Lettera aperta a Guerrina

 

https://undentedileone.files.wordpress.com/2017/09/corridoio-interno-istituto-smb.jpg

Ampio porticato con veduta parziale del cortile dell’Istituto

 

Cara Guerrina,

ultimamente hai sentito il bisogno (che sia l’età?) di scrivere alcune lettere alla rubrica “Lettere al Direttore” del nostro maggior quotidiano provinciale.
Ovvio che quando vedo il tuo nome e cognome io mi fermo a leggere queste tue lettere.
La tua ultima mi ha fatto incavolare.
Cito testualmente le tue parole:
[…]Ai tempi della mia fanciullezza, sia in famiglia che in collegio oltre ai rimproveri verbali arrivavano anche altre punizioni… (e qui nomini le ciabatte di tua madre)…Anche le suore in collegio perdevano la santa pazienza e non lesinavano schiaffi anche sonori. I giovani genitori moderni non usano più i salutari scapaccioni…
e prosegui su questi tono, accusando anche i pedagogisti e gli educatori attuali.

Ora, Guerrina, tu ed io ci conosciamo bene. C’ero anch’io lì dentro in quel “collegio”, te lo ricordi? Tu avevi qualche anno più di me, ma mi conosci bene.
Te lo ricordi quel settembre, io ero in quinta elementare e tu un paio d’anni più avanti. Te la ricordi quella sera in cui, forse per una congestione, io non riuscii a tenere la cena nello stomaco e vomitai? Ti ricordi i “sonori ceffoni” che Suor G. mi somministrò, poi m’ingozzò e siccome vomitai ancora, me le diede di santa ragione, come si diceva allora.
La storia proseguì per quindici giorni, colazione, pranzo e cena, fino a che fui ricoverata in infermeria e ci passai un anno in quell’infermeria. Frequentavo la scuola, ma poi mangiavo e dormivo in infermeria e faticò parecchio la suora infermiera a rimettermi in sesto, corpo e spirito, per come ero stata ridotta.

Te la ricordi suor O. con le piccoline di prima e seconda elementare, le più indifese, inginocchiate di notte, al freddo, in mezzo alla camerata perché avevano bagnato il letto? O con le mutandine sulla testa?

E suor C. che chiamava “zoppettina” quella nostra compagna che aveva avuto la poliomielite?

Certo, non erano tutte così, la maggior parte erano giuste, anche se severe, molte erano comprensive. Però, molto spesso le punizioni, le sberle, gli scappellotti, sonori come dici tu, sfuggivano dalle loro mani per un nonnulla.

Quelli che ho presi io, in tutti quegli anni, non mi hanno fatto un granché di bene, mi hanno solo insegnato un grande odio per il mondo degli adulti e un grandissimo desiderio di rivalsa e di ribellione. Mi ci è voluto del bello e del buono per lavarmele via quelle percosse e quell’odio.
Ho incontrato alcune ragazze della tua classe: dopo cinquant’anni avevano ancora gli incubi di notte.

Con mia figlia, io non ho usato quei metodi. Certo, ho tenuto salde le redini in mano, ma con pazienza, con affetto e comprensione, l’ho ascoltata, mi sono fatta capire e l’ho educata con l’esempio dei miei comportamenti. Non ho mai ceduto sui pochi NO che le ho detto.

Ma non le ho mai messo le mani addosso, perché nessuno ha il diritto di mettere le mani addosso a un bambino, per nessun motivo.

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53 pensieri su “Lettera aperta a Guerrina

    • Guerrina è esattamente la persona che ho descritto: una mia compagna d’Istituto (orfanotrofio) che veniva chiamato “collegio”. Aveva qualche anno più di me, perciò non era in classe con me e nemmeno nel mio gruppo, ma era là, anche lei negli stessi anni in cui c’ero io.
      Ci siamo incontrate ancora, a qualche raduno delle Ex.
      Se leggerà il mio post? Forse, credo di sì.
      Grazie Mirna. Ti auguro una serena serata.

