La patente

Erano gli anni settanta e lavoravo in una rinomata località sciistica delle nostre belle Alpi, a 150 chilometri da casa.
Tornare a casa con i mezzi pubblici, un paio di volte a stagione, quando avevo un paio di giorni liberi, era un’avventura improba e devastante. Così decisi di prendere la patente. Naturalmente in pieno inverno, a circa 2000 metri d’altezza.

Gruppo del Castellaccio

Gruppo del Castellaccio.
Dipinto a olio di Neda

Mi iscrissi alla Scuola Guida locale e non fu un problema superare gli esami teorici. Per le “guide”, fu una questione diversa.
Ero (e sono) alta un metro e quarantasette centimetri, pesavo una quarantina di chili vestita, portavo scarpe numero 32.
Entravo in auto con una scorta di cuscini su cui sedermi e da mettere dietro la schiena, dopo aver portato tutto in avanti il sedile di guida. Davanti ai pedali, un bel pezzo di legno squadrato, per appoggiarvi i piedi ed arrivare agevolmente ad essi.
La strada la osservavo “attraverso” il volante.
Le lezioni di guida si svolgevano sia in paese che sui tornanti che portavano al passo dove c’erano le maggiori piste da sci. Non era facile guidare su strade ghiacciate, con pendenze varie, tornanti da vomito e sciatori imperterriti che attraversavano la strada, davanti e dietro l’auto, per passare da una pista all’altra.
Dopo otto lezioni di poco più di mezz’ora l’una, l’istruttore decise che ero pronta per essere ammessa agli esami finali. Poco importava che avessi usato solo la prima e la seconda, parlo delle marce, solo una volta la terza, che avessi fatto una sola inversione a U e una sola retromarcia.
Eravamo a gennaio e ci recammo, cinque allievi e l’istruttore, nella cittadina più vicina, a soli 800 metri di altezza sul livello del mare, strade con pendenze varie, naturalmente ricoperte da lastre di ghiaccio, orario fra le dodici e le tredici.

