Siamo messi bene

 

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mie foto

 

A pochi giorni dalle elezioni, nel marasma di ciò che ci viene propinato dalla televisione nei vari programmi che accolgono i politici a fare ognuno la propria propaganda, spesso denigrando gli avversari e incapaci di spiegarci come e in che modo potrebbero riuscire a realizzare i loro progetti fantasmagorici, pensando a quanto sono confusa e incerta in questo particolare momento storico, nel quale sembrerebbe che la politica sia diventata una farsa da baraccone, mi sono imbattuta in un articolo di Francesco Costa che esprime, esattamente e più chiaramente, ciò che penso anch’io.

http://www.francescocosta.net/2018/02/19/guardiamoci-negli-occhi/

Leggetelo e ditemi se non ha ragione.

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sempre…

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china acquerellata
mie opere

 

Sempre, non hanno i miei versi rime
né, sempre, sonetti sono i miei scritti.
Non sempre i miei giorni sono poemi
né, sempre, il sole m’illumina il volto.
Nei giorni di pioggia
che sento all’interno
dell’animo spento
mi sforzo di agire
e annullo il pensiero,
mi chiudo all’ascolto,
non cerco risposte,
non voglio sapere:
lo spirito dorme,
la mente è silente
e l’animo tace.

a volte…

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grafite su carta
mie opere

 

Ci sono, a volte, dietro porte chiuse, dietro finestre velate, miserie nascoste, taciute, pudori, occhi abbassati, cassetti con vecchi ricordi senza valore, armadi ripieni di abiti vecchi da più di trent’anni.

Ci sono tavole senza tovaglia, con piatti sbrecciati lavati con cura e vecchi bicchieri spaiati.
Sul fuoco una piccola pentola bolle, il vapore si spande. Il latte la sera col pane raffermo.

Perché la vecchiezza, a volte, è anche malata, non solo nel corpo.
Perché la vecchiezza, a volte, non ha più risorse e vive soltanto del tempo che fu.

Incubo

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Immagine presa dal web

 

Sono iniziati i giochi olimpici invernali nella Corea del Sud con la partecipazione della Corea del Nord e la “storica” stretta di mano dei due capi di stato nemici-fraterni. Se ricordo bene sono nemici da almeno settant’anni le due Coree e sembra che tutti, o quasi, siano felici di questo “disgelo”.

Questa notte io ho avuto un incubo.
Ho sognato che le due Coree si sono pacificate e riunite in un unico stato, sotto l’egida di Kim Jong-Un, con il beneplacito di Russia e Cina, formando una potenza con l’esercito della Corea del Nord, che è il quinto per potenza al mondo e l’impero commerciale della Corea del Sud, che è fra i più importanti, non solo in Asia, ma nel mondo intero.

Il mio incubo si riferiva all’Europa (schiacciata fra le idee balzane di Trump e la eventuale potenza sviluppata dall’asse Cina-Russia-Corea) incapace di darsi quel colpo di reni necessario a uscire dalla crisi, causata da amministratori e politici di limitata capacità di discernimento e di buon senso, dal comportamento stolido e menomati nelle facoltà mentali e psichiche, soprattutto nella nostra povera Italia.

 

Memoria corta

 

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mie foto

La Polonia in questi giorni ha varato una legge negazionista: sarà vietato attribuire alla Polonia la responsabilità di ciò che avvenne nei lager tedeschi di sterminio sul suo territorio.

E’ probabile che gli attuali politici polacchi siano nati tutti solo dopo gli anni cinquanta e leggano anche poco e, sicuramente, difettino di memoria storica.

La Polonia ha dimenticato i progrom antisemiti che, tenendo presente soltanto il secolo scorso e lasciando perdere il passato meno recente, il suo popolo ha perpetrato dal 1919 al 1945.

Soprattutto ha dimenticato il pogrom di Kielce avvenuto il 4 luglio del 1946 e i tedeschi, lì, non c’erano più, in quella cara, vecchia, cattolica Polonia.

Credo che sarebbe opportuno inviare ai governanti polacchi un bel po’ di copie del libro di Ringelblum per sollecitare la loro memoria sopita.

 

Francoforte sul Meno

Ieri sera ho visto il film “Il labirinto del silenzio”, ambientato a Frankfurt am Main nel 1958.
E’ stato inevitabile che parecchi ricordi mi tornassero alla mente.

Era il febbraio del 1979 e mi trovavo a Francoforte proveniente da Bruxelles dove avevo trascorso una settimana alla visita del Museo Reale delle Belle Arti, della stupenda cattedrale gotica dedicata a San Michele e, soprattutto, del grandioso Museo del Congo Belga di Tervueren.

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Roemerberg
Frankfurt am Main
Wikipedia

A Francoforte c’ero arrivata, attirata dalla grande mostra antologica di Courbet messa a confronto con le opere di alcuni pittori tedeschi della seconda metà dell’Ottocento, influenzati da questo grande pittore francese.
Inoltre avevo pianificato di visitare la Goethe-Haus, casa natale del grande poeta e prosatore tedesco e il museo dedicato a Heinrich Hoffmann che aveva creato lo Struwwelpeter, il Pierino Porcospino del quale la mia bisnonna mi aveva recitato le filastrocche quando ero bambina.

