La memoria – Il mese di luglio

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Angolo del mio giardino
mie foto

Questa mattina sono stata svegliata da un cicaleccio in strada: davanti al mio cancello, sotto alla finestra di camera mia, due signore in bicicletta, ferme con le ruote contro il cancello, si stavano raccontando tutti i pettegolezzi del paesello, chiacchiere intervallate dagli OHHH e gli AHHH di meraviglia. Bene, ho pensato, non è necessario che io vada in quel piccolo negozio di alimentari, a un isolato da qui, sempre affollato, nel quale, mentre sei in coda e aspetti il tuo turno alla cassa, puoi sentire tutte le notizie di ciò che è accaduto, o non accaduto, nel nostro paesello.
Poi, a raffica, sono partiti tutti i rumori del sabato:
– il mio confinante ha iniziato a tagliare l’erba con qualcosa che fa il rumore di una grossa centrifuga, mentre la signora che ha la casa sull’angolo, dopo aver spalancato finestre e portefinestre, ha acceso la radio, l’aspirapolvere e la propria voce, il tutto al massimo del volume.
Qui dietro, qualcuno ha messo in azione una sega elettrica, mentre altri stavano spaccando legna per la solita grigliata del sabato.

Sono andata in bagno a tentoni, cercando di aprire gli occhi e mi sono ricordata che oggi è il primo di luglio, mammamia come corre il tempo.
Pensare che quando ero ragazzina in orfanotrofio il tempo non passava mai. Segnavo sul diario i giorni che mancavano al primo luglio, giorno in cui sarei ritornata in famiglia. La scuola finiva il 30 di giugno e il primo luglio mi venivano a prendere.
Passavo tutto il mese di luglio fuori dalle odiate mura: 10 giorni con mia madre, poi 10 nella fattoria del nonno, a pochi chilometri da casa e gli ultimi 10 li trascorrevo da mia nonna paterna, nel mio paese natale, situato tra Mantova e il confine veronese, in quella zona di risaie dove mamma e nonna avevano lavorato, quando io ero appena nata.

Mia nonna si chiamava Diva, ma non aveva nulla di una dea. Era bassa, rotondetta, sempre vestita di nero, perché era rimasta vedova giovane e le era morto anche mio padre, giovanissimo pure lui. Io glielo ricordavo, nelle sembianze e nel carattere, quel figlio che lei aveva adorato.
Quando arrivavo da lei era una festa preparata da tutta la contrada, mi aspettavano tutti, tutti avevano conosciuto e amato mio padre e amavano anche me.
Il nostro vicino, Milio, preparava per me i risotti della tradizione: col tastasàl, co la psina, coi saltarèi, co le rane, col pès gat; la Mendes faceva ‘l pà co l’ua e i tortei co la suca, la zia Carla preparava la torta Paradiso, le fritèle coi fior de suca, le ofèle col vin còto, c’era chi preparava le rane fritte e i bìgoli in saòr.
Stavano a guardarmi mentre mangiavo e contavano i bocconi:
“La ga magnà sète tortei, ghe piàs el risoto coi saltarei, vàrda la magn anca el sùgol”

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Risot coi saltarei
immagine presa dal web

Il nostro dialetto non era proprio un mantuàn sc’et, ma un misto con il veronese, io poi, obbligata a parlare sempre in lingua, a volte li facevo ridere con i miei strafalcioni nel tentativo di adeguarmi al loro dialetto.
La nonna mi portava in giro per il paese, a trovare tutte le sue amiche. Dovevo indossare il vestito più bello che avevo, la gonna arricciata blu con le grandi tasche su cui mia madre aveva dipinto delle margherite, oppure la gonna a mezza ruota, di velluto blu notte, con dipinti sul bordo cigni e ninfee, le camicette ricamate, con i colletti a smerlo.
“A lè la fiola de Zeno”
“S’lè vegnìda granda. Vet bén a scola?”

Si andava anche al cimitero, ogni giorno. La tomba di mio padre era la prima a sinistra dell’entrata, la numero uno. La lapide di marmo bianco, il ghiaietto bianco senza un filo d’erba, la foto di mio padre, riprodotta su un ovale di porcellana, bello e sorridente, così giovane, i fiori sempre freschi.

Qualche volta veniva a prendermi la zia Ebe, la sorella più vecchia di mio padre, che abitava in città, perché stessi qualche giorno con le mie cugine. Avevo modo, allora, di girovagare in città: Piazza delle Erbe, piazza Sordello, la Virgiliana, piazza d’Arco, i portici e i palazzi dei Gonzaga, illuminati dal sole spietato dell’estate mantovana.

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Mantova – i portici
immagine presa dal web

Altre volte, invece, era lo zio Amos che mi veniva a prendere. Abitava in un paesino tra Mantova e il mio paese natale, aveva sposato una sorella di mia madre e non aveva figli. Per lui ero la figlia che non poteva avere. Mi colmava di regali, mi portava in città e potevo scegliere ciò che più mi piaceva.
Abituata com’ero al rigore dell’orfanotrofio, non riuscivo mai chiedergli nulla, non ero abituata ai regali, mi vergognavo in quei negozi di lusso, pensavo al costo degli oggetti, spropositato per le mie parche abitudini, così era lui a decidere e sembrava sempre indovinare i miei bisogni, i miei desideri: il primo braccialetto d’oro, un cerchietto tondo satinato che si portava al polso destro; la prima scatola di legno con tutto il corredo per dipingere a olio; la grande scatola con i gessi colorati, settantadue gessi in colori degradanti, tutti i colori del mondo sotto i miei occhi; le tele da dipingere e i grandi blocchi per gli schizzi; il primo necessaire con tutto il necessario per la manicure; la prima borsetta da sera, di vera pelle in vernice nera, a forma di bustina foderata di raso nero e con lo specchietto; il primo paio di scarpe col tacco, da Nebuloni.
Poi si andava nella pasticceria sotto ai portici dove c’erano i migliori beignet con la crema Chantilly.

