Filastrocca

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mie foto

Chiocciolina bella
arrampicata al fiore
tu dormi tutto il giorno
rinchiusa nel tuo guscio,
mia mamma fa una torta
di mele con cannella,
chiocciolina bella
ne vuoi un po’ anche tu?

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Miopia

A tredici anni, in seguito al morbillo, divenni miope. Ho portato gli occhiali per tutta la vita.
Ora, con la vecchiaia, la presbiopia ha in parte equilibrato la mia vista: sono ancora un po’ miopie, ma posso leggere senza gli occhiali da lettura.
Non è sempre facile far capire a chi vede bene che cosa significhi essere miopi: i contorni sono sfocati, i colori sfumati, gli oggetti appaiono a distanze un pochino diverse dalla realtà, le scritte sono confuse.

Ieri non sono riuscita a restare fuori in giardino, avrei dovuto fare un po’ di ordine e raccogliere tutti le minutaglie di legnetti rimasti sul terreno dopo i lavori di potatura.
Gli operai hanno raccolto e portato via tutto il possibile, ma questi legnetti, più sottili di una matita, sono rimasti sul terreno e rischiano di danneggiare le pale del tosaerba.
Però il vento, anche se non forte, era troppo freddo nonostante il sole, così sono rimasta in casa.
Un foglio di carta-cotone vergatina mi ha fatto venire l’idea di disegnare un paesaggio della nostra bassa, con gessi e pastelli, per dimostrare come noi miopi vediamo, quando togliamo gli occhiali.

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gessi e pastelli
mie opere

Banche

 

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mie foto

La mia banca è sempre sullo stesso angolo della piazza, l’edificio intendo, perché nell’arco di trent’anni ha cambiato i suoi connotati parecchie volte: Banca San Paolo, Banca San Paolo di Brescia, Banco di Brescia, Ubi-Banco di Brescia, infine, da due anni, Ubi-Banca.

Ogni volta i contratti con noi utenti sono stati fatti “unilateralmente”, li ha fatti la banca, se non ti piacciono arrangiati, vai da qualche altra parte. Fino a due anni fa era possibile discuterne, anche perché gli incaricati, ovvero i bancari che ci lavoravano, erano ancora quelli che conoscevamo e che avevano seguito noi e le nostre famiglie per anni.
Da quando Ubi ha preso il sopravvento, gli impiegati sono tutti cambiati, è cambiato il clima interno, hanno ristrutturato l’immobile: non c’è più il divisorio fra il cliente e il cassiere e il salotto che si è ricavato nell’atrio, posizionando poltroncine davanti ai banchi delle casse, così senza nemmeno un vetro di protezione, fa venire la voglia di estrarre una pistola e dire: “Questa è una rapina”, tanto per chiarire, con la pistola, che la “rapina” non è una piccola rapa appena comperata dal verduriere.

Questa mattina sono andata in banca a fare un prelievo dal mio conto corrente. Il cassiere mi ha detto subito che potevo prelevare con il bancomat. Spiacente, non ho una carta bancomat e lo sanno bene, l’ho sempre rifiutata, cavolacci miei.
Bontà sua, mentre mi dava il contante richiesto, mi ha fatto sapere, non tanto larvatamente, che “a breve” si potrà prelevare solo con il bancomat, che spariranno le casse e che mi dovrò adeguare volente o nolente.

Ora, mia cara e ben gentile signora Moratti, presidente del CdA di Ubi-Banca, nella sua ultima conferenza agli associati ha detto molto chiaramente che gli utili del gruppo aumenteranno e quindi i dividendi per i soci saranno più sostanziosi e ho anche ben compreso in che modo: a scapito dei servizi e dei dipendenti.

Inevitabili cambiamenti

Da ieri la squadra dei potatori sta lavorando alacremente.
Ieri sono state potate le grandi piante, quelle che superavano i quindici metri di altezza e sono state ridotte, per così dire, ai minimi termini di sopravvivenza: la magnolia, il bagolaro e il grande abete rosso. L’altro abete si è dovuto abbatterlo perché era danneggiato da coleotteri che si erano introdotti nel suo tronco infettando il midollo. La copiosità della  fuoriuscita di resina che imbrattava il tronco rendeva visibile il danno. Anche il grande cipresso argentato, abbracciato al bagolaro, si è dovuto abbatterlo, lasciandone tre metri circa perché questo pezzo di tronco è inglobato dal bagolaro.

