Ottobre

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foglia d’acero
pastello acquarellato (dal vero)
mie opere

Quando ero bambina la scuola finiva il 30 giugno e ricominciava il 1° ottobre.
Il primo giorno di ottobre, all’epoca, era dedicato a San Remigio e gli scolari che frequentavano la prima elementare venivano chiamati “remigini”.

Indossavamo grembiulini neri con i colletti bianchi e un fiocco tratteneva il colletto bianco che doveva essere sempre pulito e ben stirato. Anche i capelli, per noi bambine, erano raccolti con mollette o nastri per chi aveva i capelli corti, oppure in trecce o codini, code di cavallo per chi li aveva lunghi. I maschietti aveano i capelli corti e la scriminatura.

Frequentavamo la scuola a tempo pieno: dalle 9 alle 12 e dalle 14 alle 16 sei giorni la settimana, ma il giovedì si andava a scuola solo al mattino.
Sono entrata in Istituto all’inizio della seconda elementare. La prima l’ho frequentata in una frazione del paese dove abitavo e la scuola distava quattro chilometri dalla fattoria del nonno.
Ho ricordi vaghi di quell’epoca.
La lunga camminata per i sentieri che attraversavano i campi, il gruppetto di scolari che si ingrossava man mano che ci avvicinavamo alla scuola, i più grandi che aiutavano i più piccoli in difficoltà, la cartella che conteneva l’astuccio di legno con una penna, un paio di pennini di riserva, una matita, una gomma per cancellare, il temperino e il dischetto di panno lenci a salvaguardia del pennino, una mela, o del pane con del companatico, un quaderno a righe, uno a quadretti, il piccolo libro di lettura e un sussidiario, la preziosa carta assorbente.
L’inchiostro, per fortuna, non lo trasportavamo, lo avevamo a scuola e anche a casa.
Ricordo la stufa a legna che riscaldava la classe d’inverno e la refezione scolastica: una scodella di zuppa, di minestra, per i bambini che non potevano tornare a casa per pranzo, perché abitavano troppo lontano.

Non ricordo gli insegnanti e nemmeno i compagni di quell’anno.
Ricordo solo che a primavera, non avevo ancora compiuto 7 anni, ad aprile feci la Prima Comunione e a maggio anche la Cresima. Ero talmente piccola e bassa di statura che non riuscivo ad arrivare alla balaustra dell’altare e dovettero prendermi in braccio.
Che cosa fossi stata in grado di capire di quelle cerimonie è ancora oggi un mistero.

Memoria corta

 

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mie foto

La Polonia in questi giorni ha varato una legge negazionista: sarà vietato attribuire alla Polonia la responsabilità di ciò che avvenne nei lager tedeschi di sterminio sul suo territorio.

E’ probabile che gli attuali politici polacchi siano nati tutti solo dopo gli anni cinquanta e leggano anche poco e, sicuramente, difettino di memoria storica.

La Polonia ha dimenticato i progrom antisemiti che, tenendo presente soltanto il secolo scorso e lasciando perdere il passato meno recente, il suo popolo ha perpetrato dal 1919 al 1945.

Soprattutto ha dimenticato il pogrom di Kielce avvenuto il 4 luglio del 1946 e i tedeschi, lì, non c’erano più, in quella cara, vecchia, cattolica Polonia.

Credo che sarebbe opportuno inviare ai governanti polacchi un bel po’ di copie del libro di Ringelblum per sollecitare la loro memoria sopita.

 

Il macafame

Bepi era nato a Zugliano, nel Vicentino.
Uno dei proverbi che citava spesso era:
“Venesiani gran signori, Padovani gran dotori, Veronesi tuti mati, Vicentini magnagati.”

Quando l’ho conosciuto avevo otto anni e lui ne aveva quarantasei. Mi ha fatto da padre per cinquant’anni.

Era il secondo di una nidiata di figli, il primo dei maschi. Coccolato e viziato soprattutto dalla zia Nella, sorella di sua madre. Abitavano a poca distanza una dall’altra le due sorelle, sul cocuzzolo di una di quelle montagne che sovrastavano il paese, una contrada di contadini di montagna, pochi campi, qualche pianta da frutto, le mucche da pascolare, il fucile per cacciare, anche di frodo, il maiale da ingrassare per le provviste invernali, burro e formaggi fatti in malga, da vendere al mercato per pochi soldi che non bastavano mai, il pane si faceva una volta la settimana, cotto nel forno comune, quando non bastava c’era la polenta bianca, o quella gialla.

La scuola e la chiesa in fondo valle, lunghe camminate per arrivarci, per la strada, nella bella stagione, qualche frutto rubato di nascosto, per calmare la fame, che c’era sempre in quell’immediato dopoguerra, la prima guerra mondiale.

La zia Nella aveva avuto solo due figlie e adorava quel ragazzone alto, allegro, vigoroso, che sembrava non aver paura di nulla e che si faceva amare per i suoi sogni ambiziosi, la sua voglia di leggere, di guardare lontano, per il suo desiderio di sapere, di conoscere, di viaggiare e per un’innato senso di giustizia che a volte lo metteva nei guai nei suoi tentativi di ribellarsi ai soprusi, di proteggere i suoi fratelli più piccoli.

Era diventata una tradizione che la zia Nella facesse dei dolci per quel nipote preferito, ma la povertà impediva ricercatezze, faceva di necessità virtù.
Due erano i dolci che Bepi ricordava spesso nei suoi racconti: el pipasener e el macafame.

Il pipasener era una focaccia, fatta con il grasso di cottura del cotechino, farina, uova, zucchero e sale, latte, impastati e fatto a forma di ciambella, veniva cotto dentro una teglia di ferro con il coperchio, ai margini del focolare, vicino alle braci e con braci e cenere calda sopra il coperchio.
Da qui, il nome: inevitabile che della cenere finisse sul dolce, alla fine veniva spazzolata via.

