Storie di paese – Gèpe

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Disegno di Luciano Cottini

Erano in tre, due fratelli e una sorella. Non si erano mai sposati. Non ricordo che mestiere avessero fatto i fratelli, Bi e Gèpe, la sorella non ricordo come si chiamasse, per me era la “merciaia” che gestiva una piccola merceria sull’angolo di una viuzza traversa del centro storico che finiva proprio in faccia al muro del castello. Una merceria piccola, un po’ buia, dove ci trovavi di tutto. Lei era una donnina minuta, dai capelli grigi e gli occhi mesti, vestiva abitini scuri a piccoli fiori, era gentile e paziente.  Abitavano insieme, i tre fratelli, nelle poche stanze adiacenti alla merceria.

Bi (Bigio) era un uomo rozzo e violento, prepotente, dallo sguardo sempre torvo. Gèpe era invece mite, magro, dal naso sottile e gli occhi liquidi, un po’ cisposi per il gran bere.
Aveva sempre sete, di vino. Da quando era tornato dalla campagna di Russia dell’ultima guerra il suo carattere era cambiato, si era come allocchito, si estraniava spesso come se nei suoi pensieri corressero ricordi di gelo e di steppe e di chissà cos’altro che continuava a turbarlo.
Non parlava mai della guerra.
Da tempo “viveva” al ricovero dei vecchi, anche se proprio vecchio non era. Non è esatto dire che vivesse là, quel luogo era un po’ la sua base, dove si faceva un bagno ogni tanto, dove a volte prendeva dei pasti, dove si rifugiava per dormire quando faceva freddo, ma non andava a dormire in un letto, in una stanza, Gèpe si rifugiava nel magazzino dove erano stipate le cose vecchie ed ormai inutili, stava meglio là, un po’ nascosto, lasciato in pace dalle suore e dagli assistenti, si godeva la sua libertà, la sua indipendenza.

Gèpe era buono e onesto, gentile anche quando era pieno di vino perché trovava sempre qualcuno che gliene offriva, che lo invitava quando lo vedeva passare per le strade del paese, un po’ perso, un po’ dondolante. A volte chiedeva una sigaretta, nessuno gliela negava. Lui non era insistente e ringraziava sempre, con una sua gentile dignità.
Gli unici veri amici che aveva erano due cagnolini randagi che lo accompagnavano ovunque, se si appisolava su una riva di fosso loro gli stavano a fianco, come angeli custodi.
Capitava che avesse in tasca del pane e che dei sorci gli rosicchiassero la tasca per prenderselo, se ne accorgeva al risveglio e non se la prendeva guardando il buco, diceva che era giusto, avevano fame anche loro.

D’estate aveva trovato un luogo appartato in cui rifugiarsi durante i pomeriggi assolati; c’è al limitare del nostro paese il grande cimitero con, a lato della strada di accesso, il piccolo vecchio cimitero ormai in disuso da secoli e una chiesetta con un porticato davanti all’entrata. Nel muro del vecchio cimitero, vicino al porticato, c’era un grande buco aperto su dei loculi ormai vuoti, comodi, profondi e freschi. Gèpe, quando il vino gli dava alla testa, complice quel sole violento delle nostre estati della bassa, si rifugiava in uno di quei loculi a dormire beato aspettando la sera.
Un pomeriggio di fine maggio, mentre lui dormiva lì dentro, scoppiò un temporale che pareva un finimondo. Alcuni ragazzini che tornavano da scuola, colti dall’improvviso acquazzone e dalla tempesta, si rifugiarono sotto al porticato della chiesetta, in attesa che spiovesse un po’ per correre a casa. Un tuono più forte degli altri svegliò Gèpe il quale, sentendo le voci dei ragazzi, mise fuori la testa e chiese, gentilmente, che ora fosse, meravigliandosi che i ragazzi partissero come frecce, urlando. Poi se la prese con i maestri che non insegnavano più la buona educazione ai giovani.

Ogni anno, in autunno, quando mio padre vendemmiava e faceva il vino nuovo, portava a casa Gèpe e gli offriva un bicchiere di vino da assaggiare, chiedendogli se fosse buono, poi lo accompagnava nell’orto e gli mostrava le verze che stavano crescendo.
Alle mie rimostranze, perché ero infastidita da questo rituale e non capivo perché mio padre si ostinasse a chiedere il parere sul suo vino a un uomo che, palesemente, non avrebbe distinto un Barolo d’annata da un bicchiere di aceto, strizzandomi l’occhio, mi rispose che quella era una scusa per attirare Gèpe, che il vero motivo erano le verze, perché, visto che Gèpe era sempre in “bala” (ubriaco), anche le verze avrebbero fatto la “bala” (palla) sentendo il suo alito.