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A sinistra il grande bagolaro già potato. In primo piano un acero che verrà potato oggi. (mie foto)

Oggi stanno lavorando sulle piante più basse, quelle da frutto e sui cespugli, ne avranno per tutto il giorno e anche domani dovranno tornare per finire e ripulire il tutto. Il camion fa la spola per trasportare tutto il materiale tagliato che non è poco davvero.

Ripenso a sessant’anni fa.
il nostro giardino, alla periferia del paese, era circondato dal nulla. L’orto e il frutteto ci fornivano frutta e verdura per tutto l’anno e le nostre api, che impollinavano le nostre piante da frutto, ci davano il miele che, d’inverno, diventava granuloso. Quante fette di pane burro e miele ho preparato per la mia colazione da ragazza e anche a mia figlia quando era piccola. Mio padre aveva costruito un’arnia con le pareti di vetro chiuse da piccole ante di legno rimovibili. Venivano ogni anno le scolaresche a farsi spiegare la vita delle api.
Il vigneto ci forniva vino e grappa. Per la carne e le uova allevavamo galline, polli, conigli, piccioni e galline faraone. Avevamo interrato una vecchia vasca da bagno per farne un piccolo stagno per le nostre anatre. Perfino un maialetto abbiamo cresciuto un anno.
Mia figlia, da piccola, ha giocato con i nostri animali e anche con i serpentelli innocui che, all’epoca, circolavano nel nostro giardino. Ha raccolto pipistrelli caduti dal loro nido e toporagni capitati per caso, ricci e farfalle, bombi e coleotteri.

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mie foto

 

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mie foto

Mio padre prima e mio marito poi hanno cercato ostinatamente di mantenere questo piccolo polmone verde, hanno sostituito ogni albero morto con un altro, hanno coltivato frutta e verdura in abbondanza da regalare a parenti e amici, era la loro passione.

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Upupa in giardino
mie foto

A poco a poco, intorno al nostro giardino sono sorte molte altre case, si è cementificato tutto quanto era disponibile. A pochi passi ci sono fabbriche e supermercati, villaggi interi, appartamenti e condomini che ora, con la crisi, sono rimasti sfitti.
La cementificazione e l’inquinamento conseguente hanno fatto morire le api, l’acqua delle falde freatiche superficiali a cui attingono i nostri pozzi da irrigazione è inquinata da liquami e idrocarburi prodotti dalle attività agricole intensive e dalle fabbriche. Il terreno fertile superficiale è esausto e ormai inquinato. Le piante sono colpite da malattie fungine e i frutti vengono attaccati dalla cimice asiatica e marciscono prima di maturare. Molti uccelli si sono spostati dalle campagne nei giardini, dove trovano sicurezza e cibo e fanno scempio negli orti e nei frutteti.

Mio padre e mio marito non ci sono più e anche il loro piccolo paradiso non esiste più.

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mie foto pero cotogno abbattuto dal vento

 

Potatura

Lunedì, in un villaggio di poco lontano dal mio, una tromba d’aria ha provocato parecchi danni.
Qui da noi il vento era forte e ha spazzato e sparpagliato tutto ciò che ha trovato sul proprio cammino.

Questa mattina sono iniziati i lavori di potatura nel mio giardino.
Devo ridurre e contenere tutte le piante e i cespugli, prima che il vento ne faccia scempio.

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mie foto

Il clima si è modificato e continuerà a farlo.
Siamo in ritardo di cinquant’anni e i “grandi” della terra se ne sono sempre altamente fregati di questi problemi.
Inutile che io faccia l’elenco di ciò che si poteva fare, di ciò che non è stato fatto, dei danni attuali a livello mondiale, di ciò che sarà il futuro: persone più competenti di me ne hanno già parlato, disquisito, comunicato.
Nel mio piccolo ho sempre cercato di applicare quelle regole di vita che potessero salvaguardare l’ambiente che mi circondava.
Mi sono, però, sempre resa conto che è quasi inutile ciò che noi “piccoli” facciamo, se i “grandi” della terra, che spesso sono tutt’altro che “Grandi”, non obbligano tutte le nazioni a prendere corrette decisioni.
Inoltre, gli interessi commerciali (multinazionali, grande distribuzione, trasporti, produzione) non hanno mai avuto altri interessi se non quelli che possano aumentare i guadagni e noi stessi sprechiamo risorse, per le nostre comodità, molto più del necessario.