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  1. Siccome sai scrivere, complimenti, hai confezionato un post indiscutibile, e che condivido senza riserve.
    Il mio giudizio – e, bada. non voglio essere frainteso – è che si è passati, in questo campo come in tutti gli altri – da un estremo all’altro.
    Non alludo al tuo caso – ripeto – con te non sono stati usati mezzi di correzione ma torture da campo di concentramento, quello che io intendo è uno scappellotto che dato al momento giusto, però, e non per sfogo od isteria – alla fine è… un contatto umano!
    È la virgola di un dialogo (dico dialogo, perchè chiaramente ci dev’essere)
    Ciao, Neda, scrivi bene, te lo dice un rompiballe!!! 🙂

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    • Capisco ciò che intendi: a volte è meglio uno schiaffo piuttosto dell’indifferenza.
      Rimango sempre dell’idea che se un adulto non riesce a ottenere un comportamento corretto da un bambino, usando la persuasione, l’esempio, la pazienza, un po’ di severità e di fermezza, quando arriva ad usare le mani ha già perso in partenza.
      Purtroppo, il mestiere del genitore non è fra i più facili e non ci sono scuole che lo insegnano e bisogna sempre tenere conto che si educa in due, padre e madre in accordo reciproco.
      Non esageriamo considerando tortura e campo di concentramento quanto è successo a me: io l’ho sempre paragonato a un servizio militare d’altri tempi, un po’ troppo prolungato e condito con un tantino di nonnismo.
      Tu un rompiballe? Non hai mai conosciuto la sottoscritta !!!
      Ciao Guido, un forte abbraccio e buona serata.

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  2. Hai ragione Neda. La “santa ragione” è del diavolo. Senza essere stata in collegio ho ricordi spiacevolissimi di maestre che hanno usato le loro manaccie a sproposito. E non vorrei deludere Guerrina, ma le suorine che spiccicano nel piatto del purè la testa di un bimbo dell’asilo (sottolineo asilo) esistono ancora. E con quali benefici?

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    • A noi ci dicevano che ci facevano “nere”, pensa un po’.
      Quello che mi ha stupito da subito (avevo otto anni quando sono entrata lì) era che quelle suore che ci predicavano il Vangelo e la parola del Cristo, poi non la applicassero per nulla quella parola, non la comprendevano.
      Certamente, dati i tempi, l’immediato dopoguerra, alcune di loro erano entrate in convento nei tempi della crisi economica e in epoca fascista con l’abitudine a quei metodi e, forse, senza una vera vocazione. Altre, soprattutto le insegnanti, istruite e laureate, avevano una mentalità diversa, la scuola infatti era veramente ottima. Ma quelle che ci accudivano, che erano le sorveglianti, spesso sapevano poco di “educazione” nel senso di conoscenza dell’animo dei bambini. Alcune, a mio avviso, non erano adatte a questo scopo e si trasformavano in carceriere senza alcuna compassione.

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  3. Ho letto tutto e anche i commenti. Ho purtroppo anch’io ricordi di suore tutt’altro che buone, anzi, ricordi indelebili di quando avevo solo sei anni (poi per fortuna i miei mi ritirarono da quell’inferno). Condivido anche che oggi si assiste spesso a situazioni in cui i bambini sono così maleducati da farti, realmente, prudere le mani. Ma in ogni caso no, non si alzano le mani su nessuno e soprattutto sui bambini (anche se qualche sculaccione mi è scappato, all’epoca)

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    • I bambini di oggi non hanno colpa se sono mal-educati, purtroppo rispecchiano il contesto in cui vivono e la nostra attuale società, a partire dai vituperi che si scambiano certi nostri parlamentari sia in TV che sul web.
      I bambini sono anche lo specchio dei loro genitori. Dalle nostre parti si dice che chi da gallina nasce in terra raspa, soprattutto oggi che è molto difficile fare i genitori.

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    • P.S. a proposito della mia vicenda, pensa che io non ne ho mai parlato con mia madre, all’epoca. Lei lo venne a sapere da altri e dopo che ero già sposata. Il motivo per cui non mi facevo vedere piangere e non me ne lamentavo è che non volevo mi togliessero da lì: era l’unico posto che mi avrebbe permesso di ottenere un diploma. Fuori da lì, la mia famiglia non avrebbe mai potuto mantenermi agli studi, lì ero assistita dall’ENAOLI (Ente Na zionale Assistenza Orfani Lavoratori Italiani) che nel dopoguerra ha permesso a molti di noi di raggiungere un diploma o di imparare un mestiere.