 

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Amore

 

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mie foto

Quando la tristezza mi avvolge come un manto pesante e scuro, cerco di far emergere, dal profondo del mio più intimo pensiero, motivi di rabbia a cui aggrapparmi, per non soccombere.

Il più profondo, il più intimo motivo è quello antico, atavico, radicato in noi donne, solo in noi donne, che nessun altro può comprendere a pieno, per quanto si sforzi di farlo, perché bisogna essere donna per poterlo capire veramente.

Bisogna essere donna da secoli, da sempre, dai primordi della vita, bisogna essere donna posseduta, violata, penetrata, usata, maltrattata, combattuta, frustrata, derisa, lapidata, bruciata come strega, segregata, discriminata da leggi, usanze, consuetudini, religioni, obbligata da vincoli, da imposizioni.

Bisogna essere donna per capire a fondo quel desiderio di tenerezza che ha costretto la donna a inventarsi ogni sorta di amore: amore filiale, fraterno, cortese, coniugale, materno, ogni sorta di amore che le ha permesso di sopravvivere, di accettare tutto, di non soccombere, di sopportare, di adattarsi, di non morire, e di morire struggendosi per un amore negato.

Maledetti i poeti, ipocriti mascalzoni che hanno voluto ingannarci sublimando l’istinto naturale, semplice e puro della conservazione della specie.

Poste Italiane

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mie foto

 

Nel 1946, colui che poi divenne mio padre, fu ingaggiato dalla squadra di calcio del Bressanone e visse là per un anno intero. Scriveva tre quattro volte la settimana alla sua fidanzata, colei che poi divenne mia madre. Imbucava le lettere alla mattina presto andando al lavoro e alla sera il postino le consegnava a mia madre. Lo stesso faceva mia madre che abitava in un paesino di campagna, nel mantovano, a due chilometri dal confine veronese. Le lettere viaggiavano con pullman e treni, i postini lavoravano tutto il giorno per consegnare la posta, a piedi, i più fortunati con una bicicletta.
I francobolli per le lettere costavano Lire 4 (quattro) ovvero, in valuta attuale Euro 0,002 ( due millesimi di euro).

Il 18 settembre scorso ho spedito un pacchetto a una mia amica.
E’ di una decina d’anni più giovane di me. Ci siamo conosciute nel 1978 quando venne in viaggio di nozze nell’albergo in cui io lavoravo. Fra noi è nata subito un’amicizia profonda e delicata, duratura nonostante la lontananza.
Lei abita a Ceppo Morelli, vicino a Macugnaga e io qui, nella bassa bresciana.
Ci siamo incontrate poche volte, ma ci siamo scritte molte lettere e ora c’è anche la posta elettronica, il telefono e Whatsapp.
Ci scambiamo piccoli doni per Natale, per i compleanni. Lei compie gli anni alla fine di settembre e io, per tempo, preparo sempre un piccolo dono da spedirle, di solito per posta prioritaria. Quest’anno il pacchetto superava i 5 centimetri di spessore, perciò gliel’ho spedito come pacco celere 3 giorni, costo Euro 9,90 (19.080 lire).
Dal numero del pacco ho potuto seguire la spedizione.
Il pacco è andato prima a Verona, poi a Novara.
Ma Ceppo Morelli si trova in provincia di Verbania che una volta era sotto Varese.
Mi è stato rispedito indietro, il quarto giorno, per “inizio giacenza”.
Ovvero: avete sbagliato provincia, perché non lo avete fatto proseguire?
Ho telefonato alla mia amica per avvertirla del disguido, ero arrabbiata e mortificata.
E non è la prima volta che ci sono questi disguidi.
Se spedisco una lettera a un’altra persona del mio paese questa lettera va a Verona, poi torna indietro: ma che razza di servizio è?
Una volta si consegnavano le lettere in posta e quelle locali venivano timbrate nell’ufficio e poi consegnate il giorno dopo.
Adesso paghiamo un francobollo 0,95 euro (lire 1830) e le lettere non arrivano nemmeno e, quando arrivano, lo fanno con tempi biblici. I postini usano motorini per consegnare la posta, ce ne sono almeno 5 nel nostro paesello (nel 1946 ce n’era uno) lavorano mezza giornata, consegnano la posta un paio di volte la settimana, sempre che non piova, e lo chiamiamo “progresso”?

