La Memoria IV a

Se torno indietro nella memoria e cerco di ricordare, di rivedere, gli anni della mia infanzia, non riesco a trovare la presenza, la figura di mia madre.
Che io non abbia un ricordo visivo di mio padre è abbastanza naturale, dal momento che avevo appena compiuto due anni quando egli morì.

Di tutti gli anni che precedettero la mia adolescenza io ricordo molte cose e molte persone, ma non mia madre. Ricordo le nonne, sia quella paterna che quella materna, ricordo il nonno, le zie, la bisnonna, un cugino, i vicini di casa, gli animali della nostra fattoria,
le visite del fidanzato di una delle zie, l’orto e il giardino della nonna, ma non mia madre.

Mi è stato raccontato che dormivo nel lettone con mia madre, che lei mi cuciva i vestiti, che mi curava quando ero malata, eppure io ricordo che dormivo nel lettone con la bisnonna e mio cugino.
Perché ricordo questo episodio, avvenuto forse di pomeriggio quando gli adulti facevano la siesta e noi bambini, affidati alla bisnonna, ce ne stavamo nel lettone ad ascoltare le sue interminabili favole?
Forse perché tutto l’affetto di cui un bambino ha bisogno a quell’età, io  sentivo di averlo solo dalla bisnonna?
So per certo che mia madre mi ha amato e mi ha protetto,
è probabile che io non me ne rendessi conto, oppure mia madre non riusciva ad esprimermi quel tipo di affetto che io desideravo da lei.

Quando vedo le braccia di mia figlia tendersi verso di me, perché io l’abbracci e me la prenda sulle ginocchia, quando la mano di mia figlia si insinua nella mia e le sue dita stringono le mie, non posso fare a meno di pensare che anche io, da piccola, certamente facevo la stessa cosa, ma mia madre, ancora oggi, rifiuta ogni contatto fisico con me. Non ho mai avuto da lei, baci, abbracci e non solo perché non li ricordo, ma perché, ancora oggi, mia madre ripete spesso che le dava fastidio essere toccata da me, perché avevo “le mani calde”.
E’ vero, non ho mai avuto le mani fredde, ma non credo che il motivo fosse questo. Forse pensava che abbandonandosi ai sentimenti avrebbe sofferto ancora, infatti, una delle cose che ripete spesso è che lei, nella vita, era preparata a tutto, ma non a restare vedova dopo soli tre anni dal matrimonio.
Mio padre si ammalò e morì in tre mesi, per una di quelle malattie considerate incurabili ancora al giorno d’oggi.
Il dolore, che unì suocera e nuora per la perdita di quell’uomo a cui entrambe volevano bene, era consapevole del fatto che anch’esse dovevano lasciarsi.
Mia madre ed io dovevamo andare nella casa paterna di mia madre. Non credo fosse stato facile decidere, né per mia madre, né per la nonna, la quale sapeva bene a quale genere di vita noi eravamo destinate con quella scelta.
Purtroppo la pensione di reversibilità a cui mia madre aveva diritto era tanto misera da non permetterle nemmeno l’acquisto del pane e del latte per la prima colazione. Non poteva più accontentarsi di fare la stagione nelle risaie che c’erano vicine al paese dove abitavamo, aveva bisogno di un’entrata fissa per tutto l’anno, doveva trovarsi un lavoro, ma senza un titolo di studio e avendo imparato solo il lavoro dei campi, che cosa le restava da fare?
Inoltre, il fratello di mio padre era pronto al matrimonio e la camera in cui mio padre, mia madre ed io avevamo dormito, serviva per la nuova coppia. Ci si sarebbe potute aggiustare nella stanza in soffitta con la nonna, mia madre ed io non avevamo grandi esigenze e la nonna ne sarebbe stata felice, ma che sarebbe avvenuto tra le due nuore? Sarebbero riuscite ad andare d’accordo?
Così, a malincuore, mia madre decise di tornare da suo padre.

