Ultime settimane di caldo di fine estate – Vita da criceto

Spazzola soffre il caldo.

Non potendosi sfilare la pelliccia, ha deciso di sortire dal suo nido di segatura e si stravacca in luoghi più freschi.

Il perché l’ho nominato “palle fumanti” è evidente.

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Verona

Nel dolce dialetto di Verona, del grande Berto Barbarani, tratto dal preludio
al suo Poema Giulieta e Romeo, ovviamente ispirato al grande Bardo.

Vorìa cantar Verona, a una çerta ora
de note, quando monta su la luna:
quando i boschi che dorme el par che i cora
dentro sogni de barche a far fortuna

drio a l’aqua de l’Adese, che va
in çerca de paesi e de çità…

E alora che è finì tuto el sussuro
speciarla zo ne l’Adese, dai ponti,
e comodarla mi, muro par muro,
tuta forte nel çercolo dei monti…

E indove che è piantà Castel San Piero,
su le rovine del teatro antico,
védar levarse su come de fero
tuto intiero, el castel de Teodorico,

e imaginarme rampegada adosso
‘na Verona cambià nei so colori:
tore e muraglie del quarel più rosso,
case dipinte e ponti levadori,

che se specia ne l’Adese che va
in çerca de paesi e de çità…

 

Credo che questo dialetto sia molto comprensibile. Lo tradurrò a richiesta.

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Giulieta e Romeo di Berto Barbarani
incisione di copertina di Angelo Dall’Oca Bianca
Edizioni l’Albero – Verona
30 ottobre 1941
mie foto.

Galbéder

Gh’è turnàt el galbéder (è tornato il rigogolo).

Come l’anno scorso, il bellissimo rigogolo è tornato a fare scorpacciata di fichi del vecchio albero che è posto proprio davanti all’uscio di casa nostra.
E’ proprio per questo che non sono riuscita a fotografarlo, perciò ne ho fatto un disegno, tanto per far vedere quanto bello è: tutto giallo brillante con le penne delle ali nere e un po’ di nero anche sulla coda.

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mie opere

In dialetto lo chiamano galbéder, i più istruiti lo chiamano galbàla.

I rigogoli sono uccelli tropicali, ma questo (Oriolus oriolus) vive qui da noi, nei nostri boschi di montagna in estate e al sud in inverno.
Durante le sue migrazioni si ferma a rifocillarsi nelle nostre zone, assaggiando le nostre ciliegie in primavera, i nostri fichi, uva, more, lamponi, bacche di sambuco nero e di bagolaro, alla fine dell’estate.

Ricordo che quando ero piccola ce n’erano molti di più e in autunno venivano cacciati nei vigneti, insieme a stornelli, tordi e altri uccelli che depredavano i grappoli d’uva, fornivano così gustose padellate di succosi bocconcini a variare la dieta dei nostri contadini.

Ora la caccia al rigogolo è proibita e posso godermene la vista quando scaccia le vespe dal fico per mangiare in santa pace i nostri dolcissimi fichi neri, poi svolazza in giro lanciando il suo richiamo con un fischio acuto ben modulato. E’ quasi grosso come un merlo, ma si ciba solo di frutta.

Stranezze

Espressioni minime

Pastello su carta colorata
mie opere

Lo so, sono vecchia.
Lo dice sempre anche mia figlia che vivo un po’ fuori dal mondo e faccio fatica a capirlo.

Ieri sera a Superquark hanno parlato di come reagisce il nostro cervello quando compiamo azioni trasgressive, malvagie, contrarie alla legge. Gli scienziati hanno riscontrato che, in questi casi, il cervello mostra lo stress e ci segnala un disagio che noi avremmo durante queste azioni, però…però se noi continuiamo a delinquere, il cervello si abitua e poi non reagisce più a questi stimoli e ci lascia in pace.
E’ strano che se ne siano accorti solo ora, è da secoli che questo fatto viene chiamato “coscienza”, o no?

Come quella scoperta che qualche anno fa hanno fatto in una Università americana, non ricordo più quale:
se prendi due giornali e li arrotoli, poi ne prendi uno con la mano destra e l’altro con la mano sinistra, li puoi usare per spiaccicare una mosca in volo, perché lei, poveretta, vedendosi aggredita da entrambi i lati non sa più da che parte fuggire.
E c’hanno pure studiato su parecchio per questa bella scoperta.
Noi, poveri ed ingenui contadini, è da secoli che usiamo le due mani aperte per ammazzare le mosche in volo e senza averci studiato su nemmeno un minuto.

