Ritratto

Nel 1973, per i suoi cinquant’anni, mia madre mi chiese di farle un ritratto.
Avevo 25 anni e dipingevo solo nei mesi invernali, quando non lavoravo. In quell’inverno dipinsi come una forsennata. Mi ero ricavata una stanzetta in soffitta e ci passavo giornate intere cercando di perfezionare la pittura a olio nella quale avevo sempre trovato difficoltà.

Mia madre era nel fulgore dei suoi anni, una bella donna, elegante e molto amata dal compagno, Bepi, che era più vecchio di tredici anni e convivevano dal 1956, due vedovi che avevano deciso di trascorrere il resto della loro vita insieme.

https://undentedileone.files.wordpress.com/2019/05/img_20190509_114354.jpg

olio su tela
mie opere

Negli ultimi anni della sua vita, quando ormai la lunga malattia aveva leso il suo corpo e devastato la sua bellezza, ricordando com’era quando io ero bambina, ne feci un nuovo ritratto, questa volta ad acquerello.

https://undentedileone.files.wordpress.com/2019/05/3566748764_47e6a90fe9_z.jpg

Acquerello su fondo al sale
mie opere

 

La Memoria IV a

Se torno indietro nella memoria e cerco di ricordare, di rivedere, gli anni della mia infanzia, non riesco a trovare la presenza, la figura di mia madre.
Che io non abbia un ricordo visivo di mio padre è abbastanza naturale, dal momento che avevo appena compiuto due anni quando egli morì.

Di tutti gli anni che precedettero la mia adolescenza io ricordo molte cose e molte persone, ma non mia madre. Ricordo le nonne, sia quella paterna che quella materna, ricordo il nonno, le zie, la bisnonna, un cugino, i vicini di casa, gli animali della nostra fattoria,
le visite del fidanzato di una delle zie, l’orto e il giardino della nonna, ma non mia madre.

Mi è stato raccontato che dormivo nel lettone con mia madre, che lei mi cuciva i vestiti, che mi curava quando ero malata, eppure io ricordo che dormivo nel lettone con la bisnonna e mio cugino.
Perché ricordo questo episodio, avvenuto forse di pomeriggio quando gli adulti facevano la siesta e noi bambini, affidati alla bisnonna, ce ne stavamo nel lettone ad ascoltare le sue interminabili favole?
Forse perché tutto l’affetto di cui un bambino ha bisogno a quell’età, io  sentivo di averlo solo dalla bisnonna?
So per certo che mia madre mi ha amato e mi ha protetto,
è probabile che io non me ne rendessi conto, oppure mia madre non riusciva ad esprimermi quel tipo di affetto che io desideravo da lei.

Quando vedo le braccia di mia figlia tendersi verso di me, perché io l’abbracci e me la prenda sulle ginocchia, quando la mano di mia figlia si insinua nella mia e le sue dita stringono le mie, non posso fare a meno di pensare che anche io, da piccola, certamente facevo la stessa cosa, ma mia madre, ancora oggi, rifiuta ogni contatto fisico con me. Non ho mai avuto da lei, baci, abbracci e non solo perché non li ricordo, ma perché, ancora oggi, mia madre ripete spesso che le dava fastidio essere toccata da me, perché avevo “le mani calde”.
E’ vero, non ho mai avuto le mani fredde, ma non credo che il motivo fosse questo. Forse pensava che abbandonandosi ai sentimenti avrebbe sofferto ancora, infatti, una delle cose che ripete spesso è che lei, nella vita, era preparata a tutto, ma non a restare vedova dopo soli tre anni dal matrimonio.
Mio padre si ammalò e morì in tre mesi, per una di quelle malattie considerate incurabili ancora al giorno d’oggi.
Il dolore, che unì suocera e nuora per la perdita di quell’uomo a cui entrambe volevano bene, era consapevole del fatto che anch’esse dovevano lasciarsi.
Mia madre ed io dovevamo andare nella casa paterna di mia madre. Non credo fosse stato facile decidere, né per mia madre, né per la nonna, la quale sapeva bene a quale genere di vita noi eravamo destinate con quella scelta.
Purtroppo la pensione di reversibilità a cui mia madre aveva diritto era tanto misera da non permetterle nemmeno l’acquisto del pane e del latte per la prima colazione. Non poteva più accontentarsi di fare la stagione nelle risaie che c’erano vicine al paese dove abitavamo, aveva bisogno di un’entrata fissa per tutto l’anno, doveva trovarsi un lavoro, ma senza un titolo di studio e avendo imparato solo il lavoro dei campi, che cosa le restava da fare?
Inoltre, il fratello di mio padre era pronto al matrimonio e la camera in cui mio padre, mia madre ed io avevamo dormito, serviva per la nuova coppia. Ci si sarebbe potute aggiustare nella stanza in soffitta con la nonna, mia madre ed io non avevamo grandi esigenze e la nonna ne sarebbe stata felice, ma che sarebbe avvenuto tra le due nuore? Sarebbero riuscite ad andare d’accordo?
Così, a malincuore, mia madre decise di tornare da suo padre.