Aspetto la pioggia

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mie foto

Il cielo è coperto, plumbeo, continua a scurirsi.
Sono uscita dietro la casa. Sul marciapiede, vicino alla felce, il cadavere di un topolino.
La gazza che si è allontanata, abbandonando la sua preda, mi urla contro con la sua voce sgraziata. Ho spinto il topolino nell’erba, se lo verrà a riprendere più tardi.

Fa freddo.
Ieri sembrava primavera inoltrata: caldo e sole splendente nell’azzurro carico del cielo.
I crochi e le giunchiglie nane sono in piena fioritura, si incominciano a vedere anche i muscari con il loro blu intenso.
Tutte le piante stanno gemmando, presto la fioritura dei pruni selvatici e dei ciliegi, dei prugni, degli albicocchi e dei peschi, richiamerà api e bombi a cibarsi del nettare.
Ho già visto qualche farfalla, non le cavolaie, ma le vanesse, variopinte e scure e le lucertole che si rincorrevano sul vialetto. Oggi sono nascoste in attesa che torni il sole a scaldarle.

Non c’è un alito di vento. Il silenzio è irreale.
Ricordo lo stesso silenzio vissuto in Liguria, prima di due casi di terremoto: cielo e mare avevano lo stesso colore che ha oggi il cielo qui, la stessa sensazione di attesa, di pericolo incombente.
Ma questa nostra, qui, non è terra di terremoti.

Aspetto la pioggia che ristori il terreno arido per la prolungata siccità, che faccia sbocciare il tappeto di viole e margherite, come ogni anno, che renda verde e lucida tutta l’erba inaridita.
Vedrò i merli fare il bagno nelle pozzanghere e le cince cercare gli insetti sulle piante, attente però ai movimenti delle gazze predatrici.
L’abbaiare di un cane in lontananza termina con un lamento monotono.
Aspetto la pioggia…

Gente del mio paese

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Pastello
mie opere

È un uomo di sessant’anni ormai, ma quando lo osservo il termine che mi viene in mente è ragazzo.

Da noi c’è un detto “gha manca nœf eti per fa œn chilo” (gli mancano nove etti per arrivare a un chilo).
Lo si dice per quegli individui il cui cervello non si è sviluppato del tutto, che sono rimasti un po’ bambini, ingenui, incantati, anche se, all’apparenza, sembrano normali.
Ha sempre lavorato e, spesso, non si è nemmeno accorto delle cattiverie altrui.
Vive in un mondo tutto suo e si racconta fiabe nelle quali crede e riesce, a volte, a farle credere anche a chi lo ascolta.
Sua madre, molto anziana e con la quale vive, se lo coccola ancora come quando era un bambino vessato dai compagni di scuola che non capivano questa sua diversità.
Sì, perché, nonostante tutto, lui ha un amore appassionato e smisurato per tutto ciò che è bello, che è arte.
Ogni museo, ogni galleria, diventano un mondo in cui entra, osserva ogni opera, ogni dipinto, penetra nelle opere, ne coglie l’essenza, l’anima, ne vive le emozioni trasmesse, in modo conscio o inconscio, dall’artista che le ha create.
Non sa nulla di storia dell’Arte, di tecniche; parla con gli artisti presenti, ma ha parlato anche con quelli che non ci sono più, li ha visti ha conversato con loro.
Alcuni artisti, che anch’io conosco, mi hanno raccontato di essersi meravigliati per la profondità di giudizio che lui ha avuto di fronte alle loro opere esposte.
È vero, riesce a leggere le opere vedendone l’essenza emotiva, proprio come certi bambini che si incantano di fronte alla meraviglia del bello.

E poi ci sono i suoi sogni, le fiabe notturne che lo colgono nel sonno e che lui riesce a descrivere in modo coinvolgente.
Sogni pieni di fiori, di luci e colori, di animali fantastici, di panorami mozzafiato, di simboli che richiamano alla natura incontaminata, al benessere universale, alla gioia e vorrebbe essere capace di dipingerli per far vedere a tutti quanto potrebbe essere bello e piacevole quel mondo che lui sogna.
Così li racconta a tutti gli artisti che incontra, sperando che, un giorno, qualcuno li possa trasferire su una tela.