El macafame era un miscuglio di vari ingredienti, non sempre gli stessi, dipendeva da quanto c’era di avanzi, di cose da recuperare, di cose a disposizione. Si poteva fare sia dolce che salato.
A Bepi piaceva quello dolce.
Un impasto di avanzi di pane raffermo bagnato nel latte, o di polenta avanzata, con l’aggiunta di farina bianca e gialla, di grasso, burro o strutto, uova, zucchero o miele, frutta secca, mele, fichi quando c’erano o prugne, un po’ di grappa per profumare il tutto. Veniva cotto nelle forme simili a quelle del pane a cassetta, nel forno per il pane.
Tagliato a fette durava parecchi giorni, se la zia riusciva a nasconderlo dalla vista dei nipoti sempre affamati e che sembravano sentirne l’odore anche da lontano.

macafame

foto presa dal web

A furia di sentir parlare del macafame un giorno ne ho cercato la ricetta da una delle figlie della zia Nella e gliel’ho preparato. Bepi, però, non lo trovò così delizioso come quello nei suoi ricordi. L’abitudine ad altri dolci, come la zuppa inglese che adorava, la diplomatica, i bigné, i cannoli con la crema pasticcera, il pandoro, le crostate, il biscuit con la frutta fresca, ne avevano raffinato il palato, soprattutto, non aveva più quella gran fame che aveva avuto da ragazzo.

La Memoria V

Ho sbriciolato le ore aspettando il tuo risveglio.
Guardo il tuo respiro fremere nelle nari.
Aprirai gli occhi
e riderai con me
al nuovo giorno.

le narici cuoricini

mia figlia
disegno di Neda

 

Mia figlia ha le narici a forma di cuoricini.

Quando la guardo provo sempre una sorta di stupore e mi meraviglio di essere riuscita a metterla al mondo, come se per averla desiderata così a lungo, non riuscissi poi a capacitarmi di avercela finalmente fatta ad avverare il mio sogno.

Osservandola ritrovo in lei le mie due nonne.

Di quella paterna ha i lunghi capelli neri, corvini, con riflessi quasi blu, forti e lucidi come la seta e i grandi occhi verdi, resi più intensi da una sottile riga blu pervinca che circonda l’iride e che mi ricorda mio padre.

Della nonna materna porta il bel nome classico e breve, dolce e antico, che richiama alla mente le Donne del nostro Rinascimento. Quando la chiamo il nome diventa luce ed io mi illumino.

mia figlia - acquerello di Neda

mia figlia
acquerello di Neda

Sentii sempre mia madre chiamare sua madre con questo nome, non la chiamò mai “mamma”.

Mia nonna fu la prima di otto figli, nata in una famiglia che recava nel cognome la particella prenominale che indicava un’antica nobiltà. Quando lei nacque, di quella nobiltà non restava che il nome e un fatuo orgoglio.
La nonna venne cresciuta in casa dei suoi nonni materni che erano benestanti, colti, entrambi insegnanti, avevano avuto cinque figli, due maschi e tre femmine, ai quali avevano imposto i nomi gloriosi della epopea garibaldina.
Presero con loro quella prima nipotina per sollevarne la madre, la quale pareva si divertisse a mettere al mondo un figlio dopo l’altro, forse in dispregio alla miseria nella quale viveva e riversarono su quella bambina tutto l’affetto di cui erano capaci.

La nonna crebbe in una bella casa, in mezzo ai libri, alla musica, alle attenzioni di una casa tranquilla in cui le donne erano dedite al ricamo e alla cura della propria persona.
Di animo dolce e remissivo, quieta, riflessiva, sbocciò presto mostrando una femminilità accentuata dalla figura esile, minuta,
ben proporzionata nonostante la bassa statura.
Il viso era bello e luminoso. C’è una sua foto di quando aveva sedici anni: l’espressione dolce, la massa di capelli ondulati raccolti sul capo, il portamento eretto con le spalle ben delineate ed il busto messo in rilievo dalla vita sottile, fanno pensare che non doveva passare inosservata e, certamente, parecchi giovanotti la seguivano con lo sguardo.

Preparava il corredo quando dovette abbandonare la casa dei nonni per tornare da sua madre che la reclamava perché l’aiutasse a crescere il resto della nidiata. Ho cercato di immaginare quale sarà stato l’impatto con quel mondo così diverso da quello in cui lei era cresciuta.
Abbandonava la città, i libri, i ricami, la musica e il teatro, un’atmosfera ovattata e serena e si ritrovava in campagna, a doversi rimboccare le maniche in mezzo a una nidiata di fratelli e sorelle che quasi non conosceva, un padre squattrinato ma orgoglioso del suo antico casato e una madre pigra ed inetta, quasi invidiosa di questa figlia così diversa e radiosa.
Lo sguardo malinconico che io ho sempre visto in fondo agli occhi di mia nonna, deve essere nato certo in  questo periodo.
C’è da meravigliarsi che un paio di anni più tardi perdesse la testa e si ritrovasse a dover sposare in fretta e furia quello che lei pensava dovesse essere il suo salvatore?

Il nonno era un giovane di bell’aspetto.
Aveva occhi e capelli scuri, mascella volitiva, sguardo intelligente, labbra sottili ed un sorrisetto ironico che mascherava la naturale crudeltà, manifestatasi in lui già in tenera età.
La prima guerra mondiale era finita da poco e in paese lo ricordavano ancora con la divisa: come gli stava bene la divisa di fante e come lui andava orgoglioso della sua parte di eroe, di essere stato uno dei “Ragazzi del 99”. Aveva anche fama di essere un oculato amministratore dei propri averi, di essere benestante e, quindi, era anche un partito ambito, coccolato da parecchie madri che avevano figlie in età da marito.
Egli veniva fa una famiglia povera, la madre era forte e saggia,
il padre un brav’uomo, semplice e di poche ambizioni, che si meravigliava di questo figliolo prepotente, pieno di smanie, di iniziative, di desiderio di potere, capace di fare affari, di far fruttare i denari che guadagnava.
Il nonno aveva anche una sorella molto simile a lui, sia per ambizione che per crudeltà, che sposò un gerarca fascista,  e un fratello molto più giovane, che era invece dolce e gentile e che non sarebbe più tornato dalla Russia, nella seconda guerra mondiale.