Dopo il matrimonio di mia madre, mio nonno si era trasferito con tutta la famiglia in un’altra provincia.
Aveva comperato un bel pezzo di terra ed una cascina nella campagna che è a pochi chilometri dal paese in cui io ora vivo.
Quella campagna si chiama ancora “Rasa”, perché un tempo era brulla, incolta e pelata a causa della penuria d’acqua.
Poi vi scavarono pozzi, vi fecero canali per l’irrigazione e tirarono su tanta di quell’acqua da annegarla tutta quella terra arida che, oggi, è una delle più fertili e produttive.
La cascina nella campagna Rasa era piccola rispetto a quella che il nonno aveva avuto nell’altra provincia, lo era anche la casa che era vecchia e decrepita, solo sei stanze invece dei grandi spazi che avevano avuto nella casa padronale di prima.
Riuscirono però a renderla gradevole e abbastanza comoda anche se la luce elettrica, lì, non era ancora arrivata.
Le serate erano illuminate dalla lampada a petrolio, dal gambo alto e slanciato, in opaline bianco ed io ero affascinata dal lungo tubo di vetro sottile e pulitissimo che proteggeva la fiamma dello stoppino.
Questa lampada fa ancora bella mostra di sé in casa di mia madre.

lampada a petrolio in opaline bianco

                     La lampada a petrolio di mia nonna (mie foto)

Nelle stanze da letto, invece, usavamo delle candele da tenere accese il meno possibile, solo il tempo che si impiegava a svestirsi.

Ci si lavava in cucina, nell’acquaio di pietra, con l’acqua presa dalla pompa a mano che era all’esterno. Per noi bambini c’era il catino e una brocca, ma il bagno ce lo facevano nella mastella del bucato e ricordo che il nonno, ridendo, diceva che mi stava spuntando la coda e io, preoccupata, cercavo di girami a cercarmela fra le natiche.

lavabo con asciugamani ricamati

Lavabo di mia nonna con gli asciugamani originali ricamati da lei.
Il catino, il portasapone e la brocca sono invece stati sostituiti da porcellane dipinte da mia madre. (mie foto)

Il gabinetto era fuori, in fondo all’aia, non ne ho un ricordo preciso, solo un senso di disgusto. Per la notte c’erano i pitali nei comodini.

La dissolvenza della memoria. Quadro a olio su tela di Neda

La dissolvenza della memoria. Quadro a olio su tela di Neda

D’inverno si mangiava in cucina, dove c’era la stufa economica a legna, il tavolo lungo con le sedie e due cantonali, armadi ad angolo, fra i quali c’era una panca disposta sotto ad una finestra con le grate dalla quale si vedeva parte del giardino dietro la casa.
D’estate invece si stava nella stanza più grande, che fungeva anche da entrata. Aveva due finestre, una credenza e una madia, un grande tavolo con le sedie, c’era l’acquaio e un grande camino, una scala di legno chiusa da una parete pure di legno, con la porta di accesso, ma con il sottoscala a vista, per avere più spazio e dove si apriva la porta per il salotto che era l’orgoglio di mia nonna.
Nel salotto oltre al divano in velluto, con due poltrone e un tappeto, c’era anche un bel mobile con cristalliera, in cui erano conservati i servizi buoni di piatti, tazze e bicchieri, posate, tovaglie e quanto occorreva se ci fossero state delle persone in visita.
Questa stanza aveva due finestre e da uno spioncino mio nonno poteva vedere anche ciò che accadeva nella stalla che era a fianco della casa. Vicino allo spioncino c’era un fucile in caso di bisogno. Nell’angolo più nascosto del salotto il nonno aveva la scorta di bottiglie di vino e qualche liquore per le grandi occasioni.