Quanto tempo è passato.
La nonna Diva, Milio, la Mendes, Amos e la zia Ebe, non ci sono più.
Anche la tomba di mio padre non c’è più. Ora abbiamo una grande tomba di famiglia, in marmo rosso, voluta da mio cugino. Vi sono state traslate le ossa di mia nonna, del nonno, di mio padre e di suo fratello. La zia Ebe e lo zio Amos riposano al cimitero del Frassino a Mantova.

Quando vien luglio, insieme con i ricordi di un tempo lontano, torna anche un po’ di magone e mi vien voglia di tornare ad essere quella bambina che correva da Milio per gustare il risotto con i gamberetti di fiume.

Per chi non avesse dimestichezza con il dialetto:
Saltarèi – gamberetti piccolissimi di fiume
Pès gàt – pesce gatto
Psìna- pesciolini piccolissimi fritti
Tastasàl- impasto di salame non ancora insaccato
Ofèle- dolcetti di pasta frolla, a forma di mezzaluna, ripieni di pasta savoiarda
Vin còt- lambrusco dolce fatto bollire per ore fino a che si è ridotto a un terzo del suo volume
Pà co’ l’ùa – pane dolce con l’uva
Fritèle de fior de suca – Fiori di zucca pastellati e fritti e ricoperti di zucchero
Sùgol – budino di mosto d’uva
Tortèi co la suca – Tortelli con ripieno di zucca
Bìgoli in saòr – Spaghetti al torchio con sugo di acciughe e erbe aromatiche

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Santons de Provence – La Memoria

Anni 70 del secolo scorso. All’epoca lavoravo in Liguria da marzo fino alla fine di ottobre.
Nei mesi invernali, che trascorrevo al paesello, cercavo di riposarmi, poi mi dedicavo a tutte quelle attività che amavo, ma che avevo trascurato nei mesi del lavoro in albergo.
Dopo che tutte le feste invernali erano trascorse, verso la metà di gennaio, incominciavo a sentirmi impaziente, il paesello tornava a starmi stretto e sentivo di nuovo, ogni volta, il desiderio di fuggire.
Così, ormai era diventata una consuetudine, programmavo per giorni, un itinerario che mi avrebbe portato a visitare, sia in Italia che all’estero, i luoghi dei personaggi letterari, storici e artistici che avevo amato ai tempi di scuola.

Quell’anno, era il 1977, decisi di fare un salto in Provenza, per l’esattezza alle Bocche del Rodano, alla ricerca di Daudet e del suo mulino, di Mistral, Zola e Roumanille.
Viaggiavo leggera, infilai in una valigia l’essenziale e l’immancabile blocco per gli schizzi, completo di matita, gomma e coltello per fare le punte alla matita.
Partii il primo di febbraio e rimasi in Francia per tutto il mese, la meta era Orange, viaggiavo in treno, i mitici TEE confortevoli e veloci.
Da Orange, ogni giorno mi spostavo con i mezzi pubblici, visitando tutto ciò che era visitabile: Vaison la Romaine, Arles, Nimes, Avignon, Le Pont du Gard, Baucaire, Tarascon, Saint Rémy,
S. Gilles, Aigues Mortes, Sainte Marie de la Mer, la Camargue, Fontvieille con il mulino di Daudet e i campi di lavanda, non ancora fioriti purtroppo, e Les Baux arroccata sugli strapiombi della Val d’Enfer e le rocce striate di nero dalla bauxite.

Fu proprio a Les Baux che scoprii gli stupendi santons di Simone Jouglas: statuette di terracotta e fil di ferro, vestiti con abiti e tessuti provenzali, alti una trentina di centimetri, rappresentanti i vari personaggi popolari, che venivano usati per comporre i presepi.
I santons di Madame Jouglas erano diversi da tutti quelli fatti da altri artigiani, non solo per l’accuratezza dei vestiti, per la singolarità delle opere che erano pezzi unici, ma soprattutto per l’espressività dei loro volti. Ogni opera era firmata dall’artista. Credo che all’epoca Simone avesse, più o meno, settantanni. Ne acquistai due, uno da regalare, era un uomo con una gerla e una per me: La Fileuse che mi ricordava il volto di mia nonna e che ancora oggi veglia sulla mia casa.

la fileuse

la fileuse
mie foto

 

La Memoria (1995) VII

Stiamo andando in paese a piedi. La nostra meta è un gelato: fragola, limone e cioccolato.
Mia figlia mi stringe la mano e saltella felice: non capita tutte le sere di andarsene a zonzo dopo cena, invece del solito rito della Televisione. Questa sera c’è la partita, a me non interessa, a lei ancor meno.

Alle nostre spalle il sole non è ancora tramontato ed il cielo incomincia ad avere un colore cobalto luminoso e terso. Davanti alla fontana del lavatoio, in fondo al borgo, ci fermiamo a guardare i manifesti. Non me li ricordo i manifesti di allora, di quarant’anni fa, chissà se c’erano. Allora noi abitavamo nella corte interna, a sinistra. La casa era vecchia, decrepita, scricchiolante, due stanze a pianterreno e due stanze sopra. Il bagno non me lo ricordo, il pitale sì e anche la scala stretta e ripida, di legno.
Quell’unico mese che passavo lì, lontana dal collegio, era un lungo incubo alla ricerca di scarafaggi e scorpioni che vi pascolavano entrando dalle fessure del muro comunicante con un vicino fienile. Da quando me n’ero trovato uno nel letto, di scorpioni, la sera diventava angoscia.
La casa ci serviva solo per dormire e per tenerci le poche cose che avevamo. Di giorno non c’eravamo mai perché i miei genitori gestivano l’ENAL, un’osteria in centro paese e vivevamo, praticamente, là.
Ricordo la vecchia gatta pezzata, coriacea e molto indipendente. Era più vecchia di me e a me faceva un po’ paura, così aggressiva e selvaggia.
Ricordo anche quel giorno in cui le api invasero le stanze  di sotto, perché mio padre aveva tolto il miele dalle arnie e lo conservava nella stanza e si era dimenticato la finestra aperta. Dovemmo uscire dalla finestra del piano superiore, per mezzo di una scala a pioli portata dai vicini accorsi alle nostre grida.