Quando ero bambina, ho sentito spesso la bisnonna chiedere al buon Dio perché mai le avesse tolto proprio quest’ultimo figlio, invece di uno degli altri due, o di tutti e due.

Il nonno sapeva bene che nessuna delle “signorine” delle famiglie più abbienti lo avrebbe sposato, d’altronde egli disprezzava quelle che gli erano pari, proprio perché del suo stesso ambiente e che ambivano al suo denaro, come diceva lui.
La soluzione la trovò in quella ragazza allevata in città, di antico casato anche se povera, bella, istruita e così ingenua. Non aveva nulla da temere da lei. In un colpo solo poteva avere la ragazza che colmava le sue ambizioni, sarebbe stato invidiato dai suoi pari senza dover pagare lo scotto ad una famiglia superiore al suo stato e ad una sposa orgogliosa e superba.
Agli occhi della nonna egli apparve come il suo salvatore e la famiglia si guardò bene dal metterla in guardia verso quest’uomo la cui prepotenza era ben conosciuta da tutti, tranne che da lei che era in paese da poco e non aveva nemmeno amiche che la potessero consigliare. La famiglia pensava certamente che il benessere che la sposa avrebbe avuto, sarebbe, di riflesso, toccato anche a loro.
Non so nulla di quegli anni. Mia nonna non ne ha mai parlato.
Ho visto una foto di un gruppo di famiglia, un matrimonio di un fratello di mia nonna.

foto di famiglia 1925

foto di famiglia 1925

Mia madre è in prima fila in mezzo agli sposi, ha due anni, sempre in prima fila c’è sua zia che ha solo quattro  anni, l’ultima sorella di mia nonna.

Fra tutti i parenti, in parte a me sconosciuti, noto la bisnonna e i nonni.
La nonna è in penultima fila, seminascosta, lontana dal marito e dalla figlia. Ha l’aria triste, dimessa, affaticata, è incinta. Indossa un grembiulone informe. Se faccio il confronto con la bella foto di pochi anni prima sono certa di non sbagliare se penso che la delusione deve averla precocemente invecchiata. Doveva essersi resa conto molto presto di essere caduta dalla padella alle braci, con un’unica variante: non aveva più alcuna speranza, da quella galera non sarebbe uscita che morta.

I miei ricordi sulla nonna risalgono a quando ero bambina, nella cascina della campagna Rasa. Non l’ho mai vista sorridere. In fondo agli occhi aveva sempre un’ombra triste, malinconica e rassegnata. Le belle labbra della fotografia erano diventate una linea sottile e breve, la mascella era più pronunciata, indurita, come chi è abituato a stringere, a digrignare i denti. I capelli, ormai grigi, erano raccolti e tirati, come se non dovessero vedersi, come se se ne vergognasse.
La voce era bassa, le parole rare, stentate, corte, i gesti bruschi, necessari. Passava spesso inosservata, come se non volesse farsi notare. Sentivo emanare da lei una forza repressa, che non mi piaceva. Giravo al largo da lei. Non la temevo, non ne avevo paura, ma era come se qualcosa mi tenesse lontana.
Forse i bambini sentono la forza che emana l’altrui sofferenza e, non comprendendola, preferiscono girare alla larga, strofinarsi a chi è ciarliero, allegro, più rassicurante.

Ricordo la sua voce, bassa e breve, quando chiamava me e mio cugino a metà mattina e a metà pomeriggio e ci allungava, con un piccolo gesto schivo, un uovo sudato, o una patata bollita, del pane e salame, a volte della focaccia e ci spingeva dietro la casa, sotto ad un vecchio e grande fico ombroso, perché mangiassimo là, di nascosto dagli occhi del nonno che non voleva trasgressioni agli orari dei pasti.
Anche il ricostituente, le medicine, l’olio di fegato di merluzzo, ce li propinava così, silenziosamente e di nascosto e non fiatavamo, senza capire il perché, ma resi consapevoli da quella sua aria burbera e misteriosa.
Seppi, dopo parecchi anni, che aveva venduto le uova di nascosto dal marito per procurarsi i pochi denari per quelle medicine.

Ricordo certe sere, quando il nonno era particolarmente intrattabile e l’aria di casa diventava tanto irrespirabile che il nostro silenzio si sarebbe potuto tagliare con un coltello e noi bambini ci muovevamo appena, allora, la nonna mi sussurrava all’orecchio: “Chiedigli di quando era in guerra” e io andavo dal nonno e gli facevo domande sulla guerra, sul Piave, sugli Austriaci.
Le mie domande erano sempre le stesse, imparate a memoria, ma lui sembrava non accorgersene.
A poco a poco tutto l’ambiente si rilassava. Il nonno raccontava a voce alta, con importanza, la sua avventura sul Piave, si perdeva nei ricordi degli anni della sua giovinezza. Un po’ alla volta non ci fu più bisogno che la nonna mi sussurrasse le parole magiche, bastava uno sguardo a farmi capire che cosa dovevo fare, poi, non ci fu più nemmeno bisogno che la nonna mi guardasse, lo capivo da me quando era il momento di adoperare la mia curiosità infantile.

Questo sistema lo usai anche più tardi, da grande, quando li andavo a trovare e capitavo nel pieno di una sfuriata. Com’era facile manovrare quell’uomo ormai schiavo del proprio brutto carattere e com’era liberatorio sapere di non dover essere costretta a vivere lì, sempre.

