La Memoria (1995) III – a

In quella casa mia madre ci arrivò che aveva appena compiuto ventiquattro anni.
Era una bella mattina di sole dell’ultimo sabato di settembre. La guerra era finita da poco, il matrimonio era stato rimandato di un anno in attesa che scadesse il lutto per la morte del padre dello sposo. Mia madre si era vestita con un tailleur lilla che le sarebbe servito anche in altre occasioni. Suo padre non le aveva dato soldi per un inutile abito bianco, dal momento che sposava un nullatenente non valeva proprio la pena di sprecare del denaro. Sui capelli scuri mia madre aveva un piccolo velo, un tulle lilla, unico lusso, unica civetteria. Eppure era bella e non solo per la luce che irradia da ogni sposa felice, ma per lo sguardo acceso, brillante, degli occhi scuri, per gli zigomi alti nel volto magro e un po’ zingaresco, per un che nel suo portamento che incuteva rispetto e ammirazione.
Non era superba o altera, solo emanava da lei come una forza compressa, una consapevolezza di dignità e di libertà che la rendeva diversa dalle altre ragazze.

Ritratto di mia madre - acquerello su fondo al sale (di Neda)

Ritratto di mia madre – acquerello su fondo al sale (di Neda)

Lo sposo arrivò a piedi con parenti e amici. Indossava la camicia bianca che la fidanzata gli aveva cucito nelle serate dell’inverno precedente.
Aveva gli occhi color pervinca, allegri e un po’ scanzonati, la bocca sempre pronta al sorriso e allo scherzo. Il sole giocava accendendo bagliori tra i suoi capelli ondulati color del miele. Quante volte ho sentito mia madre ripetere: “Avevo scelto un uomo bello, biondo, con gli occhi azzurri e poi…- mi lanciava un’occhiata di traverso e non ho mai capito se celiasse o dicesse sul serio – …e poi…mi è nata questa qui.”
Per mia madre andare sposa significava affrancarsi dalla schiavitù della casa del padre.
Tutto ciò che so dell’infanzia di mia madre l’ho sentito raccontare da lei e dalle sue sorelle. Da ognuna di loro ho sentito gli stessi episodi, anche se raccontati da un punto di vista diverso, il quadro che ne ho ricavato è univoco: il padre era un despota, privo di qualsiasi rispetto per il sesso femminile.
I nonni avevano avuto solo figlie, femmine, cinque per la precisione, una era morta in tenera età. In casa vivevano, altre ai nonni e alle loro figlie, anche i genitori del nonno con un altro figlio celibe, il più giovane. La famiglia era considerata benestante, poiché era fra gli affittuari più importanti della zona. Inoltre, il nonno aveva il bernoccolo degli affari, una buona intelligenza e un rigore morale tale da farlo tenere in buona considerazione da tutti i compaesani.
In famiglia era invece irascibile, vendicativo, avaro e prepotente.
Era proprio il suo disprezzo per la donna in generale a renderlo così cattivo, infatti entro le mura di casa era circondato da donne, si aggiunga in più la rabbia per non essere riuscito a generare il tanto sospirato figlio maschio e di ciò, naturalmente, incolpava la moglie.

Mia madre ha un carattere quasi maschile, energico, altero, privo di tutte quelle dolcezze e malinconie tipiche dell’animo femminile.
Mi sono spesso chiesta se tutto ciò fosse da imputare all’infanzia così tribolata o all’inconscio desiderio di accontentare il padre cercando di diventare simile, il più possibile, a quel maschio che lui desiderava avere, perché è innegabile che, almeno nella prima infanzia, mia madre temesse il padre e, come tutti i bambini, avrà certamente fatto di tutto per ingraziarselo. Non ho mai potuto accertare queste mie ipotesi, perché ogni volta che si passa dal puro e semplice racconto dei fatti accaduti all’analisi dei sentimenti provati, inevitabilmente, mia madre cambia discorso o lo tronca.