Ora quella casa non c’è più. Al suo posto c’è una palazzina con sei appartamenti da affittare e un lindo giardino.
Nemmeno il grande caco c’è più. Era la meta di tutti i ragazzini del paese affamati di dolce. Eravamo attratti dall’oro dei frutti che restavano sui rami anche dopo che erano cadute tutte le foglie.

Mia figlia mi strattona, andiamo avanti.

La gente non si affaccia più alle finestre per vedere chi passa. Dalle finestre escono le voci dei vari programmi della TV e lampi di luce indicano il cambio del quadro televisivo. Un gatto miagola contro una porta; dal selciato e dai muri delle case riverbera il calore accumulato nella giornata trascorsa.

piazza caduti

Ecco la piazza e la farmacia. A lato, una volta, c’era una macelleria. Ricordo un grosso cane dal pelo chiaro, un cane enorme che a me sembrava addirittura monumentale. Una volta mi fece le feste, proprio lì in piazza, in una giornata piovosa di mezza stagione.
Mi scaraventò per terra zompandomi addosso e infradiciandomi gli occhiali con poderose leccate.
Il suo flemmatico padrone (chi era?) sogghignò: “Mangiala mia töta ‘ncò. Lassane ‘n po’ per dumà” sottolineando il grottesco della situazione e togliendomi lo spavento di dosso, ma non le inzaccherature.

Dalla torre rintoccano le ore. Mi fratello maggiore e i suoi compagni vi salivano di nascosto, fin su in cima alla torre e, dal cornicione più alto si divertivano a combinarne di tutti i colori sui malcapitati passanti. Fortuna che papà le scopriva sempre tardi le loro marachelle.
La piazza davanti al Municipio, con il Monumento ai Caduti delle guerre mondiali, è stata rinnovata di recente. Tutto il resto del paese sembra rimasto invece uguale, immutato nel tempo.

chiostro

Il Chiostro domenicano è stato recuperato e ristrutturato ed ora ospita una biblioteca e varie associazioni. Allora, nel porticato del chiostro, c’era una vecchia osteria. Nella Chiesa, invece, un deposito di macchine agricole. Ora la Chiesa è stata restaurata e vi si possono ammirare centinaia di affreschi del XV e XVI secolo.

Chiesa frati

affreschi

Nell’antico refettorio, che ora è una Pinacoteca contenente le sette grandi pale degli altari, restaurate e ben conservate, allora c’era un maglificio. Ci lavoravo anch’io, durante i tre mesi estivi: dieci ore al giorno alla macchina, per sei giorni la settimana e ventinovemilanovecento lire al mese. D’inverno studiavo lingue, l’estate la passavo lì, perché anche quei pochi soldi erano utili alla famiglia.

centro paese

Siamo passate sotto l’arcata della torre e entrate nel cuore antico del paese. I nostri passi risuonano sotto le arcate dei portici che  fiancheggiano la strada centrale. Il cielo si è incupito. Abbiamo avuto il nostro gelato, mia figlia lecca coscienziosamente il suo, con attenzione.

Giriamo a sinistra, verso il muro del castello.

In fondo alla strada stretta, a sinistra, c’era una botteguccia, piccola piccola, un po’ buia, una merceria d’altri tempi, senza pretese.
Ora c’è un negozio grande di abbigliamento sia maschile che femminile, luminoso, ben curato, proprio come quelli di città.

Guarda, la luna piena”.

Mia figlia alza gli occhi al cielo incantata e sorpresa. Chissà se stanotte gli gnomi correranno nelle campagne come nei sogni delle favole infantili.
L’edificio della scuola elementare, immutato, rimane alle nostre spalle ed ecco la campagna si apre davanti a noi, nell’ultimo chiarore lasciato dal sole ormai tramontato.

castello tramonto

Sentiamo l’odore del fieno appena tagliato nel prato del Castello.

Sulla tangenziale, lontano, sfrecciano veloci le auto.

Il vecchio paese immobile nel tempo e quasi stantio, che mi stava così stretto quando avevo vent’anni, si è trasformato in un borgo operoso e prospero. Eppure, quand’ero lontana, il mio pensiero tornava spesso qui, a questa immobilità, alle vecchie cose che mi davano sicurezza, a quei pomeriggi assolati e silenziosi nei quali il tempo sembrava paralizzato e privo di ogni significato.

La bambina cammina al mio fianco e la via Dante è una lunga prospettiva appena accennata nella penombra oscura: “la strada dei Gioletti”, noi la chiamavamo così, allora.
Allora non era ancora asfaltata. Dove c’era il fosso che la costeggiava su un lato dividendola dai campi, ora sono sorte villette e case a schiera, un nuovo villaggio e i campi non ci sono più.
Quel fosso io lo ricordo bene. In quelle estati, per recarmi al lavoro al maglificio, non mi piaceva passare per il paese: usavo la grossa bici di mia madre e la distanza fra la sella e i pedali mi sembrava immensa, inoltre la mia inesperienza rendeva precaria la guida del mezzo. Mi sentivo goffa e mi pareva che, dietro le tende delle finestre, fossero tutti lì a guardarmi e a sogghignare. Così passavo dai “Gioletti”, strada secondaria, solitaria, fuori mani, polverosa e piena di buche.
Un giorno, nel goffo tentativo, assurdo, di sembrare più esperta, presi male la curva di accesso alla strada e mi ritrovai sulla sinistra, al di là della gobba di ghiaia che spartiva la strada nel mezzo.
Di fronte veniva un mezzo a motore. Non so che cosa fosse, ma nel mio ricordo è un camion mostruoso. Mollai la bici e mi tuffai nel fosso: meglio annegata che schiacciata!
“La sa néga! La sa néga!” urlavano i braccianti che stavano lavorando nel campo.
Macché, l’acqua era poca, le ortiche tante e io schizzai fuori alla stessa velocità di come c’ero entrata.
Tornai a casa più mortificata che fradicia, con una scarpa in meno e la strana sensazione che il tam-tam del paese avesse affisso manifesti per tutto il territorio del Comune.
Decisi di comperare una bici adatta a me e, per diciassette settimane risparmiai le mille lire che guadagnavo il sabato pomeriggio lavorando qualche ora al maglificio, a rimagliare e ad attaccare bottoni.
Acquistai una piccola bici pieghevole, di quelle che, chissà perché, venivano chiamate “Graziella”, con due grandi borse sul portapacchi dietro al sellino, con le ruote piccole e la possibilità di appoggiare bene i piedi per terra in caso di bisogno.
Uso ancora quella piccola bici verde e godo ancora del vento che mi spettina i capelli.