A volte mi sembra di essere vissuta in un’altra epoca tanto sembra lontano quel tempo. Solo chi ha provato l’esperienza quotidiana privati della luce elettrica e di tutte le comodità che l’elettricità comporta può capire che cosa sia vivere senza la luce delle lampadine, senza la televisione, la radio, il frigorifero, l’acqua corrente in casa, gli elettrodomestici. Per un bambino che non conosce tutte queste comodità, il tempo senza l’elettricità è una dimensione diversa e favolosa. Il tempo ha il valore di uno spazio senza fine, senza premura, fisicamente reale. Il tempo c’è, esiste, è quasi palpabile e intorno al bambino gli adulti sono come immobili, duraturi, immutabili, in una sensazione di immortalità.
Il giorno è più lucente, la notte più intensa e piena.

Ho provato a spiegare a mia figlia questa sensazione, ma quando le parlo di un tempo senza la televisione e senza tutte le comodità che lei conosce, scopro nei suoi occhi un piccolo velo di angoscia, probabilmente pensa che questa epoca di cui parlo sia lontana quanto la scoperta dell’America.

La Memoria III d

Alla fine della guerra, tornato a casa sano e salvo, il fidanzato di mia madre riprese a giocare al pallone, alle partite della domenica, nella squadra del paese. Una delle partite più importanti fu quando la squadra locale batté la Nazionale Polacca, nel 1945. Trent’anni dopo La Gazzetta di Mantova ne ripubblicò il ricordo con la foto in bianco e nero di tutta la squadra.
L’anno dopo, egli fu ingaggiato dalla U.S.Bressanone e visse per un anno in quella città. Naturalmente i giocatori di allora non ricevevano i compensi attuali, veniva procurato loro un lavoro, vitto, alloggio, la possibilità di allenarsi e la gioia di giocare a pallone alla domenica nei vari tornei con le altre squadre della stessa categoria.

La distanza fra i due fidanzati era colmata dalla posta, egli scriveva alla fidanzata quasi tutti i giorni e, riguardando le lettere, le buste con i francobolli e i timbri postali, mi meraviglio che la posta, all’epoca, funzionasse davvero in modo egregio.
Mio padre aveva una bella grafia, tonda ed elegante, scriveva in modo fluido. Quando rileggo le sue lettere mi sembra di vederlo, dalle sue parole traspare un carattere allegro ed entusiasta, un po’ poeta, un po’ scanzonato.

Bressanone - vecchia foto dela guida TCI

Bressanone – vecchia cartolina d’epoca

Scriveva su carta azzurrognola, quattro facciate piene, a volte aggiungeva alla lettera un fiore secco, una foglia, una cartolina con i panorami del luogo, più spesso univa alle lettere quelle cartoline che riproducevano i dipinti di Mariapia, che disegnava bambini, neonati, bambine sorridenti.
Dietro a una di queste cartoline, che mostra una bella bambina paffuta, c’è una scritta di mio padre “così la voglio” corretta dalla grafia di mia madre che cancella il la, sostituendolo con un lo. Se non altro, la mia nascita, che ha deluso così tanto mia madre, ha sicuramente reso felice mio padre.

Copia di cartolina Mariapia con bambina

bambina dipinta da Mariapia
vecchia cartolina d’epoca

Mia madre racconta che gli rispondeva ogni dieci, dodici lettere ricevute e che di ciò egli se ne lagnava. Nelle lettere egli raccontava delle piccole cose accadute ogni giorno, delle partite di pallone, per le quali aggiungeva anche ritagli dei giornali e piccole foto in bianco e nero fatte da qualcuno a bordo campo, nelle quali lo si vedeva in azione; scriveva del lavoro in segheria, della speranza di poter tornare presto a casa a coronare il loro sogno d’amore; raccomandava la propria madre, vedova, alla fidanzata, che si facessero coraggio insieme, che si sostenessero a vicenda.
Le lettere di mia madre erano scarne e brevi, scritte con una grafia appuntita e nervosa, le frasi stentate e un po’ sgrammaticate. Parlava delle faccende quotidiane, quasi sempre le stesse cose, come se non avesse nulla da dire o avesse paura a vedere scritte sulla carta le parole che rivelavano i propri sentimenti, i propri pensieri e dev’essere stato proprio così, perché ancora oggi fa fatica a mettere a nudo il proprio cuore. Sicuramente lo amava profondamente, ma credo non sia mai riuscita a dirglielo, non credo sia mai riuscita ad abbandonarsi veramente al sentimento.
Ancora oggi si vanta di “non aver mai perso la testa” e che, comunque, se lei fosse stata giovane ai miei tempi, con la libertà che abbiamo noi donne oggi, lei non avrebbe mai avuto “la necessità di appoggiarsi ad un uomo”. Le sarebbe piaciuto fare il pilota d’aereo, se ne sarebbe andata in giro per il mondo, in cerca di un pezzetto di cielo azzurro tutto suo, da non dividere con nessun altro.
Quanta influenza abbiano avuto su questi suoi romantici desideri i libri di Matilde Serao, di Carolina Invernizio, che aveva letto in gioventù, non lo so proprio, di certo il suo doveva essere un  animo romantico soffocato dalla realtà e dalla necessità, al punto da doverlo negare fino all’indurimento.