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      • Qualcuna.
        Soprattutto nel mondo del lavoro, a protezione dei diritti dei collaboratori. Pensa che venivamo licenziati in caso di malattia o di infortunio. Non c’erano i turnanti, per cui il principale licenziava il lavoratore e assumeva un’altra persona. Ho introdotto il sistema di sostituzione volontaria del lavoratore infortunato, da parte di un altro lavoratore già occupato, facendolo io per prima, in modo da tenere il posto a quello che stava male. Alla fine, anche il direttore e il proprietario, o qualche suo familiare, si prestavano a questa bisogna. Ho introdotto il concetto che il cliente non era un pollo da spennare, ma da servire e accontentare, in tutto ciò di cui aveva diritto e che fosse lecito, pretendendo dal cliente il rispetto per il lavoratore e per l’ambiente in cui era. Ho abituato i lavoratori a fare il proprio dovere, rispettandosi a vicenda, aiutandosi l’un l’altro, facendo attenzione ai loro bisogni e necessità e convincendoli che nulla andava sprecato o maltrattato perché l’albergo era, nel periodo in cui lavoravamo lì, la nostra casa.
        A Diano Marina ho lavorato otto anni nello stesso albergo, con gli stessi collaboratori e con una clientela che tornava ogni anno. Era un bell’ambiente, sereno e, nonostante la pesantezza della stagione e gli inevitabili disguidi che potevano capitare, abbiamo lavorato bene, in armonia e con profitto.
        Anche negli anni in cui ho lavorato in montagna ho usato lo stesso sistema e sono ancora in contatto con alcune persone con cui ho lavorato lì e ricordiamo spesso quanto siano stati belli quegli anni.

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      • Sì, erano anni molto burrascosi in tutti i sensi. Purtroppo io, avendo scelto di smettere di lavorare quando mi sono sposata, non avrò mai la pensione, nonostante abbia comunque pagato i contributi, ma con quel sistema di paghe omnicomprensive e di licenziamenti e riassunzioni per ogni periodo lavorativo, i miei contributi non erano sufficienti e non mi conveniva nemmeno pagare i volontari: troppo costosi e per troppo tempo. Pazienza.

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  4. c’è un solo termine per qualificare il comportamento di quelle suore: cattiveria da frustrazione, che è forse la forma più odiosa di cattiveria perchè porta a essere violenti con i più indifesi e a essere ipocriti e assolutori con se stessi perchè si sta facendo “buona educazione” in nome di Gesù.
    ml

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    • Sono tornata lì dentro, dopo 18 anni che ne ero uscita, mentre mi preparavo al matrimonio. Volevo vedere se ne ero “uscita” veramente.
      Ho incontrato, in quell’occasione, suor G. e suor C. e ho scoperto che non le odiavo più: provavo per loro solo una grande pietà, mi facevano pena per la loro vita sprecata. Invece, le altre suore, l’infermiera, le mie insegnati, erano molto felici di vedermi e riallacciai i rapporti con loro. Quando nacque mia figlia la suora infermiera le fece un vestitino di lana giallo e bianco e la mia insegnante di materie umanistiche mi scrisse regolarmente fino a quando morì, senza impormi mai le sue idee, poiché sapeva che io non ero credente da molto tempo.
      Del resto, non posso certo negare che lì
      dentro ho appreso molto e, dopotutto, la vita un po’ dura mi ha reso forte, proprio perché avevo uno spirito libero e ribelle. Purtroppo, molte mie compagne, meno motivate di me e più deboli, ne hanno portato danni che hanno lasciato cicatrici profonde.

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  5. Ussignùr … mia cara @Nedina, quante ne hai passate ! Eppure Tu ne sei uscita indenne e, al momento di esser madre, hai saputo far tesoro delle tue tristi esperienze, educando i tuoi figlioli con candida, ma irremovibile, tenerezza ! 😀

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    • Da noi il controllo era esercitato dallo Stato che pagava anche le rette. Naturalmente a nessuna di noi sarebbe venuto in mente di andarci a lamentare per le punizioni. Controllavano che la scuola funzionasse, che noi avessimo un buon rendimento, che ci fosse cibo in abbondanza e vario, che fossimo in buona salute in ambienti rigorosamente puliti e ben governati.
      Avevamo anche una casa per le vacanze, in montagna, completa di chiesa e di appartamenti per l’arcivescovo della nostra città. Ripeto, di suore così non ce n’erano molte, solo alcune ed eravamo anche in un periodo di dopoguerra, dove in altri istituti si stava molto peggio.

