Diari

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Conchiglie sulla spiaggia
acquerello
mie opere

Da quando avevo tredici anni, ho riempito pagine di agende con  fatti,  pensieri, riflessioni, poesie, che riguardavano alcune giornate, alcuni periodi della mia vita.
Molte di queste agende le ho già bruciate.

Restano quelle degli ultimi quarant’anni: quella dell’anno che precedette il mio matrimonio, quelle dell’infanzia e della crescita di mia figlia, quella del mio autunno, di questo ultimo tratto della vita nel quale ho, a volte, sostituito la pagina dell’agenda con la pagina del blog.

Ci sono momenti in cui apro a caso un’agenda e leggo ciò che avevo scritto, rinnovando le gioie, i ricordi, i dolori, le rabbie, le frustrazioni, la poesia dei giorni ormai trascorsi, ricordando il passato, le persone e i fatti accaduti, le piccole e grandi cose che mi hanno riempito la vita, i ritagli di giornale che ho incollato perché ero rimasta colpita da un fatto, da una notizia interessante.

Spero di avere la forza di bruciare, prima o poi, anche queste ultime, perché riguardano solo me, le mie verità, i miei pensieri più intimi e non devono interessare ad altri, perché sarebbe inutile lasciare queste pagine a chi, leggendole, non avrà più modo di chiedere spiegazioni, di porre domande, di riempire i vuoti e sarebbe anche triste pensare che qualcuno potrebbe prenderle  e buttarle nell’immondizia come carta straccia.

 

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Cardo e artemisia

Ogni anno nel nostro giardino, dai semi portati dal vento e dagli uccelli, nascono piante ed erbe spontanee, che noi cerchiamo di lasciar vivere se attecchiscono in luoghi compatibili con tutto il resto che c’è già.
Così, negli anni, sono nati e cresciuti aceri, olmi, sambuchi, un melograno, allori, vite americana, phitolacca, piantaggine, romilie, malva…

Quest’anno è stata la volta di un cardo e di un’artemisia che son cresciuti una accanto all’altro e ora che han quasi raggiunto i due metri si sostengono a vicenda contro l’impetuoso vento che, a volte, questa estate balorda ci regala.

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Cardo e Artemisia
mie foto

Proprio come noi: tu cardo, io artemisia.
Tu schivo, un po’ spinoso e rustico, non ti piega nessuno, anche se a volte vedo un acqueo lucore in quei tuoi occhi chiari quando par che non mi guardi. Tu di poche parole, di gesti calibrati, di attenzioni alla terra che calpesti, ben salde le radici, di appetiti soddisfatti, di sonni profondi, di coraggiose riprese, di ostinati progetti, di caparbie convinzioni, ruvide le mani e radi ormai i capelli.

Io duttile ed eclettica, di sogni pur nutrita, appesa a un aquilone nei miei voli pindarici che tu riporti a terra, curiosa e intransigente; ti guardo mentre dormi, ascolto il tuo respiro e il battito del cuore, ti osservo di nascosto mentre lavori nell’orto, mi accorgo se tu soffri, accorro se hai bisogno, se esci resto in pena e attendo il tuo ritorno pensando a quanti giorni il futuro ancor ci serba.

Da tanti anni insieme, tu cardo e io artemisia, ci sosteniamo sempre contro il vento della vita.

Spazzola – il nostro criceto

Spazzola è entrato in casa nostra, per il gaudio di mia figlia, un anno fa.

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Ho pensato di farne un nuovo post, perché ora, Spazzola ha raggiunto quella che per un criceto è considerata “la mezza età”.

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Dorme sempre nel suo nido di segatura, ma in estate non si copre tutto, mentre in inverno ci si seppelliva dentro.

 

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Si sveglia di giorno solo in caso di rumori molesti, come il rumore delle tapparelle che vengono alzate o suoni strani

 

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Mangia mentre dorme, raramente apre gli occhi. Adora la carne cruda, ma non gliela diamo spesso, per non ledere alla sua salute.

 

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La sua goduria è al massimo quando riesce ad entrare in un contenitore di cibo, così può scegliere ciò che preferisce.

 

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Ama la frutta fresca, adora le ciliegie.

 

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Se potesse, fuggirebbe dalla gabbia ogni volta che trova una delle porte aperta, ma ha paura del vuoto.

 

Le foto le ha fatte mia figlia, a cui Spazzola appartiene.