Mia figlia aspetta che apra il cancello del nostro giardino per percorre il vialetto che porta alla casa dei nonni. Le piace correre per il viale ma lascia passare prima me, così porto via le ragnatele stese fra gli alberi.

notturno

I grandi salici piangenti non ci sono più. Quante piante sono morte in questi anni. Le abbiamo ostinatamente sostituite tutte, anche quelle uccise dal grande freddo dell’85, quando mia figlia cresceva dentro di me. Il noce piantato alla sua nascita è lungo e sottile ed ha nuove foglie. L’altro noce, più vecchio e grosso, è carico di piccoli frutti.

Ci fermiamo nel prato davanti a casa nostra, che è costruita dietro a quella dei nonni.

Mia figlia fa il girotondo e cerca lucciole nel buio.

In alto, l’Orsa Maggiore campeggia sulle nostre teste.

La Memoria VI (1995)

Mia madre ed io abbiamo le case  comunicanti.

Le due case

Le due case
mie foto

Quando mia madre entra in casa mia e mi si avvicina per chiedermi qualche cosa, provo un istintivo senso di fastidio. Sono sempre riuscita a dominarmi, a non farglielo capire, ma so che non è dovuto al fatto di essere interrotta nelle mie occupazioni, perché quando è mia figlia a interrompere il mio lavoro non provo lo stesso fastidio.

Mi sono spesso chiesta che cosa è che non riesco a perdonare a mia madre. Gli anni in orfanotrofio? L’infanzia lontana da lei?
No, sono certa che non è questo.
A volte mi dico che è stata la sua incapacità a donarmi affetto che mi ha infastidito, ma non è solo questo. C’è qualcosa ancora, in fondo all’anima, che non riesce ad emergere e che non mi riesce di tollerare. Ho ricostruito buona parte di ciò che avevo negato, nascosto perfino a me stessa, ho trovato molti motivi e molte scuse, ho perdonato molte cose, eppure c’è, ci deve essere qualcosa che nemmeno io desidero riconoscere, in fondo, se dopo tanti anni non è riuscito ad emergere.

Non è stato il collegio, ne sono certa anche perché ci sono tornata, lì in collegio, poco prima di sposarmi, proprio per rendermi conto se ero veramente riuscita a superare l’angoscia e la paura e mi accorsi che ne ero uscita, non solo con il corpo, ma anche con la mente.
Quando dovetti frequentare la scuola, mia madre si convinse che non era più possibile continuare a vivere nella casa di suo padre.
La scuola era troppo lontana, distava quattro chilometri da casa nostra e io ero troppo piccola per camminare così tanto ogni giorno, le strade non erano sicure. Inoltre, vivere con suo padre, a parte tutte le considerazioni che si potevano fare sulla piacevolezza o meno di tale convivenza, non dava a mia madre alcuna sicurezza per il nostro futuro.
Tutto il denaro che lei riceveva per il suo lavoro e anche il poco di pensione, lo doveva dare a suo padre,  il quale ci “manteneva”.
Che cosa sarebbe stato di noi in futuro e quale futuro sarebbe stato riservato a me?
Ho sempre avuto la sensazione che mia madre si aspettasse da me grandi cose. La delusione di aver generato una femmina era stata mitigata dal fatto che il mondo era cambiato parecchio, dopo la guerra e alla donna si apriva una libertà nuova e molte possibilità che mia madre, da ragazza, non avrebbe mai immaginato.

Rimasta vedova giovanissima, era diventata ancora più bella. Riusciva a tenere alla larga parecchi corteggiatori che l’avrebbero sposata volentieri. Sembrava che l’idea di un altro matrimonio le facesse orrore e l’unica cosa che desiderava era di avere un lavoro che le permettesse l’indipendenza economica.
Ancora oggi racconta che ciò che sognava era di riuscire a mettere un po’ di soldi da parte per poter affittare un negozietto, una latteria oppure una merceria; intanto io sarei cresciuta, mi sarei sposata e ci sarebbe stato anche per lei un posto nel mio nuovo focolare, pur riuscendo a mantenersi indipendente con il suo negozietto.
Fu per ciò che cercò un lavoro, prima come guardarobiera in un albergo, poi come cuoca presso una signora che viveva sola, in un paese in riva al lago dove c’era anche un orfanotrofio adattato in un vecchio castello e dove io fui accolta.

