La Memoria VI (1995)

Mia madre ed io abbiamo le case  comunicanti.

Le due case

Le due case
mie foto

Quando mia madre entra in casa mia e mi si avvicina per chiedermi qualche cosa, provo un istintivo senso di fastidio. Sono sempre riuscita a dominarmi, a non farglielo capire, ma so che non è dovuto al fatto di essere interrotta nelle mie occupazioni, perché quando è mia figlia a interrompere il mio lavoro non provo lo stesso fastidio.

Mi sono spesso chiesta che cosa è che non riesco a perdonare a mia madre. Gli anni in orfanotrofio? L’infanzia lontana da lei?
No, sono certa che non è questo.
A volte mi dico che è stata la sua incapacità a donarmi affetto che mi ha infastidito, ma non è solo questo. C’è qualcosa ancora, in fondo all’anima, che non riesce ad emergere e che non mi riesce di tollerare. Ho ricostruito buona parte di ciò che avevo negato, nascosto perfino a me stessa, ho trovato molti motivi e molte scuse, ho perdonato molte cose, eppure c’è, ci deve essere qualcosa che nemmeno io desidero riconoscere, in fondo, se dopo tanti anni non è riuscito ad emergere.

Non è stato il collegio, ne sono certa anche perché ci sono tornata, lì in collegio, poco prima di sposarmi, proprio per rendermi conto se ero veramente riuscita a superare l’angoscia e la paura e mi accorsi che ne ero uscita, non solo con il corpo, ma anche con la mente.
Quando dovetti frequentare la scuola, mia madre si convinse che non era più possibile continuare a vivere nella casa di suo padre.
La scuola era troppo lontana, distava quattro chilometri da casa nostra e io ero troppo piccola per camminare così tanto ogni giorno, le strade non erano sicure. Inoltre, vivere con suo padre, a parte tutte le considerazioni che si potevano fare sulla piacevolezza o meno di tale convivenza, non dava a mia madre alcuna sicurezza per il nostro futuro.
Tutto il denaro che lei riceveva per il suo lavoro e anche il poco di pensione, lo doveva dare a suo padre,  il quale ci “manteneva”.
Che cosa sarebbe stato di noi in futuro e quale futuro sarebbe stato riservato a me?
Ho sempre avuto la sensazione che mia madre si aspettasse da me grandi cose. La delusione di aver generato una femmina era stata mitigata dal fatto che il mondo era cambiato parecchio, dopo la guerra e alla donna si apriva una libertà nuova e molte possibilità che mia madre, da ragazza, non avrebbe mai immaginato.

Rimasta vedova giovanissima, era diventata ancora più bella. Riusciva a tenere alla larga parecchi corteggiatori che l’avrebbero sposata volentieri. Sembrava che l’idea di un altro matrimonio le facesse orrore e l’unica cosa che desiderava era di avere un lavoro che le permettesse l’indipendenza economica.
Ancora oggi racconta che ciò che sognava era di riuscire a mettere un po’ di soldi da parte per poter affittare un negozietto, una latteria oppure una merceria; intanto io sarei cresciuta, mi sarei sposata e ci sarebbe stato anche per lei un posto nel mio nuovo focolare, pur riuscendo a mantenersi indipendente con il suo negozietto.
Fu per ciò che cercò un lavoro, prima come guardarobiera in un albergo, poi come cuoca presso una signora che viveva sola, in un paese in riva al lago dove c’era anche un orfanotrofio adattato in un vecchio castello e dove io fui accolta.