Fu a quell’epoca che mia madre scoprì la pittura.
Da un lato era un’esigenza pratica data dal desiderio di abbellire un po’ le gonne di tessuto grossolano e scuro che riusciva a cucirsi da sola, dall’altro c’era il desiderio di bellezza e, forse, anche la necessità di potersi esprimere in un modo diverso da quello della parola e della scrittura, che non le erano congeniali.
Dipingeva con i colori a olio, da autodidatta, diventando però via via sempre più brava e più sicura.  Poi cominciò a dipingere su tavolette di legno, di cartone pesante trattato con biacca e gesso; i fiori e le nature morte erano il suo soggetto preferito e aveva una naturale predisposizione per il colore. Aveva invece parecchia difficoltà con il disegno, non conosceva le regole della prospettiva, nemmeno i volumi del chiaroscuro e si basava solo su ciò che vedeva, imparando un po’ alla volta.
Di quell’epoca c’è un piccolo ritratto a olio su tela, è quello del fidanzato, mio padre; l’ho sempre portato con me, ovunque io sia andata, perché, in quel dipinto mi sembrava di avere mio padre e mia madre insieme.

Copia di ritratto di mio padre, dipinto a olio di mia madre

ritratto di mio padre, olio su tela, dipinto da mia madre
mie foto

La Memoria III c

Il periodo della scuola passò lento e poco piacevole. Mano a mano  che le bambine crescevano, venivano occupate anche nelle faccende domestiche e nei piccoli lavori in stalla e nell’orto.
Poco nutrite, mal vestite, sottoposte a fatiche più grandi di loro, non avevano alcuna possibilità di concentrarsi nello studio che diventava una fatica in più. D’altronde il nonno pensava che l’istruzione, per le femmine, fosse, oltre che inutile, pure dannosa.
Quando furono un po’ più grandi vennero mandate, per brevi periodi, ad imparare ricamo e cucito dalle suore del paese. Mia madre ricorda con gioia quel periodo. Dalle suore, oltre al ricamo e al cucito, scoprì anche il piacere della lettura. Chiedeva in prestito parecchi libri e riusciva a immedesimarsi nelle avventure che leggeva, sognando un mondo diverso dal suo. Per mezzo della lettura dimenticava il freddo, la fame e la miseria, si immaginava diversa, imparava nuove parole e nuove idee.
Fu in quell’epoca che incominciò a crescere in lei la voglia di ribellarsi alla prepotenza del padre. Non riusciva più a sopportare di vedere il padre malmenare la loro madre o prendere a cinghiate le figlie, soprattutto le sorelle più piccole, ogni volta che sbagliavano qualche cosa per sbadataggine o per maldestra incapacità. Il nonno aveva una subdola abilità che lo portava a conoscere l’animo delle persone che erano intorno a lui, ne scopriva i lati deboli e poi si divertiva a picchiarci dentro, quasi volesse distruggerli e sembrava anche goderne, come se la loro debolezza fosse una sua forza. Mia madre incominciò a ribellarsi non appena fu abbastanza grande da capire che poteva essere forte, se avesse dimostrato di non avere paura. Credo che dovesse avere quindici, sedici anni, all’epoca in cui avvenne l’episodio che mi fu raccontato sia da lei che dalle sue sorelle.

Era d’autunno, le giornate si erano fatte brevi e quasi fredde. Il sentore della guerra, in Europa, era ormai palpabile, molti uomini erano stati richiamati alle operazioni premilitari, a molti giovani era stata prolungata la leva, mancavano i lavoranti e molte incombenze pesavano ormai sulle braccia delle donne di casa. Il nonno si infuriava ormai per nulla, era diventato astioso e incontentabile. Il clima della casa era diventato irrespirabile. Una sera rientrò inviperito e incominciò a prendersela con la moglie e con le due bambine più piccole che si stavano rincorrendo intorno alla tavola della cucina. La nonna cercò di proteggere le figlie e si prese la cinghiata destinata a una di loro.
Mia madre era al focolare e preparava la polenta per la cena, si girò sentendo il gemito della madre.

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foto presa dal Web

Aveva in mano la lunga canna di legno che serviva a rimestare nel paiolo, si trovò di fronte il padre e, impugnando la canna con tutte e due le mani, lo fece indietreggiare: “Se tocchi ancora mia madre o le mie sorelle, ti ammazzo.” Mentre gli diceva queste parole, doveva avere un’aria decisa e sicura perché, da allora, il nonno si limitò a rimbrottare la moglie e le figlie, ma non le toccò più.
Le botte, le riservò a mia madre, ma solo quando riusciva a prenderla.

La memoria III (b)

Circondate dall’affetto della bisnonna le quattro sorelline crebbero senza troppi problemi fino all’età scolare. La bisnonna riusciva anche a proteggerle dalle ire paterne, era ancora abbastanza forte da contrastare quel figlio che non era mai riuscita a capire e del quale aveva anche un po’ di paura.
Per andare alla scuola elementare mia madre doveva fare circa cinque chilometri a piedi. Era piccola di statura, minuta, ossuta ed anemica. La penuria di cibo: “si  mangiava poco, male e…ciare olte (poche volte)” incominciava a farsi sentire in quel corpicino che era sottoposto ai primi sforzi. Anche il vestiario era misero e durante l’inverno c’era il supplizio dei geloni sia alle mani che ai piedi, nonostante i guanti e i calzerotti che la nonna aveva ricavato dalla lana delle loro pecore.
A scuola mia madre non aveva diritto alla refezione scolastica, poiché era benestante; così il nonno pagava dieci centesimi al giorno al panettiere e dieci al vinaio, in cambio di cento grammi di pane e di un bicchiere di vino che faceva buon sangue. Che pranzo fosse per una bambina di sei, sette anni, è facile immaginarlo, pane e vino e basta. D’autunno c’era la frutta sugli alberi, bastava essere svelte di mano e di gamba e l’uva, le mele, le noci rendevano più ricco il pasto, ma d’inverno e in primavera, non c’era niente di più. Sia mia madre che le zie raccontavano che se il padre avesse dato direttamente a loro il denaro, avrebbero comperato più pane e si sarebbero dissetate alla fontana, ma non c’era niente da fare, era lui che le manteneva, lui sapeva di che cosa avevano bisogno e non è che la cena, alla sera, fosse tanto ricca da compensare la carenza del pranzo.
Di sera c’era la minestra, con il lardo pestato, la verza tagliata a listerelle e fatta bollire fino a diventare quasi una purea con dentro anche qualche patata o dei legumi. La minestra con pasta fatta in casa, più raramente con il riso, era seguita dai radicchi di campo, bolliti e saltati in padella con lardo, aglio e cipolla.