Sassi

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Immagine presa dal web

Sul greto del fiume
che sbocca nel mare
sono andata a cercare,
oggi, sassi colorati e strani,
sassi rosa e neri,
sassi pieni di misteri,
sassi senza pensieri,
sassi senza ricordi,
sassi che non sanno il passato,
sassi di un mondo scordato,
sassi lucidi d’acqua,
sassi di muschio verde,
sassi bianchi e turchini,
sassi piccini,
sassi di gesso fragile,
sassi di rossa arenaria,
sassi d’ardesia nera,
sassi spezzati,
sassi abbandonati,
sassi che non sanno odiare.

Sassi sotto le dita
e l’acqua continua a cantare
la sua dolce canzone accorata
e l’acqua m’invita a restare
e l’acqua mi tiene legata.

Sassi sotto le mani:
il mio corpo non è più mio,
io sono un sasso scolpito,
un sasso levigato,
un sasso senza futuro,
un sasso negato.

 

Era la fine dell’estate del 1975 quando scrissi questi versi, in un momento in cui sembrava che tutto il mondo mi stesse crollando addosso, la mente stranita dalle vicende del momento, complice anche un deperimento organico causato dal lavoro in due stagioni estive e una invernale, senza mai un giorno di riposo, con quei ritmi di allora che oggi sarebbero considerati inconcepibili.
La voglia di andarmene, che non era solo un desiderio di fuga, di abbandonare tutto, ma una disperazione più profonda, quasi viscerale. Poi, la rabbia e l’orgoglio mi aiutarono a rialzarmi.
Quando la vita mi prende alla gola e mi mette alla prova, torno a leggere quelle parole e ricomincio a combattere.

Le burrascose serate.

Capita di cercare qualche cosa in soffitta, negli scatoloni che contengono ordinatamente tutte le cose che voglio conservare. Capita di trovare qualche cosa che non stavo cercando, ma che ha sollevato una miriade di ricordi.

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Mattino sotto gli ulivi
Carlo Foglia
litografia -fronte del biglietto

interno del biglietto con il disegno del tavolino che assisteva alle nostre chiacchierate

Carlo Foglia, il paesaggista che dipingeva le nevicate sulla Milano di quegli anni e i boschi di ulivi della Liguria.

All’epoca era vicino ai sessant’anni, io ne avevo venticinque, ancora acerba per certi versi e piena di sacri furori: quelli della rivendicazione di noi donne, dell’arte contemporanea, della libertà di pensiero e di azione, della voglia di carriera e di non dover dipendere da nessuno.
Quante discussioni con quel signore, ai miei occhi anziano e pittore d’altri tempi a cui non perdonavo, nella mia arroganza non ancora ammorbidita dall’esperienza, di dipingere “cartoline” di bella presenza e di edulcorati sentimenti, mentre lui, nella sua saggezza, ascoltandomi e replicando sempre con molta calma e gentilezza, mi trasmetteva insegnamenti che poi, rimasti comunque nella mia memoria, mi aiutarono a crescere e a maturare.

Di quegli anni ricordo anche Ina e Boris Zueff, entrambi pittori. Lei in particolare, non molto alta, aveva già superato i settant’anni, capelli bianchi come la neve, raccolti mollemente sulla nuca, occhi di un azzurro limpido come acquamarina e un sorriso di bambina innocente.
Quanto erano belle le sue illustrazioni per la Divina Commedia ammirate anche da Pietro Annigoni. La tecnica che aveva usato per quelle illustrazioni era innovativa e inconsueta.
Per quanto le abbia studiate non sono mai riuscita a capire completamente come erano state eseguite.

E Nella Lucchino, la pittrice dei boschi, signora piemontese di rara e semplice eleganza, le cui opere erano di una bellezza che trasfigurava la natura.

Tra gli altri, Mario Berrino dai colori vivaci a larghe pennellate istintive e Giuseppe Tribaudino eccentrico pittore bravissimo nell’uso cromatico dei verdi, dal quale ho appreso più che in tutti gli anni di scuola di pittura.

