Stanze

 

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Calicanto
mie foto

Vago
nelle stanze vuote.
Il silenzio avvolge
i miei pensieri.
Non odo
ciò che fuori accade,
ascolto solo
il mio respiro.
Attendo
un nuovo incanto.

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Aprendo il giornale

Dal nostro quotidiano provinciale, oggi:

-Truffa: assegni INPS a falsi disoccupati
-Razzia lampo: in tre minuti via con sei moto
-Bimbe lasciate in auto ingeriscono coca
-Chiatta sul fondo del lago: a rischio le tubature fognarie
-Rifugiati politici spacciano in stazione: dodici in manette
-Ludopatie in aumento
-Furti in casa
-Ladri in Oratorio
-Nuovi tentativi di furti nelle abitazioni
-Rifugiato occupa abusivamente stabile comunale e spaccia droga
-2500 persone senza medico di base
-Rubato defibrillatore alla palestra comunale
-Allarme ambiente: il cementificio brucerà i combustibili derivati dai rifiuti
-Tagli alle scuole
-Commercianti delusi: non c’è ripresa.

Ho smesso di leggere il giornale.

Ho spento la TV.

Vado a giocare con le bambole.

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Casa di bambola
mie opere

 

 

Coincidenze

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foto presa dal web

 

Era il 1967.
Mi ero appena guadagnata l’ultimo diploma e la scuola mi offrì di andare a lavorare come guida turistica all’Isola d’Elba, oppure di fare un tirocinio, come aiuto segretaria, in un grande albergo in una località del magnifico lago che si trova a pochi chilometri dal nostro paesello.
Pensai alla mia famiglia, che aveva bisogno anche dei pochi soldini che potevo guadagnare e optai per l’albergo nel quale avrei avuto meno spese e fu così che iniziò anche la mia carriera.

Ho scoperto in questi giorni che quel grande albergo è stato trasformato in una casa di cura convenzionata, affiancata ad un’altra struttura gemella già esistente nella zona.

Ironia della sorte, l’albergo in cui avevo lavorato tanti anni fa, ma nel quale non avremmo mai potuto permetterci di trascorrere una vacanza, accoglie ora i malati che devono fare riabilitazione, come mio marito che vi dovrà trascorrere un po’ di tempo, lì, o nella struttura gemella, dopo che i medici l’hanno ripreso per il così detto “rotto della cuffia”.

Tanto tempo fa

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stampa calcografica
incisione a puntasecca su rame
mie opere

I ricordi sono una cosa strana. Ti colgono all’improvviso quando meno te lo aspetti.
Questa mattina, rovistando in un cassetto, ho trovato un quadrato di stoffa biancastra, tessuto ancora nuovo di cotone e canapa, come si usava tanti anni fa per lenzuola, asciugamani e biancheria intima, nelle classi più povere, perché indistruttibile.

Di quella tela erano fatte le lunghe e grandi camicie che usavamo, in Istituto, quando facevamo il bagno.
Fare il bagno era un rito vero e proprio. Vi si accedeva massimo due volte al mese, per il resto ci si lavava a pezzi, senza mai spogliarsi del tutto.
Per il bagno dovevamo indossare delle camicione pesanti, di quella tela ruvida, lunghe fino ai piedi, con due spacchi laterali all’altezza dei fianchi, nei quali infilare mani e avambracci per lavarci anche sotto alla camicia.
La camicia, bagnandosi, diventava pesante e oppressiva, ti ci sentivi impaniata, in trappola.
Le porte sempre aperte per permettere alla suora inserviente di entrare a controllare e a lavare la schiena. Ovviamente, sapone di Marsiglia.
Le vasche erano grandi, per me quasi un incubo.
Lo fu, un incubo, anche per la suora che mi trovò sott’acqua e mi tirò fuori mentre, cercando di respirare, sputavo anche l’anima.
Quello che la suora non seppe mai era che il mio gesto era stato voluto, pensato e prodotto ad arte.
Non certo per ammazzarmi, che proprio non ci pensavo, ma per convincerla che fare il bagno in quel modo per me fosse davvero pericoloso, perciò, da allora, mi fu concesso di fare la doccia.
Sotto la doccia, la suora non poteva entrare, si sarebbe bagnata tutta.
Per dimostrare che avevo tenuto addosso la camiciona, dovevo riconsegnarla bagnata e non era difficile farlo, mettendomela sotto ai piedi mentre mi lavavo finalmente libera da intralci e anche libera di osservare il mio corpo che mutava crescendo e non riuscivo a capire che cosa ci fosse di peccaminoso in quella naturale nudità.