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Pierino Porcospino di H. Hoffmann
immagine presa dal web

Ero nello Staedelsches Kunstintitut Staedische Galerie della città, che ospitava la mostra di Courbet, che ormai avevo già visto e continuavo la visita, durata parecchi giorni, per ammirare anche le collezioni permanenti, quando mi trovai, per caso e senza averne avuto sentore, in una parte del museo che riguardava il ghetto ebraico della città e che ora è stato trasferito nel Museo della cultura ebraica inaugurato nel 1982.
Avevo già visto a Verona, a Mantova, a Sabbioneta, a Venezia, alcune zone che erano state adibite, riservate, nei secoli, agli Ebrei e avevo avuto modo di visitare alcune Sinagoghe.
In quella sala c’erano molte stampe, fotografie, reperti che narravano di quanto fosse successo nel passato e anche nell’ultima guerra.
Mentre osservavo le foto, entrò una scolaresca di ragazzini e ragazzine, forse di dodici, tredici anni, con i loro insegnanti. Molto composti e ordinati, osservavano l’ambiente e ascoltavano quanto detto dai loro accompagnatori e mi accodai anch’io, inosservata anche perché, data la mia statura, sembravo quasi una loro coetanea.
Alcuni ragazzini fecero delle domande e l’imbarazzo degli adulti era tangibile.
Una delle ovvie domande fu:”Perché i nostri nonni, i nostri genitori, permisero tutto questo?”

Era una domanda che anch’io mi ero posta tante volte, sentirla da quei ragazzini che sembravano essere, per la prima volta, davanti a quella vicenda e vedere l’imbarazzo degli adulti, mi obbligò a intervenire.
La risposta era abbastanza semplice, bastava riflettere:

“Se voi ed io, fossimo nati dopo la Prima Guerra Mondiale, fossimo stati educati in famiglia e a scuola nelle idee di quell’epoca, credendo che ciò che ci veniva insegnato fosse giusto, quanti di noi si sarebbero opposti? Probabilmente ci saremmo adeguati a quanto accadeva, per convenienza, per paura, per incapacità, per indifferenza, per ignoranza. E’ facile giudicare i fatti a posteriori, bisogna esserci dentro, viverli in contemporanea per vedere di che pasta siamo fatti, se vigliacchi o coraggiosi, se giusti o ingiusti, se capaci o incapaci.”

Nessuno di quei ragazzini pose, però, la domanda che io mi facevo da tanti anni: “Perché gli Ebrei non hanno reagito? Perché si sono lasciati massacrare?” E la risposta era pur sempre ovvia: non esiste la razza ebraica.  L’ebraismo è una religione e la gente ebraica era tedesca, italiana, francese, russa eccetera. Erano uomini che avevano combattuto nella prima guerra mondiale per il proprio paese, erano nati e vissuti nel proprio paese, ne avevano la cittadinanza, contribuivano all’economia dello stato. Nessuno poteva immaginare che ciò che era capitato a questa gente, fin dai lontani tempi di Antioco primo e proseguendo nei secoli ogni qualvolta che un governo desiderava incamerare i beni di qualcuno per rimpinguare le proprie casse, potesse capitare anche in epoca così moderna.
Ma visto che, spesso, dietro ai genocidi come quelli degli Armeni, dei Curdi e di altri popoli nel passato e nel presente, ci sono interessi che vanno al di là delle ideologie, si è sempre trovato qualcuno disposto ad avallare, compiere, distogliere lo sguardo, restare indifferente, approfittare o fingere di non sapere.

Proprio ora, mi è tornato in mente anche un episodio accaduto quando mia figlia era piccola.
Fin da bambina, nell’Istituto dove ero vissuta, le suore parlavano degli Ebrei come dei deicidi, uccisori di Cristo. A me pareva che fosse un controsenso. Se lo avessero ucciso gli Ebrei, sarebbe stato lapidato e non crocifisso come era d’uso fra i Romani e se Pilato si fosse rifiutato di condannarlo, nessuno avrebbe potuto ucciderlo impunemente.
Papa Wojtyla cercò di cambiare la mentalità antisemita con una catechesi più moderna e illuminata e in quei giorni una delle suore della scuola materna frequentata da mia figlia, affermò che il Papa aveva sbagliato ad affermare che gli Ebrei erano nostri fratelli.
A me tornarono alla memoria le mie perplessità di quando ero bambina e le chiesi: “Scusi, se non ricordo male, quel povero Cristo sulla croce disse <Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno> e si riferiva a tutta l’umanità, se non erro. Lei crede davvero di essere migliore di quel Cristo?”

C’è da dire, comunque, che negli anni Settanta, quando io andavo regolarmente in Germania almeno una volta l’anno, i Tedeschi sentivano ancora preponderante il peso della perdita della guerra e di ciò che era successo a partire dalle leggi razziali. C’era ancora, in quegli anni, l’occupazione degli eserciti alleati che si erano divisi la Germania in zone e la gente, soprattutto i giovani della mia età nati nel dopoguerra, queste truppe le sopportavano male.
In una città come Karlsruhe, Inglesi, Francesi e Americani, avevano ognuno le proprie caserme e i propri rioni abitati dai familiari degli occupanti. Il tutto pagato dalle tasse dei Tedeschi ai quali non era permesso armare un esercito e anche i corpi di Polizia erano, bene o male, sotto controllo degli alleati.
I tedeschi che avevano venti, trent’anni più di me si vergognavano di quanto era successo in passato e non accettavano di affrontare l’argomento. I giovani volevano che gli alleati se ne andassero, anche se proprio l’aiuto che gli alleati avevano dato permise la ricostruzione della Germania, ovviamente non gratuita, perché, dopo ogni guerra, gli speculatori ci sono sempre.