Grazie Piero

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Grazie perché sei entrato nelle nostre case per molti anni, sempre con garbo, con gentilezza, prima come giornalista e poi come divulgatore, con rigore e coerenza.
Grazie perché ci hai spiegato con semplicità e chiarezza i cambiamenti del nostro mondo e i progressi scientifici con l’occhio sempre volto al futuro e sfatando le bufale degli imbroglioni.
Grazie per la tua intelligenza accompagnata dall’umiltà che hanno i Grandi che non amano mettersi in mostra su piedistalli.
Grazie per aver cresciuto tuo figlio Alberto nel tuo stesso rigore: il “ragazzo” ha superato il Maestro, non perché tuo figlio, ma seguendo il tuo esempio.
Grazie perché i tuoi filmati ci accompagneranno ancora per molti anni.
Grazie per la tua musica e la sottile e dolce ironia che sprigionava dai tuoi sorrisi quando la suonavi.
Grazie perché ci hai sempre mostrato la speranza.
Grazie per tutto ciò che ci hai donato.

Numeri

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Mare del Nord acquerello mie opere

A ogni bollettino vengono elencati i numeri dei malati, dei decessi.
Tramite i social network scorrono i nomi di coloro che non ci sono più e allora ti accorgi che non sono solo numeri, ma persone che conoscevi bene, compagni d’infanzia, amici, parenti.
Pensi allo strazio dei familiari che non hanno potuto essere loro vicini nelle ultime ore.
No, non si tornerà più a quella che era la “normalità” di prima, una normalità alla quale ci eravamo abituati senza riflettere veramente su che cosa sia la “normalità”.

Usciremo dalle nostre tane come dopo un letargo non voluto, imposto da circostanze impreviste ma non imprevedibili.
Prima o poi avrebbe potuto succedere, come già successo in varie epoche del passato, ma noi non ne abbiamo tenuto conto, ci credevamo immortali, forse, alla ricerca di una frenetica felicità.

Usciremo e ci ubriacheremo di sole, urleremo alla luna, riempiremo spiagge, ristoranti e discoteche, correremo nei parchi e nei boschi…ma non ci toglieremo la paura di dosso, perché lo sappiamo tutti che questo è uno spartiacque dal quale non torneremo più indietro.

Si chiude un’epoca. Dovremo abituarci alla prossima e sappiamo già che sarà difficile.

Un lunedì di luglio

 

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Il temporale di questa notte mi ha svegliato con il suo fragore e la violenza degli scrosci.
Poi s’è fatto silenzio ed è finito tutto improvvisamente, così, com’era incominciato.

Non ci sono danni in giardino e nell’orto. Non dovrò irrigare, oggi, è bastata la pioggia.

I merli stanno scoprendo i primi chicchi di uva nera e credo abbiano capito che i lampi lanciati dai CD, appesi intorno alle viti, non sono pericolosi. Qualche chicco se lo stanno beatamente mangiando. Forse qualche grappolo rimarrà anche per noi.

Le gazze lanciano i loro striduli richiami e i merli si allontanano impauriti.

Dovrei essere felice di avere un orto-giardino così grande, uno dei più grandi del mio villaggio, con alberi alti e grossi e fiori e verdure e frutti. Invece mi pesa restare fuori e constatare quanto io sia incapace di occuparmene in modo degno. Senza contare gli innumerevoli insetti e animaletti che fanno danni oltre che pizzicare, pungere, mordere anche la sottoscritta.

Ritorno in casa e mi rannicchio sulla sua poltrona, come un criceto stanco.
Mi isolo dai rumori esterni, a cercare suoni più profondi, eco registrate nella memoria più intima.
Uno stringimento alla gola come un nodo che fa mancare il respiro.
E il cuore rallenta, finalmente, i suoi battiti.

Duilio

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foto di Luana Lucia Pedersani

Era il quinto di sei fratelli, cinque maschi e una femmina, in una famiglia dove il padre e tutti loro, tranne l’ultimo dei fratelli, ma pure il cognato, lavoravano come operai in una grande azienda agricola della zona.