 

Storia trista d’on sìsol

Poesia di Luigi Giovetti poeta mantovano

Davsìn a mi gh’a stava on contadin
ch’al ghea ‘na pianta in mès al sò giardin,
‘na pianta favolosa gròsa acsì,
ona pianta da sìsoi. On bèl dì
ho dit al contadin: – M’an dal on büt? –
– Ma caro, al m’ha rispost, t’al daghi tüt –
Alor capei mia cos l’ea cücià
a tanta bèla generosità.

Adès ch’al mè sìsol l’è bel gros
coi ram ch’a pasa fin dadlà dal fos
e che da sìsoi al na fa pran tant
l’è dventà la pastüra dal viandant.

Quand in sla strada pasa di pütei
chi ved chi sìsoi acsì gros e bèi
dopo chi è sta on bel pès a sgolosàr
i pœl mia far sensa da dmandàr:
– Siòr, sò mia com’is ciàma in italian,
am dàl dü sìsoi? – e i s’inpienìs le man.
Pò i rversa la ramada, i romp i ram
e dapartüt gh’è frasca da ledàm.

Adès a speri senpar ch’on somèl
as ferma lì davanti al me cancèl
e ‘l diga: -Siòr, al m’an regala on büt? –
E alora mi a gh’al regali tüt.

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Le giuggiole
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Traduzione in linguaggio corrente

Storia triste di un giuggiolo

Vicino a me ci stava un contadino
che aveva una pianta in mezzo al suo giardino
una pianta favolosa grossa così,
una pianta di giuggiole. Un bel dì
ho detto al contadino: -Me ne dà un germoglio?-
– Ma caro, mi ha risposto, te lo do tutto.-
Allora non capivo che cosa lo avesse spinto
a tanta bella generosità.

Adesso che il mio giuggiolo è bello grosso
con i rami che vanno fino al di là del fosso
e che di giuggiole ne fa tantissime
è diventato la pastura del viandante.

Quando sulla strada passano dei ragazzi
che vedono quelle giuggiole così grosse e belle
dopo che sono stati un po’ a sgolosare
non possono far senza domandare:
-Signore, non so come si chiamano in italiano,
mi dà due giuggiole?- e si riempiono le mani.
Poi rovesciano la rete metallica, rompono i rami
e dappertutto ci sono frasche da letame.

Adesso spero sempre che un ingenuo
si fermi lì davanti al mio cancello
e dica: – Signore, me ne regala un germoglio?-
E allora io glielo regalo tutto.

Cinque giorni, nove aerei

Dicembre 1981.

Il mio fidanzato ed io stavamo progettando la nostra casa. Avremmo iniziato i lavori nella primavera e, durante quell’inverno, mi ero prestata a fare da consulente a una grossa ditta locale.

Quel dicembre, in ditta si decise di fare un giretto nel Nord-Europa, per renderci conto di persona di alcuni problemi che riguardavano i contatti con la clientela.
L’addetto alle vendite ed io, interprete, partimmo da Milano, il 13 dicembre con un aereo della SAS (Scandinavian Airlines).

Dal mio diario di allora:

13 dicembre
Siamo arrivati a Kopenhagen dopo due ore di volo: pasto caldo (salmone – tournedos bernaise -broccoli-patate-formaggi e boeri).

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Abbiamo preso subito il traghetto per Malmø (da Dragør a Limnhamn).

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All’arrivo due gentili signori svedesi ci hanno procurato un taxi. Abbiamo trovato un hôtel discreto si chiama Astoria, camere con colazione. Il mio inglese sta migliorando, ma con svedesi e danesi che parlano solo la loro lingua è un disastro.
Siamo usciti e abbiamo cenato al Monna Lisa che, nonostante il nome, non ha nulla di italiano.
Alle 21 sono scese da una scala interna al locale le ragazze che impersonano la festa di Santa Lucia, vestite di bianco con una coroncina di foglie sulla testa e quattro candele accese sulla coroncina. Si sono abbassate le luci e la piccola processione è stata molto suggestiva.
Ho dato un’occhiata a un giornale svedese, per quel poco che ne ho capito, dev’essere successo qualcosa di grave in Russia.

