Le cose che non capisco

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Verde e oro
pastello, acquerello, china e oro, su carta,
mie opere

Sono molte le cose che non capisco, o, per meglio dire: le cose che mi rifiuto di comprendere.

Dietro casa mia, in uno spazio di poco meno di 2500 metri quadri, si trova un complesso che comprende 25 abitazioni fra appartamenti in condomini e casette a schiera. Il complesso è stato disegnato da un demente, approvato da una amministrazione comunale che di oculato ha proprio poco e costruito da un’impresa edile che tutto ha fatto per averne un ricavo molto sostanzioso.
Le finestre degli appartamenti sono minuscole, non esiste un balcone, i muri sono cosi poco consistenti da sentire, a 10 metri di distanza, quando squilla il telefono in uno degli appartamenti che danno sulla mia proprietà, quando le finestre sono aperte i dialoghi che avvengono in quelle abitazioni hanno poco a che vedere con la privacy.
Il tutto è circondato da un muro di cemento alto due metri e la pavimentazione di tutto il complesso è, ovviamente, in cemento, il che fornisce una efficiente cassa armonica per la gioia di tutto il circondario.
Non c’è un alberello, un cespuglietto, un filo d’erba. Alle finestrelle, provviste di una ringhiera che le rinchiude per metà, forse per impedire eventuali suicidi, vengono appesi lenzuola, maglioni, pantaloni (ovviamente uno alla volta), perché possano asciugarsi.
Fra il muro di cinta e l’abitato, un cortiletto dà sui garage, i quali, ovviamente, non hanno un passaggio interno per accedere agli appartamenti.

Ora, quello che io non capisco è perché mai, che piova o tiri vento, che grandini o nevichi, che ci siano 40 gradi all’ombra o 10 sottozero, tutti i sacrosanti fine settimana che il calendario ci regala, ci siano dei tizi che in quel cortiletto si mettano a cucinare grigliate: spaccano la legna, improvvisano un fuocherello in una specie di “bidone” trasformato in griglia all’aperto, mangino in piedi tutti intorno a un tavolino, come i migliori clochards della Senna.
Fin qui, affari loro, ma quello che io non capisco è perché mai debbano anche tenere la musica a tutto volume trasmessa dalle loro auto che sono con i finestrini aperti, all’interno dei garage aperti, il che provoca un’assordante cacofonia che fa tremare i vetri di tutti i caseggiati circostanti.

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Domenica mattina

Dopo colazione, come ogni mattina sono andata nell’orto.
Ho raccolto i frutti maturi, estirpato le erbacce e non ho dovuto annaffiare perché ci aveva pensato la pioggia.

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cornetti, zucchine e cetrioli
mie foto

Poi sono andata a zappare le erbacce che sono cresciute, rigogliose e invadenti, in mezzo alle fragole.
E’ straordinario vedere che bastano poche gocce di pioggia per farle crescere, le erbacce, in modo così celere.
Mentre zappavo, sono stata circondata da mosche, moschini, zanzare, pappataci e non so bene quant’altro.
Sembrava che sulla mia fronte si fosse accesa un’insegna “Distributore di sangue fresco”, nonostante il repellente con cui mi ero cosparsa ogni parte scoperta, dopo un po’ ho rinunciato e sono rientrata in casa a lavarmi e a cospargermi di unguento “dopo puntura”.
E’ possibile che gli insetti si siano abituati ai repellenti e li considerino un condimento per rendere migliore il loro pasto? A me sembrava che si chiamassero l’un l’altro dicendosi: “Venite qui, questa qui è proprio buona, dolce, saporita…”
La prossima volta berrò della grappa, prima di andare a zappare, magari li ubriaco tutti e li vedrò ballonzolare ebeti in giro e cadere giù rimbecilliti.

Quando c’era Federico non cresceva un filo d’erba nell’orto e anche il prato era sempre tagliato di fresco.
Dove l’anno scorso c’erano i pomidoro (70 piante) c’è cresciuta tanta di quell’erba, quella che viene chiamata “erba legno”, ed è veramente alta. Dovrò estirparla a mano, o vangarla, per togliermela di torno.
In compenso, fra l’erba, ho notato che sono cresciuti anche parecchi fiori, da semi forse portati dagli uccelli o dal vento. C’erano piantine di tagete, che ho tolto e trapiantato in una grande ciotola, poi le speronelle azzurre, rosa e bianche, di queste raccoglierò i semi per l’anno venturo.
C’è anche un grande papavero ornamentale (da oppio) cresciuto vicino alla salvia.
Anche di questo raccoglierò i semi, per coltivarlo l’anno venturo: ha un colore così brillante e bello che allarga il cuore solo a guardalo.

