Almeno una volta l’anno

 

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disegno a china
mie opere

Capita, almeno una volta l’anno, che un uccellino si intrufoli nel camino della canna fumaria della mia cucina e finisca dentro la stufa a legna, quelle di tipo economico, con il forno e i cerchi in ghisa, che serve per cucinare, oltre che per riscaldare.

È successo anche ieri.

Per fortuna la stufa non la uso più, da almeno tre anni.
L’uccellino finisce sempre nel vano che c’è sotto al forno e che ha una sola via d’uscita: la feritoia che mette il vano in comunicazione con lo spazio che contiene la “caldera”, ovvero il recipiente rettangolare e profondo atto a contenere l’acqua che si riscalda quando la stufa è accesa.

Dopo il primo spavento, l’uccellino inizia a dibattersi e, naturalmente, fa un po’ di baccano così ci si accorge di quanto è accaduto. Allora, per prima cosa chiudo la porta della cucina, oscuro una delle finestre, quella a sinistra della stufa, apro la finestra che sta di fronte alla stufa, alzo la zanzariera e libero il vano caldera. Poi faccio penetrare la luce della torcia nel vano caldera indicando al malcapitato la via d’uscita. A volte ci vuole un po’ di aiuto, ad esempio facendo un po’ di rumore nel forno e l’uccellino, quindi, con un frullo d’ali vola verso la luce.

Di solito si posa sull’ulivo poco lontano e cinguetta, credo per comunicare agli altri che è ancora vivo, nonostante la brutta avventura.

La prima volta che questo fatto accadde, molti anni fa (eravamo appena sposati) non riuscimmo a capire subito che cosa fosse il rumore proveniente dalla stufa, inoltre l’inesperienza ci fece precipitare a soccorrere il povero uccelletto senza pensare alle conseguenze: liberammo il vano caldera e l’uccellino uscì ma, disorientato, andò sbattere contro tutte le pareti bianche della cucina sporcandole di fuliggine, prima di riuscire a imboccare la finestra.

13 dicembre – Santa Lucia

Questa mattina ci siamo svegliati e sta nevicando.

Qui da noi, nella Bassa Bresciana, il 13 dicembre si festeggia la Santa Lucia che porta i doni ai bimbi buoni.

Ricordo il 13 dicembre del 1995. Mia figlia era in quinta elementare. Durante la notte era nevicato, molto. Non tanto quanto l’inverno del 1985, ma abbastanza perché la scuola rimanesse chiusa: lo spazzaneve non era ancora passato e si sa che in pianura la neve crea più disagi che in montagna, dove alla neve ci sono abituati.

Era la prima vera nevicata che mia figlia vedeva. In quei dieci anni, da quando era nata, qualche spruzzata di neve l’aveva vista, ma mai così tanta. Aveva sentito parlare della grande nevicata dell’85, ne aveva visto fotografie, ma poterla toccare, la neve, è ben diverso dal vederla in un’immagine.

Mio marito la aiutò a costruire il suo primo pupazzo di neve, anche lui sembrava tornato ragazzino. Io rimasi tappata in casa, non amo la neve e se fossi uscita mi avrebbero riempito di palle di neve.

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Mie foto

Ricordo quello che mia figlia scrisse nel tema che fece poi al ritorno a scuola.

“Il giorno di Santa Lucia, tanti bei doni, tanta neve, ho fatto un grande pupazzo.
Niente scuola e nessun compito da fare. Che felicità. Che cosa posso volere di più dalla vita?”

Nomade

campagna lombarda

mie foto

Sì, sono io la nomade, ovvero lo sono stata.

A tre anni, prima, poi a sette, a nove, a sedici, sempre luoghi diversi che non sentivo miei, e non per mia volontà, ché, a quell’età, non te lo chiede nessuno se sei contenta o non del cambiamento.

E poi a diciannove, invece, fu mia la scelta, mia la volontà di cambiar luogo quattro volte l’anno, più per necessità, certo, che per desiderio vero, perché con le radici al vento ti senti sempre sbalestrato.
Non fu un gran danno, anzi, quel muoversi continuo, quel doversi adattare, quei cambiamenti aprirono la mente, appresi cose nuove, usi e linguaggi e paesi e nuove idee, sapori e odori, colori da provare e ricordare.