radicchi di campo

radicchi di campo saltati in padella

Il pane veniva fatto in casa e cotto nel forno del paese e doveva bastare per tutta la settimana. A volte, al posto della minestra, c’era la polenta avanzata dal pranzo e abbrustolita, sempre con i soliti radicchi di campo, una fettina di salsiccia  e una di moretta, che era una salsiccia fatta con il sangue del maiale. Due piccole salsicce divise fra nove persone! Oppure le uova, per gli uomini un uovo intero, per le donne mezzo uovo e alle bambine un quarto. La carne e i salumi venivano conservati nello strutto, che irrancidiva presto.
Quando cuocevano un cotechino era una festa, anche perché la bisnonna, con il brodo grasso di cottura, faceva il “chisol” una focaccia con farina di grano e di mais, poco zucchero, un paio di uova e qualche fetta di mela.

A volte guardo la nostra tavola, il piatto di mia figlia, la nostra dispensa e il frigorifero e mi scopro a pensare che oggi è proprio un peccato lamentarci. Faccio il confronto con i miei acquisti settimanali, con la varietà delle pietanze che posso preparare, con tutto ciò di cui noi siamo circondati e mi chiedo che cosa succederebbe se, per un caso malaugurato, fossimo costretti a tornare a vivere come ai tempi dell’infanzia di mia madre.

La Memoria (1995) III – a

In quella casa mia madre ci arrivò che aveva appena compiuto ventiquattro anni.
Era una bella mattina di sole dell’ultimo sabato di settembre. La guerra era finita da poco, il matrimonio era stato rimandato di un anno in attesa che scadesse il lutto per la morte del padre dello sposo. Mia madre si era vestita con un tailleur lilla che le sarebbe servito anche in altre occasioni. Suo padre non le aveva dato soldi per un inutile abito bianco, dal momento che sposava un nullatenente non valeva proprio la pena di sprecare del denaro. Sui capelli scuri mia madre aveva un piccolo velo, un tulle lilla, unico lusso, unica civetteria. Eppure era bella e non solo per la luce che irradia da ogni sposa felice, ma per lo sguardo acceso, brillante, degli occhi scuri, per gli zigomi alti nel volto magro e un po’ zingaresco, per un che nel suo portamento che incuteva rispetto e ammirazione.
Non era superba o altera, solo emanava da lei come una forza compressa, una consapevolezza di dignità e di libertà che la rendeva diversa dalle altre ragazze.

Ritratto di mia madre - acquerello su fondo al sale (di Neda)

Ritratto di mia madre – acquerello su fondo al sale (di Neda)

Lo sposo arrivò a piedi con parenti e amici. Indossava la camicia bianca che la fidanzata gli aveva cucito nelle serate dell’inverno precedente.
Aveva gli occhi color pervinca, allegri e un po’ scanzonati, la bocca sempre pronta al sorriso e allo scherzo. Il sole giocava accendendo bagliori tra i suoi capelli ondulati color del miele. Quante volte ho sentito mia madre ripetere: “Avevo scelto un uomo bello, biondo, con gli occhi azzurri e poi…- mi lanciava un’occhiata di traverso e non ho mai capito se celiasse o dicesse sul serio – …e poi…mi è nata questa qui.”
Per mia madre andare sposa significava affrancarsi dalla schiavitù della casa del padre.
Tutto ciò che so dell’infanzia di mia madre l’ho sentito raccontare da lei e dalle sue sorelle. Da ognuna di loro ho sentito gli stessi episodi, anche se raccontati da un punto di vista diverso, il quadro che ne ho ricavato è univoco: il padre era un despota, privo di qualsiasi rispetto per il sesso femminile.
I nonni avevano avuto solo figlie, femmine, cinque per la precisione, una era morta in tenera età. In casa vivevano, altre ai nonni e alle loro figlie, anche i genitori del nonno con un altro figlio celibe, il più giovane. La famiglia era considerata benestante, poiché era fra gli affittuari più importanti della zona. Inoltre, il nonno aveva il bernoccolo degli affari, una buona intelligenza e un rigore morale tale da farlo tenere in buona considerazione da tutti i compaesani.
In famiglia era invece irascibile, vendicativo, avaro e prepotente.
Era proprio il suo disprezzo per la donna in generale a renderlo così cattivo, infatti entro le mura di casa era circondato da donne, si aggiunga in più la rabbia per non essere riuscito a generare il tanto sospirato figlio maschio e di ciò, naturalmente, incolpava la moglie.

Mia madre ha un carattere quasi maschile, energico, altero, privo di tutte quelle dolcezze e malinconie tipiche dell’animo femminile.
Mi sono spesso chiesta se tutto ciò fosse da imputare all’infanzia così tribolata o all’inconscio desiderio di accontentare il padre cercando di diventare simile, il più possibile, a quel maschio che lui desiderava avere, perché è innegabile che, almeno nella prima infanzia, mia madre temesse il padre e, come tutti i bambini, avrà certamente fatto di tutto per ingraziarselo. Non ho mai potuto accertare queste mie ipotesi, perché ogni volta che si passa dal puro e semplice racconto dei fatti accaduti all’analisi dei sentimenti provati, inevitabilmente, mia madre cambia discorso o lo tronca.

Quando mia madre era piccola, nella casa del nonno il tempo era scandito dal lavoro nei campi e nella stalla. La bisnonna si occupava della casa, degli animali da cortile, dell’orto e dell’allevamento dei bachi da seta. Le bambine crebbero attaccate alle sue sottane, chiamandola “mamma”. Chiamavano con il nome di battesimo, invece, la loro vera madre, la quale aveva l’unico compito di generarle e di allattarle dovendosi poi recare nei campi a fianco del marito, per compiere gli stessi lavori degli uomini, i lavoranti che vivevano a fianco della casa padronale.

