I mestieri di una volta – 1

L’ombrellaio.

Mi è capitato fra le mani un vecchio ombrello di mia madre. Ha la stoffa in nylon color amaranto, il fusto sottile in alluminio ricoperto di pelle dello stesso colore, cucita con una lunga impuntura color avorio, come l’impugnatura avorio del manico.
È conservato in una fodera sempre dello stesso colore. È un ombrello leggero, elegante che ha accompagnato mia madre per anni.

Ricordo le parole di mia nonna paterna la quale, parlando di sua nuora, mia madre, diceva che era così brava da riuscire perfino ad aggiustare gli ombrelli.

Oggigiorno l’ombrello non è così prezioso come una volta, se ne trovano di tutti i tipi e di tutti i prezzi sulle bancarelle dei mercatini, nei supermercati. Li perdiamo nei treni e sugli autobus, in metropolitana, e se un ombrello si rompe, lo buttiamo via e ne comperiamo un altro. In casa ne ho una bella scorta, composta da residuati di acquisti vari e anche di ereditati dai miei genitori. Ne ho anche uno grande, che mi è stato portato dalla Cina, fatto di bambù e di carta cerata color marroncino, dipinta a mano con inchiostro di china nero e le stecche e controstecche di bambù sono tenute insieme da spago.
Se un ombrello invece è costato molto, quando si rompe lo riportiamo al negoziante che lo fa riparare presso la casa costruttrice.

IMG ombrellaio

Quando ero bambina, ogni tanto capitava in cascina l’ombrellaio, con la sua bicicletta e un cesto sul portapacchi che conteneva i suoi strumenti di lavoro: pinze, forbici, aghi lunghi, fili di vari colori che servivano a rammendare gli strappi delle stoffe, pezzi di legno per ricavarne nuovi puntali, stecche di legno e di ferro per sostituire le stecche o le controstecche e aveva anche diversi manici e fusti.
A volte aveva degli ombrelli nuovi che vendeva al posto di quelli ormai irreparabili.

Se ricordo bene si trattava di uomini piuttosto anziani non più in grado di svolgere  altri lavori, oppure di girovaghi disoccupati che riuscivano a sbarcare il lunario con questo tipo di lavoro.
Spesso si accontentavano di un po’ di farina, poche uova o delle patate, comunque chiedevano sempre dei compensi modesti.
A seconda della stagione, lavoravano all’aperto, sull’aia, oppure sotto i porticati “le barchesse”.
Se la giornata volgeva al termine, venivano invitati in casa per un piatto di minestra, un po’ di pane e formaggio, poi andavano a dormine in stalla, d’inverno, oppure sul fienile nella bella stagione.

C’erano degli ombrellai che si spostavano a piedi, con carrettini sospinti a mano. Quando trovavano poco lavoro si spostavano di più, di cascina in cascina, di paese in paese, passando dai propri clienti che mettevano da parte gli ombrelli rotti aspettando il suo passaggio periodico.

Nei paesi il suo richiamo lo si sentiva da lontano: “L’ombrelér fonne!” e le massaie uscivano dalle case e lo invitavano nella corte, gli offrivano da bere, ascoltavano le notizie che portava da altri luoghi.

Non ricordo quando ho visto l’ultimo ombrellaio, forse una trentina di anni fa al nostro mercato settimanale.

Io, seguendo l’esempio di mia madre, i miei ombrelli li riparo da me, almeno per quello che sono in grado di fare.

 

 

 

 

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30 pensieri su “I mestieri di una volta – 1

  1. Che bel post Neda, sai che nel mio paese passa ancora l’ombrellaio, non penso sia quello dei tempi di mia mamma, sara’ un suo parente o il figlio, un abbraccio, e’ troppo bello leggerti, buon weekend, ❤

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