Castello di Desenzano

Collegio nel castello di Desenzano

Mia madre versava alle suore tutta la sua piccola pensione, in cambio io ricevevo vitto, alloggio e istruzione. Mi veniva a prendere tutti i mercoledì e io passavo tutto il giorno nella casa della vecchia signora.
Com’è che di quel periodo ricordo l’orfanatrofio, le suore, le mie compagne, il gatto e i maialini che c’erano nel rustico dell’orfanatrofio, ma non ricordo mia madre? Ricordo perfino la vecchia signora che dava lavoro a mia madre. Ne ricordo la casa, buia, silenziosa, la vecchia vestita di nero, in una stanza sempre in penombra, le lunghe dita ossute e il forte odore nauseante di borotalco e di vecchio, che emanava da quella figura incartapecorita che a me sembrava un grosso ragno.
Dovevo stare ferma e rispondere cortesemente alle sue domande, non potevo fare rumore, in cambio ne avevo delle caramelle dalla carta lucente e colorata con cui mi riempiva le tasche e che mi duravano a lungo.  In quella stanza c’erano molti vecchi libri, con incisioni in bianco e nero che mi affascinavano. Spesso, la vecchia signora mi permetteva di prendere un libro e mi chiedeva di leggere per lei, allora il tempo scorreva veloce ed io non ero più lì, ma entravo nella storia del libro e fuggivo via lontano.
Dov’era intanto mia madre?
Ricordo anche la chiesa affiancata all’orfanotrofio, dove andavamo a messa con le suore, tutte le domeniche e in chiesa veniva sempre una famiglia che abitava nello stesso stabile della vecchia signora e che conoscevano anche mia madre. Avevano un ragazzino poco più grande di me con il quale mi era permesso giocare in cortile quando c’era bel tempo e lui non aveva compiti da fare, in quei mercoledì che passavo lì, in visita a mia madre.
Quella famiglia veniva sempre a messa in quella chiesa ed io aspettavo impaziente la domenica, perché, dopo la messa, avevano sempre qualcosa per me, che mi mandava mia madre e dei piccoli dolci che il ragazzino mi allungava di nascosto.
E mia madre, dov’era? Com’è possibile che io non riesca a ricordarne il volto, la presenza, la voce, le mani?
Ricordo la suora cieca che suonava l’organo e il pianoforte e sapeva lavorare a maglia riconoscendo al tatto la lana dopo che le avevano indicato i vari gomitoli e i vari colori.
Ricordo il secondo anno di scuola, frequentato alla scuola comunale. Il piacere di uscire da quelle mura, l’aria e il sole che mi accarezzavano la pelle, le pozzanghere iridescenti dopo la pioggia, le passeggiate sul lungolago e una insegnante eccezionale, innamorata della vita e di noi bambini, sempre allegra, piena di informazioni per la nostra insaziabile curiosità.
Di quel secondo anno non ricordo nemmeno i mercoledì: forse mia madre non aveva più il diritto di venirmi a prendere oppure la scuola era diventata per me più importante dei mercoledì con mia madre, ma quell’anno, nei miei ricordi è pieno di luce e di colori festosi.

Mi è stato raccontato che alla fine di quell’anno scolastico io mi ammalai e, contemporaneamente, mia madre si unì ad un vedovo che aveva due figli maschi più grandi di me.
Mi è stato detto che vennero a prendermi ed io fui accolta nella nuova famiglia, l’unica cosa che ricordo bene è che mi chiesero che, se volevo continuare a studiare dopo le elementari, avrei potuto farlo in un altro collegio, più grande, nella città, oppure sarei potuta restare con loro, nella nuova famiglia, ma che nel paese non c’era una scuola media e nemmeno una scuola superiore.
Avrei continuato a portare il cognome di mio padre e, essendo orfana, avevo il diritto di essere mantenuta agli studi, fino al diploma, in uno dei collegi dell’ENAOLI.
Avevo appena compiuto nove anni, ma una cosa l’avevo già ben chiara in testa: volevo studiare, volevo imparare tutto ciò che mi avrebbe permesso di poter condurre una vita diversa da quella che avevo visto fare a mia madre e a mia nonna.
Non pensavo certo all’Università, ma almeno un diploma, sì, quello lo volevo a tutti i costi.

Collegio Città

Collegio in Città

Chiesi di essere trasferita in quel collegio in città, dove passai sette lunghi anni con solo brevi periodi di vacanza a casa e dove, accelerando i tempi per riconquistare la mia libertà, riuscii a ottenere il diploma, da privatista, a soli sedici anni.

