L’albero di ciliegie

 

L'albero di ciliegie

Nel mio giardino, proprio in fondo, vicino alla recinzione che confina con la strada, c’è un grande albero di ciliegie, quelle belle grosse, rosse e sode, che appena maturano diventano la pastura dei pennuti e anche dei passanti.

Per spaventare i pennuti affamati, abbiamo appeso ai rami i vecchi dischetti del computer, mossi dal vento, colpiti dai raggi del sole, lanciano lampi luminosi che fungono da spaventa-merli.

Ma per allontanare i golosi bipedi implumi, che cosa devo mettere?

Walking around

Il mio paesello, chiamato una volta “paes dei och” (paese delle oche) per via delle sue abbondanti acque in cui si allevavano papere, oche e altri volatili, oggi è famoso per la sua squadra di rugby e per la produzione del caviale, ottenuto dagli allevamenti di storioni collegati alle acciaierie delle quali riutilizzano le acque di raffreddamento.

In questi giorni di bel tempo, mia figlia ed io abbiamo fatto una lunga passeggiata fino al cimitero, attraversando il paese e passando davanti al “parco faunistico didattico” ricavato in uno spazio comunale altrimenti incolto.
Si tratta di un fazzoletto di terra nel quale si è costruito un laghetto con cinquanta centimetri di acqua, ad uso di un po’ di pesci.
Poco lontano c’è una voliera che contiene una coppia di fagiani mongolia, una coppia di germani, una pernice e una quaglia, una papera bianca, un merlo striminzito e un tordo e, chissà perché, due pappagalli di razza diversa.

Abbiamo fotografato solo i pesci, i poveri volatili facevano troppa pena in quello spazio così ristretto.

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Storione di lago
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Storioni
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Storione cobice
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Il lungo viale che porta al cimitero ci ha accolto all’ombra degli alberi che formano una lunga prospettiva sulle rive dei fossi che fiancheggiano la strada mentre il fischio del treno, lontano, ci faceva sognare esotici lidi.

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Acque chete
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Risorgiva
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Dedicato a Beatrice

Questo articolo è dedicato a Beatrice
https://ilcuoredibeatrix.wordpress.com/
e alla sua creatività che mi ha ispirato.

Negli anni settanta, al tempo dei “figli dei fiori”, periodo nel quale eravamo giovani, magri, spensierati e fiduciosi nel futuro, indossavamo abiti molto colorati e divertenti.

Possiedo una grande soffitta e non butto mai via nulla, per la disperazione di mio marito che non si azzarda più a girare fra gli innumerevoli scatoloni che giacciono lassù.
L’anno scorso, mi è capitato fra le mani un vecchio abito della mia lontana gioventù, ancora ben conservato, ma nel quale non sarei riuscita a entrare nemmeno se mi fossi cosparsa di grasso di foca.
Così l’ho disfatto completamente, ricavandone due bei pezzi di stoffa.
Ho trovato anche un maglioncino leggero tutto a strisce colorate. Scoperto che il maglioncino si poteva disfare, l’ho scucito e ne ho ricavato tanti bei gomitoli di cotone makò: rosso, nero, beige, azzurro e bianco. Il colore predominante era il rosso che ho usato per fare un corpetto all’uncinetto con piccoli rombi a filet al quale ho aggiunto la stoffa ricavandone un abitino estivo, colorato, un po’ strano, ma tanto oggi ognuno si veste come vuole.

abito figli dei fioricorpetto a filet

Ovvio che non indosserò io questo capo, forse mi sentirei ridicola, data la mia età, ma se mia figlia non lo apprezzerà, ho tante nipoti e conoscenti alle quali potrà far piacere indossarlo e, qui in campagna, non si guarda troppo per il sottile se le cuciture non sono perfette, visto che non sono mai andata a scuola di sartoria e ho imparato a cucire da sola.

Al mè giardin

tre margherite

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Poesia di Luigi Giovetti (mantovano)

Ma s’l’è bèl al giardin

in Primavera.

A gh’è do ròșe

a gh’è trè margarite

a quàtar viòle;

a gh’è al pin

ch’ho piantà dòpo al Nadal

a gh’è ‘na pianta ad pom

ch’ho mai magnà.

Chi è ch’ha dit

che ‘l giardin

ch’a gh’è davșin

l’è püsè bèl?

A l’è on balòs,

l’è mia vera,

l’è sol pü gròs.

Traduzione in linguaggio corrente:

Ma come è bello il giardino

in Primavera.

Ci sono due rose

ci sono tre margherite

e quattro viole;

c’è il pino

che ho piantato dopo Natale

e c’è una pianta di mele

che non ho mai mangiato.

Chi è che ha detto

che il giardino

che c’è qui vicino

è più bello?

E’ uno sciocco,

non è vero,

è solo più grosso.

Paté di fagiano

Un nostro amico cacciatore ci ha regalato un bel fagiano che, dopo averlo spennato, pulito, fiammeggiato, lavato e frollato, ho cucinato al forno, al cartoccio, pratica questa che consente di mantenere tenera e succosa la carne del fagiano (e della faraona) altrimenti troppo magra e stopposa.

In pratica, la sera prima di cucinarlo l’ho salato e pepato, posto in una bacinella di vetro e irrorato con cinque cucchiai di olio EVO e il succo di un limone. Coperto il recipiente con la pellicola l’ho posto in un luogo fresco per tutta la notte.