Dalla scala di legno si saliva alle camere da letto che erano tre: in quella sopra il salotto ci stavano il nonno e la nonna, con il loro letto matrimoniale, i comodini, il cassettone e l’armadio, un paio di sedie. Ricordo che sopra il cassettone la nonna aveva una teca di vetro con dentro una Madonna Bambina di cera, fasciata con pizzi e tulle e vicino alla teca c’era anche una Damina di porcellana colorata, alta una trentina di centimetri, che aveva un bel vestito a campana, vuoto di sotto, se si sollevava la Damina sotto ci si trovavano i pochi monili della nonna, qualche monetina, a volte delle caramelle.

Nella stanza più grande, sopra all’entrata, c’erano un letto matrimoniale, i comodini,  un letto singolo, due finestre, un grande armadio guardaroba e una enorme cassapanca che conteneva biancheria da letto nella quale la bisnonna metteva mazzetti di lavanda e di erba luisa. Davanti al letto c’erano due poltroncine e sulla parete, sopra il letto singolo, c’era un grande arazzo ovale che rappresentava Nettuno circondato da ninfe immerse nelle onde.
La terza stanza, sopra alla cucina, era per le zie ormai grandi e in età da marito.

La proprietà confinava con un’altra cascina molto grande, abitata da una famiglia nella quale, oltre ai genitori e ai nonni, c’erano anche dodici figli, otto maschi e quattro femmine: la più piccola aveva solo due anni più di me e il più grande era già sposato.
Il paese più vicino distava quattro chilometri.

La mia vita nella cascina del nonno è stato il periodo del quale ricordo una grande libertà e mi è rimasto dentro come una radice forte, un’ancora salda e sicura.
Le ire del nonno non mi hanno mai sfiorata, protetta com’ero da tutte le sottane delle donne di casa, probabilmente non me ne accorgevo nemmeno.
Io ero libera di scorrazzare come e quanto volevo e poche cose mi erano proibite: non potevo entrare nella stanza dei nonni, non potevo toccare il tubo di vetro della lampada a petrolio, non potevo entrare nella stanza delle zie e in salotto.

Nella bella stagione vivevo all’aria aperta come una piccola selvaggia, in mezzo agli animali, quasi sempre scalza, vestita con pagliaccetti comodi, ero curiosa di tutto.

foto in bianco e nero di Neda a quattro anni

                               Neda a tre anni alle prese con un pomodoro 

Non ricordo di aver mai avuto paura di nulla. Ogni giorno era una nuova scoperta, c’era sempre qualcosa da vedere, da fare, da conoscere, da imparare.
La bisnonna era la mia fonte di informazioni, a lei chiedevo tutto, lei aveva una risposta logica per ogni mia domanda. Vivevamo il tempo del sole e delle stagioni, non avendo la luce elettrica eravamo tagliati fuori dal mondo e mi sembra davvero di aver vissuto quegli anni in uno spazio di tempo remoto, in un altro secolo.
Insieme ai figli dei nostri vicini ogni gioco diventava un’avventura,
le pecore e i maialetti che pascolavano nei campi vicino casa si trasformavano in animali esotici e in mezzo a loro prendevano vita le storie della bisnonna e quelle di Alì Babà e delle Mille e una Notte, che avevamo sentito raccontare nei lunghi inverni, quando andavamo a fare “filos” nella stalla per stare più al caldo.

Nella stalla, dopo il Rosario recitato insieme agli adulti, c’era sempre qualcuno che raccontava storie e leggende e noi bambini stavamo ad ascoltare e vivevamo con la fantasia dentro a quelle avventure.
A volte qualcuno intonava una romanza, un brano d’opera, una vecchia canzone, oppure recitava una poesia imparata a scuola.

