Amore

 

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Quando la tristezza mi avvolge come un manto pesante e scuro, cerco di far emergere, dal profondo del mio più intimo pensiero, motivi di rabbia a cui aggrapparmi, per non soccombere.

Il più profondo, il più intimo motivo è quello antico, atavico, radicato in noi donne, solo in noi donne, che nessun altro può comprendere a pieno, per quanto si sforzi di farlo, perché bisogna essere donna per poterlo capire veramente.

Bisogna essere donna da secoli, da sempre, dai primordi della vita, bisogna essere donna posseduta, violata, penetrata, usata, maltrattata, combattuta, frustrata, derisa, lapidata, bruciata come strega, segregata, discriminata da leggi, usanze, consuetudini, religioni, obbligata da vincoli, da imposizioni.

Bisogna essere donna per capire a fondo quel desiderio di tenerezza che ha costretto la donna a inventarsi ogni sorta di amore: amore filiale, fraterno, cortese, coniugale, materno, ogni sorta di amore che le ha permesso di sopravvivere, di accettare tutto, di non soccombere, di sopportare, di adattarsi, di non morire, e di morire struggendosi per un amore negato.

Maledetti i poeti, ipocriti mascalzoni che hanno voluto ingannarci sublimando l’istinto naturale, semplice e puro della conservazione della specie.

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Cardo e artemisia

Ogni anno nel nostro giardino, dai semi portati dal vento e dagli uccelli, nascono piante ed erbe spontanee, che noi cerchiamo di lasciar vivere se attecchiscono in luoghi compatibili con tutto il resto che c’è già.
Così, negli anni, sono nati e cresciuti aceri, olmi, sambuchi, un melograno, allori, vite americana, phitolacca, piantaggine, romilie, malva…

Quest’anno è stata la volta di un cardo e di un’artemisia che son cresciuti una accanto all’altro e ora che han quasi raggiunto i due metri si sostengono a vicenda contro l’impetuoso vento che, a volte, questa estate balorda ci regala.

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Cardo e Artemisia
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Proprio come noi: tu cardo, io artemisia.
Tu schivo, un po’ spinoso e rustico, non ti piega nessuno, anche se a volte vedo un acqueo lucore in quei tuoi occhi chiari quando par che non mi guardi. Tu di poche parole, di gesti calibrati, di attenzioni alla terra che calpesti, ben salde le radici, di appetiti soddisfatti, di sonni profondi, di coraggiose riprese, di ostinati progetti, di caparbie convinzioni, ruvide le mani e radi ormai i capelli.

Io duttile ed eclettica, di sogni pur nutrita, appesa a un aquilone nei miei voli pindarici che tu riporti a terra, curiosa e intransigente; ti guardo mentre dormi, ascolto il tuo respiro e il battito del cuore, ti osservo di nascosto mentre lavori nell’orto, mi accorgo se tu soffri, accorro se hai bisogno, se esci resto in pena e attendo il tuo ritorno pensando a quanti giorni il futuro ancor ci serba.

Da tanti anni insieme, tu cardo e io artemisia, ci sosteniamo sempre contro il vento della vita.

Davvero?

Vita nuova pittura su porcellana

Pittura a terzo fuoco su porcellana, montata su muro. Di Neda (dettaglio)

Dissi davvero d’amarti,
allora, tanto tempo fa?
E’ buffo, eppure non lo ricordo più.
Perché non lo racconti?
Dimmi, come fu?…..e tu?

E’ buffo, ripeto, neppure
il tuo volto ricordo,
per la verità.
Il tuo volto d’allora,
le tue parole…..
ah! questo dicevi?
No, non rammento.
Mi sforzo, ma sai, son passati tant’anni,
ne ho quasi settanta.

Eh, sì, eran bei tempi quelli,
tempi allegri, felici…..
ma di te, mi spiace,
proprio non mi sovviene….

che dici?
Il primo amore
non lo si scorda mai?

E’ buffo, assurdo, eppure
io…..non lo ricordo più!