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papavero
mie foto

Fiur de redécc

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Fiur de redécc
mie foto

 

Federico li aveva seminati alla fine dell’estate scorsa, quei 150 metri quadri di radicchi invernali, dopo aver raccolto i fagioli borlotti.
Ne avevamo consumati pochi durante l’inverno, a causa della salute di Federico e dei suoi ripetuti ricoveri in ospedale.
In seguito non c’è più stato il tempo e la voglia di occuparmene così sono cresciuti e sono “andati in semenza”.
I loro steli fioriti hanno superato i due metri e hanno riempito di colore azzurro cielo tutto quello spazio. E’ uno spettacolo per chi passa per la strada.
E successo solo un’altra volta che lasciassimo fiorire i radicchi invece di vangarli per preparare il terreno per la semina dei fagioli. Fu nel 2013, quando Federico finì in ospedale il 2 di maggio in seguito a un’ennesima crisi cardiocircolatoria. Anche allora non ebbi il tempo di occuparmi dei radicchi, lo feci a luglio, dopo la fioritura, strappandoli dal terreno uno a uno.

Quest’anno non seminerò i radicchi e nemmeno i fagioli.
In quello spazio crescerà l’erba e ci saranno fiori di campo, margheritine, violette e denti di leone.

 

 

La signora R…

 

 

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Omaggio a Pisanello
olio su tavola
mie opere

La signora R…  era vedova, anziana e abitava da sola in un appartamento a pian terreno di uno stabile a pochi metri da casa nostra.
Era alta come mia madre ma più anziana e, fra loro, era nata un’amicizia delicata, prolungata nel tempo, che aveva il sapore di un rapporto quasi da madre a figlia.

La signora R… era discreta, dotata di una gentilezza un po’ schiva, quasi timida, aveva l’eleganza semplice ed innata che hanno, a volte, certe nostre contadine di antico stampo.
Rimasta vedova si era occupata del figlio e della sua famiglia che abitavano a pochi passi da lei, poi, a poco a poco si era dovuta ritirare da molte incombenze a causa dell’età e di vari acciacchi che capitano nella vecchiaia.

Durante le estati, la signora R… veniva invitata da mia madre, due, tre volte la settimana, a trascorrere qualche ora nel nostro giardino, all’ombra del grosso cespuglio di lauro ceraso ed era un piacere sentirle conversare fra loro, mentre gustavano un gelato o sorbivano una bibita.
A volte, quasi senza accorgermene, mi veniva istintivo chiamarla “nonna R…”, pur continuando a darle del “Lei” e lei sorrideva, un sorriso caldo, dolce che illuminava i suoi occhi grigio chiaro tendenti all’azzurro, il volto dai lineamenti delicati e sottili e i capelli candidi raccolti sulla nuca.

Quando mia madre andava in paese per qualche incombenza passava sempre dalla signora R… chiedendole se avesse bisogno di qualche cosa e aveva abituato anche me a comportarmi in questo modo. Di solito chiedeva che le portassimo poche cose, delle uova, una scatoletta di tonno della tal marca, una bottiglia di latte, un paio di fette di fegato di vitello dal tal macellaio “ma che sia tenero, mi raccomando”, precisava sempre, quasi scusandosi. Al ritorno, consegnate le merci richieste, pagava il dovuto e offriva sempre un caffè “di quello buono”, fatto con la moka.
Quando mi sposai mi regalò una cornice per mettervi una foto mia e di mio marito e, da quel giorno, ogni anno che seguì, al mattino del giorno del nostro anniversario, la sua telefonata era la prima ad augurarmi una vita serena con il mio compagno.

Quando nacque mia figlia, incominciò a regalarle, per Natale, delle piccole bambole che stavano nel palmo di una mano, fatte all’uncinetto, a maglia, oppure con le brattee secche del mais, come facevano le nostre nonne quando io ero piccola.
A Pasqua, avevo l’abitudine di dipingere le uova sode che venivano poste davanti ai commensali come augurio. Ne dipingevo sempre qualcuna in più per gli eventuali visitatori e ne portavo sempre uno, il sabato di Pasqua, alla signora R… Lei non lo mangiava, li conservava tutti in una vetrinetta dentro alle tazzine da caffè. L’interno dell’uovo si asciugava, si atrofizzava e, quando lo si prendeva in mano, scuotendolo, suonava come se ci fosse stato dentro un sassolino.
Un anno, ci andò mia madre a portarle l’uovo e i nostri auguri e la trovò in lacrime: i suoi parenti erano partiti tutti per una vacanza all’estero e lei non sopportava l’idea di passare la Pasqua da sola.

