi del sole, lanciano lampi luminosi che fungono da spaventa-merli.

Ma per allontanare i golosi bipedi implumi, che cosa devo mettere?

Al mè giardin

tre margherite

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Poesia di Luigi Giovetti (mantovano)

Ma s’l’è bèl al giardin

in Primavera.

A gh’è do ròșe

a gh’è trè margarite

a quàtar viòle;

a gh’è al pin

ch’ho piantà dòpo al Nadal

a gh’è ‘na pianta ad pom

ch’ho mai magnà.

Chi è ch’ha dit

che ‘l giardin

ch’a gh’è davșin

l’è püsè bèl?

A l’è on balòs,

l’è mia vera,

l’è sol pü gròs.

Traduzione in linguaggio corrente:

Ma come è bello il giardino

in Primavera.

Ci sono due rose

ci sono tre margherite

e quattro viole;

c’è il pino

che ho piantato dopo Natale

e c’è una pianta di mele

che non ho mai mangiato.

Chi è che ha detto

che il giardino

che c’è qui vicino

è più bello?

E’ uno sciocco,

non è vero,

è solo più grosso.

Il fungo

Da una delle finestre della cucina osservavo un grosso merlo che saltellava circospetto intorno a “qualcosa” che la mia miopia non mi permetteva di mettere a fuoco.
Ho inforcato gli occhiali e ho visto che il “qualcosa” altro non era che un grosso fungo.
Un fungo strano e solitario, molto diverso dai soliti “chiodini” che ogni autunno nascono ai piedi dei ceppi tagliati delle nostre povere piante morte. Quest’anno, infatti, sono morte tre piante di mele e una di pesche. Ma i funghi li abbiamo raccolti sui resti del vecchio noce, dei poveri melograni morti anni fa e vicino a qualche vite defunta.

Questo fungo invece era poco lontano dall’ulivo giovane, forte e vigoroso che mio fratello mi ha portato, diversi anni fa, dalle colline del Garda.
Sono uscita e sono andata a raccogliere il fungo, bello e profumato, per la verità.

amanitopsis

Amanitopsis
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Ho riconosciuto subito il genere Amanita.
Ricordo quando, ragazzina, raccoglievo in montagna le amanite cesaree, favolose in insalata, ammiravo le amanite muscarie, mi tenevo alla larga dall’amanita phalloide, ma questo tipo di amanita era la prima volta che lo vedevo.
Una piccola ricerca, prima sui vari manuali dei funghi che possiedo, poi in internet, mi ha confermato il genere Amanitopsis, che sia una vaginata, una magnivolvata o una pachyvolvata questo non so dirlo, so che non la mangerò, anche se qualcuno afferma che, essendo un’amanita senza anello, è velenosa da cruda ma si può mangiare previa adeguata cottura.