A due anni aveva contratto la poliomielite e ne era uscito a stento, con le gambette che non lo reggevano. I suoi fratelli più grandi, appena tornavano da scuola, se lo portavano dappertutto, prima trasportandolo in collo, poi costringendolo a camminare, anche lungo quel viale che da casa loro giungeva al cimitero, a bagnarsi le gambe alla fonte della Bedöcia, dove si diceva che era apparsa la Madonna a una invasata della zona.
Sarà stata la fede della madre o quel gran camminare che gli fecero fare i fratelli che rinforzarono i muscoli di Duilio, tanto che, chiamato alla leva, fece il militare fra gli Alpini e l’amore per la montagna gli rimase nel sangue e nelle ossa.
Appena poteva scappava in montagna a cercare le sue vette, a scarpinare sulle creste con il suo amico Piero. Li univa anche l’amore per la bicicletta, a pedalare in giro per le piatte strade della nostra bassa, prima con il Gruppo ciclisti avisini, poi da soli, a macinare chilometri tagliando la nebbia, cuocendosi al sole.
Duilio che brontolava a ogni pasto, perché lui, sul cibo, aveva le sue idee, ma poi mangiava sempre tutto, brontolando un po’ e quando sentivamo qualcuno di noi a brontolare su un piatto, gli si diceva ridendo: “Ma sarai mica Duilio?”
Duilio di una famiglia di maschi che aveva solo nipoti femmine, le figlie della sorella e dei fratelli, e poi i pronipoti, una nidiata. Se gli affidavi un bambino potevi star sicuro che non sarebbe stato toccato nemmeno da una mosca. Quando lo andavi a riprendere, il tuo bambino, lo trovavi con l’elastico dei calzini tagliato, perché la pelle non doveva essere segnata nemmeno da quell’elastico.
Duilio che tornava bambino ogni volta che la casa era invasa da tutti noi, sorella, fratelli, cognato e cognate, nipoti e pronipoti, a festeggiare i doni della Santa Lucia, dei compleanni e lui a giocare, appunto, bambino tra i bambini.

Duilio e il volontariato: la Protezione Civile con gli Alpini e la Croce Rossa.
Da quando era andato in pensione, se qualcuno aveva bisogno di cambiare un turno, c’era Duilio, lui sempre disponibile, a qualsiasi ora, per qualsiasi turno.
In quante case è entrato per soccorrere feriti, malati, lo conoscevano tutti.

Duilio e il suo sorriso.
Quel sorriso che ha mantenuto fino alla fine, anche quando è stato portato a Pontevico e poi a Castiglione, in quei luoghi in cui lui aveva accompagnato molte volte gli altri malati terminali.
Quei luoghi che lui conosceva così bene e ci guardava e sorrideva, allargando le mani a dire:
“Che ci vuoi fare, è andata così, è finita.”
Quel suo sorriso, ancora, rimasto anche nella rigidità della morte.

Peccato che non sia riuscito a vedere la marea di gente che è venuta a salutarlo a casa, nei tre giorni di camera ardente come si usa qui, nelle nostre contrade. E la chiesa strapiena, fino a riempire anche il sagrato, e le due file dei Volontari della Croce Rossa e le crocerossine, i Volontari della Protezione Civile e gli amici Alpini, tutti schierati sull’attenti al suo passaggio in quel viale che porta al cimitero, mentre la sirena dell’ambulanza e l’elicottero della Protezione Civile gli offrivano l’ultimo tributo e lui, lì, ricongiunto ai suoi genitori.

Ciao Duilio.

 

“Dolore è più dolor, se tace”

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olio su tela
mie opere

Improvvisamente è tutto finito.
La tensione accumulata in quest’ultimo periodo non c’è più.
Siamo tutti frastornati, straniti, ma ci sono obblighi da rispettare e tradizioni, non c’è tempo per raccogliersi, per riflettere.
La gente, i parenti, arrivano, chiedono.
Si parla d’altro, si pensa ad altro, non si riesce ad accettare, a farsene una ragione.

Le case dei morti
hanno odori di fiori:
rose, garofani, gelsomini.

Le case dei morti
hanno lunghi sussulti
e singhiozzi soffocati
che scuotono le ombre.

Le case dei morti
hanno improvvisi silenzi
e sguardi persi nel vuoto
denso di palpabili ricordi.

 

Amore

 

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Quando la tristezza mi avvolge come un manto pesante e scuro, cerco di far emergere, dal profondo del mio più intimo pensiero, motivi di rabbia a cui aggrapparmi, per non soccombere.

Il più profondo, il più intimo motivo è quello antico, atavico, radicato in noi donne, solo in noi donne, che nessun altro può comprendere a pieno, per quanto si sforzi di farlo, perché bisogna essere donna per poterlo capire veramente.