La domenica mattina andammo a prenderla. Avevo ospiti, oltre che i miei genitori, anche mio fratello con la sua famiglia. C’era posto anche per la signora R…, intimidita in un primo momento, poi si rilassò e ci raccontò molte cose della sua gioventù. Fu come se a quella tavola ci fossero anche i miei nonni, morti da molti anni.

Dalla finestra della cucina di casa mia vedevo la finestra della sua camera da letto. Con il tempo prendemmo un’abitudine: quando andava a dormire, era sempre alla stessa ora, minuto più, minuto meno, accendeva e spegneva la luce della camera un paio di volte, prima di chiudere le ante e io ricambiavo spegnendo e accendendo la luce di una torcia dalla mia finestra, come ad augurale la buona notte. Al mattino, se dopo una certa ora, le ante della camera non erano aperte, si andava a vedere che cosa fosse successo. Con l’avanzare degli anni ci chiedeva di assisterla mentre faceva la doccia, per paura di scivolare, di farsi del male.

L’ultimo settembre della sua vita, fui io la prima ad accorgermi della sua malattia, c’erano segni evidenti e ne avvertiti mia madre, perché si preparasse.
Alla fine di settembre fu ricoverata, non arrivò a Natale.
Aveva donato a mia madre, molti anni prima, un piccolo e grazioso oggetto di porcellana che il marito le aveva regalato per le nozze. Dopo la morte di mia madre, lo consegnai a sua nipote: era un oggetto di famiglia, era giusto lo conservasse lei.

La casa della signora R… è vuota da anni. Ogni tanto qualcuno passa ad aprire le finestre per cambiare aria agli ambienti e a me capita di fermarmi lì, a guardare quella finestra, come ad aspettare che la signora R… si affacci, mi sorrida e mi faccia un cenno di saluto con la mano.

 

 

La Memoria IV a

Se torno indietro nella memoria e cerco di ricordare, di rivedere, gli anni della mia infanzia, non riesco a trovare la presenza, la figura di mia madre.
Che io non abbia un ricordo visivo di mio padre è abbastanza naturale, dal momento che avevo appena compiuto due anni quando egli morì.

Di tutti gli anni che precedettero la mia adolescenza io ricordo molte cose e molte persone, ma non mia madre. Ricordo le nonne, sia quella paterna che quella materna, ricordo il nonno, le zie, la bisnonna, un cugino, i vicini di casa, gli animali della nostra fattoria,
le visite del fidanzato di una delle zie, l’orto e il giardino della nonna, ma non mia madre.

Mi è stato raccontato che dormivo nel lettone con mia madre, che lei mi cuciva i vestiti, che mi curava quando ero malata, eppure io ricordo che dormivo nel lettone con la bisnonna e mio cugino.
Perché ricordo questo episodio, avvenuto forse di pomeriggio quando gli adulti facevano la siesta e noi bambini, affidati alla bisnonna, ce ne stavamo nel lettone ad ascoltare le sue interminabili favole?
Forse perché tutto l’affetto di cui un bambino ha bisogno a quell’età, io  sentivo di averlo solo dalla bisnonna?
So per certo che mia madre mi ha amato e mi ha protetto,
è probabile che io non me ne rendessi conto, oppure mia madre non riusciva ad esprimermi quel tipo di affetto che io desideravo da lei.