Mia madre e “papà” non si sono mai sposati, sono stati insieme per cinquant’anni e lui è stato un vero padre per me e un nonno meraviglioso per mia figlia.  Con i miei “fratelli” ci siamo sempre voluti bene e ce ne vogliamo ancora oggi: non abbiamo avuto gli stessi genitori, non abbiamo lo stesso cognome ma siamo, veramente, fratelli, più uniti di tanti che hanno lo stesso sangue.

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15 pensieri su “La Memoria VI (1995)

  1. Neda cara, mi sono commossa a leggere la tua storia, perche’ non provi a parlare con tua mamma, a chiedere cosa faceva quando tu eri in collegio, lo so che lavorava ma forse parlando con lei viene fuori che le mancavi, che avrebbe voluto averti sempre con lei, non lo so, finche’ e’ in vita parla con lei di quei tempi, racconta cosa facevi in collegio, cosi’ lei ti parlera’ della sua vita, tu sei stata cosi’ forte, sei tanto intelligente ed hai un cuore d’oro, ti abbraccio cara, sai che mia mamma e’ stata in collegio dalle suore perche’ anche lei era orfana, poi e’ scappata dal collegio e mia nonna le ha detto, se vuoi stare con me devi lavorare e cosi’ e’ stato, a 16 anni lavorava alle MCM (manifatture cotoniere meridionali) a Salerno, era diventata capo reparto ed ha lavorato fino a quando si e’ sposata e si e’ trasferita qua in Piemonte,
    mi raccontava tante cose di lei, bacioni, ❤

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    • Questi racconti della Memoria li ho scritti nel 1995, quando mia figlia aveva 10 anni. Mia madre è morta nel 2007 e non ha mai voluto rispondere alle mie domande. Rifiutava ogni discorso basato sui “sentimenti” perché li considerava “discorsi inutili”. Molte cose le ho ricostruite io e alcune le ho lette nelle lettere che ho trovato dopo la sua morte e che sto trascrivendo per colmare il vuoto che ha lasciato e per capire il perché di certi suoi comportamenti.
      Siamo vissute fianco a fianco dal 1982 fino alla sua morte e mi sono occupata di lei durante tutta la sua malattia che è durata 15 anni (negli ultimi 5 era anche semiinferma) E’ sempre rimasta lucida fino alla fine, ma mi ha raccontato solo quello che lei voleva, non quello che io volevo sapere. Era il suo carattere. Alcune cose le ho sapute dalle sue sorelle, altre, come dicevo, sono nel pacco di lettere che ho trovato, scritte da lei, da mio padre e dal secondo “papà”.

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      • Mio marito ed io avevamo costruito apposta la nostra casa attaccata a quella dei miei genitori, proprio per permettere a loro di restare nella loro casa anche da vecchi. Per noi è stato naturale occuparci di loro, “papà” è venuto a mancare nel 2006, a quasi 97 anni. Mamma è deceduta 11 mesi dopo. Ora che ho già compiuto 68 anni, posso dire di non aver paura della vecchiaia, della malattia e della morte, proprio perché ho avuto la fortuna di imparare ogni giorno, per anni, accudendo loro e osservandoli.
        Certo non avrei mai potuto fare, per estranei, ciò che ho fatto per loro: l’affetto fa superare ogni ostacolo.
        Ciao Laura, buona serata e sempre grazie per la tua gentilezza.

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  2. Sei una donna forte cara Neda, hai affrontato prove che la vita ti ha messo di fronte ed hai interrogativi leciti. Tante domande immagino non abbiano trovato risposte se non frammenti di verità che non hanno lasciata appagata la tua sete di sapere.
    Il carattere delle persone non lo possiamo cambiare e lo dobbiamo accettare per quel che è, anche se fa male.
    Ho letto con commozione questo post, ti lascio un grande abbraccio ♥

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