Dopo il matrimonio di mia madre, mio nonno si era trasferito con tutta la famiglia in un’altra provincia.
Aveva comperato un bel pezzo di terra ed una cascina nella campagna che è a pochi chilometri dal paese in cui io ora vivo.
Quella campagna si chiama ancora “Rasa”, perché un tempo era brulla, incolta e pelata a causa della penuria d’acqua.
Poi vi scavarono pozzi, vi fecero canali per l’irrigazione e tirarono su tanta di quell’acqua da annegarla tutta quella terra arida che, oggi, è una delle più fertili e produttive.
La cascina nella campagna Rasa era piccola rispetto a quella che il nonno aveva avuto nell’altra provincia, lo era anche la casa che era vecchia e decrepita, solo sei stanze invece dei grandi spazi che avevano avuto nella casa padronale di prima.
Riuscirono però a renderla gradevole e abbastanza comoda anche se la luce elettrica, lì, non era ancora arrivata.
Le serate erano illuminate dalla lampada a petrolio, dal gambo alto e slanciato, in opaline bianco ed io ero affascinata dal lungo tubo di vetro sottile e pulitissimo che proteggeva la fiamma dello stoppino.
Questa lampada fa ancora bella mostra di sé in casa di mia madre.

lampada a petrolio in opaline bianco

                     La lampada a petrolio di mia nonna (mie foto)

Nelle stanze da letto, invece, usavamo delle candele da tenere accese il meno possibile, solo il tempo che si impiegava a svestirsi.

Ci si lavava in cucina, nell’acquaio di pietra, con l’acqua presa dalla pompa a mano che era all’esterno. Per noi bambini c’era il catino e una brocca, ma il bagno ce lo facevano nella mastella del bucato e ricordo che il nonno, ridendo, diceva che mi stava spuntando la coda e io, preoccupata, cercavo di girami a cercarmela fra le natiche.

lavabo con asciugamani ricamati

Lavabo di mia nonna con gli asciugamani originali ricamati da lei.
Il catino, il portasapone e la brocca sono invece stati sostituiti da porcellane dipinte da mia madre. (mie foto)

Il gabinetto era fuori, in fondo all’aia, non ne ho un ricordo preciso, solo un senso di disgusto. Per la notte c’erano i pitali nei comodini.

La dissolvenza della memoria. Quadro a olio su tela di Neda

La dissolvenza della memoria. Quadro a olio su tela di Neda

D’inverno si mangiava in cucina, dove c’era la stufa economica a legna, il tavolo lungo con le sedie e due cantonali, armadi ad angolo, fra i quali c’era una panca disposta sotto ad una finestra con le grate dalla quale si vedeva parte del giardino dietro la casa.
D’estate invece si stava nella stanza più grande, che fungeva anche da entrata. Aveva due finestre, una credenza e una madia, un grande tavolo con le sedie, c’era l’acquaio e un grande camino, una scala di legno chiusa da una parete pure di legno, con la porta di accesso, ma con il sottoscala a vista, per avere più spazio e dove si apriva la porta per il salotto che era l’orgoglio di mia nonna.
Nel salotto oltre al divano in velluto, con due poltrone e un tappeto, c’era anche un bel mobile con cristalliera, in cui erano conservati i servizi buoni di piatti, tazze e bicchieri, posate, tovaglie e quanto occorreva se ci fossero state delle persone in visita.
Questa stanza aveva due finestre e da uno spioncino mio nonno poteva vedere anche ciò che accadeva nella stalla che era a fianco della casa. Vicino allo spioncino c’era un fucile in caso di bisogno. Nell’angolo più nascosto del salotto il nonno aveva la scorta di bottiglie di vino e qualche liquore per le grandi occasioni.