La bisnonna era affettuosa, allegra, chiacchierona. Raccontava interminabili favole e storie istruttive, come quelle di “Pierino Porcospino”, lo Struwwelpeter di Hoffmann, ricordi della sua infanzia sotto il dominio austroungarico. Quelle storie le raccontò anche a noi pronipoti e io le ricordo bene, perché avevo dieci anni quando lei morì.

 

La memoria (1995) – II

Secondo

Ognuno di noi ha almeno due tipi di ricordi: quelli propri e quelli che si riferiscono alle cose che ci vengono raccontate.
I ricordi sono una cosa strana, alcuni sono vividi, incancellabili, altri si confondono con la stessa materia di cui sono fatti i sogni e si finisce, a volte, per non sapere più quale sia la verità.
Un anno prima di sposarmi decisi di buttarmi dietro le spalle i fantasmi del passato, di cercare di far luce sui miei ricordi confrontandoli con la realtà. Mi recai nel paese dove ero nata. C’ero tornata tante volte, ma non avevo mai rivisto la casa colonica in cui ero venuta alla luce e dalla quale ero stata strappata all’età di tre anni. Chiesi a mia nonna dove fosse quella casa e ci andai. Nell’avvicinarmi alla località incominciai a riconoscerla: la strada era polverosa e non ancora asfaltata, fiancheggiata dal fosso e dai platani. Riconobbi il grande portone che dava accesso al cortile interno, riconobbi le abitazioni della casa colonica. Il tempo si era fermato a trent’anni prima. Tutto era immoto, silenzioso, non c’era un alito di vento. Sul vecchio fico, appoggiato alla rete divisoria della corte interna, maturavano frutti uguali a quelli che la mia avida manina cercava allora di raggiungere. Davanti alla porta chiusa della casa dove ero nata c’era lo stesso gradino su cui mi sedevo a mangiare i ceci bolliti, raccolti in un cono di carta caldo e colmo. Mi sembrava di sentire l’odore delle mele che la nonna cuoceva nel forno della stufa a legna, risentivo il ciabattare di mia nonna in faccende, risentivo il passo di mio padre che tornava dal lavoro, rivedevo le sue mani tese verso di me, pronte a prendermi per mettermi a cavalluccio sulle sue spalle. Tre stanze in tutto, una sopra l’altra, la latrina di fuori, un bugigattolo buio e fetente posto in un angolo della corte, poco distante dalla pompa dell’acqua che funzionava a mano. Tre stanze: la cucina, a piano terra, nella quale si cucinava, si mangiava e si viveva buona parte della giornata, sopra c’era la camera da letto, nella quale dormivamo papà, mamma ed io e, sopra ancora, nella soffitta con  il tetto basso e le finestre piccole, c’era la stanza in cui dormivano la nonna e il fratello di mio padre non ancora sposato. Alle camere ci si arrivava per mezzo di una scala di legno angusta e chiusa da una botola che bisognava aprire per andare nella stanza della soffitta. La guerra era appena finita, il lavoro era poco.  Le donne lavoravano nelle risaie, ci allattavano all’alba prima di partire e al tramonto quando tornavano. Gli uomini lavoravano nei campi, la ricostruzione non era ancora incominciata e si adattavano a tutto. D’inverno si comperava il cibo a debito, alla cooperativa e dal fornaio, si pagava poi in primavera con i primi salari.

Le quattro serelle al filarino

Le quattro sorelle.
Dipinto a china (di Neda)

Mamma era la prima di quattro sorelle e aveva lavorato nei campi di suo padre prima di sposare quel “piazzarotto” senza niente al sole, capace solo di tirar su case e di dare quattro calci al pallone nelle partite della domenica, in qualche squadra di provincia. Eppure, a casa della suocera mamma stava meglio che alla fattoria di suo padre. La vita in paese era più misera, ma i miei genitori erano giovani ed allegri, pieni di fiducia nell’avvenire. Io nacqui lì, in quella stanzetta al primo piano, sopra la cucina. Ero piccola, minuscola, tutta occhi e bocca. “Ha le manine come le zampette delle raganelle” diceva mio padre che aveva paura di toccare quelle dita che sembravano un giocattolino fragile. Chi l’avrebbe detto che dopo soli due anni sarebbe già stato sottoterra a soli ventinove anni?

C’era un sogno che facevo da sempre, ricorrente in certi periodi difficili, un incubo angosciante che mi lasciava stremata al risveglio. Quello era il luogo del mio sogno, nel quale vedevo me, bambina piccolissima, con un vestitino rosso e un collettino bianco smerlato, la ghiaia sotto i piedi mentre correvo nella corte. Poi inciampavo e cadevo a pancia in su con gli occhi spalancati verso il cielo di un azzurro intenso e luminoso. Improvvisamente un mostro con molte teste e bocche rosse di fuoco mi assaliva da tutte le parti, le bocche protese verso di me per azzannarmi. Alle mia urla disperate rispondeva il passo di un uomo da dietro la mia testa, non ne vedevo il volto, mi afferrava sotto le ascelle e mi sollevava in alto, verso il cielo. Le braccia non avevano mani, solo dei moncherini conici dalla pelle liscia e sana. A questo punto mi risvegliavo, sempre, in un lago di sudore e con la voglia di urlare ancora la mia paura. Una mia cugina, di una decina di anni più vecchia di me, mi ha raccontato che l’episodio del mio sogno era realmente accaduto quando avevo poco meno di un anno. Avevo appena incominciato a camminare e corsi per l’aia inciampando e cadendo in mezzo ad un branco di oche bianche. I becchi aperti e protesi verso di me erano le bocche del mostro. L’uomo senza mani era un cugino di mio padre, mutilato di guerra e che io non avevo mai visto senza le protesi ricoperte dai guanti.  Dal giorno in cui mia cugina mi spiegò il sogno, non lo feci più.

