La memoria – Il mese di luglio

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Angolo del mio giardino
mie foto

Questa mattina sono stata svegliata da un cicaleccio in strada: davanti al mio cancello, sotto alla finestra di camera mia, due signore in bicicletta, ferme con le ruote contro il cancello, si stavano raccontando tutti i pettegolezzi del paesello, chiacchiere intervallate dagli OHHH e gli AHHH di meraviglia. Bene, ho pensato, non è necessario che io vada in quel piccolo negozio di alimentari, a un isolato da qui, sempre affollato, nel quale, mentre sei in coda e aspetti il tuo turno alla cassa, puoi sentire tutte le notizie di ciò che è accaduto, o non accaduto, nel nostro paesello.
Poi, a raffica, sono partiti tutti i rumori del sabato:
– il mio confinante ha iniziato a tagliare l’erba con qualcosa che fa il rumore di una grossa centrifuga, mentre la signora che ha la casa sull’angolo, dopo aver spalancato finestre e portefinestre, ha acceso la radio, l’aspirapolvere e la propria voce, il tutto al massimo del volume.
Qui dietro, qualcuno ha messo in azione una sega elettrica, mentre altri stavano spaccando legna per la solita grigliata del sabato.

Sono andata in bagno a tentoni, cercando di aprire gli occhi e mi sono ricordata che oggi è il primo di luglio, mammamia come corre il tempo.
Pensare che quando ero ragazzina in orfanotrofio il tempo non passava mai. Segnavo sul diario i giorni che mancavano al primo luglio, giorno in cui sarei ritornata in famiglia. La scuola finiva il 30 di giugno e il primo luglio mi venivano a prendere.
Passavo tutto il mese di luglio fuori dalle odiate mura: 10 giorni con mia madre, poi 10 nella fattoria del nonno, a pochi chilometri da casa e gli ultimi 10 li trascorrevo da mia nonna paterna, nel mio paese natale, situato tra Mantova e il confine veronese, in quella zona di risaie dove mamma e nonna avevano lavorato, quando io ero appena nata.

Mia nonna si chiamava Diva, ma non aveva nulla di una dea. Era bassa, rotondetta, sempre vestita di nero, perché era rimasta vedova giovane e le era morto anche mio padre, giovanissimo pure lui. Io glielo ricordavo, nelle sembianze e nel carattere, quel figlio che lei aveva adorato.
Quando arrivavo da lei era una festa preparata da tutta la contrada, mi aspettavano tutti, tutti avevano conosciuto e amato mio padre e amavano anche me.
Il nostro vicino, Milio, preparava per me i risotti della tradizione: col tastasàl, co la psina, coi saltarèi, co le rane, col pès gat; la Mendes faceva ‘l pà co l’ua e i tortei co la suca, la zia Carla preparava la torta Paradiso, le fritèle coi fior de suca, le ofèle col vin còto, c’era chi preparava le rane fritte e i bìgoli in saòr.
Stavano a guardarmi mentre mangiavo e contavano i bocconi:
“La ga magnà sète tortei, ghe piàs el risoto coi saltarei, vàrda la magn anca el sùgol”

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Risot coi saltarei
immagine presa dal web

Il nostro dialetto non era proprio un mantuàn sc’et, ma un misto con il veronese, io poi, obbligata a parlare sempre in lingua, a volte li facevo ridere con i miei strafalcioni nel tentativo di adeguarmi al loro dialetto.
La nonna mi portava in giro per il paese, a trovare tutte le sue amiche. Dovevo indossare il vestito più bello che avevo, la gonna arricciata blu con le grandi tasche su cui mia madre aveva dipinto delle margherite, oppure la gonna a mezza ruota, di velluto blu notte, con dipinti sul bordo cigni e ninfee, le camicette ricamate, con i colletti a smerlo.
“A lè la fiola de Zeno”
“S’lè vegnìda granda. Vet bén a scola?”

Si andava anche al cimitero, ogni giorno. La tomba di mio padre era la prima a sinistra dell’entrata, la numero uno. La lapide di marmo bianco, il ghiaietto bianco senza un filo d’erba, la foto di mio padre, riprodotta su un ovale di porcellana, bello e sorridente, così giovane, i fiori sempre freschi.