Dalla scala di legno si saliva alle camere da letto che erano tre: in quella sopra il salotto ci stavano il nonno e la nonna, con il loro letto matrimoniale, i comodini, il cassettone e l’armadio, un paio di sedie. Ricordo che sopra il cassettone la nonna aveva una teca di vetro con dentro una Madonna Bambina di cera, fasciata con pizzi e tulle e vicino alla teca c’era anche una Damina di porcellana colorata, alta una trentina di centimetri, che aveva un bel vestito a campana, vuoto di sotto, se si sollevava la Damina sotto ci si trovavano i pochi monili della nonna, qualche monetina, a volte delle caramelle.

Nella stanza più grande, sopra all’entrata, c’erano un letto matrimoniale, i comodini,  un letto singolo, due finestre, un grande armadio guardaroba e una enorme cassapanca che conteneva biancheria da letto nella quale la bisnonna metteva mazzetti di lavanda e di erba luisa. Davanti al letto c’erano due poltroncine e sulla parete, sopra il letto singolo, c’era un grande arazzo ovale che rappresentava Nettuno circondato da ninfe immerse nelle onde.
La terza stanza, sopra alla cucina, era per le zie ormai grandi e in età da marito.

La proprietà confinava con un’altra cascina molto grande, abitata da una famiglia nella quale, oltre ai genitori e ai nonni, c’erano anche dodici figli, otto maschi e quattro femmine: la più piccola aveva solo due anni più di me e il più grande era già sposato.
Il paese più vicino distava quattro chilometri.

La mia vita nella cascina del nonno è stato il periodo del quale ricordo una grande libertà e mi è rimasto dentro come una radice forte, un’ancora salda e sicura.
Le ire del nonno non mi hanno mai sfiorata, protetta com’ero da tutte le sottane delle donne di casa, probabilmente non me ne accorgevo nemmeno.
Io ero libera di scorrazzare come e quanto volevo e poche cose mi erano proibite: non potevo entrare nella stanza dei nonni, non potevo toccare il tubo di vetro della lampada a petrolio, non potevo entrare nella stanza delle zie e in salotto.

Nella bella stagione vivevo all’aria aperta come una piccola selvaggia, in mezzo agli animali, quasi sempre scalza, vestita con pagliaccetti comodi, ero curiosa di tutto.

foto in bianco e nero di Neda a quattro anni

                               Neda a tre anni alle prese con un pomodoro 

Non ricordo di aver mai avuto paura di nulla. Ogni giorno era una nuova scoperta, c’era sempre qualcosa da vedere, da fare, da conoscere, da imparare.
La bisnonna era la mia fonte di informazioni, a lei chiedevo tutto, lei aveva una risposta logica per ogni mia domanda. Vivevamo il tempo del sole e delle stagioni, non avendo la luce elettrica eravamo tagliati fuori dal mondo e mi sembra davvero di aver vissuto quegli anni in uno spazio di tempo remoto, in un altro secolo.
Insieme ai figli dei nostri vicini ogni gioco diventava un’avventura,
le pecore e i maialetti che pascolavano nei campi vicino casa si trasformavano in animali esotici e in mezzo a loro prendevano vita le storie della bisnonna e quelle di Alì Babà e delle Mille e una Notte, che avevamo sentito raccontare nei lunghi inverni, quando andavamo a fare “filos” nella stalla per stare più al caldo.

Nella stalla, dopo il Rosario recitato insieme agli adulti, c’era sempre qualcuno che raccontava storie e leggende e noi bambini stavamo ad ascoltare e vivevamo con la fantasia dentro a quelle avventure.
A volte qualcuno intonava una romanza, un brano d’opera, una vecchia canzone, oppure recitava una poesia imparata a scuola.

Quando viene l’inverno, sento ancora il bisogno di raccogliermi, di chiudere il mondo fuori di casa e non faccio a meno di pensare al calore di quelle serate nelle stalle, dove le ombre dei nostri corpi proiettavano figure larghe e avvolgenti ed io mi sentivo al centro
del mondo, del mio mondo.

