Al supermercato

 

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foto presa dal web

Domenica mattina.
Il supermercato in fondo alla via apre alle 8.30. Mi ci fiondo veloce, fa ancora fresco e di sicuro c’è poca gente.
Riempio in fretta il carrello, se rientro subito faccio in tempo a infornare il pollo con le patate, insalata, cetrioli e rapanelli li ho nell’orto e il pranzo è presto fatto.

Arrivo alla cassa, davanti a me c’è una signora della mia età, più o meno, ha un cartoccio dal banco salumi, del pane, ha dimenticato a casa gli occhiali e la cassiera la sta aiutando, frugando nel suo portamonete alla ricerca di spiccioli.

Dietro ho un signore di mezza età dallo sguardo triste, ha in mano due confezioni di gelato, le dita rattrappite, le falangi violacee. Gli sorrido e lo invito ad andare alla cassa prima di me, altrimenti il gelato gli si squaglia, penso. Lui sembra non capire, insisto, così si fa avanti, mentre io incomincio a posizionare la mia merce sul nastro trasportatore. Mi ringrazia, paga e se ne va, sempre con il suo sorriso mesto.

Prima che la cassiera incominci a passare i miei articoli, un tizio abbastanza giovane, in calzoncini, canotta e infradito, mi chiede se può passare anche lui: ha in mano tre bottiglie di birra. Lo lascio passare, paga e si ferma in fondo alla cassa con le sue bottiglie in mano. Mi guarda con occhi un po’ spiritati e sorride mostrando una chiostra di denti da far invidia a un coccodrillo:
“Ma siete tutti di…..?” nomina il mio paesello. Io mi giro e guardo il supermercato: a parte i commessi sembra non esserci più nessuno, forse ci sono due o tre clienti spersi fra le corsie, ma sembrano invisibili.
La cassiera ed io ci guardiamo perplesse, devo avere un grande punto interrogativo stampato sulla faccia, perché lui prosegue: “Io sono di…” e nomina un paese a una quarantina di chilometri da qui, “vengo qui solo a morose”, continua a sorridere e esce con le sue bottiglie in mano.

Me lo dice sempre mia figlia che io me le vado a cercare le persone strane, come quel signore che mi aveva bloccato davanti al banco verdure chiedendomi se gli indicavo quale fosse la “verza”,come se si trattasse di merce esotica e semisconosciuta e che mi raccontò, in dieci minuti, gli ultimi cinquantanni della sua vita, oppure quella signora che mi chiese di aiutarla a trovare i biscotti dei quali non ricordava il nome, il colore della confezione e neppure la forma che avevano, ma che le piacevano tanto. C’è anche una commessa che, ricordando il mestiere che facevo prima di sposarmi, cerca sempre di fare conversazione in tedesco con me, così per fare esercizio, con la gente che ci guarda come se fossimo degli alieni.
Bah, dev’essere la mia bassa statura, la mia placida rotondità, il mio incedere tranquillo e, soprattutto, il mio vacuo sguardo miope che incutono fiducia nel mio prossimo e anche quell’educazione ricevuta da bambina che, ancora oggi, mi impedisce di essere sgarbata anche con le persone più strane che incontro.

 

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