Il giorno dopo ho estratto il fagiano dalla bacinella, l’ho farcito con una manciata di olive nere e un trito di salvia, rosmarino, timo, aglio, alloro, sale e pepe e una fetta di pancetta arrotolata per tappare il tutto. Poi ho avvolto il fagiano in altre fette di pancetta arrotolata, l’ho legato per bene, l’ho posto in carta da forno, adagiata in una capiente pirofila, l’ho irrorato con il liquido della marinatura e un po’ del trito aromatico che avevo tenuto da parte. Ho chiuso molto bene la carta da forno e l’ho avvolto in un secondo strato di carta, sempre ben chiusa e poi ho messo la pirofila in forno preriscaldato a 200 gradi, per due ore.

Poiché eravamo solo in due a goderci il profumato volatile, ne è avanzato un bel po’, così ho pensato di utilizzare gli avanzi per farne un paté.

Ho disossato tutta la carne del fagiano e l’ho passata al tritacarne con i buchi grossi. Allo stesso modo ho tritato anche tutto ciò che era rimasto nel cartoccio, cioè il liquido di cottura trasformato in gelatina, gli aromi, la pancetta e le olive. Non ho aggiunto grassi, non erano necessari, ma un po’ di parmigiano grattugiato e un uovo, una manciata di pistacchi non salati, ho aggiustato di sale e pepe, amalgamato bene il tutto e posto in una forma da plum-cake foderata di carta da forno precedentemente bagnata e strizzata. Ho schiacciato bene il composto, l’ho ricoperto con una striscia di carta forno asciutta e sopra vi ho ripiegato bene la carta bagnata.
Il tutto cotto a bagnomaria, in forno precedentemente riscaldato a 180 gradi, per 45 minuti.

Ed eco il risultato: un paté morbido e profumato, da servire freddo, oppure spalmato su crostini di pane abbrustolito, accompagnato da un buon bicchiere di Lugana fresco.

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Vanessa

Ero andata in cantina a stendere la biancheria lavata. Una macchia nera, triangolare, in terra attirò la mia attenzione. Mi sono chinata per osservare meglio: si trattava di una farfalla, finita lì chissà come. L’ho raccolta, volevo portarla su in casa, ho una scatoletta in cui ripongo piccoli tesori trovati nel mio orto-giardino: ali di farfalle, una mandibola di porcospino, mezzo uovo di merlo, un fiore secco, una piuma…
Arrivata in cucina ho sentito un tremore sulla mano, una vibrazione leggera: al calore dell’ambiente e della mia mano, la farfalla si è risvegliata, si è rizzata a fatica. L’ho posata sul tavolo, ho avvicinato al suo capo un cucchiaino con una goccia d’acqua zuccherata e una goccia di miele.
Non so se si sia rifocillata, ma dopo poco è volata via, prima sulla manica del mio maglione, poi su una tenda, infine sulla foglia della dracena variegata posta in un angolo luminoso dell’ingresso di casa.

vanessa-aperta

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Si tratta di una “Vanessa Io”, d’estate ce ne sono parecchie qui da noi, soprattutto sui fiori del tarassaco. Wikipedia mi dice che gli esemplari adulti vanno in letargo d’inverno e aspettano la primavera per deporre le uova.
Ora, Vanessa, si è rintanata in mezzo alle foglie del Potos che ha tante foglie belle larghe e intrecci di rami che creano  molti nascondigli e sembra che lì si trovi a suo agio.
Se ricominciasse a svolazzare, staremo più attenti a dove metteremo i piedi, per non calpestarla, visto che ieri ha fatto alcuni giretti sul pavimento ed è perfino venuta a visitarci, sul tavolo, mentre cenavamo.
Chissà se resterà con noi fino a primavera, per ripararsi dal freddo, sopravvivere e poi volarsene fuori nel sole quando arriverà la bella stagione ed è strano il piacere che abbiamo provato nell’accogliere questa piccola ospite, come se un segno di speranza fosse venuto a visitarci.

I mestieri di una volta – L’adacquaiolo

 

fosso irriguo

fosso irriguo
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Il nostro territorio è ricco di fontanili e pozzi artesiani e di una rete di piccoli canali atti all’irrigazione delle campagne che circondano il nostro paesello.

Per 40 anni mio padre fu guardiano delle acque consorziali che venivano usate dai contadini per irrigare i loro campi.

El daquaröl” veniva nominato, l’adacquaiolo.

Il consorzio del Vaso Saugo, piccolo fiume che nasce da una risorgiva a monte del paese, stilava gli orari della distribuzione delle acque, mio padre controllava che i contadini rispettassero tali orari, controllava che i canali fossero sempre puliti ed che le paratoie delle chiaviche fossero poste, e tolte, rispettando gli orari prestabiliti.

In primavera organizzava la pulizia del canale principale e tutto il lavoro era fatto manualmente da operai che al momento erano disoccupati.

Durante i temporali controllava che le paratoie non fossero intasate da rifiuti portati dalla furia delle acque e, se era necessario, toglieva rami e rifiuti che, intasando le grate, avrebbero fatto tracimare l’acqua e allagare vaste zone del paese.

Durante i periodi estivi più caldi, veniva chiamato giorno e notte per risolvere piccoli problemi, oppure controversie tra contadini confinanti, spesso interveniva per dividere litiganti.

Era un uomo grande e forte e molto paziente. Spesso gli bastava una battuta allegra per sdrammatizzare una litigata.

L’ho visto solo poche volte veramente arrabbiato, come una volta che strappò dalle mani di un contadino il falcetto con cui questo minacciava un altro contadino.

Un’altra volta, invece, finì tutto in ridere perché un contadino, che non voleva rispettare l’orario di apertura delle paratoie, si era messo in piedi sopra la paratoia e sfidava mio padre a levargliela di sotto. Mio padre gli si avvicinò sorridendo, posò il badile sulla sponda e tolse la paratoia spedendo l’uomo nel fosso e poi, sempre sorridendo, lo tirò su bagnato fradicio e “sbollito”.