Restava sempre, però, quella precarietà, quel non sentirsi mai a casa propria, quelle radici al vento instabili, alla ricerca di un luogo ove posare i piedi e radicarsi, ove potersi abbarbicare e fare proprio, per dare forma e vita ai ricordi confusi e affastellati.

E fu così: questo è il luogo che da tempo è diventato mio, se non per nascita, per scelta.
Un luogo che ricorda quello in cui son nata, dove le mie radici ancor piccine son state non recise, ma tolte dalla terra dei miei avi.
Non so se è il luogo in cui io poserò le ossa, in questa terra che un po’ m’è ancor straniera anche se amata e rispettata, questa terra che ha visto un tratto di mia vita, qui dove ho posato i piedi e le radici son penetrate nella terra, a fondo, salde e feconde.
Forse la vita mi riserva ancora cambiamenti, nuovi orizzonti, luoghi non scelti per volere, ma per necessità.

Una cosa, però, io l’ho compresa che, bene o male, molti di noi, per obbligo, per voglia o per necessità, siam spesso nomadi, alla ricerca di luoghi ove trovare la nostra identità.

Gente di paese (2)

 

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Acquerello
mie opere

Si chiamava Lorenzo.
Figlio maggiore di una famiglia poverissima, aveva sviluppato un’insana invidia per tutti quelli che stavano meglio di lui. Era più alto e forte di tutti i suoi compagni di scuola e, sempre a causa dell’invidia che covava, faceva dispetti maligni e brutali ai suoi compagni più abbienti che non avevano neanche il coraggio di lamentarsene con gli adulti.

Dopo il servizio militare si ritrovò orfano dei genitori e a capo di una numerosa nidiata di fratelli più piccoli a cui doveva badare e provvedere.
Fu certo la necessità, ma anche la sua smisurata ambizione, a farlo iscrivere ai Fasci.
Non s’intendeva di politica, aveva solo compreso che, entrando in quei gruppi paramilitari, avrebbe avuto uno stipendio, la possibilità di affidare allo Stato i suoi fratelli più piccoli i quali avrebbero potuto usufruire di istruzione e mantenimento in Istituti fascisti, avrebbero trascorso le estati nelle colonie fasciste al mare o in montagna, sarebbero stati curati e nutriti meglio degli altri ragazzini che appartenevano alla sua condizione sociale.

Era anche molto orgoglioso della divisa che portava, la sua statura e il portamento lo facevano sentire elegante e, effettivamente, era molto ammirato dalle ragazze.
Ebbe parecchi incarichi, mai di comando, ma che lo facevano sentire importante: da motociclista nelle parate a istruttore delle reclute.

La guerra lo portò su vari fronti. Era partito entusiasta, convinto che sarebbe stata una campagna eroica come quelle del Risorgimento.
La delusione fu devastante. Ne tornò comunque illeso, anche se spaurito e ridimensionato.

Dopo la guerra fece tutto il possibile per far dimenticare la sua iscrizione ai Fasci.
Non aveva capito che la gente nemmeno ricordava che lui era stato fascista, visto che non aveva commesso alcun sopruso, che non si era occupato di politica, che non aveva partecipato ad alcuna repressione verso la popolazione, in fin dei conti, la maggioranza della popolazione aveva indossato la camicia nera, volente o nolente.
Ma lui si sentiva a disagio a ricordare quegli anni, la guerra lo aveva cambiato e reso più consapevole.
Rimaneva però in lui, ancora quella sua smisurata ambizione e quella sua invidia per i più abbienti. Così si fece una nuova identità iscrivendosi al Partito Comunista. Divenne uno dei più sfegatati assertori di questa ideologia, cercando comunque di ottenere vantaggi in modo da poter raggiungere un benessere che lo portasse alla pari di coloro che invidiava.

Io che, da ragazzina, lo ascoltavo spesso quando predicava le sue teorie marxiste, e dico sue, perché lui di Marx e Hegel non aveva mai letto nulla, sotto sotto ci ritrovavo però, molte delle idee nelle quali aveva creduto quando era giovane e mi meravigliavo che gli adulti non si accorgessero di quanto mal razzolava pur predicando bene.