Aimé Césaire e la négritude

aime-cesaire

foto presa dal web

…ma négritude n’est pas une pierre, sa surdité ruée contre la clameur du jour
ma négritude n’est pas une taie d’eau morte sur l’œil mort de la terre
ma négritude n’est ni une tour ni une cathédrale

elle plonge dans la chair rouge du sol
elle plonge dans la chair ardente du ciel
elle troue l’accablement opaque de sa droite patience.

…la mia negritude non è una pietra, la sua sordità scagliata contro il clamore del giorno
la mia negritude non è una macchia d’acqua morta sopra l’occhio morto della terra
la mia negritude non è né torre né cattedrale

si tuffa nella carne rossa del sole
si tuffa nella carne ardente del cielo
perfora l’abbattimento opaco della sua diritta pazienza.

(da Cahier d’un retour au pays natal – di Aimé Césaire)

Avevo vent’anni, nel 1968, quando lessi le poesie di Césaire per la prima volta. La négritude era un movimento culturale che riguardava gli intellettuali, poeti, politici e scrittori francofoni-africani. Césaire era nato nella Martinica, ma compì in Francia i propri studi e visse in quel paese anche le sue prime esperienze politiche.

Mi è tornato alla memoria Césaire, pochi giorni fa, leggendo i commenti che vengono fatti sull’uso di alcune parole che in passato non davano adito ad alcuna recriminazione. Sembra che oggi si sia diventati tutti un po’ troppo suscettibili, si abbia paura di essere tacciati di razzismo, non si sia politically correct, qualunque cosa questo lemma significhi, come se la differenza fra “negro” e “nero” potesse modificare un concetto, un sentimento radicato nel profondo.

Non è una lettera in meno nell’aggettivo che cambia la sostanza.

Indipendentemente da come siamo abituati ad esprimerci, ciò che cambia è come noi ci consideriamo e come consideriamo gli altri.
Ed è strano come noi, esseri umani, facciamo fatica a considerarci tutti appartenenti alla stessa razza, quella umana, appunto.

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6 pensieri su “Aimé Césaire e la négritude

  1. Già, ricordo da piccola, quando vedevo qualcuno di colore, dicevo: hai visto un negro? E mi redarguivano perchè la parola negro era considerata dispregiativa, come anche la parola “contadino” che io invece dico sempre e ad alta voce, con orgoglio. Siamo davvero strani noi “umani” e dire che poi finiamo tutti nello stesso modo, ce ne rendessimo conto per vivere e lasciar vivere… Buona notte Neda ❤

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    • Ai miei tempi la parola “negro” non era contestata. Ho una pagina di Grand Hotel, che mia madre aveva tenuto per via di alcune ricette. Sul retro è riportata la notizia de “La prima hostess negra – su una linea che collega l’America con l’Africa”.
      Ricordo che ciò che mi colpì, non fu l’aggettivo riferentesi al colore della sua pelle, ma al fatto che lavorasse su una linea per l’Africa e non per l’Europa o per l’Asia.
      Anch’io ho sempre usato la parola contadino, proprio per quanto riguardava la mia famiglia: sono figlia e nipote di contadini, non ho mai dimenticato le mie origini, ne sono fiera.
      Buon pomeriggio Libera.

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