La Memoria (1995) VII

Stiamo andando in paese a piedi. La nostra meta è un gelato: fragola, limone e cioccolato.
Mia figlia mi stringe la mano e saltella felice: non capita tutte le sere di andarsene a zonzo dopo cena, invece del solito rito della Televisione. Questa sera c’è la partita, a me non interessa, a lei ancor meno.

Alle nostre spalle il sole non è ancora tramontato ed il cielo incomincia ad avere un colore cobalto luminoso e terso. Davanti alla fontana del lavatoio, in fondo al borgo, ci fermiamo a guardare i manifesti. Non me li ricordo i manifesti di allora, di quarant’anni fa, chissà se c’erano. Allora noi abitavamo nella corte interna, a sinistra. La casa era vecchia, decrepita, scricchiolante, due stanze a pianterreno e due stanze sopra. Il bagno non me lo ricordo, il pitale sì e anche la scala stretta e ripida, di legno.
Quell’unico mese che passavo lì, lontana dal collegio, era un lungo incubo alla ricerca di scarafaggi e scorpioni che vi pascolavano entrando dalle fessure del muro comunicante con un vicino fienile. Da quando me n’ero trovato uno nel letto, di scorpioni, la sera diventava angoscia.
La casa ci serviva solo per dormire e per tenerci le poche cose che avevamo. Di giorno non c’eravamo mai perché i miei genitori gestivano l’ENAL, un’osteria in centro paese e vivevamo, praticamente, là.
Ricordo la vecchia gatta pezzata, coriacea e molto indipendente. Era più vecchia di me e a me faceva un po’ paura, così aggressiva e selvaggia.
Ricordo anche quel giorno in cui le api invasero le stanze  di sotto, perché mio padre aveva tolto il miele dalle arnie e lo conservava nella stanza e si era dimenticato la finestra aperta. Dovemmo uscire dalla finestra del piano superiore, per mezzo di una scala a pioli portata dai vicini accorsi alle nostre grida.

Ora quella casa non c’è più. Al suo posto c’è una palazzina con sei appartamenti da affittare e un lindo giardino.
Nemmeno il grande caco c’è più. Era la meta di tutti i ragazzini del paese affamati di dolce. Eravamo attratti dall’oro dei frutti che restavano sui rami anche dopo che erano cadute tutte le foglie.

Mia figlia mi strattona, andiamo avanti.

La gente non si affaccia più alle finestre per vedere chi passa. Dalle finestre escono le voci dei vari programmi della TV e lampi di luce indicano il cambio del quadro televisivo. Un gatto miagola contro una porta; dal selciato e dai muri delle case riverbera il calore accumulato nella giornata trascorsa.

piazza caduti

Ecco la piazza e la farmacia. A lato, una volta, c’era una macelleria. Ricordo un grosso cane dal pelo chiaro, un cane enorme che a me sembrava addirittura monumentale. Una volta mi fece le feste, proprio lì in piazza, in una giornata piovosa di mezza stagione.
Mi scaraventò per terra zompandomi addosso e infradiciandomi gli occhiali con poderose leccate.
Il suo flemmatico padrone (chi era?) sogghignò: “Mangiala mia töta ‘ncò. Lassane ‘n po’ per dumà” sottolineando il grottesco della situazione e togliendomi lo spavento di dosso, ma non le inzaccherature.

Dalla torre rintoccano le ore. Mi fratello maggiore e i suoi compagni vi salivano di nascosto, fin su in cima alla torre e, dal cornicione più alto si divertivano a combinarne di tutti i colori sui malcapitati passanti. Fortuna che papà le scopriva sempre tardi le loro marachelle.
La piazza davanti al Municipio, con il Monumento ai Caduti delle guerre mondiali, è stata rinnovata di recente. Tutto il resto del paese sembra rimasto invece uguale, immutato nel tempo.

chiostro

Il Chiostro domenicano è stato recuperato e ristrutturato ed ora ospita una biblioteca e varie associazioni. Allora, nel porticato del chiostro, c’era una vecchia osteria. Nella Chiesa, invece, un deposito di macchine agricole. Ora la Chiesa è stata restaurata e vi si possono ammirare centinaia di affreschi del XV e XVI secolo.

Chiesa frati

affreschi

Nell’antico refettorio, che ora è una Pinacoteca contenente le sette grandi pale degli altari, restaurate e ben conservate, allora c’era un maglificio. Ci lavoravo anch’io, durante i tre mesi estivi: dieci ore al giorno alla macchina, per sei giorni la settimana e ventinovemilanovecento lire al mese. D’inverno studiavo lingue, l’estate la passavo lì, perché anche quei pochi soldi erano utili alla famiglia.

centro paese

Siamo passate sotto l’arcata della torre e entrate nel cuore antico del paese. I nostri passi risuonano sotto le arcate dei portici che  fiancheggiano la strada centrale. Il cielo si è incupito. Abbiamo avuto il nostro gelato, mia figlia lecca coscienziosamente il suo, con attenzione.

Giriamo a sinistra, verso il muro del castello.

