Cavolfiori

 

cavolfiori

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Ho raccolto i cavolfiori, questa mattina.

Nel pomeriggio li ho suddivisi in cimette e li ho sbollentati in acqua salata acidulata con succo di limone.

Raffreddati e asciugati sono stati surgelati per poterli consumare un po’ per volta.

La gatta

la gatta alla finestra

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La gatta si lisciava il pelo
con la lingua ruvida
come cartavetrata.

Sul ramo basso del giovane pruno
venne a posarsi il pettirosso
e un passero gli svolazzava intorno.

La gatta si lisciava il pelo,
drizzava appena, negligentemente,
l’orecchia aguzza.
Il passero si posò, grasso, sul ramo,
tronfio come sullo scranno di un re.

La gatta si lisciava il pelo,
l’occhio socchiuso, attento.
Il pettirosso spiccò il volo
dritto, davanti al naso della gatta
che si lisciava il pelo.

Era sazia la gatta sul cuscino
davanti alla finestra, ch’era ben chiusa.
Era sazia la gatta e si lisciava il pelo.
Chiuse gli occhi e dormì.

Forse ora sogna
pettirossi grassi.

L’albero di ciliegie

 

L'albero di ciliegie

Nel mio giardino, proprio in fondo, vicino alla recinzione che confina con la strada, c’è un grande albero di ciliegie, quelle belle grosse, rosse e sode, che appena maturano diventano la pastura dei pennuti e anche dei passanti.

Per spaventare i pennuti affamati, abbiamo appeso ai rami i vecchi dischetti del computer, mossi dal vento, colpiti dai raggi del sole, lanciano lampi luminosi che fungono da spaventa-merli.

Ma per allontanare i golosi bipedi implumi, che cosa devo mettere?

Walking around

Il mio paesello, chiamato una volta “paes dei och” (paese delle oche) per via delle sue abbondanti acque in cui si allevavano papere, oche e altri volatili, oggi è famoso per la sua squadra di rugby e per la produzione del caviale, ottenuto dagli allevamenti di storioni collegati alle acciaierie delle quali riutilizzano le acque di raffreddamento.

In questi giorni di bel tempo, mia figlia ed io abbiamo fatto una lunga passeggiata fino al cimitero, attraversando il paese e passando davanti al “parco faunistico didattico” ricavato in uno spazio comunale altrimenti incolto.
Si tratta di un fazzoletto di terra nel quale si è costruito un laghetto con cinquanta centimetri di acqua, ad uso di un po’ di pesci.
Poco lontano c’è una voliera che contiene una coppia di fagiani mongolia, una coppia di germani, una pernice e una quaglia, una papera bianca, un merlo striminzito e un tordo e, chissà perché, due pappagalli di razza diversa.

Abbiamo fotografato solo i pesci, i poveri volatili facevano troppa pena in quello spazio così ristretto.

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Storione di lago
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Storioni
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Storione cobice
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Il lungo viale che porta al cimitero ci ha accolto all’ombra degli alberi che formano una lunga prospettiva sulle rive dei fossi che fiancheggiano la strada mentre il fischio del treno, lontano, ci faceva sognare esotici lidi.

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Acque chete
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Risorgiva
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Dedicato a Beatrice

Questo articolo è dedicato a Beatrice
https://ilcuoredibeatrix.wordpress.com/
e alla sua creatività che mi ha ispirato.

Negli anni settanta, al tempo dei “figli dei fiori”, periodo nel quale eravamo giovani, magri, spensierati e fiduciosi nel futuro, indossavamo abiti molto colorati e divertenti.

Possiedo una grande soffitta e non butto mai via nulla, per la disperazione di mio marito che non si azzarda più a girare fra gli innumerevoli scatoloni che giacciono lassù.
L’anno scorso, mi è capitato fra le mani un vecchio abito della mia lontana gioventù, ancora ben conservato, ma nel quale non sarei riuscita a entrare nemmeno se mi fossi cosparsa di grasso di foca.
Così l’ho disfatto completamente, ricavandone due bei pezzi di stoffa.
Ho trovato anche un maglioncino leggero tutto a strisce colorate. Scoperto che il maglioncino si poteva disfare, l’ho scucito e ne ho ricavato tanti bei gomitoli di cotone makò: rosso, nero, beige, azzurro e bianco. Il colore predominante era il rosso che ho usato per fare un corpetto all’uncinetto con piccoli rombi a filet al quale ho aggiunto la stoffa ricavandone un abitino estivo, colorato, un po’ strano, ma tanto oggi ognuno si veste come vuole.

