La barca de San Piero

La notte del 28 giugno, la nonna prendeva un fiasco senza paglia, lo riempiva di acqua fresca, vi faceva scivolare, con cautela, l’albume di un uovo, poi lo poneva nel prato davanti a casa, in mezzo all’erba perché prendesse la rugiada del mattino (Giove pluvio permettendo).

La mattina del 29, festa dei santi Pietro e Paolo, nel fiasco si era formata la barca di San Pietro. Da come si presentava la struttura generata dall’albume, i nostri vecchi traevano auspici per il raccolto.

Ho voluto rinnovare questa antica tradizione contadina. Non avendo un fiasco ho usato un grande barattolo di vetro, che, essendo largo e piatto, ha favorito una struttura diversa dalla solita barca con vela triangolare. Questa volta ho un piccolo veliero pirata con tre alberi, le vele ammainate e una nuvoletta a forma di angioletto che vola di traverso.
Quale sarà il responso?

La barca de San Piero

La barca de San Piero
mie foto

Per chi volesse saperne di più:
https://it.wikipedia.org/wiki/Barca_di_San_Pietro

Il mare

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Aurora sul mare
acquerello
mie opere

 

Sarà che fa caldo,
sarà che da vecchi si soffre di nostalgia,
sarà che a volte i ricordi premono impellenti in giornate come questa,
sarà che questa mattina ho voglia di una nuotata in un mare colorato e luminoso,
sarà che ho voglia di allegria, di serenità, di pace,
sarà che…

Spazzola – il nostro criceto

Spazzola è entrato in casa nostra, per il gaudio di mia figlia, un anno fa.

https://undentedileone.wordpress.com/2016/11/09/vita-da-criceto/

Ho pensato di farne un nuovo post, perché ora, Spazzola ha raggiunto quella che per un criceto è considerata “la mezza età”.

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Dorme sempre nel suo nido di segatura, ma in estate non si copre tutto, mentre in inverno ci si seppelliva dentro.

 

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Si sveglia di giorno solo in caso di rumori molesti, come il rumore delle tapparelle che vengono alzate o suoni strani

 

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Mangia mentre dorme, raramente apre gli occhi. Adora la carne cruda, ma non gliela diamo spesso, per non ledere alla sua salute.

 

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La sua goduria è al massimo quando riesce ad entrare in un contenitore di cibo, così può scegliere ciò che preferisce.

 

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Ama la frutta fresca, adora le ciliegie.

 

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Se potesse, fuggirebbe dalla gabbia ogni volta che trova una delle porte aperta, ma ha paura del vuoto.

 

Le foto le ha fatte mia figlia, a cui Spazzola appartiene.

Uccelletto

Stamane sono stata svegliata da un cinguettio, anzi un pigolio insistente:
un uccellino, forse un Luì piccolo, su un ramo fuori dalla finestra e mi è tornata in mente una poesia di Arturo Graf, studiata tanti e tanti anni fa.

 

 Uccelletto

 In cima a un’antica pianta
nel roseo ciel del mattino,
un uccelletto piccino
(oh, come piccino!) canta.
Canta? Non canta: cinguetta.
Povera, piccola gola,
ha in tutto una nota sola,
e quella ancora imperfetta.
Perché cinguetta? Che cosa
lo fa parer sì giulivo?
S’allegra d’esser vivo
in quella luce di rosa.

Luì piccolo

immagine dal libro
“Uccelli dei giardini”
di John Wright

 

Vecchiaia

vecchietto arzillo

foto presa dal web

 

Da un paio di giorni sono entrata nel mio settantesimo anno di età che si compirà fra un anno.
I miei nonni materni a questa età non c’erano neanche arrivati, perciò io me la godo finché posso.

Riconosco che noi vecchi siamo un’entità piuttosto scomoda, difficile da sistemare e da gestire:
– riempiamo gli ospedali con patologie ormai croniche e inguaribili, ma curabili, con il sommo gaudio di tutte le case farmaceutiche mondiali
– attraversiamo la strada lentamente provocando la rabbia degli automobilisti, che sono spesso tentati di metterci sotto non appena possibile
– d’estate non si sa bene dove posteggiarci quando i nostri cari desiderano andare in vacanza, a meno che non ci abbiano già relegato in una casa di riposo, le RSA così vicine ai R.I.P.
– non siamo sempre saggi, piacevoli, accomodanti
– spesso, non comprendendo a pieno i cambiamenti del mondo che ci circonda, ci sentiamo inviperiti, arrabbiati, incavolati, perciò veniamo considerati degli emeriti rincoglioniti
– abbiamo la necessità di comunicare, di non ritrovarci sempre tra di noi, vecchi bacucchi, ma abbiamo la pretesa di frequentare chi è più giovane, per parlare, dire la nostra, contestare a volte, vogliamo essere considerati, apprezzati per quello che abbiamo fatto prima di diventare vecchi, magari sentiamo anche l’esigenza di dover tramandare ad altri le cose che abbiamo imparato, perché certi valori, certe attività non vadano perdute.

C’è anche chi approfitta del nostro stato per tentare di intrupparci in associazioni, organizzazioni, che hanno il compito di portarci in giro in gruppi più o meno numerosi, a vedere balletti, mostre, viaggi culturali, sempre rigorosamente vietati ai minori di 60 anni, più che stanchevoli, nella speranza, forse, di perderci per strada o di dimezzare il nostro numero causa malori vari.
Ci portano a svernare in qualche Riviera, al mare o al lago, nei tempi morti del turismo.
Una mia cugina, vicina agli ottanta, mi ha confessato che lei, a Ischia, non ci va più: c’erano troppi vecchi, laggiù.

