Mestizia

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bio-gnosi mie opere tecnica mista su carta

Da molto tempo, ormai,

la morte

mi lascia indifferente.

Quotidiana compagna

di questa mia esistenza

io me la trovo accanto,

giorno dopo giorno,

tranquillamente.

Vivo serenamente,

senza panico alcuno,

la sua tangibile presenza.

Quel fisico contatto

ad ogni istante

è l’unica certezza della vita.

Avevo poco più di vent’anni quando scrissi questa riflessione, rendendomi conto dell’eredità genetica ricevuta dai miei predecessori e decisi che avrei fatto tutto il possibile per godermi ogni giorno che madre natura mi donava, vivendolo a pieno.
Ora sono vecchia, avrò avuto poche ambizioni e pochi desideri, ma la vita mi ha donato più di quanto avrei chiesto.
Mi rendo però conto, soprattutto in questo periodo in cui le notizie che ricevo riguardano le inevitabili perdite, che il mio animo sembra essersi abituato alla mancanza, al vuoto e che è sempre più presente “la tangibile presenza” e il pensiero della sua ineluttabilità, tanto misteriosa da aver generato paradisi consolatori e inferni, creati da miti, leggende, religioni.
Peccato non sia mai tornato alcuno a raccontarcela.

Un uomo perbene

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mie foto

 

La prima notizia di questa mattina mi ha colpito in modo assurdo, mi sono ritrovata con gli occhi lucidi, io che non piango mai, che ho smesso di piangere da bambina, in quell’istituto.

La morte di Fabrizio Frizzi mi ha colpito come una mazzata.
Un uomo perbene, garbato, soprattutto un uomo ancora giovane che lascia una bambina ancora piccola.

Si rinnova un dolore ancora troppo recente, morti che si rincorrono, che non dovrei associare, un dolore privato e una notizia pubblica.

Pochi giorni dopo la morte di Federico, è morto anche il suo amico Gianni, avevano la stessa età.
Quante feste della classe avevano fatto insieme. Erano stati compagni di scuola, poi Gianni aveva preso un’altra strada. Era perfino diventato Ministro, discusso finché si vuole, in quell’epoca di “Mani Pulite” che lo incriminò e mandò perfino in galera. Uno dei pochi che si prese le proprie responsabilità, che pagò veramente per ciò che aveva fatto, ovvero, riempire di denaro a fondo perduto il nostro paesello e altri villaggi della nostra Bassa, in quegli anni Ottanta che permisero al nostro villaggio di uscire dalla depressione, di rinnovarsi, ristrutturarsi, accogliere fabbriche che portarono lavoro e benessere.

Nel 1987, durante la festa avisina in cui i nostri donatori venivano premiati, ce lo vedemmo capitare qui, nel nostro chiostro domenicano, lui Ministro con tutta la sua scorta, a festeggiare i nostri donatori, ad abbracciare mio marito che riceveva il “distintivo d’oro con fronde” delle 75 donazioni di sangue.
Non volli conoscerlo allora, non mi andava di essere presentata ad un uomo politico potente e così discusso, anche se il fiume di denaro arrivato nelle casse del nostro comune ci aveva permesso di restaurare metà del paese e, soprattutto, quel complesso domenicano del cinquecento che era diventato la perla di tutta la Bassa.

Lo volli conoscere dopo, dopo la galera, dopo la caduta, quando tutti gli avevano voltato la schiena, quando tutti cercavano di dimenticare quanto avevano approfittato del suo potere e della sua generosità.
Venne alla festa della classe 1940, semplice uomo comune, allora gli strinsi la mano, all’amico d’infanzia di mio marito, all’uomo che non contava più nulla, ma che aveva mantenuto l’amicizia per tutti i suoi compagni di scuola, sempre, anche quando era lontano da qui, ma non aveva dimenticato le proprie origini.