In fondo alla strada stretta, a sinistra, c’era una botteguccia, piccola piccola, un po’ buia, una merceria d’altri tempi, senza pretese.
Ora c’è un negozio grande di abbigliamento sia maschile che femminile, luminoso, ben curato, proprio come quelli di città.

Guarda, la luna piena”.

Mia figlia alza gli occhi al cielo incantata e sorpresa. Chissà se stanotte gli gnomi correranno nelle campagne come nei sogni delle favole infantili.
L’edificio della scuola elementare, immutato, rimane alle nostre spalle ed ecco la campagna si apre davanti a noi, nell’ultimo chiarore lasciato dal sole ormai tramontato.

castello tramonto

Sentiamo l’odore del fieno appena tagliato nel prato del Castello.

Sulla tangenziale, lontano, sfrecciano veloci le auto.

Il vecchio paese immobile nel tempo e quasi stantio, che mi stava così stretto quando avevo vent’anni, si è trasformato in un borgo operoso e prospero. Eppure, quand’ero lontana, il mio pensiero tornava spesso qui, a questa immobilità, alle vecchie cose che mi davano sicurezza, a quei pomeriggi assolati e silenziosi nei quali il tempo sembrava paralizzato e privo di ogni significato.

La bambina cammina al mio fianco e la via Dante è una lunga prospettiva appena accennata nella penombra oscura: “la strada dei Gioletti”, noi la chiamavamo così, allora.
Allora non era ancora asfaltata. Dove c’era il fosso che la costeggiava su un lato dividendola dai campi, ora sono sorte villette e case a schiera, un nuovo villaggio e i campi non ci sono più.
Quel fosso io lo ricordo bene. In quelle estati, per recarmi al lavoro al maglificio, non mi piaceva passare per il paese: usavo la grossa bici di mia madre e la distanza fra la sella e i pedali mi sembrava immensa, inoltre la mia inesperienza rendeva precaria la guida del mezzo. Mi sentivo goffa e mi pareva che, dietro le tende delle finestre, fossero tutti lì a guardarmi e a sogghignare. Così passavo dai “Gioletti”, strada secondaria, solitaria, fuori mani, polverosa e piena di buche.
Un giorno, nel goffo tentativo, assurdo, di sembrare più esperta, presi male la curva di accesso alla strada e mi ritrovai sulla sinistra, al di là della gobba di ghiaia che spartiva la strada nel mezzo.
Di fronte veniva un mezzo a motore. Non so che cosa fosse, ma nel mio ricordo è un camion mostruoso. Mollai la bici e mi tuffai nel fosso: meglio annegata che schiacciata!
“La sa néga! La sa néga!” urlavano i braccianti che stavano lavorando nel campo.
Macché, l’acqua era poca, le ortiche tante e io schizzai fuori alla stessa velocità di come c’ero entrata.
Tornai a casa più mortificata che fradicia, con una scarpa in meno e la strana sensazione che il tam-tam del paese avesse affisso manifesti per tutto il territorio del Comune.
Decisi di comperare una bici adatta a me e, per diciassette settimane risparmiai le mille lire che guadagnavo il sabato pomeriggio lavorando qualche ora al maglificio, a rimagliare e ad attaccare bottoni.
Acquistai una piccola bici pieghevole, di quelle che, chissà perché, venivano chiamate “Graziella”, con due grandi borse sul portapacchi dietro al sellino, con le ruote piccole e la possibilità di appoggiare bene i piedi per terra in caso di bisogno.
Uso ancora quella piccola bici verde e godo ancora del vento che mi spettina i capelli.

Mia figlia aspetta che apra il cancello del nostro giardino per percorre il vialetto che porta alla casa dei nonni. Le piace correre per il viale ma lascia passare prima me, così porto via le ragnatele stese fra gli alberi.

notturno

I grandi salici piangenti non ci sono più. Quante piante sono morte in questi anni. Le abbiamo ostinatamente sostituite tutte, anche quelle uccise dal grande freddo dell’85, quando mia figlia cresceva dentro di me. Il noce piantato alla sua nascita è lungo e sottile ed ha nuove foglie. L’altro noce, più vecchio e grosso, è carico di piccoli frutti.

Ci fermiamo nel prato davanti a casa nostra, che è costruita dietro a quella dei nonni.

Mia figlia fa il girotondo e cerca lucciole nel buio.

In alto, l’Orsa Maggiore campeggia sulle nostre teste.

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18 pensieri su “La Memoria (1995) VII

  1. Grazie per questi tuoi racconti e ricordi.
    Adoro sentire storie che narrano di noi, del nostro passato.
    Purtroppo non ho avuto nonni che mi raccontassero dei loro tempi…
    Ma per fortuna mia madre è una grande narratrice di storie di famiglia e di luoghi 🙂

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  2. Bellissimo spaccato di vita.
    L’occasione di prendere un gelato è bastata per tuffarti indietro e ritrovarti nei pensieri di allora, con le paure e le diverse emozioni del tempo remoto.
    Grazie per la condivisione, ho molto apprezzato.
    un forte abbraccio ♥

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