14 dicembre
Incontriamo il primo cliente. Parla benissimo l’italiano, fa anche “il Console d’Italia”, quantomeno è addetto all’ambasciata. E’ spaventatissimo per quanto è successo: in Polonia, ieri, c’è stato un golpe militare, i carri armati russi sono alla frontiera della Polonia. I trasporti via terra per la Svezia avvengono con vettori polacchi, ha paura di un’interruzione nei rifornimenti e, soprattutto, ha paura sui confini con la Russia.
Io penso che dobbiamo anche andare in Finlandia e suggerisco di anticipare appuntamenti e voli.
Prendiamo l’aliscafo per tornare a Kopenhagen. Incontriamo qui, di volata, un grossista esclusivista, che, per mia fortuna, parla anche tedesco. Poi, di corsa, all’aeroporto Kastrup, check -in e pranzo veloce al buffet: sandwiches, cocktail di scampi, uova sode, salumi, crostata di frutta e un’orribile Sauer-Rahm che non sono riuscita a ingoiare. Da bere Apfelsinensaft, conservato.
In volo su Stoccolma, sempre con SAS, alle 18. Cena in aereo: salmone, cocktail di scampi (è un vizio) pollo freddo in bellavista, insalata, formaggi, dolcetto alla crema e frutta, spremuta d’arancia e caffè.
Stoccolma è sull’acqua, come Venezia, più o meno. Siamo all’Adlon Hôtel, nella Vasagatan, prenotato con Select, all’aeroporto Arlanda, all’arrivo.

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Stoccolma
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15 dicembre
Serie di telefonate di prima mattina per anticipare tutti gli appuntamenti. I clienti capiscono, sono gentili, hanno paura anche loro di questa situazione russo-polacca che sembra precipitare in qualcosa che non osiamo pensare.
Colazione abbondante, e meno male, perché salteremo di sicuro il pranzo. L’ultimo grossista a Grøndal, poi veloci all’aeroporto: si vola a Oslo.

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A Oslo tira un vento della malora. Arriviamo in albergo, il Viking, che è sera. L’albergo è un First class ma la camera è gelida.

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L’albergo è enorme, pieno di ogni sorta di gente, proprio il tipo di alberghi che odio. Non possiamo cenare in albergo: il salone è prenotato per il Julimenu, la cena di Natale…la fanno adesso?
Usciamo, il vento impedisce quasi di respirare, troviamo un ristorante nelle vicinanze, il Runde Tønne, sembra una taverna per pescatori, buia e fumosa. Anche la lingua norvegese non è molto pratica, il menu però ha piatti in cinese, che strano. Ci portano un piatto chiamato “Chow-chow” maiale e riso alla cinese. Speriamo che non sia cane, con quel nome…Ci sono intere famiglie che cenano e mangiano enormi gelati, a me vengono i brividi solo a guardarli.

16 dicembre
Anticipato anche qui tutti gli appuntamenti e anche i voli.
In mattinata riusciamo a partire dall’aeroporto Fornebu di Oslo verso Bergen.
Bello il viaggio, a bassa quota, sopra le paludi ghiacciate di Hardangervidda, il ghiacciaio Folgefonn e i fiordi ghiacciati, la neve candida senza un segno, un’impronta. Arriviamo prima di pranzo all’aeroporto Flesland.