Castello di Desenzano

Collegio nel castello di Desenzano

Mia madre versava alle suore tutta la sua piccola pensione, in cambio io ricevevo vitto, alloggio e istruzione. Mi veniva a prendere tutti i mercoledì e io passavo tutto il giorno nella casa della vecchia signora.
Com’è che di quel periodo ricordo l’orfanatrofio, le suore, le mie compagne, il gatto e i maialini che c’erano nel rustico dell’orfanatrofio, ma non ricordo mia madre? Ricordo perfino la vecchia signora che dava lavoro a mia madre. Ne ricordo la casa, buia, silenziosa, la vecchia vestita di nero, in una stanza sempre in penombra, le lunghe dita ossute e il forte odore nauseante di borotalco e di vecchio, che emanava da quella figura incartapecorita che a me sembrava un grosso ragno.
Dovevo stare ferma e rispondere cortesemente alle sue domande, non potevo fare rumore, in cambio ne avevo delle caramelle dalla carta lucente e colorata con cui mi riempiva le tasche e che mi duravano a lungo.  In quella stanza c’erano molti vecchi libri, con incisioni in bianco e nero che mi affascinavano. Spesso, la vecchia signora mi permetteva di prendere un libro e mi chiedeva di leggere per lei, allora il tempo scorreva veloce ed io non ero più lì, ma entravo nella storia del libro e fuggivo via lontano.
Dov’era intanto mia madre?
Ricordo anche la chiesa affiancata all’orfanotrofio, dove andavamo a messa con le suore, tutte le domeniche e in chiesa veniva sempre una famiglia che abitava nello stesso stabile della vecchia signora e che conoscevano anche mia madre. Avevano un ragazzino poco più grande di me con il quale mi era permesso giocare in cortile quando c’era bel tempo e lui non aveva compiti da fare, in quei mercoledì che passavo lì, in visita a mia madre.
Quella famiglia veniva sempre a messa in quella chiesa ed io aspettavo impaziente la domenica, perché, dopo la messa, avevano sempre qualcosa per me, che mi mandava mia madre e dei piccoli dolci che il ragazzino mi allungava di nascosto.
E mia madre, dov’era? Com’è possibile che io non riesca a ricordarne il volto, la presenza, la voce, le mani?
Ricordo la suora cieca che suonava l’organo e il pianoforte e sapeva lavorare a maglia riconoscendo al tatto la lana dopo che le avevano indicato i vari gomitoli e i vari colori.
Ricordo il secondo anno di scuola, frequentato alla scuola comunale. Il piacere di uscire da quelle mura, l’aria e il sole che mi accarezzavano la pelle, le pozzanghere iridescenti dopo la pioggia, le passeggiate sul lungolago e una insegnante eccezionale, innamorata della vita e di noi bambini, sempre allegra, piena di informazioni per la nostra insaziabile curiosità.
Di quel secondo anno non ricordo nemmeno i mercoledì: forse mia madre non aveva più il diritto di venirmi a prendere oppure la scuola era diventata per me più importante dei mercoledì con mia madre, ma quell’anno, nei miei ricordi è pieno di luce e di colori festosi.

Mi è stato raccontato che alla fine di quell’anno scolastico io mi ammalai e, contemporaneamente, mia madre si unì ad un vedovo che aveva due figli maschi più grandi di me.
Mi è stato detto che vennero a prendermi ed io fui accolta nella nuova famiglia, l’unica cosa che ricordo bene è che mi chiesero che, se volevo continuare a studiare dopo le elementari, avrei potuto farlo in un altro collegio, più grande, nella città, oppure sarei potuta restare con loro, nella nuova famiglia, ma che nel paese non c’era una scuola media e nemmeno una scuola superiore.
Avrei continuato a portare il cognome di mio padre e, essendo orfana, avevo il diritto di essere mantenuta agli studi, fino al diploma, in uno dei collegi dell’ENAOLI.
Avevo appena compiuto nove anni, ma una cosa l’avevo già ben chiara in testa: volevo studiare, volevo imparare tutto ciò che mi avrebbe permesso di poter condurre una vita diversa da quella che avevo visto fare a mia madre e a mia nonna.
Non pensavo certo all’Università, ma almeno un diploma, sì, quello lo volevo a tutti i costi.

Collegio Città

Collegio in Città

Chiesi di essere trasferita in quel collegio in città, dove passai sette lunghi anni con solo brevi periodi di vacanza a casa e dove, accelerando i tempi per riconquistare la mia libertà, riuscii a ottenere il diploma, da privatista, a soli sedici anni.

Mia madre e “papà” non si sono mai sposati, sono stati insieme per cinquant’anni e lui è stato un vero padre per me e un nonno meraviglioso per mia figlia.  Con i miei “fratelli” ci siamo sempre voluti bene e ce ne vogliamo ancora oggi: non abbiamo avuto gli stessi genitori, non abbiamo lo stesso cognome ma siamo, veramente, fratelli, più uniti di tanti che hanno lo stesso sangue.

La Memoria – La Paura

Fra pochi giorni i bambini festeggeranno l’antica tradizione delle feste popolari che ricordano i defunti, ora trasformate nel carnevale di Halloween.

Quell’autunno del 1951 era il primo che trascorrevo nella fattoria del nonno e non sapevo nulla di queste tradizioni.
Avevo compiuto i 3 anni da pochi mesi e una sera di inizio novembre, uscii sull’aia. Era tutto buio, un cielo senza luna né stelle, solo poca luce traspariva dalle finestre della cucina, dietro alle mie spalle.

Alla mia destra, dopo la massa scura della stalla, vidi una testa da morto sospesa nell’aria.
Rientrai in casa urlando e gli adulti corsero fuori per controllare che cosa mi avesse spaventato così tanto. Poi, fra le risate generali, qualcuno trascinò me, recalcitrante, fino alla testa da morto che era posata sopra un terrapieno paraschegge a lato della fattoria.

Nel buio della notte avevo dimenticato il terrapieno, alto quattro o cinque metri, con una pendenza di circa 45 gradi, che circondava su tre lati il “sélese”, un grande cortile rettangolare di cemento rimasto lì dall’ultima guerra come riparo a qualche aereo che veniva nascosto lì, visto che a pochi chilometri c’era un aeroporto militare.
Durante l’estate il nonno usava il “sélese” per farvi seccare il granturco e noi bambini ci arrampicavamo spesso sul terrapieno dove ormai crescevano erba e bassi cespugli.
La testa da morto altro non era se non una zucca intagliata con un lumino dentro, posata lì dai ragazzini dei nostri vicini.

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foto presa dal web

La presi a calci e la feci rotolare giù fino ai piedi del terrapieno.
Da allora, ogni volta che ho incontrato qualcosa di misterioso o pauroso, non ho fatto altro che ripetermi che si trattava certo di qualche cosa simile alla zucca intagliata, della quale non bisognava avere paura, ma che, conoscendo e approfondendo meglio, si sarebbe trovata una spiegazione logica, spesso banale e deludente.