4 Novembre

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Immagine presa dal Web

99 anni dall’Unità d’Italia, dalla fine della Prima Guerra Mondiale.

Mio nonno materno era uno dei ragazzi del ’99, fiero della sua medaglia di Cavaliere di Vittorio Veneto. Fu uno di quei soldatini giovanissimi chiamati alla guerra come ultimo compartimento, poi, per fortuna, la guerra finì.
Quando parlava di quei pochi mesi passati sul Piave, dei compagni morti, dei mutilati, ancora si commuoveva dopo tanti anni.

Mio marito è andato alla sfilata che si fa in paese per questa commemorazione, la prima domenica dopo il 4 Novembre, oggi, appunto.
Rappresenta la sua Arma, con basco, gagliardetto e labaro, come si conviene, orgoglioso di aver fatto il militare nel Savoia Cavalleria, truppe corazzate (Carristi)
Quando suonano l’Inno di Mameli, a queste commemorazioni, ancora si mette sull’attenti.

Noi apparteniamo a quella generazione nata in tempo di guerra, l’ultima guerra, o subito dopo.
Alle elementari cantavamo l’Inno di Mameli prima delle lezioni.
Nelle ore di musica imparavamo i pezzi d’opera del Verdi: O Signor che dal tetto natio, Va pensiero sull’ali dorate.
Anche La leggenda del Piave di E.A.Mario, cantavamo e molti canti degli Alpini.
L’epopea del Risorgimento la studiavamo con passione, con entusiasmo, Garibaldi, Mazzini, Cavour, i Fratelli Bandiera, Carlo Pisacane, le poesie del Carducci, del Giusti, di Antonio Fogazzaro, le declamavamo a memoria.

Ci veniva insegnato l’amore per la nostra Patria, che era la nostra casa comune, per l’unione della quale molti erano morti.
La Patria che ci rendeva fratelli, tutti, anche se provenienti da staterelli diversi.
Quella Patria che dovevamo rispettare, onorare, proteggere.
Quello Stivale tricolore, unico al mondo nella sua forma e nella sua sostanza, che aveva una natura così varia, così magnifica, così unica.

Quando viaggiavo all’estero, parlando idiomi che non erano il mio, riconoscevo subito, dall’accento, i miei conterranei, anche se non erano della mia regione, non importava, erano della mia Terra, della mia Patria.

Ho l’impressione che oggi si stia perdendo questo sentimento di unione, di conterraneità, di appartenenza.
Mia figlia, a scuola, ha appreso poco di quel Risorgimento che ci fece Italiani, del resto non le parlarono neppure molto della storia dell’antica Roma e sorvolarono sugli Etruschi, come se non fosse più importante conoscere le radici del nostro popolo.
E’ probabile che le nuove generazioni, anche fra i nostri politici un po’ improvvisati per la verità anche se grandi parlatori, non siano più consapevoli di ciò che siamo, o che dovremmo essere, come popolo.
Questi politici che sembra abbiano dimenticato, o mai saputo, ciò che è una Patria, un suolo calpestato da antenati, bagnato dal sangue di molti che l’ hanno voluta unita e dal sangue e sudore di chi ha lavorato per costruirla e renderla bella.
Nell’era della comunicazione e dell’immagine, nella corsa al modernismo e al globalismo, stiamo dimenticando chi siamo e questi politici danno un’esempio deleterio alle giovani generazioni, non tenendo conto che è dal “capo” che deve partire il buon esempio per tutto il “corpo”.