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Bergen è una città industriale, piena di fumo. Belle le casette della periferia e quelle del porto, tutte colorate, di legno, con i tetti ricoperti a “squame di pesce”.
Siamo ripartiti verso le ore 14 in ritorno a Oslo. Dietro di noi, il sole è tramontato subito e ci siamo ritrovati nel buio della notte alle due e mezza del pomeriggio, una sensazione strana davvero.
All’aeroporto di Oslo noto che la temperatura è -40°.
Ci imbarchiamo su un aereo della Finnair in direzione di Helsinki.
L’aereo sembra a pedali, però l’interno è ben arredato e confortevole.
Scossoni alla partenza, scossoni all’arrivo. Cibo minimo: il solito cocktail di scampi, tre fettine trasparenti di arrosto di maiale, una fettina di roast-beef, due foglie di insalata, un microscopico panino integrale e un babà alla crema. Niente formaggi.
Arriviamo all’aeroporto Vantaa che sono le 23. Scendiamo dall’aereo e dobbiamo andare a piedi fino al terminal. Per fortuna io indosso degli stivali a tacco basso con suola di para che hanno buona presa sulla lastra di ghiaccio che ricopre tutto il percorso. Una signora in pelliccia e scarpe con tacco alto scivola e si siede per terra. Cerchiamo di aiutarla e arriviamo alla meno peggio fino al terminal.
Uno alla volta dobbiamo entrare in un gabbiotto di “vetro”, forse plexiglass, dove si devono mostrare i documenti, quanto denaro si ha e rispondere a un interrogatorio. Il mio compagno di viaggio non parla una parola che non sia italiano e il nostro dialetto. Per evitare di fare mattina mi infilo dentro nel gabbiotto insieme con lui, le guardie vanno fuori di testa, riesco a spiegare la situazione e si ammorbidiscono. Espletate le varie pratiche usciamo e riusciamo a trovare un taxi che ci porti in città. Mezz’ora di viaggio con un tassista pazzo scatenato che corre a rotta di collo su queste strade ghiacciate, nella notte fonda. Il retro dell’auto scodinzola come un cane rabbioso.
Anche Helsinki è sull’acqua, ci spiega il tassista con orgoglio: la città dai mille laghi!
Non posso certo contarli con questo buio e poi, credo che siano anche tutti ghiacciati in questa stagione.
A proposito, qui si cambia fuso orario: + 1 ora.

L’albergo Aurora è buono, moderno, camere confortevoli, bagno grande con doccia, temperatura +30°: si può girare nudi per stanza. C’è una grande finestra, un bel divano e uno scrittoio con incorporato anche la “toilette” ad alzata con specchio, che mi ricorda quella in camera di mia madre, per pettinarsi e truccarsi. C’è anche la radio, ma il linguaggio parlato ha troppe ELLE e troppe KAPPA perché si capisca qualcosa.
Dalla finestra vedo l’autostrada e la ferrovia. Pochissimi i rumori, attutiti dalle doppie finestre con vetri isolanti.

 

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17 dicembre
Dormito molto bene e colazione perfetta.
Il taxi che ci porta dal cliente ci fa attraversare buona parte della città. Le strade sono larghe, le piazze grandissime, i palazzi moderni, impersonali, sembra di essere in Russia, soprattutto osservando le automobili. Ho l’impressione però che, a differenza degli altri paesi visitati, la Finlandia sia più povera.
Dopo aver viso il cliente siamo tornati in aeroporto e abbiamo anticipato il volo. La situazione politica sembra precipitare.
Alle 13.30 ci comunicano che il volo diretto Alitalia su Milano è stato cancellato “per un guasto”. Noto che scompaiono dal tabellone anche altri voli. Chiedo informazioni e scopro che è appena arrivato, da Stoccolma, un aereo che ripartirà non appena scaricati i passeggeri. Ci sono posti liberi. Chiedo di riservarli a noi e andiamo all’imbarco.
Arrivati a Stoccolma riusciamo a trovare posto su un aereo della KLM per Amsterdam: l’importante, ora, è allontanarsi da qui e tornare a casa.
Ad Amsterdam troviamo posto su un aereo Alitalia per Milano, finalmente. Bello rivedere lo Schiphol, mi sento quasi come a casa. Compero una bambolina olandese per me e delle sigarette per il mio fidanzato.

Alitalia in ritardo, come al solito, come al solito disservizio, problemi con l’impianto idraulico.
Poi si parte, arriviamo a Milano con sole due ore di ritardo rispetto al previsto, ma con due giorni di anticipo.
Scopriamo a Milano che l’aeroporto di Helsinki è stato chiuso a causa “della neve”, l’ultimo aereo partito è stato il nostro.
Mi scappa da ridere: la neve non è certo il problema del momento.

 

 

 

 

 

 

 

 

Cicale

Dicono che il caldo aumenterà.

Negli ultimi tre giorni, dopo cena, abbiamo avuto temporali e improvvisi scrosci d’acqua che, per fortuna, non hanno fatto molti danni nel nostro orto-giardino.

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La cigale et la fourmi
china e pastello su carta colorata
mie opere

Era un bel po’ che non sentivo le cicale, ora ce n’è una che frinisce, senza tregua, su una pianta qua fuori dalla finestra: le reciterò la poesia di La Fontaine che ho imparato durante il mio primo corso di francese.
Magari andrà a trovare la formica e si metteranno d’accordo per questo prossimo inverno, anche se non credo che con questi inverni, ormai senza neve e freddo, la cicala avrà molti problemi.