Qualche volta veniva a prendermi la zia Ebe, la sorella più vecchia di mio padre, che abitava in città, perché stessi qualche giorno con le mie cugine. Avevo modo, allora, di girovagare in città: Piazza delle Erbe, piazza Sordello, la Virgiliana, piazza d’Arco, i portici e i palazzi dei Gonzaga, illuminati dal sole spietato dell’estate mantovana.

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Mantova – i portici
immagine presa dal web

Altre volte, invece, era lo zio Amos che mi veniva a prendere. Abitava in un paesino tra Mantova e il mio paese natale, aveva sposato una sorella di mia madre e non aveva figli. Per lui ero la figlia che non poteva avere. Mi colmava di regali, mi portava in città e potevo scegliere ciò che più mi piaceva.
Abituata com’ero al rigore dell’orfanotrofio, non riuscivo mai chiedergli nulla, non ero abituata ai regali, mi vergognavo in quei negozi di lusso, pensavo al costo degli oggetti, spropositato per le mie parche abitudini, così era lui a decidere e sembrava sempre indovinare i miei bisogni, i miei desideri: il primo braccialetto d’oro, un cerchietto tondo satinato che si portava al polso destro; la prima scatola di legno con tutto il corredo per dipingere a olio; la grande scatola con i gessi colorati, settantadue gessi in colori degradanti, tutti i colori del mondo sotto i miei occhi; le tele da dipingere e i grandi blocchi per gli schizzi; il primo necessaire con tutto il necessario per la manicure; la prima borsetta da sera, di vera pelle in vernice nera, a forma di bustina foderata di raso nero e con lo specchietto; il primo paio di scarpe col tacco, da Nebuloni.
Poi si andava nella pasticceria sotto ai portici dove c’erano i migliori beignet con la crema Chantilly.

Quanto tempo è passato.
La nonna Diva, Milio, la Mendes, Amos e la zia Ebe, non ci sono più.
Anche la tomba di mio padre non c’è più. Ora abbiamo una grande tomba di famiglia, in marmo rosso, voluta da mio cugino. Vi sono state traslate le ossa di mia nonna, del nonno, di mio padre e di suo fratello. La zia Ebe e lo zio Amos riposano al cimitero del Frassino a Mantova.

Quando vien luglio, insieme con i ricordi di un tempo lontano, torna anche un po’ di magone e mi vien voglia di tornare ad essere quella bambina che correva da Milio per gustare il risotto con i gamberetti di fiume.

Per chi non avesse dimestichezza con il dialetto:
Saltarèi – gamberetti piccolissimi di fiume
Pès gàt – pesce gatto
Psìna- pesciolini piccolissimi fritti
Tastasàl- impasto di salame non ancora insaccato
Ofèle- dolcetti di pasta frolla, a forma di mezzaluna, ripieni di pasta savoiarda
Vin còt- lambrusco dolce fatto bollire per ore fino a che si è ridotto a un terzo del suo volume
Pà co’ l’ùa – pane dolce con l’uva
Fritèle de fior de suca – Fiori di zucca pastellati e fritti e ricoperti di zucchero
Sùgol – budino di mosto d’uva
Tortèi co la suca – Tortelli con ripieno di zucca
Bìgoli in saòr – Spaghetti al torchio con sugo di acciughe e erbe aromatiche

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21 pensieri su “La memoria – Il mese di luglio

  1. Neda mi hai commosso con questo bellissimo racconto di quando eri piccola e un po’ di magone e’ venuto anche a me perche’ ho pensato ai miei cari che non ci sono piu’. Un abbraccio e buon weekend, ❤

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  2. nei ricordi talvolta ci perdiamo con uno stato d’animo sdoppiato; c’è la gioia di ricordare bei momenti anche se volati via troppo presto, e la malinconia per saperli ormai così lontani nel tempo. Quel magone di cui parli si avverte dal tuo bel racconto, e non potrebbe essere diversamente…un bacio, se ti può confortare, da chi ha spesso questi momenti di smarrimento nel passato…e un sorriso che spero sia contagioso.Buona serata
    Daniela

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    • Sei stata ancora a Bosco Fontana di Marmirolo con i ragazzi?
      E’ un bel parco. Ci andammo con la classe di mia figlia e i ragazzi ne furono entusiasti.
      Buona domenica a te.

      Mi piace

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