Quando viene l’inverno, sento ancora il bisogno di raccogliermi, di chiudere il mondo fuori di casa e non faccio a meno di pensare al calore di quelle serate nelle stalle, dove le ombre dei nostri corpi proiettavano figure larghe e avvolgenti ed io mi sentivo al centro
del mondo, del mio mondo.

La Memoria III c

Il periodo della scuola passò lento e poco piacevole. Mano a mano  che le bambine crescevano, venivano occupate anche nelle faccende domestiche e nei piccoli lavori in stalla e nell’orto.
Poco nutrite, mal vestite, sottoposte a fatiche più grandi di loro, non avevano alcuna possibilità di concentrarsi nello studio che diventava una fatica in più. D’altronde il nonno pensava che l’istruzione, per le femmine, fosse, oltre che inutile, pure dannosa.
Quando furono un po’ più grandi vennero mandate, per brevi periodi, ad imparare ricamo e cucito dalle suore del paese. Mia madre ricorda con gioia quel periodo. Dalle suore, oltre al ricamo e al cucito, scoprì anche il piacere della lettura. Chiedeva in prestito parecchi libri e riusciva a immedesimarsi nelle avventure che leggeva, sognando un mondo diverso dal suo. Per mezzo della lettura dimenticava il freddo, la fame e la miseria, si immaginava diversa, imparava nuove parole e nuove idee.
Fu in quell’epoca che incominciò a crescere in lei la voglia di ribellarsi alla prepotenza del padre. Non riusciva più a sopportare di vedere il padre malmenare la loro madre o prendere a cinghiate le figlie, soprattutto le sorelle più piccole, ogni volta che sbagliavano qualche cosa per sbadataggine o per maldestra incapacità. Il nonno aveva una subdola abilità che lo portava a conoscere l’animo delle persone che erano intorno a lui, ne scopriva i lati deboli e poi si divertiva a picchiarci dentro, quasi volesse distruggerli e sembrava anche goderne, come se la loro debolezza fosse una sua forza. Mia madre incominciò a ribellarsi non appena fu abbastanza grande da capire che poteva essere forte, se avesse dimostrato di non avere paura. Credo che dovesse avere quindici, sedici anni, all’epoca in cui avvenne l’episodio che mi fu raccontato sia da lei che dalle sue sorelle.

Era d’autunno, le giornate si erano fatte brevi e quasi fredde. Il sentore della guerra, in Europa, era ormai palpabile, molti uomini erano stati richiamati alle operazioni premilitari, a molti giovani era stata prolungata la leva, mancavano i lavoranti e molte incombenze pesavano ormai sulle braccia delle donne di casa. Il nonno si infuriava ormai per nulla, era diventato astioso e incontentabile. Il clima della casa era diventato irrespirabile. Una sera rientrò inviperito e incominciò a prendersela con la moglie e con le due bambine più piccole che si stavano rincorrendo intorno alla tavola della cucina. La nonna cercò di proteggere le figlie e si prese la cinghiata destinata a una di loro.
Mia madre era al focolare e preparava la polenta per la cena, si girò sentendo il gemito della madre.

polenta_paiolo1.jpg

foto presa dal Web

Aveva in mano la lunga canna di legno che serviva a rimestare nel paiolo, si trovò di fronte il padre e, impugnando la canna con tutte e due le mani, lo fece indietreggiare: “Se tocchi ancora mia madre o le mie sorelle, ti ammazzo.” Mentre gli diceva queste parole, doveva avere un’aria decisa e sicura perché, da allora, il nonno si limitò a rimbrottare la moglie e le figlie, ma non le toccò più.
Le botte, le riservò a mia madre, ma solo quando riusciva a prenderla.

La Memoria (1995) III – a

In quella casa mia madre ci arrivò che aveva appena compiuto ventiquattro anni.
Era una bella mattina di sole dell’ultimo sabato di settembre. La guerra era finita da poco, il matrimonio era stato rimandato di un anno in attesa che scadesse il lutto per la morte del padre dello sposo. Mia madre si era vestita con un tailleur lilla che le sarebbe servito anche in altre occasioni. Suo padre non le aveva dato soldi per un inutile abito bianco, dal momento che sposava un nullatenente non valeva proprio la pena di sprecare del denaro. Sui capelli scuri mia madre aveva un piccolo velo, un tulle lilla, unico lusso, unica civetteria. Eppure era bella e non solo per la luce che irradia da ogni sposa felice, ma per lo sguardo acceso, brillante, degli occhi scuri, per gli zigomi alti nel volto magro e un po’ zingaresco, per un che nel suo portamento che incuteva rispetto e ammirazione.
Non era superba o altera, solo emanava da lei come una forza compressa, una consapevolezza di dignità e di libertà che la rendeva diversa dalle altre ragazze.