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22 pensieri su “La Memoria IV a

  1. Che bello questo post Neda, la descrizione della casa e delle cose che facevi. Davvero stupendo.
    Per cosa riguarda tua madre posso dirti che anche mia madre dice le stesse cose della sua.
    Sua madre le voleva molto bene, ma non era capace di dare amore. Mia mamma non si ricorda una carezza o un abbraccio.
    Mia nonna era sempre depressa a causa di mio nonno, che io non ho mai conosciuto, a parte averlo visto una volta a 16 anni perchè me lo presentarono, ma non lo ricordo neppure.
    Quando sono nata io erano già separati.
    Mio nonno era una persona orribile, tradiva, picchiava, umiliava i figli. Mia nonna è rimasta con lui fino a che tutti i figli non hanno raggiunto la maggiore età, poi finalmente lo ha lasciato, fregandosene delle parole alle spalle che arrivavano. (parliamo della Sicilia, mia mamma viene da lì).
    E’ rimasta con lui così a lungo perchè aveva paura che affidassero i figli a lui e non voleva che nessuno dei suoi figli restasse da solo con quel mostro, se non è amore questo.
    Però contemporaneamente è stata logorata dai soprusi e dalla sua cattiveria.

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    • Delle tre sorelle di mia madre, solo una è stata sempre molto affettuosa con i suoi figli. L’ultima delle sorelle ha avuto, e ha tutt’ora anche lei, con le sue figlie, comportamenti simili a quelli di mia madre: freddi e distaccati. A volte tra noi cugine ne parliamo e la cosa strana è che mia zia è molto affettuosa con me e mia madre lo è stata con le mie cugine. Tutte le mie cugine ricordano mia madre come una persona affettuosa, cordiale e comprensiva. C’è da dire che mentre io ero in casa con mia madre per lunghi periodi, le mie cugine erano solo in visita per breve tempo. Penso che mia madre recitasse e mostrasse agli altri un carattere che non era il suo, con noi in famiglia invece si rilassava ed era se stessa. Mia nonna, ne scriverò in seguito, non si separò mai dal marito. Ne restò lontana solo gli ultimi due anni, visse in casa nostra a causa di una lunga malattia e morì a soli 67 anni, tre mesi dopo la morte di mio nonno.
      Anche con i miei fratellastri (scriverò in seguito la storia) mia madre fu molto affettuosa. All’epoca io ero in collegio e stavo a casa solo pochissimi giorni all’anno, i ragazzi invece restarono con mia madre quattro o cinque anni, ma entrambi lavoravano tutto il giorno lontano da casa e alla sera frequentavano la scuola serale e, soprattutto, erano maschi. Poi entrambi andarono via di casa prima per il servizio militare, poi perché trovarono lavoro altrove e quando io uscii dal collegio, avendo completato gli studi, loro in casa non c’erano più. Penso che mia madre non fosse una persona adatta ad allevare bambini, comunque non desiderasse una figlia femmina, pensando che avrebbe sofferto quanto aveva sofferto lei, ma che dovendosi occupare di due ragazzi che erano più grandi di me, quasi uomini, ne fosse felice e se ne sentisse orgogliosa e appagata.
      Con i miei “fratelli” ho ancora oggi un rapporto privilegiato, mi vogliono un bene dell’anima, anche se non siamo figli degli stessi genitori e non portiamo nemmeno lo stesso cognome.

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      • Io penso lo stesso di mia nonna. In realtà lei, fin quando è stata in vita ha avuto un bel rapporto con me, ma sinceramente credo che fosse perchè era a distanza, lei era in Sicilia ed io a Genova, le facevo lunghe telefonate almeno una volta a settimana, ma non è certo come vivere con qualcuno. Ricordo che quando veniva qui o eravamo ospiti da lei ci trattava molto bene ed era affettuosa, ma in effetti era un’apparenza che più di tanto non reggeva. I periodi in cui siamo stati insieme più a lungo, quando ero un po’ più grandina, lo notavo quando sembrava non poterne più. Credo che anche lei in certe situazioni si controllasse e “fingesse” un carattere che non aveva. In parte capisco i suoi problemi affettivi in ogni caso, visto appunto le cose che so di mio nonno.