abito figli dei fioricorpetto a filet

Ovvio che non indosserò io questo capo, forse mi sentirei ridicola, data la mia età, ma se mia figlia non lo apprezzerà, ho tante nipoti e conoscenti alle quali potrà far piacere indossarlo e, qui in campagna, non si guarda troppo per il sottile se le cuciture non sono perfette, visto che non sono mai andata a scuola di sartoria e ho imparato a cucire da sola.

Al mè giardin

tre margherite

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Poesia di Luigi Giovetti (mantovano)

Ma s’l’è bèl al giardin

in Primavera.

A gh’è do ròșe

a gh’è trè margarite

a quàtar viòle;

a gh’è al pin

ch’ho piantà dòpo al Nadal

a gh’è ‘na pianta ad pom

ch’ho mai magnà.

Chi è ch’ha dit

che ‘l giardin

ch’a gh’è davșin

l’è püsè bèl?

A l’è on balòs,

l’è mia vera,

l’è sol pü gròs.

Traduzione in linguaggio corrente:

Ma come è bello il giardino

in Primavera.

Ci sono due rose

ci sono tre margherite

e quattro viole;

c’è il pino

che ho piantato dopo Natale

e c’è una pianta di mele

che non ho mai mangiato.

Chi è che ha detto

che il giardino

che c’è qui vicino

è più bello?

E’ uno sciocco,

non è vero,

è solo più grosso.

Paté di fagiano

Un nostro amico cacciatore ci ha regalato un bel fagiano che, dopo averlo spennato, pulito, fiammeggiato, lavato e frollato, ho cucinato al forno, al cartoccio, pratica questa che consente di mantenere tenera e succosa la carne del fagiano (e della faraona) altrimenti troppo magra e stopposa.

In pratica, la sera prima di cucinarlo l’ho salato e pepato, posto in una bacinella di vetro e irrorato con cinque cucchiai di olio EVO e il succo di un limone. Coperto il recipiente con la pellicola l’ho posto in un luogo fresco per tutta la notte.

Il giorno dopo ho estratto il fagiano dalla bacinella, l’ho farcito con una manciata di olive nere e un trito di salvia, rosmarino, timo, aglio, alloro, sale e pepe e una fetta di pancetta arrotolata per tappare il tutto. Poi ho avvolto il fagiano in altre fette di pancetta arrotolata, l’ho legato per bene, l’ho posto in carta da forno, adagiata in una capiente pirofila, l’ho irrorato con il liquido della marinatura e un po’ del trito aromatico che avevo tenuto da parte. Ho chiuso molto bene la carta da forno e l’ho avvolto in un secondo strato di carta, sempre ben chiusa e poi ho messo la pirofila in forno preriscaldato a 200 gradi, per due ore.

Poiché eravamo solo in due a goderci il profumato volatile, ne è avanzato un bel po’, così ho pensato di utilizzare gli avanzi per farne un paté.

Ho disossato tutta la carne del fagiano e l’ho passata al tritacarne con i buchi grossi. Allo stesso modo ho tritato anche tutto ciò che era rimasto nel cartoccio, cioè il liquido di cottura trasformato in gelatina, gli aromi, la pancetta e le olive. Non ho aggiunto grassi, non erano necessari, ma un po’ di parmigiano grattugiato e un uovo, una manciata di pistacchi non salati, ho aggiustato di sale e pepe, amalgamato bene il tutto e posto in una forma da plum-cake foderata di carta da forno precedentemente bagnata e strizzata. Ho schiacciato bene il composto, l’ho ricoperto con una striscia di carta forno asciutta e sopra vi ho ripiegato bene la carta bagnata.
Il tutto cotto a bagnomaria, in forno precedentemente riscaldato a 180 gradi, per 45 minuti.

Ed eco il risultato: un paté morbido e profumato, da servire freddo, oppure spalmato su crostini di pane abbrustolito, accompagnato da un buon bicchiere di Lugana fresco.

pate-di-fagiano

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