La Memoria – Giovanni Piubello

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Giovanni Piubello
foto presa dal web

 

Fra il 1964 e il 1981, nei periodi liberi dallo studio prima e dal lavoro poi, tornavo spesso a trovare la nonna Diva, nel mio paese natale. Mi fermavo da lei per qualche giorno e trovavo sempre modo di fare anche qualche scappata in città, a Mantova, approfittando di un passaggio di qualcuno che andava a lavorare in città, oppure per mezzo dell’autobus.

Andavo a trovare qualche parente, bighellonavo in giro come “un siòr da bén”, cioè un Signore che ha tempo di andarsene in giro a piedi senza nulla di importante da fare. Mi concedevo dei pranzi “Al Ducale”, oppure “Al Trovatore”, visitavo qualche Palazzo, qualche galleria d’arte, le Chiese e sempre, c’era la tappa sotto i portici di Piazza delle Erbe, proprio a pochi passi, allora, dall’Azienda di Soggiorno, alla bancarella di Giovanni Piubello.

Era una bancarella lunga e alla sera si poteva chiudere con un lucchetto. Ogni anno la trovavo sempre lì, sotto ai portici, immutata nel tempo, ci si trovavano libri nuovi, usati, riviste e fumetti anche usati, qualche acquerello di Bellini, di Antonio Bellini intendo, e poi c’era lui, Giovanni, il Signor Giovanni, come lo chiamavo io, Gioàn, come lo chiamavano gli altri.

Giovanni Piubello era uno spilungone alto e magro, aveva l’età che avrebbe avuto mio padre se fosse vissuto, infatti erano nati entrambi nel 1921. I baffetti alla Clark Gable, la sigaretta sempre in bocca, gli occhiali classici con montatura nera un po’ quadrata, come quelli che avevo io e che oggi la Ray Ban chiama vintage, spesso aveva in testa un cappello tipo Borsalino, fronte alta, capelli brizzolati, sorriso sempre un po’ sardonico.

La prima volta che lo incontrai, mentre frugavo tra la sua merce, alla ricerca di qualche Topolino usato e di qualche titolo che potesse completare le opere degli autori che già possedevo, restò a fissarmi per un po’ e mi chiese come mi chiamavo. Glielo dissi, allora mi chiese se fossi la figlia di Zeno. Annui un po’ perplessa e gli chiesi come avesse conosciuto mio padre. Me lo raccontò, mi raccontò alcune cose che io non avevo mai saputo ma che poi mia nonna confermò. Poi prese un piccolo libro dalla sua bancarella, lo aprì, lo firmò e me lo regalò.
Scoprii allora che Giovanni era uno scrittore, che aveva scritto numerosi libri e libretti, aveva collaborato con la stampa locale, aveva pubblicato e stampato in proprio una rivista letteraria che si chiamava La bancarella e collaborato al periodico Il portico, che il suo libro Matti beati era stato pubblicato da Rizzoli, premiato, tradotto in diverse lingue e riprodotto nelle antologie della Russia e di altre nazioni, anche se da noi era ancora sconosciuto.
Continuò a scrivere fino alla fine e a pubblicare in proprio, tutta una serie di libretti dalla copertina bianca, decorata in bianco e nero da artisti amici, volumetti modesti ma eleganti, nelle Edizioni della Bancarella, che vendeva a mille, duemila lire.
Ogni anno, quando tornavo a Mantova, andavo a trovarlo e ci divertivamo a parlare di libri e di scrittori, di mio padre e della gente che passava e si fermava ad attaccare “bottone”, di vini e di “gobbi”, di arte e di politica.
Giovanni era selvatico e caustico con i rompiscatole; gentile e affabile con i deboli o con chi gli era simpatico, burbero con i ragazzini che cercavano di fregargli di nascosto qualche fumetto usato, a chi lo comperava diceva sempre che se lo avesse riportato glielo avrebbe scontato sull’acquisto seguente.
Era un personaggio diverso da tutti gli altri, con una rustica timidezza che lo rendeva schivo e solitario, viveva da solo, con il suo gatto e si spostava con la bicicletta, salvo quando lo veniva a prendere Bobo (Boninsegna) per fargli fare un giro sul lago di Garda. Schivo e selvatico, acuto osservatore della vita cittadina, arguto e sottile umorista, scrittore delicato, uomo libero, amato dalla gente di Mantova, della quale, per oltre trent’anni, fu animatore culturale e protagonista.

