Gente di paese (3)

 

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mie foto

Era nata un sabato mattina presto, nella seconda decade di un giugno del dopoguerra.
Perse il padre quasi subito, ma non per distrazione ‘ché non se n’era andato a comprar le sigarette, come fan tanti che poi non tornan più.

Trascorse un’infanzia tranquilla, senza scossoni, aveva un solo amore: la lettura.
Apprese presto a leggere e s’innamorò dei libri, il suo primo passatempo, il resto del mondo non lo vedeva neanche.

L’adolescenza la colse impreparata e sviluppò un odio immenso per tutto e tutti.
Si ribellò a ogni imposizione, a ogni costrizione, isolandosi dagli altri, perdendosi nei libri e nelle loro storie, viaggiando sempre sola alla scoperta di se stessa.

Ora è vecchia, molti le sono morti intorno ed è rimasta sola.
Ha vissuto una vita a suo piacere, goduta senza pretese, senza grandi desideri, senza troppi affanni e vive dei ricordi che affollano il suo mondo.
Passa per la strada senza vedere ciò che la circonda.
Se qualcuno la ferma e le chiede: “Come stai?” lei risponde sempre: “Bene, grazie, e tu?” e ascolta, sorridendo, tutte le magagne altrui, che le scivolano addosso senza penetrare il guscio che s’è costruita intorno.
A casa guarda dalla finestra i merli che becchettano per strada e nel giardino e lascia che il sole l’accarezzi.

Han detto ch’è stata una donna senza ambizioni. Sarà, a me pare, però, che sia felice.

Gente di paese (2)

 

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Acquerello
mie opere

Si chiamava Lorenzo.
Figlio maggiore di una famiglia poverissima, aveva sviluppato un’insana invidia per tutti quelli che stavano meglio di lui. Era più alto e forte di tutti i suoi compagni di scuola e, sempre a causa dell’invidia che covava, faceva dispetti maligni e brutali ai suoi compagni più abbienti che non avevano neanche il coraggio di lamentarsene con gli adulti.

Dopo il servizio militare si ritrovò orfano dei genitori e a capo di una numerosa nidiata di fratelli più piccoli a cui doveva badare e provvedere.
Fu certo la necessità, ma anche la sua smisurata ambizione, a farlo iscrivere ai Fasci.
Non s’intendeva di politica, aveva solo compreso che, entrando in quei gruppi paramilitari, avrebbe avuto uno stipendio, la possibilità di affidare allo Stato i suoi fratelli più piccoli i quali avrebbero potuto usufruire di istruzione e mantenimento in Istituti fascisti, avrebbero trascorso le estati nelle colonie fasciste al mare o in montagna, sarebbero stati curati e nutriti meglio degli altri ragazzini che appartenevano alla sua condizione sociale.

Era anche molto orgoglioso della divisa che portava, la sua statura e il portamento lo facevano sentire elegante e, effettivamente, era molto ammirato dalle ragazze.
Ebbe parecchi incarichi, mai di comando, ma che lo facevano sentire importante: da motociclista nelle parate a istruttore delle reclute.

La guerra lo portò su vari fronti. Era partito entusiasta, convinto che sarebbe stata una campagna eroica come quelle del Risorgimento.
La delusione fu devastante. Ne tornò comunque illeso, anche se spaurito e ridimensionato.

Dopo la guerra fece tutto il possibile per far dimenticare la sua iscrizione ai Fasci.
Non aveva capito che la gente nemmeno ricordava che lui era stato fascista, visto che non aveva commesso alcun sopruso, che non si era occupato di politica, che non aveva partecipato ad alcuna repressione verso la popolazione, in fin dei conti, la maggioranza della popolazione aveva indossato la camicia nera, volente o nolente.
Ma lui si sentiva a disagio a ricordare quegli anni, la guerra lo aveva cambiato e reso più consapevole.
Rimaneva però in lui, ancora quella sua smisurata ambizione e quella sua invidia per i più abbienti. Così si fece una nuova identità iscrivendosi al Partito Comunista. Divenne uno dei più sfegatati assertori di questa ideologia, cercando comunque di ottenere vantaggi in modo da poter raggiungere un benessere che lo portasse alla pari di coloro che invidiava.

Io che, da ragazzina, lo ascoltavo spesso quando predicava le sue teorie marxiste, e dico sue, perché lui di Marx e Hegel non aveva mai letto nulla, sotto sotto ci ritrovavo però, molte delle idee nelle quali aveva creduto quando era giovane e mi meravigliavo che gli adulti non si accorgessero di quanto mal razzolava pur predicando bene.

Gente del mio paese

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Pastello
mie opere

È un uomo di sessant’anni ormai, ma quando lo osservo il termine che mi viene in mente è ragazzo.

Da noi c’è un detto “gha manca nœf eti per fa œn chilo” (gli mancano nove etti per arrivare a un chilo).
Lo si dice per quegli individui il cui cervello non si è sviluppato del tutto, che sono rimasti un po’ bambini, ingenui, incantati, anche se, all’apparenza, sembrano normali.
Ha sempre lavorato e, spesso, non si è nemmeno accorto delle cattiverie altrui.
Vive in un mondo tutto suo e si racconta fiabe nelle quali crede e riesce, a volte, a farle credere anche a chi lo ascolta.
Sua madre, molto anziana e con la quale vive, se lo coccola ancora come quando era un bambino vessato dai compagni di scuola che non capivano questa sua diversità.
Sì, perché, nonostante tutto, lui ha un amore appassionato e smisurato per tutto ciò che è bello, che è arte.
Ogni museo, ogni galleria, diventano un mondo in cui entra, osserva ogni opera, ogni dipinto, penetra nelle opere, ne coglie l’essenza, l’anima, ne vive le emozioni trasmesse, in modo conscio o inconscio, dall’artista che le ha create.
Non sa nulla di storia dell’Arte, di tecniche; parla con gli artisti presenti, ma ha parlato anche con quelli che non ci sono più, li ha visti ha conversato con loro.
Alcuni artisti, che anch’io conosco, mi hanno raccontato di essersi meravigliati per la profondità di giudizio che lui ha avuto di fronte alle loro opere esposte.
È vero, riesce a leggere le opere vedendone l’essenza emotiva, proprio come certi bambini che si incantano di fronte alla meraviglia del bello.

E poi ci sono i suoi sogni, le fiabe notturne che lo colgono nel sonno e che lui riesce a descrivere in modo coinvolgente.
Sogni pieni di fiori, di luci e colori, di animali fantastici, di panorami mozzafiato, di simboli che richiamano alla natura incontaminata, al benessere universale, alla gioia e vorrebbe essere capace di dipingerli per far vedere a tutti quanto potrebbe essere bello e piacevole quel mondo che lui sogna.
Così li racconta a tutti gli artisti che incontra, sperando che, un giorno, qualcuno li possa trasferire su una tela.