La signora R…

 

 

https://undentedileone.files.wordpress.com/2017/09/dama-del-pisanello.jpg

Omaggio a Pisanello
olio su tavola
mie opere

La signora R…  era vedova, anziana e abitava da sola in un appartamento a pian terreno di uno stabile a pochi metri da casa nostra.
Era alta come mia madre ma più anziana e, fra loro, era nata un’amicizia delicata, prolungata nel tempo, che aveva il sapore di un rapporto quasi da madre a figlia.

La signora R… era discreta, dotata di una gentilezza un po’ schiva, quasi timida, aveva l’eleganza semplice ed innata che hanno, a volte, certe nostre contadine di antico stampo.
Rimasta vedova si era occupata del figlio e della sua famiglia che abitavano a pochi passi da lei, poi, a poco a poco si era dovuta ritirare da molte incombenze a causa dell’età e di vari acciacchi che capitano nella vecchiaia.

Durante le estati, la signora R… veniva invitata da mia madre, due, tre volte la settimana, a trascorrere qualche ora nel nostro giardino, all’ombra del grosso cespuglio di lauro ceraso ed era un piacere sentirle conversare fra loro, mentre gustavano un gelato o sorbivano una bibita.
A volte, quasi senza accorgermene, mi veniva istintivo chiamarla “nonna R…”, pur continuando a darle del “Lei” e lei sorrideva, un sorriso caldo, dolce che illuminava i suoi occhi grigio chiaro tendenti all’azzurro, il volto dai lineamenti delicati e sottili e i capelli candidi raccolti sulla nuca.

Quando mia madre andava in paese per qualche incombenza passava sempre dalla signora R… chiedendole se avesse bisogno di qualche cosa e aveva abituato anche me a comportarmi in questo modo. Di solito chiedeva che le portassimo poche cose, delle uova, una scatoletta di tonno della tal marca, una bottiglia di latte, un paio di fette di fegato di vitello dal tal macellaio “ma che sia tenero, mi raccomando”, precisava sempre, quasi scusandosi. Al ritorno, consegnate le merci richieste, pagava il dovuto e offriva sempre un caffè “di quello buono”, fatto con la moka.
Quando mi sposai mi regalò una cornice per mettervi una foto mia e di mio marito e, da quel giorno, ogni anno che seguì, al mattino del giorno del nostro anniversario, la sua telefonata era la prima ad augurarmi una vita serena con il mio compagno.

Quando nacque mia figlia, incominciò a regalarle, per Natale, delle piccole bambole che stavano nel palmo di una mano, fatte all’uncinetto, a maglia, oppure con le brattee secche del mais, come facevano le nostre nonne quando io ero piccola.
A Pasqua, avevo l’abitudine di dipingere le uova sode che venivano poste davanti ai commensali come augurio. Ne dipingevo sempre qualcuna in più per gli eventuali visitatori e ne portavo sempre uno, il sabato di Pasqua, alla signora R… Lei non lo mangiava, li conservava tutti in una vetrinetta dentro alle tazzine da caffè. L’interno dell’uovo si asciugava, si atrofizzava e, quando lo si prendeva in mano, scuotendolo, suonava come se ci fosse stato dentro un sassolino.
Un anno, ci andò mia madre a portarle l’uovo e i nostri auguri e la trovò in lacrime: i suoi parenti erano partiti tutti per una vacanza all’estero e lei non sopportava l’idea di passare la Pasqua da sola.

La domenica mattina andammo a prenderla. Avevo ospiti, oltre che i miei genitori, anche mio fratello con la sua famiglia. C’era posto anche per la signora R…, intimidita in un primo momento, poi si rilassò e ci raccontò molte cose della sua gioventù. Fu come se a quella tavola ci fossero anche i miei nonni, morti da molti anni.

Dalla finestra della cucina di casa mia vedevo la finestra della sua camera da letto. Con il tempo prendemmo un’abitudine: quando andava a dormire, era sempre alla stessa ora, minuto più, minuto meno, accendeva e spegneva la luce della camera un paio di volte, prima di chiudere le ante e io ricambiavo spegnendo e accendendo la luce di una torcia dalla mia finestra, come ad augurale la buona notte. Al mattino, se dopo una certa ora, le ante della camera non erano aperte, si andava a vedere che cosa fosse successo. Con l’avanzare degli anni ci chiedeva di assisterla mentre faceva la doccia, per paura di scivolare, di farsi del male.

L’ultimo settembre della sua vita, fui io la prima ad accorgermi della sua malattia, c’erano segni evidenti e ne avvertiti mia madre, perché si preparasse.
Alla fine di settembre fu ricoverata, non arrivò a Natale.
Aveva donato a mia madre, molti anni prima, un piccolo e grazioso oggetto di porcellana che il marito le aveva regalato per le nozze. Dopo la morte di mia madre, lo consegnai a sua nipote: era un oggetto di famiglia, era giusto lo conservasse lei.

La casa della signora R… è vuota da anni. Ogni tanto qualcuno passa ad aprire le finestre per cambiare aria agli ambienti e a me capita di fermarmi lì, a guardare quella finestra, come ad aspettare che la signora R… si affacci, mi sorrida e mi faccia un cenno di saluto con la mano.

 

 

Annunci

12 pensieri su “La signora R…

  1. c’è molta tenerezza e un po’ di nostalgia nel pensare a questi rapporti interpersonali che stanno velocemente e tristemente scomparendo. Ora capita che non si conosce neppure il viso di tutti i condomini della stessa scala e a risposta dei saluti si sentono grugniti…e non è solo questione di “fretta”..

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...