Ritratto di mia madre - acquerello su fondo al sale (di Neda)

Ritratto di mia madre – acquerello su fondo al sale (di Neda)

Lo sposo arrivò a piedi con parenti e amici. Indossava la camicia bianca che la fidanzata gli aveva cucito nelle serate dell’inverno precedente.
Aveva gli occhi color pervinca, allegri e un po’ scanzonati, la bocca sempre pronta al sorriso e allo scherzo. Il sole giocava accendendo bagliori tra i suoi capelli ondulati color del miele. Quante volte ho sentito mia madre ripetere: “Avevo scelto un uomo bello, biondo, con gli occhi azzurri e poi…- mi lanciava un’occhiata di traverso e non ho mai capito se celiasse o dicesse sul serio – …e poi…mi è nata questa qui.”
Per mia madre andare sposa significava affrancarsi dalla schiavitù della casa del padre.
Tutto ciò che so dell’infanzia di mia madre l’ho sentito raccontare da lei e dalle sue sorelle. Da ognuna di loro ho sentito gli stessi episodi, anche se raccontati da un punto di vista diverso, il quadro che ne ho ricavato è univoco: il padre era un despota, privo di qualsiasi rispetto per il sesso femminile.
I nonni avevano avuto solo figlie, femmine, cinque per la precisione, una era morta in tenera età. In casa vivevano, altre ai nonni e alle loro figlie, anche i genitori del nonno con un altro figlio celibe, il più giovane. La famiglia era considerata benestante, poiché era fra gli affittuari più importanti della zona. Inoltre, il nonno aveva il bernoccolo degli affari, una buona intelligenza e un rigore morale tale da farlo tenere in buona considerazione da tutti i compaesani.
In famiglia era invece irascibile, vendicativo, avaro e prepotente.
Era proprio il suo disprezzo per la donna in generale a renderlo così cattivo, infatti entro le mura di casa era circondato da donne, si aggiunga in più la rabbia per non essere riuscito a generare il tanto sospirato figlio maschio e di ciò, naturalmente, incolpava la moglie.

Mia madre ha un carattere quasi maschile, energico, altero, privo di tutte quelle dolcezze e malinconie tipiche dell’animo femminile.
Mi sono spesso chiesta se tutto ciò fosse da imputare all’infanzia così tribolata o all’inconscio desiderio di accontentare il padre cercando di diventare simile, il più possibile, a quel maschio che lui desiderava avere, perché è innegabile che, almeno nella prima infanzia, mia madre temesse il padre e, come tutti i bambini, avrà certamente fatto di tutto per ingraziarselo. Non ho mai potuto accertare queste mie ipotesi, perché ogni volta che si passa dal puro e semplice racconto dei fatti accaduti all’analisi dei sentimenti provati, inevitabilmente, mia madre cambia discorso o lo tronca.

Quando mia madre era piccola, nella casa del nonno il tempo era scandito dal lavoro nei campi e nella stalla. La bisnonna si occupava della casa, degli animali da cortile, dell’orto e dell’allevamento dei bachi da seta. Le bambine crebbero attaccate alle sue sottane, chiamandola “mamma”. Chiamavano con il nome di battesimo, invece, la loro vera madre, la quale aveva l’unico compito di generarle e di allattarle dovendosi poi recare nei campi a fianco del marito, per compiere gli stessi lavori degli uomini, i lavoranti che vivevano a fianco della casa padronale.

La bisnonna era affettuosa, allegra, chiacchierona. Raccontava interminabili favole e storie istruttive, come quelle di “Pierino Porcospino”, lo Struwwelpeter di Hoffmann, ricordi della sua infanzia sotto il dominio austroungarico. Quelle storie le raccontò anche a noi pronipoti e io le ricordo bene, perché avevo dieci anni quando lei morì.