Quando mia madre era piccola, nella casa del nonno il tempo era scandito dal lavoro nei campi e nella stalla. La bisnonna si occupava della casa, degli animali da cortile, dell’orto e dell’allevamento dei bachi da seta. Le bambine crebbero attaccate alle sue sottane, chiamandola “mamma”. Chiamavano con il nome di battesimo, invece, la loro vera madre, la quale aveva l’unico compito di generarle e di allattarle dovendosi poi recare nei campi a fianco del marito, per compiere gli stessi lavori degli uomini, i lavoranti che vivevano a fianco della casa padronale.

La bisnonna era affettuosa, allegra, chiacchierona. Raccontava interminabili favole e storie istruttive, come quelle di “Pierino Porcospino”, lo Struwwelpeter di Hoffmann, ricordi della sua infanzia sotto il dominio austroungarico. Quelle storie le raccontò anche a noi pronipoti e io le ricordo bene, perché avevo dieci anni quando lei morì.

 

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La memoria (1995) – II

Secondo

Ognuno di noi ha almeno due tipi di ricordi: quelli propri e quelli che si riferiscono alle cose che ci vengono raccontate.
I ricordi sono una cosa strana, alcuni sono vividi, incancellabili, altri si confondono con la stessa materia di cui sono fatti i sogni e si finisce, a volte, per non sapere più quale sia la verità.
Un anno prima di sposarmi decisi di buttarmi dietro le spalle i fantasmi del passato, di cercare di far luce sui miei ricordi confrontandoli con la realtà. Mi recai nel paese dove ero nata. C’ero tornata tante volte, ma non avevo mai rivisto la casa colonica in cui ero venuta alla luce e dalla quale ero stata strappata all’età di tre anni. Chiesi a mia nonna dove fosse quella casa e ci andai. Nell’avvicinarmi alla località incominciai a riconoscerla: la strada era polverosa e non ancora asfaltata, fiancheggiata dal fosso e dai platani. Riconobbi il grande portone che dava accesso al cortile interno, riconobbi le abitazioni della casa colonica. Il tempo si era fermato a trent’anni prima. Tutto era immoto, silenzioso, non c’era un alito di vento. Sul vecchio fico, appoggiato alla rete divisoria della corte interna, maturavano frutti uguali a quelli che la mia avida manina cercava allora di raggiungere. Davanti alla porta chiusa della casa dove ero nata c’era lo stesso gradino su cui mi sedevo a mangiare i ceci bolliti, raccolti in un cono di carta caldo e colmo. Mi sembrava di sentire l’odore delle mele che la nonna cuoceva nel forno della stufa a legna, risentivo il ciabattare di mia nonna in faccende, risentivo il passo di mio padre che tornava dal lavoro, rivedevo le sue mani tese verso di me, pronte a prendermi per mettermi a cavalluccio sulle sue spalle. Tre stanze in tutto, una sopra l’altra, la latrina di fuori, un bugigattolo buio e fetente posto in un angolo della corte, poco distante dalla pompa dell’acqua che funzionava a mano. Tre stanze: la cucina, a piano terra, nella quale si cucinava, si mangiava e si viveva buona parte della giornata, sopra c’era la camera da letto, nella quale dormivamo papà, mamma ed io e, sopra ancora, nella soffitta con  il tetto basso e le finestre piccole, c’era la stanza in cui dormivano la nonna e il fratello di mio padre non ancora sposato. Alle camere ci si arrivava per mezzo di una scala di legno angusta e chiusa da una botola che bisognava aprire per andare nella stanza della soffitta. La guerra era appena finita, il lavoro era poco.  Le donne lavoravano nelle risaie, ci allattavano all’alba prima di partire e al tramonto quando tornavano. Gli uomini lavoravano nei campi, la ricostruzione non era ancora incominciata e si adattavano a tutto. D’inverno si comperava il cibo a debito, alla cooperativa e dal fornaio, si pagava poi in primavera con i primi salari.