La Memoria IV b

Alla fine di maggio, ogni anno, nel nostro giardino arrivano le lucciole a centinaia; mia figlia ed io restiamo fuori a goderci lo spettacolo ed a me tornano in mente le lucciole che andavo a cercare con la bisnonna.

Le prendeva con delicatezza e me le metteva sul palmo della mano. Sentivo un leggero brivido al loro contatto e poi restavo ad osservarle affascinata: come poteva un esserino così brutto e sgraziato emettere una luce così magica?
La lucciola stava tranquilla nel tepore della mia mano, a volte spegneva il suo lampioncino, poi lasciavo che se ne volasse via e immaginavo che se ne andasse in giro a raccontare alle altre lucciole l’avventura che aveva appena vissuto.

La bisnonna ed io vivevamo lo spazio del tempo a modo nostro, a nostra misura. Eravamo prive di fretta, non c’era mai la necessità di essere di corsa, ci si poteva sempre fermare e lasciar trascorre il tempo guardandoci attorno.
Gli insetti, i sassi, i fiori, le piume, i fili d’erba, qualsiasi cosa poteva essere interessante e spunto di conversazione.

Penna di gufo

Penna di gufo
mie foto

Goccia di resina

Goccia di resina
mie foto

Larva di coccinella

Larva di coccinella
mie foto

Ogni giorno era pieno e privo di qualsiasi ansia.
E’ così che ricordo quegli anni, eppure so che non furono facili.

Mi è stato raccontato di quanto mia madre dovesse lavorare, prima nei campi, poi, per brevi periodi, in una fabbrica di uno dei paesi limitrofi. Ci andava in bicicletta al mattino e tornava la sera.
Mi è stato detto che quando arrivò il tempo di frequentare la prima elementare io mi recavo, a piedi, ogni giorno, al paese vicino che distava quattro chilometri. Ero accompagnata dai figli dei nostri vicini che frequentavano anch’essi quella scuola. Essendo io la più piccola, mi aiutavano e mi facevano sentire sicura e protetta.
Ancora oggi li incontro, una, due volte l’anno e la più vecchia delle ragazze fu la mia madrina quando feci la Cresima e ci incontriamo ancora, anche se ora è più difficile perché abitiamo in province diverse, ma ci scriviamo lettere e cartoline.
Tornavamo da scuola che era già buio, ma io non ricordo nulla.

I miei ricordi di quell’epoca sono di spazi aperti, di luce, di alberi e nidi, di felci in riva al canale, di un cane e di mio cugino, che trascorreva lunghi periodi alla fattoria e con il quale andavo a pescare al canale e a vivere le avventure delle storie raccontate dalla bisnonna.

C’è però un fatto che ricordo bene, ancora oggi, con allegria.
D’inverno, il nonno riparava gli attrezzi in un rustico che aveva attrezzato a fucina. Noi bambini gli stavamo intorno incuriositi e il nonno aveva riversato su mio cugino tutto l’affetto che avrebbe avuto per il tanto desiderato figlio maschio.
Anch’io, di conseguenza, venivo tollerata.
Il nonno ci spiegava ciò che stava facendo, con una sorta di impazienza burbera e un po’ ironica.
Una volta, uscì sull’aia e prese un pugno di neve, ne fece una bella palla ovale che stava nel palmo della sua mano, poi la pose in un vecchio barattolo di latta e lo mise sulle braci accese della fucina.
Noi eravamo in attesa di risolvere questo mistero e ci sembrava che il nonno fosse rincretinito.
Dopo un po’ il nonno tolse dal barattolo un uovo caldo caldo, lo ruppe un po’ in cima e lo diede a mio cugino dicendogli di berlo e sogghignando ai nostri occhi sgranati.
“Anch’io. Anch’io” gli gridavo saltellandogli attorno e battendo le mani. Mi guardò un po’ accigliato, poi uscì e tornò con la palla di neve, rifacendo per me lo stesso miracolo.
Ricordo ancora le risate di tutti, quando la bisnonna rincorse il figlio per tutta l’aia, brandendo la grossa scopa di saggina: noi bambini le avevamo riempito di neve il forno della stufa accesa, convinti di rifornire di uova tutta la famiglia. Quanto ci siamo spaventati vedendo uscire l’acqua dallo sportello del forno e scoprendo che non c’erano uova dentro.
Di fronte alle nostre lacrime e alle nostre spiegazioni capì il trucco del nonno e se la prese con lui che rideva a crepapelle.

Ricordo cespugli pieni di more che raccoglievamo per farne marmellata; ricordo il rito del maiale che veniva ucciso all’inizio dell’inverno e i giorni che ne seguivano, fatica per gli adulti, festa per noi bambini. Giorni pieni di leccornie, come la torta di sangue, che non ho più mangiato da allora. Chissà se mi piacerebbe ancora e se la troverei ancora gustosa come è nei miei ricordi.
Non ricordo il Natale, la Pasqua sì.

uova dipinte erbe

uova dipinte con le erbe

La nonna e le zie coloravano le uova sode con le erbe dell’orto e del prato e noi bambini pensavamo alla prima merenda nei prati e alle coroncine di fiori intrecciati e guardavamo gli alberi per vedere dove sarebbero stati fatti i nidi.

Ricordo il nonno mungere le vacche nella stalla e il profumo intenso del latte caldo e denso e il burro che si ricavava dalla panna affiorata, sbattuta a lungo in un  fiasco di vetro verde senza la paglia intorno.

Malghes - disegno a punta d'argento, di Neda

        Malghes – disegno a punta d’argento su carta preparata, di Neda

La bisnonna scaldava fette di pane raffermo sulla piastra calda della stufa, poi le spalmava di burro e miele dolce e dorato.

Ricordo il miracolo della nascita di un vitellino, di un agnello, lo stupore che provavo nel vedere i cagnolini, i gattini curati dalle loro madri e la gioia che mi dava lo sfiorare i pulcini, sentire il loro tepore morbido e il loro cuoricino impazzito.