Quando ero libera dal lavoro, finivo a volte nel suo “atelier”: un garage nel quale aveva il suo cavalletto e dove dipingeva le rifiniture dei quadri che aveva abbozzato “en plein air”.
Io mi sedevo per terra, appoggiata al muro, a destra dell’entrata; non sempre si accorgeva di me, di solito conversava in dialetto con il suo grosso gatto appollaiato sul davanzale interno della finestra vicina.
Ascoltavo e lo osservavo dipingere i suoi paesaggi, gli ulivi, il mare, ascoltavo le sue riflessioni ad alta voce, i suoi pensieri su noi giovani “rivoluzionari” e “senza coglioni” perché, secondo lui, li avevamo atrofizzati a causa dei jeans troppo stretti che portavamo. Il gatto annuiva, sbadigliava e, spesso, rispondeva con un brontolio che aveva poco del solito miagolio gattesco.
Ormai mi conosceva anche lui e non faceva più caso alla mia silenziosa presenza.

 

Lettera aperta a Guerrina

 

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Ampio porticato con veduta parziale del cortile dell’Istituto

 

Cara Guerrina,

ultimamente hai sentito il bisogno (che sia l’età?) di scrivere alcune lettere alla rubrica “Lettere al Direttore” del nostro maggior quotidiano provinciale.
Ovvio che quando vedo il tuo nome e cognome io mi fermo a leggere queste tue lettere.
La tua ultima mi ha fatto incavolare.
Cito testualmente le tue parole:
[…]Ai tempi della mia fanciullezza, sia in famiglia che in collegio oltre ai rimproveri verbali arrivavano anche altre punizioni… (e qui nomini le ciabatte di tua madre)…Anche le suore in collegio perdevano la santa pazienza e non lesinavano schiaffi anche sonori. I giovani genitori moderni non usano più i salutari scapaccioni…
e prosegui su questi tono, accusando anche i pedagogisti e gli educatori attuali.

Ora, Guerrina, tu ed io ci conosciamo bene. C’ero anch’io lì dentro in quel “collegio”, te lo ricordi? Tu avevi qualche anno più di me, ma mi conosci bene.
Te lo ricordi quel settembre, io ero in quinta elementare e tu un paio d’anni più avanti. Te la ricordi quella sera in cui, forse per una congestione, io non riuscii a tenere la cena nello stomaco e vomitai? Ti ricordi i “sonori ceffoni” che Suor G. mi somministrò, poi m’ingozzò e siccome vomitai ancora, me le diede di santa ragione, come si diceva allora.
La storia proseguì per quindici giorni, colazione, pranzo e cena, fino a che fui ricoverata in infermeria e ci passai un anno in quell’infermeria. Frequentavo la scuola, ma poi mangiavo e dormivo in infermeria e faticò parecchio la suora infermiera a rimettermi in sesto, corpo e spirito, per come ero stata ridotta.

Te la ricordi suor O. con le piccoline di prima e seconda elementare, le più indifese, inginocchiate di notte, al freddo, in mezzo alla camerata perché avevano bagnato il letto? O con le mutandine sulla testa?

E suor C. che chiamava “zoppettina” quella nostra compagna che aveva avuto la poliomielite?

Certo, non erano tutte così, la maggior parte erano giuste, anche se severe, molte erano comprensive. Però, molto spesso le punizioni, le sberle, gli scappellotti, sonori come dici tu, sfuggivano dalle loro mani per un nonnulla.

Quelli che ho presi io, in tutti quegli anni, non mi hanno fatto un granché di bene, mi hanno solo insegnato un grande odio per il mondo degli adulti e un grandissimo desiderio di rivalsa e di ribellione. Mi ci è voluto del bello e del buono per lavarmele via quelle percosse e quell’odio.
Ho incontrato alcune ragazze della tua classe: dopo cinquant’anni avevano ancora gli incubi di notte.

Con mia figlia, io non ho usato quei metodi. Certo, ho tenuto salde le redini in mano, ma con pazienza, con affetto e comprensione, l’ho ascoltata, mi sono fatta capire e l’ho educata con l’esempio dei miei comportamenti. Non ho mai ceduto sui pochi NO che le ho detto.

Ma non le ho mai messo le mani addosso, perché nessuno ha il diritto di mettere le mani addosso a un bambino, per nessun motivo.