Bisogna essere donna da secoli, da sempre, dai primordi della vita, bisogna essere donna posseduta, violata, penetrata, usata, maltrattata, combattuta, frustrata, derisa, lapidata, bruciata come strega, segregata, discriminata da leggi, usanze, consuetudini, religioni, obbligata da vincoli, da imposizioni.

Bisogna essere donna per capire a fondo quel desiderio di tenerezza che ha costretto la donna a inventarsi ogni sorta di amore: amore filiale, fraterno, cortese, coniugale, materno, ogni sorta di amore che le ha permesso di sopravvivere, di accettare tutto, di non soccombere, di sopportare, di adattarsi, di non morire, e di morire struggendosi per un amore negato.

Maledetti i poeti, ipocriti mascalzoni che hanno voluto ingannarci sublimando l’istinto naturale, semplice e puro della conservazione della specie.

Il mio paese

Del mio paese ho scritto ventidue anni fa, nel primo articolo intitolato “La memoria”:

https://undentedileone.wordpress.com/2015/01/14/la-memoria-1995-primo/

Molte cose sono cambiate in questi ventidue anni.
Le grandi fabbriche che assorbivano la mano d’opera degli abitanti del paese e intere famiglie, ormai non ci sono più. Alcune sono fallite, altre si sono trasferite altrove, lasciando sul lastrico parecchie persone. Alcuni negozi hanno chiuso i battenti. Altri esercizi nascono e muoiono nel giro di pochi mesi. Artigiani e negozianti storici cercano di sopravvivere e non si sa fino a quando.
L’industria edilizia e immobiliare è ferma: troppe abitazioni sono state costruite, molte sono vuote, parecchie nemmeno finite. Molte case sono andate all’asta per insolvenza, altre sono in vendita a causa della crisi e degli alti costi di mantenimento delle case di proprietà, delle tasse.
L’ottanta per cento degli abitanti possiede la propria abitazione ed eredita quella dei genitori alla loro morte. Un tempo, possedere una casa, ereditarne una seconda, era un bene, oggi è un capestro. Il mercato è ormai saturo, c’è troppa offerta per l’esigua domanda.

Alcune grandi aziende agricole sono con l’acqua alla gola, hanno ridotto il numero degli operai e cercano di andare avanti utilizzando le braccia appartenenti alla famiglia o con qualche bracciante saltuario.

I servizi comunali e anche gli impiegati sono diminuiti, ridotti gli orari destinati al pubblico.
Perfino la chiesa è ridotta: vent’anni fa sul nostro territorio c’erano cinque preti, due per il centro e gli altri per le frazioni, ora ce ne sono due in tutto.
La posta viene distribuita un paio di volte la settimana, sempre che non piova.

Molti giovani faticano a trovare lavoro, anche andando fuori paese.
Ci sono molti stranieri, l’accattonaggio è visibile vicino ai negozi, al cimitero, alle chiese, agli angoli delle piazze.

I furti nelle abitazioni e negli esercizi, di giorno e di notte, sono ormai una costante e non si perde nemmeno più tempo a fare le denunce, tanto non servono a niente.

Al mercato settimanale molti dei banchi sono in mano a stranieri che vendono merce scadente, di esotica fattura, spesso inutile. Non si vedono registratori di cassa su questi banchi, non vengono rilasciati scontrini e neppure copie di ricevute di bollettario.

Molte associazioni sono scomparse, soprattutto quelle culturali, considerate dai più come una cosa inutile.

Si cerca di portare avanti, anche se un po’ in sordina, quelle feste, sagre, fiere della tradizione, ma non c’è più allegria, è tutto più triste, come se gravasse sulle nostre teste una cappa di piombo.

Penso, a volte, agli anni della mia giovinezza, quando noi ci sentivamo forti, pieni di speranza, convinti di poter costruire il nostro mondo, con le nostre mani e fu davvero possibile in quegli anni che precedettero gli anni di piombo con le lotte intestine di una politica degenerata.

Dov’è naufragato, e per quale assurda causa, quel sogno di una Europa unita, aperta alle nuove idee, agli scambi culturali e commerciali, alla collaborazione fra tutti gli stati?

Credo proprio che quel periodo d’oro, della mia giovinezza, forse non tornerà più, non per me certamente, ma per i nostri giovani.

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Chiostro domenicano
foto “Gruppo Acquarelliste”