Ho provato a cercare nella memoria, ma di quel periodo non ho che ricordi lieti e pieni di dolcezza e tutte le volte che ripenso a quegli anni sento ancora una gioia profonda, piena di serenità e la consapevolezza che sono stati la radice su cui ho costruito la mia esistenza.

 

 

La Memoria IV a

Se torno indietro nella memoria e cerco di ricordare, di rivedere, gli anni della mia infanzia, non riesco a trovare la presenza, la figura di mia madre.
Che io non abbia un ricordo visivo di mio padre è abbastanza naturale, dal momento che avevo appena compiuto due anni quando egli morì.

Di tutti gli anni che precedettero la mia adolescenza io ricordo molte cose e molte persone, ma non mia madre. Ricordo le nonne, sia quella paterna che quella materna, ricordo il nonno, le zie, la bisnonna, un cugino, i vicini di casa, gli animali della nostra fattoria,
le visite del fidanzato di una delle zie, l’orto e il giardino della nonna, ma non mia madre.

Mi è stato raccontato che dormivo nel lettone con mia madre, che lei mi cuciva i vestiti, che mi curava quando ero malata, eppure io ricordo che dormivo nel lettone con la bisnonna e mio cugino.
Perché ricordo questo episodio, avvenuto forse di pomeriggio quando gli adulti facevano la siesta e noi bambini, affidati alla bisnonna, ce ne stavamo nel lettone ad ascoltare le sue interminabili favole?
Forse perché tutto l’affetto di cui un bambino ha bisogno a quell’età, io  sentivo di averlo solo dalla bisnonna?
So per certo che mia madre mi ha amato e mi ha protetto,
è probabile che io non me ne rendessi conto, oppure mia madre non riusciva ad esprimermi quel tipo di affetto che io desideravo da lei.

Quando vedo le braccia di mia figlia tendersi verso di me, perché io l’abbracci e me la prenda sulle ginocchia, quando la mano di mia figlia si insinua nella mia e le sue dita stringono le mie, non posso fare a meno di pensare che anche io, da piccola, certamente facevo la stessa cosa, ma mia madre, ancora oggi, rifiuta ogni contatto fisico con me. Non ho mai avuto da lei, baci, abbracci e non solo perché non li ricordo, ma perché, ancora oggi, mia madre ripete spesso che le dava fastidio essere toccata da me, perché avevo “le mani calde”.
E’ vero, non ho mai avuto le mani fredde, ma non credo che il motivo fosse questo. Forse pensava che abbandonandosi ai sentimenti avrebbe sofferto ancora, infatti, una delle cose che ripete spesso è che lei, nella vita, era preparata a tutto, ma non a restare vedova dopo soli tre anni dal matrimonio.
Mio padre si ammalò e morì in tre mesi, per una di quelle malattie considerate incurabili ancora al giorno d’oggi.
Il dolore, che unì suocera e nuora per la perdita di quell’uomo a cui entrambe volevano bene, era consapevole del fatto che anch’esse dovevano lasciarsi.
Mia madre ed io dovevamo andare nella casa paterna di mia madre. Non credo fosse stato facile decidere, né per mia madre, né per la nonna, la quale sapeva bene a quale genere di vita noi eravamo destinate con quella scelta.
Purtroppo la pensione di reversibilità a cui mia madre aveva diritto era tanto misera da non permetterle nemmeno l’acquisto del pane e del latte per la prima colazione. Non poteva più accontentarsi di fare la stagione nelle risaie che c’erano vicine al paese dove abitavamo, aveva bisogno di un’entrata fissa per tutto l’anno, doveva trovarsi un lavoro, ma senza un titolo di studio e avendo imparato solo il lavoro dei campi, che cosa le restava da fare?
Inoltre, il fratello di mio padre era pronto al matrimonio e la camera in cui mio padre, mia madre ed io avevamo dormito, serviva per la nuova coppia. Ci si sarebbe potute aggiustare nella stanza in soffitta con la nonna, mia madre ed io non avevamo grandi esigenze e la nonna ne sarebbe stata felice, ma che sarebbe avvenuto tra le due nuore? Sarebbero riuscite ad andare d’accordo?
Così, a malincuore, mia madre decise di tornare da suo padre.

Dopo il matrimonio di mia madre, mio nonno si era trasferito con tutta la famiglia in un’altra provincia.
Aveva comperato un bel pezzo di terra ed una cascina nella campagna che è a pochi chilometri dal paese in cui io ora vivo.
Quella campagna si chiama ancora “Rasa”, perché un tempo era brulla, incolta e pelata a causa della penuria d’acqua.
Poi vi scavarono pozzi, vi fecero canali per l’irrigazione e tirarono su tanta di quell’acqua da annegarla tutta quella terra arida che, oggi, è una delle più fertili e produttive.
La cascina nella campagna Rasa era piccola rispetto a quella che il nonno aveva avuto nell’altra provincia, lo era anche la casa che era vecchia e decrepita, solo sei stanze invece dei grandi spazi che avevano avuto nella casa padronale di prima.
Riuscirono però a renderla gradevole e abbastanza comoda anche se la luce elettrica, lì, non era ancora arrivata.
Le serate erano illuminate dalla lampada a petrolio, dal gambo alto e slanciato, in opaline bianco ed io ero affascinata dal lungo tubo di vetro sottile e pulitissimo che proteggeva la fiamma dello stoppino.
Questa lampada fa ancora bella mostra di sé in casa di mia madre.

lampada a petrolio in opaline bianco

                     La lampada a petrolio di mia nonna (mie foto)

Nelle stanze da letto, invece, usavamo delle candele da tenere accese il meno possibile, solo il tempo che si impiegava a svestirsi.