Morì nel 1983, l’anno in cui io mi sposai.
Sotto ai portici di Piazza delle Erbe, la sua bancarella c’è ancora, mandata avanti da un altro “matto” come lui.
Dei suoi libri io ne ho solo dieci, tutti firmati da lui, con dedica, me la scriveva mentre aprivo il portafoglio, come se si vergognasse di intascare quelle mille lire.

 

 

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18 pensieri su “La Memoria – Giovanni Piubello

    • Grazie a te.
      Se ti capita, forse in biblioteca possono rintracciarli, leggi qualche libro di Piubello. Parla di una realtà che forse oggi non c’è più, ma è una lettura molto piacevole.
      Piubello era conosciuto da tutti i grandi scrittori della sua epoca, stimato da loro, ma schivo com’era, selvatico e, soprattutto, incapace di accettare le costrizioni delle case editrici, rimase, volutamente, a margine, in una libertà tutta sua e che non gli diede mai pecunia, ma a lui andava bene così, dei soldi non avrebbe mai saputo che farsene.

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    • Ti ringrazio. Se li trovi in qualche biblioteca, leggi i libri di Piubello, parlano di un mondo che ora non esiste più.
      Ho dato un’occhiata veloce al tuo blog. Tornerò a leggerlo, lo trovo interessante e anche le fotografie sono molto belle.
      Piacere di averti conosciuto.
      Neda

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    • Grazie Alessandro. Ho avuto la fortuna, quando ero ragazza e viaggiavo spesso da sola, di incontrare persone speciali che hanno lasciato una traccia nella mia memoria e mi hanno arricchito con la loro esperienza. Sarà che allora una ragazza della mia età non se ne andava in giro da sola, sarà che ispiravo simpatia perché sembravo molto più giovane di quanto non fossi, sarà che ero curiosa e ficcavo il naso in ogni buco che trovavo aperto…

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  1. il tuo racconto ha messo in evidenza un aspetto cui mi è capitato altre volte di pensare; spesso nelle realtà cittadine di cui facciamo parte sfioriamo persone con cui scambiamo qualche battuta e qualche sorriso, ma nulla più e col tempo, scopriamo di aver conosciuto, seppur sommariamente delle menti interessanti e illuminanti, personaggi come questo scrittore da te citato che col senno del poi, avremmo voluto approfondirne la conoscenza. Ed è un peccato davvero non aver avuto maggiori contatti con chi, come il Piubello era uno spirito libero e restìo, che da scrittore si camuffava in venditore di libri, persona semplice e meravigliosa, e ce ne fossero!
    Baci Neda!

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    • Nel mio vagabondare e anche a causa del lavoro che ho fatto prima di sposarmi, sono spesso venuta in contatto con persone interessanti. Con alcune sono in rimasta in contatto per anni, altri sono stati una semplice meteora che ha lasciato comunque un segno indelebile. Io ero soprattutto interessata ai pittori e alle loro tecniche. Ho avuto modo di conoscerne alcuni veramente interessanti, anche se sconosciuti ai più, cioè quei pittori che, come lo scrittore Piubello, rifiutavano di entrare in quei canoni che avrebbero negato loro libertà di azione, anche se alcuni, loro malgrado, hanno poi interessato anche la critica, perché comunque, quando uno vale prima o poi lo si scopre.

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