Sale il primo di noi sull’auto per l’esame e noi seguiamo con un’altra auto. Dopo cento metri, l’esaminando scende costernato: bocciato perché si era dimenticato di rilasciare il freno a mano.
Il secondo è un signore di media età, parte e imbocca una strada stretta in salita, poi dovrebbe girare a destra, curva a gomito, proprio a 90°, ma con davanti un muro di due metri. Dopo vari tentativi inutili, il signore scende e se ne va a piedi. Bocciato anche lui. Sale alla guida una signora che, aiutata dall’istruttore, riesce a rimettersi in strada. Si fa un po’ di percorso poi la vediamo imboccare la via larga e dritta che porta alla stazione ma, con nostra meraviglia, invece di seguire le frecce che indicano chiaramente il percorso da fare per girare attorno alla piccola rotonda davanti al piazzale, lei lo fa al contrario. Subito bloccata e redarguita. Dovrà ripresentarsi in altra data.
Tocca a me. Entro in auto. L’ingegnere, piuttosto vetusto e anche intristito, si presenta: “Della Vedova”.
Cominciamo bene, penso mentre gli stringo la mano.
Poi, sotto il suo sguardo severo, sistemo il sedile, i miei cuscini e il ciocco di legno. Si parte. Mi ricordo in tempo del freno a mano. Prima, seconda e via con attenzione. La voce da dietro mi sussurra:
“Prenda la prima a destra”.
Io ho un flash: è la stradina con il muro e la curva a gomito.
Proseguo, senza fiatare, fino al primo crocicchio e poi vado a destra. “Intendevo l’altra strada” bofonchia l’altro dietro.
“Mi scusi, non l’avevo notata”, ribatto io e proseguo.
“Ora parcheggi nel prossimo cortile a destra” mi ordina l’ingegnere. Rallento e vedo il cortile. E’ un piccolo quadrato di terreno ricoperto di ghiaia, in pendenza verso il basso, circondato da mura, con un cancello aperto. Dentro c’è già una macchina parcheggiata.
Penso che la nostra ci entrerà a malapena.
Poi dovrò anche uscire, mi dico, così vado un po’ avanti e, facendo retromarcia, riesco a parcheggiare senza sbattere contro il cancello e nemmeno danneggiare l’altra auto.
La voce da dietro sussurra: “Finalmente qualcuno di intelligente”.
Rinfrancata, riesco ad immettermi sulla strada principale e mi dico, “Cavolo, fagli vedere che sei anche capace di andare in terza”. Ingrano la marcia e…non l’avessi mai fatto, la macchina incomincia a saltellare come un canguro, fa rumori strani, io vado in panico ed ecco che il motore si ingolfa e si blocca, proprio sullo stop.
Mi rilasso, e che sarà mai, comunque fra i bocciati sono quella che ha fatto il percorso più lungo.
Poi mi accorgo che non ricordo nemmeno più come si fa a riaccendere il motore, così dico all’istruttore: “ Senti, fai partire ‘sto coso, altrimenti domani siamo ancora qui”.
Lui esegue e ripartiamo, dopo un minuto, l’ingegnere mi dice”Parcheggi a destra”.
Lo faccio con un vero sollievo e lui:
”Accosti meglio, mi faccia vedere che sa parcheggiare”.
Dopo un paio di manovre e saltelli dell’auto riesco a mettermi parallela al bordo del marciapiedi.
Ringrazio gli astanti, raccolgo le mie carabattole e esco dall’auto. Attraverso la strada e mi fermo sul marciapiede opposto in attesa dell’auto che mi deve raccogliere.
Vedo il mio istruttore scendere dall’auto e, dall’altro marciapiede mi urla:
“Ehi, che culo!!! Ti ha promossa”.
Rimango allibita. Improvvisamente vedo davanti a me i ciclisti che metterò sotto, i pedoni che inevitabilmente investirò, le altre auto contro le quali mi schianterò.
Se hanno dato la patente a una che guida come me, penso, sono dei pazzi scatenati e chissà quanti altri ce ne sono in giro a fare disastri.

Da quel giorno, non ho più toccato alcun volante.

 

 

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11 pensieri su “La patente

  1. hihihi che storia simpatica 🙂 pero’ si parte tutti un po’ imbranati e poi si fa esperienza guidando.. certo bisogna fare mooolta attenzione alle prime armi! Evidentemente non era la tua strada quella della guida e probabilmente con la tua scelta altruista non hai rovinato la vita ad altra gente e nemmeno la tua!
    Buona serata 🙂

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    • Hai ragione! Se avessi voluto guidare davvero avrei certamente continuato.
      Ho avuto un paio di incidenti, nella mia vita. 25 anni fa un’auto mi ha investito mentre andavo a piedi, per fortuna ho avuto solo leggere contusioni anche perché sono stata solo sfiorata mentre l’auto si schiantava contro il parapetto del fiume. Nel 2009, guidava mio marito, un TIR tedesco ci ha tamponato e poi preso da tutti e due i lati. Per fortuna gli air bags hanno funzionato. Ne siamo usciti con l’auto disfatta, spaventati a morte, ma senza un graffio.
      Sono ancora convinta che è stato un bene che io non abbia continuato a guidare.

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  2. Beh ti dirò che se hai fatto una scelta consapevole e non dettata dalla “paura” del momento, hai fatto più che bene! Baciobacio cara ❤

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  3. Resoconto inappuntabile.
    Mi unisco al coro: sì, brava (saggia) a chiudere. Certamente c’è qualcuno a questo mondo che se è ancora vivo, non saprà mai che lo deve alla tua decisione di quell’attimo.
    Lui non lo sa, ma tu, il perchè sei ancora viva (e intera), lo sai bene! 🙂

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    • Già. Poi, viaggiare con i mezzi pubblici permette di rilassarsi, guardare il paesaggio, parlare con sconosciuti, leggere, disegnare, lavorare a maglia, all’uncinetto, al chiacchierino, ricamare, fare le parole crociate…

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