Vanessa

Ero andata in cantina a stendere la biancheria lavata. Una macchia nera, triangolare, in terra attirò la mia attenzione. Mi sono chinata per osservare meglio: si trattava di una farfalla, finita lì chissà come. L’ho raccolta, volevo portarla su in casa, ho una scatoletta in cui ripongo piccoli tesori trovati nel mio orto-giardino: ali di farfalle, una mandibola di porcospino, mezzo uovo di merlo, un fiore secco, una piuma…
Arrivata in cucina ho sentito un tremore sulla mano, una vibrazione leggera: al calore dell’ambiente e della mia mano, la farfalla si è risvegliata, si è rizzata a fatica. L’ho posata sul tavolo, ho avvicinato al suo capo un cucchiaino con una goccia d’acqua zuccherata e una goccia di miele.
Non so se si sia rifocillata, ma dopo poco è volata via, prima sulla manica del mio maglione, poi su una tenda, infine sulla foglia della dracena variegata posta in un angolo luminoso dell’ingresso di casa.

vanessa-aperta

mie foto

Si tratta di una “Vanessa Io”, d’estate ce ne sono parecchie qui da noi, soprattutto sui fiori del tarassaco. Wikipedia mi dice che gli esemplari adulti vanno in letargo d’inverno e aspettano la primavera per deporre le uova.
Ora, Vanessa, si è rintanata in mezzo alle foglie del Potos che ha tante foglie belle larghe e intrecci di rami che creano  molti nascondigli e sembra che lì si trovi a suo agio.
Se ricominciasse a svolazzare, staremo più attenti a dove metteremo i piedi, per non calpestarla, visto che ieri ha fatto alcuni giretti sul pavimento ed è perfino venuta a visitarci, sul tavolo, mentre cenavamo.
Chissà se resterà con noi fino a primavera, per ripararsi dal freddo, sopravvivere e poi volarsene fuori nel sole quando arriverà la bella stagione ed è strano il piacere che abbiamo provato nell’accogliere questa piccola ospite, come se un segno di speranza fosse venuto a visitarci.

Il fungo

Da una delle finestre della cucina osservavo un grosso merlo che saltellava circospetto intorno a “qualcosa” che la mia miopia non mi permetteva di mettere a fuoco.
Ho inforcato gli occhiali e ho visto che il “qualcosa” altro non era che un grosso fungo.
Un fungo strano e solitario, molto diverso dai soliti “chiodini” che ogni autunno nascono ai piedi dei ceppi tagliati delle nostre povere piante morte. Quest’anno, infatti, sono morte tre piante di mele e una di pesche. Ma i funghi li abbiamo raccolti sui resti del vecchio noce, dei poveri melograni morti anni fa e vicino a qualche vite defunta.

Questo fungo invece era poco lontano dall’ulivo giovane, forte e vigoroso che mio fratello mi ha portato, diversi anni fa, dalle colline del Garda.
Sono uscita e sono andata a raccogliere il fungo, bello e profumato, per la verità.

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Amanitopsis
mie foto

Ho riconosciuto subito il genere Amanita.
Ricordo quando, ragazzina, raccoglievo in montagna le amanite cesaree, favolose in insalata, ammiravo le amanite muscarie, mi tenevo alla larga dall’amanita phalloide, ma questo tipo di amanita era la prima volta che lo vedevo.
Una piccola ricerca, prima sui vari manuali dei funghi che possiedo, poi in internet, mi ha confermato il genere Amanitopsis, che sia una vaginata, una magnivolvata o una pachyvolvata questo non so dirlo, so che non la mangerò, anche se qualcuno afferma che, essendo un’amanita senza anello, è velenosa da cruda ma si può mangiare previa adeguata cottura.

Il bruco

 

bruco di macaone

                                                    Bruco di Macaone
                                                            mie foto

Dopo giorni intensi, nei quali ho avuto ospiti, abbiamo festeggiato le Nozze d’Oro  di mio fratello e l’inevitabile stanchezza si è dileguata, abbiamo ripreso le attività quotidiane.

Ho raccolto il prezzemolo per poterlo conservare per il prossimo inverno e ho avuto la sorpresa di “raccogliere” anche un bruco di farfalla macaone, una delle più belle e grandi farfalle della nostra zona.

Non mi era mai capitato di trovarne in questa stagione.
Di solito li trovo in primavera e all’inizio dell’estate.
Quando mia figlia era piccola, li raccoglievamo e li mettevamo in una scatola trasparente, con il coperchio bucato e una bella scorta di foglie di prezzemolo, di carota o di altre ombrellifere e ne seguivamo la crescita, la trasformazione in pupa e poi la meraviglia della metamorfosi in farfalla.
Alla fine, liberavamo la farfalla e la lasciamo volare a cercare fiori dal nettare succulento e altre farfalle della loro specie.

Ho liberato il bruco, portandolo nell’orto dove c’è ancora del prezzemolo. Forse il clima resterà mite abbastanza da permettergli di diventare una magnifica farfalla.