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  6. Ma mi domano : i tuoi famigliari ( marito, figli, nipoti … ), si rendono conto di avere accanto una donnina straordinaria ???
    Una piccoletta che è in grado di cucinare ( mmhhh … ), di tenere l’ orticello fuoriporta, di accudire alla casa … ed inoltre abile nel ricamare, nel disegnare, nel dipingere ed infine così colta da poter discutere, alla pari, con chiunque e, non di rado, di sopravanzarlo per buon senso e sincerità ???
    Ahi … mia cara e bella @Neda, che errore madornale feci, quando, al tuo primo ballo di giovinetta, io ti invitai a ballare il tango e poi non insistetti, alla fine della musica, a chiedere la tua mano !
    Ma si sa … io sono un Cavaliere, romantico sì, ma mooolto “errante”, e così non ti impegnai per il prosieguo della tua vita sentimentale !!! 😦

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    • O Cavaliere, c’è anche il violino che fa da sottofondo?
      Sono una donna semplice, non mi trucco, non seguo la moda, sono solitaria e abbastanza schiva, per fortuna i miei non hanno mai cercato di cambiarmi e mi accettano come sono lasciandomi vivere in santa pace le mie piccole, piacevoli, abitudini e i miei passatempi.
      Non era un tango quello che ballammo, ma un valzer lento, non ricordi? Il tango è troppo sensuale, mi sarei sentita in imbarazzo. Io amo la mazurka, più consona a una contadinella par mio.
      Sai, credo di essere nata nel secolo sbagliato. Amo, di questi nostri tempi, le comodità, il buon cibo e, soprattutto, la libertà che noi donne abbiamo ora, nonostante tutto, e che non abbiamo mai avuto nel passato. Però, sarei stata felice al tempo di Lorenzo e di Leonardo, in quel Rinascimento in cui tutte le Arti e tutti i Mestieri erano rinati ed avevano valore: il fare con le proprie mani, vedere alfine un progetto realizzato, completo e duraturo.

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  7. Questo tuo articolo mi ha fatto venire in mente le suore scozzesi che mettevano in una fossa comune bimbi e neonati.
    Mi ha fatto venire in mente che molte suore sono veramente malvagie. Quella che non ti permetteva di vomitare sarebbe stata da galera o da lavori forzati.
    Lo faceva pregando o obbligandoti a pregare?
    Buon pomeriggio.
    Quarc

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    • Ripeto che, per fortuna, ce n’erano poche così, più che malvagie, diciamo “maldestre” e non adatte al compito loro affidato. Che Suor G. pregasse in quei momenti non te lo so dire, io sicuramente non pregavo, e non ho più pregato e non prego ancora. Non ho bisogno di dei che comprendano le mie colpe o ai quali chiedere miracoli. Se mi accorgo di aver fatto del male a qualcuno, gli chiedo perdono e cerco di non ripetere i miei errori. Suor C. l’ho avuta gli ultimi due anni, ma ormai ero abbastanza grande e forte per sapermi difendere e anche bene, inoltre, avevo compreso che, comunque, ammazzarmi non poteva e ci eravamo anche coalizzate fra alcune di noi ragazze e riuscivamo ad avere una certa serenità, nonostante tutto. Poi era la scuola quella che contava per me. Per poter studiare avrei sopportato parecchie cose.

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      • Sì, quelle che vedevano e tacevano erano comunque colpevoli, anche se poi tentavano di metterci le pezze, per così dire. Probabilmente il voto di castità, povertà e soprattutto obbedienza le obbligavano ad avere certi comportamenti, che a loro piacessero oppure no.
        Mi è rimasta, di tutto ciò, una ribellione dentro, soprattutto quando vedo infierire su un bambino o su un vecchio: divento una belva e reagisco contro chiunque. Io ho sopportato quello che mi è successo allora, anche se negli ultimi anni reagivo se vedevo fare del male alle più piccole o alle indifese, ma non ero più sola, altre ragazze si erano coalizzate con me e a una suora in particolare i sorci verdi li abbiamo fatti vedere e il paradiso se l’è conquistato.
        Quello che non riesco a capire è che sia un genitore a fare del male ai propri figli, in fin dei conti quelle suore erano delle estranee.

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  8. Io dalle suore per fortuna ho solo fatto l’asilo, in compenso avevo una maestra di elementare che mi ha riempito di ceffoni! E quando era arrabbiata, mi tirava le bacchettate sulle mani. Quanto l’ho odiata e ti assicuro che tuttora non l’ho ancora perdonata anche se non esiste più! Hai ragione i bimbi non devi umiliarli con gli schiaffi, i bimbi non si toccano.

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