Quando vedo le braccia di mia figlia tendersi verso di me, perché io l’abbracci e me la prenda sulle ginocchia, quando la mano di mia figlia si insinua nella mia e le sue dita stringono le mie, non posso fare a meno di pensare che anche io, da piccola, certamente facevo la stessa cosa, ma mia madre, ancora oggi, rifiuta ogni contatto fisico con me. Non ho mai avuto da lei, baci, abbracci e non solo perché non li ricordo, ma perché, ancora oggi, mia madre ripete spesso che le dava fastidio essere toccata da me, perché avevo “le mani calde”.
E’ vero, non ho mai avuto le mani fredde, ma non credo che il motivo fosse questo. Forse pensava che abbandonandosi ai sentimenti avrebbe sofferto ancora, infatti, una delle cose che ripete spesso è che lei, nella vita, era preparata a tutto, ma non a restare vedova dopo soli tre anni dal matrimonio.
Mio padre si ammalò e morì in tre mesi, per una di quelle malattie considerate incurabili ancora al giorno d’oggi.
Il dolore, che unì suocera e nuora per la perdita di quell’uomo a cui entrambe volevano bene, era consapevole del fatto che anch’esse dovevano lasciarsi.
Mia madre ed io dovevamo andare nella casa paterna di mia madre. Non credo fosse stato facile decidere, né per mia madre, né per la nonna, la quale sapeva bene a quale genere di vita noi eravamo destinate con quella scelta.
Purtroppo la pensione di reversibilità a cui mia madre aveva diritto era tanto misera da non permetterle nemmeno l’acquisto del pane e del latte per la prima colazione. Non poteva più accontentarsi di fare la stagione nelle risaie che c’erano vicine al paese dove abitavamo, aveva bisogno di un’entrata fissa per tutto l’anno, doveva trovarsi un lavoro, ma senza un titolo di studio e avendo imparato solo il lavoro dei campi, che cosa le restava da fare?
Inoltre, il fratello di mio padre era pronto al matrimonio e la camera in cui mio padre, mia madre ed io avevamo dormito, serviva per la nuova coppia. Ci si sarebbe potute aggiustare nella stanza in soffitta con la nonna, mia madre ed io non avevamo grandi esigenze e la nonna ne sarebbe stata felice, ma che sarebbe avvenuto tra le due nuore? Sarebbero riuscite ad andare d’accordo?
Così, a malincuore, mia madre decise di tornare da suo padre.

Dopo il matrimonio di mia madre, mio nonno si era trasferito con tutta la famiglia in un’altra provincia.
Aveva comperato un bel pezzo di terra ed una cascina nella campagna che è a pochi chilometri dal paese in cui io ora vivo.
Quella campagna si chiama ancora “Rasa”, perché un tempo era brulla, incolta e pelata a causa della penuria d’acqua.
Poi vi scavarono pozzi, vi fecero canali per l’irrigazione e tirarono su tanta di quell’acqua da annegarla tutta quella terra arida che, oggi, è una delle più fertili e produttive.
La cascina nella campagna Rasa era piccola rispetto a quella che il nonno aveva avuto nell’altra provincia, lo era anche la casa che era vecchia e decrepita, solo sei stanze invece dei grandi spazi che avevano avuto nella casa padronale di prima.
Riuscirono però a renderla gradevole e abbastanza comoda anche se la luce elettrica, lì, non era ancora arrivata.
Le serate erano illuminate dalla lampada a petrolio, dal gambo alto e slanciato, in opaline bianco ed io ero affascinata dal lungo tubo di vetro sottile e pulitissimo che proteggeva la fiamma dello stoppino.
Questa lampada fa ancora bella mostra di sé in casa di mia madre.

lampada a petrolio in opaline bianco

                     La lampada a petrolio di mia nonna (mie foto)

Nelle stanze da letto, invece, usavamo delle candele da tenere accese il meno possibile, solo il tempo che si impiegava a svestirsi.

Ci si lavava in cucina, nell’acquaio di pietra, con l’acqua presa dalla pompa a mano che era all’esterno. Per noi bambini c’era il catino e una brocca, ma il bagno ce lo facevano nella mastella del bucato e ricordo che il nonno, ridendo, diceva che mi stava spuntando la coda e io, preoccupata, cercavo di girami a cercarmela fra le natiche.

lavabo con asciugamani ricamati

Lavabo di mia nonna con gli asciugamani originali ricamati da lei.
Il catino, il portasapone e la brocca sono invece stati sostituiti da porcellane dipinte da mia madre. (mie foto)

Il gabinetto era fuori, in fondo all’aia, non ne ho un ricordo preciso, solo un senso di disgusto. Per la notte c’erano i pitali nei comodini.

La dissolvenza della memoria. Quadro a olio su tela di Neda

La dissolvenza della memoria. Quadro a olio su tela di Neda

D’inverno si mangiava in cucina, dove c’era la stufa economica a legna, il tavolo lungo con le sedie e due cantonali, armadi ad angolo, fra i quali c’era una panca disposta sotto ad una finestra con le grate dalla quale si vedeva parte del giardino dietro la casa.
D’estate invece si stava nella stanza più grande, che fungeva anche da entrata. Aveva due finestre, una credenza e una madia, un grande tavolo con le sedie, c’era l’acquaio e un grande camino, una scala di legno chiusa da una parete pure di legno, con la porta di accesso, ma con il sottoscala a vista, per avere più spazio e dove si apriva la porta per il salotto che era l’orgoglio di mia nonna.
Nel salotto oltre al divano in velluto, con due poltrone e un tappeto, c’era anche un bel mobile con cristalliera, in cui erano conservati i servizi buoni di piatti, tazze e bicchieri, posate, tovaglie e quanto occorreva se ci fossero state delle persone in visita.
Questa stanza aveva due finestre e da uno spioncino mio nonno poteva vedere anche ciò che accadeva nella stalla che era a fianco della casa. Vicino allo spioncino c’era un fucile in caso di bisogno. Nell’angolo più nascosto del salotto il nonno aveva la scorta di bottiglie di vino e qualche liquore per le grandi occasioni.