Alcune amministrazioni comunali approfittano della voglia che i vecchi hanno di non stare solo fra di loro, per usarci a dirigere il traffico fuori dalle scuole, per pattugliare alcune contrade a rischio, per altri lavoretti più o meno utili che diano, a noi vecchi, la sensazione di essere ancora utili alla società.
Questa nostra società nella quale sembra che i vecchi siano solo ingombranti e fuori luogo, tranne che al Senato o al Quirinale. In questi due luoghi ci si arriva solo se si è veramente decrepiti, allora si è rispettati, sempre che chi arriva su quelle poltrone, abbia la compiacenza di esserne grato, di sorridere e di tacere, perché, se invece  qualcuno desidera dire la propria, allora, apriti cielo, lo si tratta da rimbambito.

Un mio carissimo amico, di qualche anno più vecchio di me, affetto da un parkinson devastante, non può più andare per le vie del borgo natio: viene costantemente deriso e vituperato da giovinastri che non hanno coscienza di ciò che fanno e non hanno la consapevolezza che, se non si schianteranno contro un muro in un sabato notte come succede a tanti dalle nostre parti, prima o poi vecchi lo diventeranno anche loro e saranno gli amici dei loro nipoti a prenderli per i fondelli.

70 quindi.
Ricordo quegli anni 70 del secolo scorso, quando eravamo tutti hippies, figli dei fiori, con i capelli lunghi, i piedi scalzi, le lunghe gonne a fiori, svolazzanti e leggere, venti chili di meno e tanta voglia di correre.
Quasi, quasi, mi faccio un bel camicione a fiori, mi metto un nastro dorato fra i capelli e vado a danzare nel prato davanti casa: 70 e oltre!

 

Al supermercato

 

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foto presa dal web

Domenica mattina.
Il supermercato in fondo alla via apre alle 8.30. Mi ci fiondo veloce, fa ancora fresco e di sicuro c’è poca gente.
Riempio in fretta il carrello, se rientro subito faccio in tempo a infornare il pollo con le patate, insalata, cetrioli e rapanelli li ho nell’orto e il pranzo è presto fatto.

Arrivo alla cassa, davanti a me c’è una signora della mia età, più o meno, ha un cartoccio dal banco salumi, del pane, ha dimenticato a casa gli occhiali e la cassiera la sta aiutando, frugando nel suo portamonete alla ricerca di spiccioli.

Dietro ho un signore di mezza età dallo sguardo triste, ha in mano due confezioni di gelato, le dita rattrappite, le falangi violacee. Gli sorrido e lo invito ad andare alla cassa prima di me, altrimenti il gelato gli si squaglia, penso. Lui sembra non capire, insisto, così si fa avanti, mentre io incomincio a posizionare la mia merce sul nastro trasportatore. Mi ringrazia, paga e se ne va, sempre con il suo sorriso mesto.

Prima che la cassiera incominci a passare i miei articoli, un tizio abbastanza giovane, in calzoncini, canotta e infradito, mi chiede se può passare anche lui: ha in mano tre bottiglie di birra. Lo lascio passare, paga e si ferma in fondo alla cassa con le sue bottiglie in mano. Mi guarda con occhi un po’ spiritati e sorride mostrando una chiostra di denti da far invidia a un coccodrillo:
“Ma siete tutti di…..?” nomina il mio paesello. Io mi giro e guardo il supermercato: a parte i commessi sembra non esserci più nessuno, forse ci sono due o tre clienti spersi fra le corsie, ma sembrano invisibili.
La cassiera ed io ci guardiamo perplesse, devo avere un grande punto interrogativo stampato sulla faccia, perché lui prosegue: “Io sono di…” e nomina un paese a una quarantina di chilometri da qui, “vengo qui solo a morose”, continua a sorridere e esce con le sue bottiglie in mano.

Me lo dice sempre mia figlia che io me le vado a cercare le persone strane, come quel signore che mi aveva bloccato davanti al banco verdure chiedendomi se gli indicavo quale fosse la “verza”,come se si trattasse di merce esotica e semisconosciuta e che mi raccontò, in dieci minuti, gli ultimi cinquantanni della sua vita, oppure quella signora che mi chiese di aiutarla a trovare i biscotti dei quali non ricordava il nome, il colore della confezione e neppure la forma che avevano, ma che le piacevano tanto. C’è anche una commessa che, ricordando il mestiere che facevo prima di sposarmi, cerca sempre di fare conversazione in tedesco con me, così per fare esercizio, con la gente che ci guarda come se fossimo degli alieni.
Bah, dev’essere la mia bassa statura, la mia placida rotondità, il mio incedere tranquillo e, soprattutto, il mio vacuo sguardo miope che incutono fiducia nel mio prossimo e anche quell’educazione ricevuta da bambina che, ancora oggi, mi impedisce di essere sgarbata anche con le persone più strane che incontro.

 

Notte d’inizio estate

Danza di peonie sul mare di notte

Acquerello
mie opere

 

Azzurro l’alito fresco, lieve
come il respiro d’un bimbo
che dorme sereno.
Uno zefiro arcano, incantato,
avvolge la notte silente.
Tenue un barlume di luna
si specchia sull’onda tranquilla.
Volteggiano ninfe fatate
nell’aria che, immota, riporta
lontani brandelli di vita,
ricordi scordati, sbiaditi,
svaniti nel tempo passato,
rimpianti confusi, annebbiati,
di giorni felici, trascorsi,
che tornano, a volte,
nel magico vento d’estate.