Le quattro serelle al filarino

Le quattro sorelle.
Dipinto a china (di Neda)

Mamma era la prima di quattro sorelle e aveva lavorato nei campi di suo padre prima di sposare quel “piazzarotto” senza niente al sole, capace solo di tirar su case e di dare quattro calci al pallone nelle partite della domenica, in qualche squadra di provincia. Eppure, a casa della suocera mamma stava meglio che alla fattoria di suo padre. La vita in paese era più misera, ma i miei genitori erano giovani ed allegri, pieni di fiducia nell’avvenire. Io nacqui lì, in quella stanzetta al primo piano, sopra la cucina. Ero piccola, minuscola, tutta occhi e bocca. “Ha le manine come le zampette delle raganelle” diceva mio padre che aveva paura di toccare quelle dita che sembravano un giocattolino fragile. Chi l’avrebbe detto che dopo soli due anni sarebbe già stato sottoterra a soli ventinove anni?

C’era un sogno che facevo da sempre, ricorrente in certi periodi difficili, un incubo angosciante che mi lasciava stremata al risveglio. Quello era il luogo del mio sogno, nel quale vedevo me, bambina piccolissima, con un vestitino rosso e un collettino bianco smerlato, la ghiaia sotto i piedi mentre correvo nella corte. Poi inciampavo e cadevo a pancia in su con gli occhi spalancati verso il cielo di un azzurro intenso e luminoso. Improvvisamente un mostro con molte teste e bocche rosse di fuoco mi assaliva da tutte le parti, le bocche protese verso di me per azzannarmi. Alle mia urla disperate rispondeva il passo di un uomo da dietro la mia testa, non ne vedevo il volto, mi afferrava sotto le ascelle e mi sollevava in alto, verso il cielo. Le braccia non avevano mani, solo dei moncherini conici dalla pelle liscia e sana. A questo punto mi risvegliavo, sempre, in un lago di sudore e con la voglia di urlare ancora la mia paura. Una mia cugina, di una decina di anni più vecchia di me, mi ha raccontato che l’episodio del mio sogno era realmente accaduto quando avevo poco meno di un anno. Avevo appena incominciato a camminare e corsi per l’aia inciampando e cadendo in mezzo ad un branco di oche bianche. I becchi aperti e protesi verso di me erano le bocche del mostro. L’uomo senza mani era un cugino di mio padre, mutilato di guerra e che io non avevo mai visto senza le protesi ricoperte dai guanti.  Dal giorno in cui mia cugina mi spiegò il sogno, non lo feci più.

“Ehi, chi sérchet?” Guardai in su, ad una finestra c’era un volto rosso, rotondo come un’anguria. Lo conoscevo quel viso, lo sentivo riemergere nella memoria, mi era familiare anche se non riuscivo a dargli un nome.
Ricordavo che sotto quella testa c’era un donnone più largo che lungo. “A son la fiola di…..” dissi il nome di mio padre, mentre cercavo il nome della donna tra le briciole della memoria. “Maria Vergine!” mi guardava con gli occhi sgranati e ripeteva il mio nome con un pigolio dolce, come inebetita, le sue lacrime rotolavano lente e piene sulle sue gote gonfie, scendevano sul petto enorme, continuava a guardarmi con la bocca semiaperta, sembrava senza fiato.
Cercai di spiegarle perché ero lì dopo così tanti anni, usavo parole semplici, che non mi prendesse per matta, sembrava aver capito anche quello che avevo pudore a dire.
“Vot védar la casa? L’è come alora, vè! A ghe déntar nisun, at vegni a versar”.
Improvvisamente non ebbi più voglia di entrare.
La casa io la ricordavo viva, piena di suoni, di odori, non volevo vedere una casa morta, polverosa, vuota. “Ma no, ho fretta, grazie lo stesso, arrivederci”. Lei continuava a guardarmi dalla finestra, sembrava che avesse ritrovato i fantasmi, forse rivedeva mio padre in me. Attraversai il cortile e la ghiaia scricchiolava sotto le mie scarpe. Mi sembrava di vedere tutto da una strana prospettiva.
Tutto era più piccolo, più vecchio, meno luminoso di come lo avevo ricordato per anni, eppure quello era lo stesso sole e lo stesso cielo azzurro intenso che copre ancora i miei ricordi.
Il silenzio della corte, lo strano senso di cosa morta che si trova nei luoghi abbandonati mi aveva immalinconita eppure sentivo come se un peso fosse scivolato via dalle mie spalle. Inforcai la bicicletta e tornai veloce verso la casa di mia nonna.