“Ehi, chi sérchet?” Guardai in su, ad una finestra c’era un volto rosso, rotondo come un’anguria. Lo conoscevo quel viso, lo sentivo riemergere nella memoria, mi era familiare anche se non riuscivo a dargli un nome.
Ricordavo che sotto quella testa c’era un donnone più largo che lungo. “A son la fiola di…..” dissi il nome di mio padre, mentre cercavo il nome della donna tra le briciole della memoria. “Maria Vergine!” mi guardava con gli occhi sgranati e ripeteva il mio nome con un pigolio dolce, come inebetita, le sue lacrime rotolavano lente e piene sulle sue gote gonfie, scendevano sul petto enorme, continuava a guardarmi con la bocca semiaperta, sembrava senza fiato.
Cercai di spiegarle perché ero lì dopo così tanti anni, usavo parole semplici, che non mi prendesse per matta, sembrava aver capito anche quello che avevo pudore a dire.
“Vot védar la casa? L’è come alora, vè! A ghe déntar nisun, at vegni a versar”.
Improvvisamente non ebbi più voglia di entrare.
La casa io la ricordavo viva, piena di suoni, di odori, non volevo vedere una casa morta, polverosa, vuota. “Ma no, ho fretta, grazie lo stesso, arrivederci”. Lei continuava a guardarmi dalla finestra, sembrava che avesse ritrovato i fantasmi, forse rivedeva mio padre in me. Attraversai il cortile e la ghiaia scricchiolava sotto le mie scarpe. Mi sembrava di vedere tutto da una strana prospettiva.
Tutto era più piccolo, più vecchio, meno luminoso di come lo avevo ricordato per anni, eppure quello era lo stesso sole e lo stesso cielo azzurro intenso che copre ancora i miei ricordi.
Il silenzio della corte, lo strano senso di cosa morta che si trova nei luoghi abbandonati mi aveva immalinconita eppure sentivo come se un peso fosse scivolato via dalle mie spalle. Inforcai la bicicletta e tornai veloce verso la casa di mia nonna.

La Memoria (1995) I

 

Il paese in cui vivo è piccolo e industrializzato. Negli ultimi trent’anni è cambiato parecchio, almeno in superficie anche se, a voler ben guardare, in fondo la gente sembra la stessa di quando ero ragazzina. I miei compagni di allora, oggi sono tutti padri, alcuni già nonni,  abbiamo i capelli grigi, qualche chilo di troppo e parecchie illusioni di meno. A quel tempo per poter lavorare emigravamo quasi tutti. I più fortunati diventavano pendolari della vicina città, altri, come i miei fratelli ed io, andavano all’estero, o in altre regioni, a cercare la propria indipendenza. Per coloro che si fermavano in paese c’era il lavoro nei campi e nelle stalle, per le ragazze il servizio a domicilio nelle famiglie più abbienti.
Le fabbriche erano poche, le paghe misere, vi si lavorava dieci ore al giorno, sabato compreso, almeno in quei mesi in cui il lavoro c’era. Non ci si lamentava, non ci passava neanche per la testa di poterci lamentare, perché le richieste di lavoro erano una montagna e le offerte poche. Molti di noi lavoravano di giorno e frequentavano la scuola serale in città per ottenere un diploma, per poter avere un lavoro migliore, più dignitoso, una paga più onesta. I soldi, pochi, si davano tutti alla famiglia per le spese comuni, per pagare i debiti contratti nei tempi di magra, per il corredo, per i sogni, sì perché a quattordici, quindici anni, il futuro era fatto di sogni e nulla sembrava irrealizzabile. A quell’età ci sentivamo immortali e ci sembrava che il mondo fosse ancora tutto da costruire.

Non c’ero nata io in questo piccolo paese di campagna.

campagna lombarda
mie foto

C’ero arrivata a otto anni, senza nemmeno rendermene conto, era il punto di arrivo dopo tanto peregrinare. Fu facile adattarmi all’ambiente: la pianura era uguale a quella del luogo in cui ero nata, il paesaggio sembrava lo stesso e il paese pure, così vecchio, misero, scrostato, quasi medioevale, pareva avesse perfino la stessa chiesa al centro.
Eppure ancora oggi ho difficoltà con la gente. Dove ero nata io la gente era allegra, ciarliera, piazzaiola e con un atavico amore per la lettura, per l’arte, per tutto ciò che rendeva la vita un po’ meno misera, un po’ più raffinata. Qui la gente era  rude e chiusa, lavoratrice instancabile, infaticabile, intollerante verso tutto ciò che è inutile, come la poesia o la pittura.
Quando ero ragazzina osservavo i contadini che venivano in paese al giorno di mercato e se ne stavano a blaterare di vacche e di mais al centro della piazza del paese, poi passavano il resto della giornata all’osteria. La sera tornavano a casa ubriachi fradici, alcuni se li venivano a riprendere le mogli, o altri familiari. A furia di osservarli m’ero fatta l’idea della loro scala di valori: per primo veniva la terra, non era mai abbastanza, ci piangevano sopra e litigavano per una goccia di acqua in più per irrigarla a dovere; poi veniva la stalla con annessi e connessi, bestie e arnesi e poi la casa, cioè i muri e il tetto; poi i figli maschi, future braccia da lavoro; infine la moglie, possibilmente taciturna e sottomessa, perseverante nel lavoro, poco appariscente, robusta e senza idee balzane per il capo e, quindi proprio in ultimo, le figlie femmine, mangiatrici a sbafo, alle quali bisognava procurare anche la dote, peso, onere e rischio per il futuro.