Ci si lavava in cucina, nell’acquaio di pietra, con l’acqua presa dalla pompa a mano che era all’esterno. Per noi bambini c’era il catino e una brocca, ma il bagno ce lo facevano nella mastella del bucato e ricordo che il nonno, ridendo, diceva che mi stava spuntando la coda e io, preoccupata, cercavo di girami a cercarmela fra le natiche.

lavabo con asciugamani ricamati

Lavabo di mia nonna con gli asciugamani originali ricamati da lei.
Il catino, il portasapone e la brocca sono invece stati sostituiti da porcellane dipinte da mia madre. (mie foto)

Il gabinetto era fuori, in fondo all’aia, non ne ho un ricordo preciso, solo un senso di disgusto. Per la notte c’erano i pitali nei comodini.

La dissolvenza della memoria. Quadro a olio su tela di Neda

La dissolvenza della memoria. Quadro a olio su tela di Neda

D’inverno si mangiava in cucina, dove c’era la stufa economica a legna, il tavolo lungo con le sedie e due cantonali, armadi ad angolo, fra i quali c’era una panca disposta sotto ad una finestra con le grate dalla quale si vedeva parte del giardino dietro la casa.
D’estate invece si stava nella stanza più grande, che fungeva anche da entrata. Aveva due finestre, una credenza e una madia, un grande tavolo con le sedie, c’era l’acquaio e un grande camino, una scala di legno chiusa da una parete pure di legno, con la porta di accesso, ma con il sottoscala a vista, per avere più spazio e dove si apriva la porta per il salotto che era l’orgoglio di mia nonna.
Nel salotto oltre al divano in velluto, con due poltrone e un tappeto, c’era anche un bel mobile con cristalliera, in cui erano conservati i servizi buoni di piatti, tazze e bicchieri, posate, tovaglie e quanto occorreva se ci fossero state delle persone in visita.
Questa stanza aveva due finestre e da uno spioncino mio nonno poteva vedere anche ciò che accadeva nella stalla che era a fianco della casa. Vicino allo spioncino c’era un fucile in caso di bisogno. Nell’angolo più nascosto del salotto il nonno aveva la scorta di bottiglie di vino e qualche liquore per le grandi occasioni.

Dalla scala di legno si saliva alle camere da letto che erano tre: in quella sopra il salotto ci stavano il nonno e la nonna, con il loro letto matrimoniale, i comodini, il cassettone e l’armadio, un paio di sedie. Ricordo che sopra il cassettone la nonna aveva una teca di vetro con dentro una Madonna Bambina di cera, fasciata con pizzi e tulle e vicino alla teca c’era anche una Damina di porcellana colorata, alta una trentina di centimetri, che aveva un bel vestito a campana, vuoto di sotto, se si sollevava la Damina sotto ci si trovavano i pochi monili della nonna, qualche monetina, a volte delle caramelle.

Nella stanza più grande, sopra all’entrata, c’erano un letto matrimoniale, i comodini,  un letto singolo, due finestre, un grande armadio guardaroba e una enorme cassapanca che conteneva biancheria da letto nella quale la bisnonna metteva mazzetti di lavanda e di erba luisa. Davanti al letto c’erano due poltroncine e sulla parete, sopra il letto singolo, c’era un grande arazzo ovale che rappresentava Nettuno circondato da ninfe immerse nelle onde.
La terza stanza, sopra alla cucina, era per le zie ormai grandi e in età da marito.

La proprietà confinava con un’altra cascina molto grande, abitata da una famiglia nella quale, oltre ai genitori e ai nonni, c’erano anche dodici figli, otto maschi e quattro femmine: la più piccola aveva solo due anni più di me e il più grande era già sposato.
Il paese più vicino distava quattro chilometri.

La mia vita nella cascina del nonno è stato il periodo del quale ricordo una grande libertà e mi è rimasto dentro come una radice forte, un’ancora salda e sicura.
Le ire del nonno non mi hanno mai sfiorata, protetta com’ero da tutte le sottane delle donne di casa, probabilmente non me ne accorgevo nemmeno.
Io ero libera di scorrazzare come e quanto volevo e poche cose mi erano proibite: non potevo entrare nella stanza dei nonni, non potevo toccare il tubo di vetro della lampada a petrolio, non potevo entrare nella stanza delle zie e in salotto.

Nella bella stagione vivevo all’aria aperta come una piccola selvaggia, in mezzo agli animali, quasi sempre scalza, vestita con pagliaccetti comodi, ero curiosa di tutto.

foto in bianco e nero di Neda a quattro anni

                               Neda a tre anni alle prese con un pomodoro 

Non ricordo di aver mai avuto paura di nulla. Ogni giorno era una nuova scoperta, c’era sempre qualcosa da vedere, da fare, da conoscere, da imparare.
La bisnonna era la mia fonte di informazioni, a lei chiedevo tutto, lei aveva una risposta logica per ogni mia domanda. Vivevamo il tempo del sole e delle stagioni, non avendo la luce elettrica eravamo tagliati fuori dal mondo e mi sembra davvero di aver vissuto quegli anni in uno spazio di tempo remoto, in un altro secolo.
Insieme ai figli dei nostri vicini ogni gioco diventava un’avventura,
le pecore e i maialetti che pascolavano nei campi vicino casa si trasformavano in animali esotici e in mezzo a loro prendevano vita le storie della bisnonna e quelle di Alì Babà e delle Mille e una Notte, che avevamo sentito raccontare nei lunghi inverni, quando andavamo a fare “filos” nella stalla per stare più al caldo.

Nella stalla, dopo il Rosario recitato insieme agli adulti, c’era sempre qualcuno che raccontava storie e leggende e noi bambini stavamo ad ascoltare e vivevamo con la fantasia dentro a quelle avventure.
A volte qualcuno intonava una romanza, un brano d’opera, una vecchia canzone, oppure recitava una poesia imparata a scuola.

Quando viene l’inverno, sento ancora il bisogno di raccogliermi, di chiudere il mondo fuori di casa e non faccio a meno di pensare al calore di quelle serate nelle stalle, dove le ombre dei nostri corpi proiettavano figure larghe e avvolgenti ed io mi sentivo al centro
del mondo, del mio mondo.