La Memoria (1995) I

 

Il paese in cui vivo è piccolo e industrializzato. Negli ultimi trent’anni è cambiato parecchio, almeno in superficie anche se, a voler ben guardare, in fondo la gente sembra la stessa di quando ero ragazzina. I miei compagni di allora, oggi sono tutti padri, alcuni già nonni,  abbiamo i capelli grigi, qualche chilo di troppo e parecchie illusioni di meno. A quel tempo per poter lavorare emigravamo quasi tutti. I più fortunati diventavano pendolari della vicina città, altri, come i miei fratelli ed io, andavano all’estero, o in altre regioni, a cercare la propria indipendenza. Per coloro che si fermavano in paese c’era il lavoro nei campi e nelle stalle, per le ragazze il servizio a domicilio nelle famiglie più abbienti.
Le fabbriche erano poche, le paghe misere, vi si lavorava dieci ore al giorno, sabato compreso, almeno in quei mesi in cui il lavoro c’era. Non ci si lamentava, non ci passava neanche per la testa di poterci lamentare, perché le richieste di lavoro erano una montagna e le offerte poche. Molti di noi lavoravano di giorno e frequentavano la scuola serale in città per ottenere un diploma, per poter avere un lavoro migliore, più dignitoso, una paga più onesta. I soldi, pochi, si davano tutti alla famiglia per le spese comuni, per pagare i debiti contratti nei tempi di magra, per il corredo, per i sogni, sì perché a quattordici, quindici anni, il futuro era fatto di sogni e nulla sembrava irrealizzabile. A quell’età ci sentivamo immortali e ci sembrava che il mondo fosse ancora tutto da costruire.

Non c’ero nata io in questo piccolo paese di campagna.

campagna lombarda
mie foto

C’ero arrivata a otto anni, senza nemmeno rendermene conto, era il punto di arrivo dopo tanto peregrinare. Fu facile adattarmi all’ambiente: la pianura era uguale a quella del luogo in cui ero nata, il paesaggio sembrava lo stesso e il paese pure, così vecchio, misero, scrostato, quasi medioevale, pareva avesse perfino la stessa chiesa al centro.
Eppure ancora oggi ho difficoltà con la gente. Dove ero nata io la gente era allegra, ciarliera, piazzaiola e con un atavico amore per la lettura, per l’arte, per tutto ciò che rendeva la vita un po’ meno misera, un po’ più raffinata. Qui la gente era  rude e chiusa, lavoratrice instancabile, infaticabile, intollerante verso tutto ciò che è inutile, come la poesia o la pittura.
Quando ero ragazzina osservavo i contadini che venivano in paese al giorno di mercato e se ne stavano a blaterare di vacche e di mais al centro della piazza del paese, poi passavano il resto della giornata all’osteria. La sera tornavano a casa ubriachi fradici, alcuni se li venivano a riprendere le mogli, o altri familiari. A furia di osservarli m’ero fatta l’idea della loro scala di valori: per primo veniva la terra, non era mai abbastanza, ci piangevano sopra e litigavano per una goccia di acqua in più per irrigarla a dovere; poi veniva la stalla con annessi e connessi, bestie e arnesi e poi la casa, cioè i muri e il tetto; poi i figli maschi, future braccia da lavoro; infine la moglie, possibilmente taciturna e sottomessa, perseverante nel lavoro, poco appariscente, robusta e senza idee balzane per il capo e, quindi proprio in ultimo, le figlie femmine, mangiatrici a sbafo, alle quali bisognava procurare anche la dote, peso, onere e rischio per il futuro.