Dalla scala di legno si saliva alle camere da letto che erano tre: in quella sopra il salotto ci stavano il nonno e la nonna, con il loro letto matrimoniale, i comodini, il cassettone e l’armadio, un paio di sedie. Ricordo che sopra il cassettone la nonna aveva una teca di vetro con dentro una Madonna Bambina di cera, fasciata con pizzi e tulle e vicino alla teca c’era anche una Damina di porcellana colorata, alta una trentina di centimetri, che aveva un bel vestito a campana, vuoto di sotto, se si sollevava la Damina sotto ci si trovavano i pochi monili della nonna, qualche monetina, a volte delle caramelle.

Nella stanza più grande, sopra all’entrata, c’erano un letto matrimoniale, i comodini,  un letto singolo, due finestre, un grande armadio guardaroba e una enorme cassapanca che conteneva biancheria da letto nella quale la bisnonna metteva mazzetti di lavanda e di erba luisa. Davanti al letto c’erano due poltroncine e sulla parete, sopra il letto singolo, c’era un grande arazzo ovale che rappresentava Nettuno circondato da ninfe immerse nelle onde.
La terza stanza, sopra alla cucina, era per le zie ormai grandi e in età da marito.

La proprietà confinava con un’altra cascina molto grande, abitata da una famiglia nella quale, oltre ai genitori e ai nonni, c’erano anche dodici figli, otto maschi e quattro femmine: la più piccola aveva solo due anni più di me e il più grande era già sposato.
Il paese più vicino distava quattro chilometri.

La mia vita nella cascina del nonno è stato il periodo del quale ricordo una grande libertà e mi è rimasto dentro come una radice forte, un’ancora salda e sicura.
Le ire del nonno non mi hanno mai sfiorata, protetta com’ero da tutte le sottane delle donne di casa, probabilmente non me ne accorgevo nemmeno.
Io ero libera di scorrazzare come e quanto volevo e poche cose mi erano proibite: non potevo entrare nella stanza dei nonni, non potevo toccare il tubo di vetro della lampada a petrolio, non potevo entrare nella stanza delle zie e in salotto.

Nella bella stagione vivevo all’aria aperta come una piccola selvaggia, in mezzo agli animali, quasi sempre scalza, vestita con pagliaccetti comodi, ero curiosa di tutto.

foto in bianco e nero di Neda a quattro anni

                               Neda a tre anni alle prese con un pomodoro 

Non ricordo di aver mai avuto paura di nulla. Ogni giorno era una nuova scoperta, c’era sempre qualcosa da vedere, da fare, da conoscere, da imparare.
La bisnonna era la mia fonte di informazioni, a lei chiedevo tutto, lei aveva una risposta logica per ogni mia domanda. Vivevamo il tempo del sole e delle stagioni, non avendo la luce elettrica eravamo tagliati fuori dal mondo e mi sembra davvero di aver vissuto quegli anni in uno spazio di tempo remoto, in un altro secolo.
Insieme ai figli dei nostri vicini ogni gioco diventava un’avventura,
le pecore e i maialetti che pascolavano nei campi vicino casa si trasformavano in animali esotici e in mezzo a loro prendevano vita le storie della bisnonna e quelle di Alì Babà e delle Mille e una Notte, che avevamo sentito raccontare nei lunghi inverni, quando andavamo a fare “filos” nella stalla per stare più al caldo.

Nella stalla, dopo il Rosario recitato insieme agli adulti, c’era sempre qualcuno che raccontava storie e leggende e noi bambini stavamo ad ascoltare e vivevamo con la fantasia dentro a quelle avventure.
A volte qualcuno intonava una romanza, un brano d’opera, una vecchia canzone, oppure recitava una poesia imparata a scuola.

Quando viene l’inverno, sento ancora il bisogno di raccogliermi, di chiudere il mondo fuori di casa e non faccio a meno di pensare al calore di quelle serate nelle stalle, dove le ombre dei nostri corpi proiettavano figure larghe e avvolgenti ed io mi sentivo al centro
del mondo, del mio mondo.