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      • Tieni anche presente l’epoca in cui tua nonna e mia madre hanno vissuto: se non erro tu sei molto più giovane di me e tua nonna potrebbe essere stata della stessa epoca di mia madre. A quel tempo c’era una diversa educazione familiare, con una bella differenza fra i figli e le figlie, soprattutto nelle famiglie contadine, dove le mogli generavano i figli, ma non avevano molto tempo per occuparsene. Forse nella borghesia le ragazze stavano meglio.

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      • Mia mamma era del 1923 ed io sono del 1948: tua mamma è più giovane di me.
        Sì, è vero che in Sicilia all’epoca usi e costumi erano diversi dal Nord d’Italia, ma credo che la mentalità maschile fosse uguale dappertutto, purtroppo.
        Ciao, ti auguro la Buona Notte, bella questa possibilità di dialogare su argomenti comuni e interessanti.
        Un abbraccio.

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  2. Dunque parliamo di generazioni vissute fra le due guerre mondiali … esistenze fatte di stenti, di lutti precoci, di sofferenze e fatiche … vite illuminate da poche gioie . Ma, agli occhi di un bambino … ai tuoi occhi @Neda cara, di quelle vite scarne, di quei dolori taciuti non resta, ora che il pio, il dolce, il misericordioso Passato le ha ricoperte di una patina di polvere, che un mondo inimmaginabilmente bello, restano giochi e scoperte di bimbo …. restano gli affetti, anche quelli esacerbati e/o negati, e in questo filtro adolescenziale tutto brilla, tutto emana luce come stella mai spenta ! 🙂
    °°°

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    • Ti ringrazio, Cavaliere -Poeta, mi fai arrossire.
      Nel mio quadro a olio con il comodino e il pitale, dal titolo “La dissolvenza della memoria” ho voluto rappresentare i ricordi di un tempo lontano che stanno svanendo a poco a poco: le ciabatte sono già diventate quasi trasparenti e anche il comodino si sta incominciando a dissolvere. Memorie di un tempo lontano, sbiadite, sfocate, che hanno però segnato indelebilmente la vita, come salde fondamenta, permettendo di apprezzare ogni istante vissuto.

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    • Grazie per la bella romanza cantata da Del Monaco. (Lo ricordo quando interpretava l’Otello con la Tebaldi, impagabili davvero)
      Quante volte ho cantato il ritornello di questa romanza…

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  3. Mi piacciono questi tuoi post di vita vissuta perchè, sì eravamo poveri, ma eravamo contenti di quel poco che avevamo.
    Grazie di condividere i tuoi ricordi… non è da tutti
    Baciobacio con abbraccio

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  4. Difficili i rapporti madre e figlia, forse è come hai detto tu la sofferenza che c’è stata nel passato ha modificato quel che sono riuscite a comunicarci … parlo al plurale perché .. bè avrai capito perché.
    Ad ogni modo, anche loro son state figlie e chissà il modo in cui hanno ricevuto l’amore dalle proprie mamme forse anche questo aspetto ha intaccato il loro successivo modo di rapportarsi con i figli … non so. Poi il ricordo di bambine forse è intaccato dalla perdita paterna … insomma l’argomento è lungo magari ne parleremo ..
    ti abbraccio forte cara, anzi fortissimo ! 😉

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    • Ti ringrazio. Nel tempo sono riuscita a farmene una ragione e a comprendere. Questi racconti della Memoria li ho scritti nel 1995, anche per cercare di capire. Ho poi seguito mia madre in tutta la sua vecchiaia e la sua malattia, assistendola giorno e notte, mi è servito a capire meglio che cosa è veramente la vita e anche la fine della vita.

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