La memoria III (b)

Circondate dall’affetto della bisnonna le quattro sorelline crebbero senza troppi problemi fino all’età scolare. La bisnonna riusciva anche a proteggerle dalle ire paterne, era ancora abbastanza forte da contrastare quel figlio che non era mai riuscita a capire e del quale aveva anche un po’ di paura.
Per andare alla scuola elementare mia madre doveva fare circa cinque chilometri a piedi. Era piccola di statura, minuta, ossuta ed anemica. La penuria di cibo: “si  mangiava poco, male e…ciare olte (poche volte)” incominciava a farsi sentire in quel corpicino che era sottoposto ai primi sforzi. Anche il vestiario era misero e durante l’inverno c’era il supplizio dei geloni sia alle mani che ai piedi, nonostante i guanti e i calzerotti che la nonna aveva ricavato dalla lana delle loro pecore.
A scuola mia madre non aveva diritto alla refezione scolastica, poiché era benestante; così il nonno pagava dieci centesimi al giorno al panettiere e dieci al vinaio, in cambio di cento grammi di pane e di un bicchiere di vino che faceva buon sangue. Che pranzo fosse per una bambina di sei, sette anni, è facile immaginarlo, pane e vino e basta. D’autunno c’era la frutta sugli alberi, bastava essere svelte di mano e di gamba e l’uva, le mele, le noci rendevano più ricco il pasto, ma d’inverno e in primavera, non c’era niente di più. Sia mia madre che le zie raccontavano che se il padre avesse dato direttamente a loro il denaro, avrebbero comperato più pane e si sarebbero dissetate alla fontana, ma non c’era niente da fare, era lui che le manteneva, lui sapeva di che cosa avevano bisogno e non è che la cena, alla sera, fosse tanto ricca da compensare la carenza del pranzo.
Di sera c’era la minestra, con il lardo pestato, la verza tagliata a listerelle e fatta bollire fino a diventare quasi una purea con dentro anche qualche patata o dei legumi. La minestra con pasta fatta in casa, più raramente con il riso, era seguita dai radicchi di campo, bolliti e saltati in padella con lardo, aglio e cipolla.

radicchi di campo

radicchi di campo saltati in padella

Il pane veniva fatto in casa e cotto nel forno del paese e doveva bastare per tutta la settimana. A volte, al posto della minestra, c’era la polenta avanzata dal pranzo e abbrustolita, sempre con i soliti radicchi di campo, una fettina di salsiccia  e una di moretta, che era una salsiccia fatta con il sangue del maiale. Due piccole salsicce divise fra nove persone! Oppure le uova, per gli uomini un uovo intero, per le donne mezzo uovo e alle bambine un quarto. La carne e i salumi venivano conservati nello strutto, che irrancidiva presto.
Quando cuocevano un cotechino era una festa, anche perché la bisnonna, con il brodo grasso di cottura, faceva il “chisol” una focaccia con farina di grano e di mais, poco zucchero, un paio di uova e qualche fetta di mela.

A volte guardo la nostra tavola, il piatto di mia figlia, la nostra dispensa e il frigorifero e mi scopro a pensare che oggi è proprio un peccato lamentarci. Faccio il confronto con i miei acquisti settimanali, con la varietà delle pietanze che posso preparare, con tutto ciò di cui noi siamo circondati e mi chiedo che cosa succederebbe se, per un caso malaugurato, fossimo costretti a tornare a vivere come ai tempi dell’infanzia di mia madre.

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10 pensieri su “La memoria III (b)

  1. Hai fatto un post bellissimo, emozionante!
    Mi hai ricondotto a dei racconti che mi facevano i miei nonni quando parlavano del periodo della guerra, sia post prima mondiale che prima durante e dopo la seconda!
    Con questo post metti in maniera schiacciante e disarmante in risalto la ricchezza in cui viviamo, metti in risalto la fortuna che abbiamo nel vivere con tanti agi!
    Metti in risalto il fatto che siamo davvero ridicoli quando ci lamentiamo di stronzate come “quest’anno abbiamo comprato solo 1 pantalone nuovo”, quando non siamo riusciti a cambiare il nostro cellulare, quando i genitori non ci hanno comprato l’auto ai 18 anni appena compiuti, quando il taglio di capelli che mi ha fatto il parrucchiere non mi piace, quando utilizzo 10 creme per il corpo al giorno per tenere la pelle tonica!

    Questi post dovrebbero essere fatti più spesso e propagati in rete con maggiore frequenza.. magari qualche persona si può riprendere dal suo torpore mentale e scoprire che quello che ha è tanto e può ritenersi iperfortunato..

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    • Questo post fa parte di un racconto lungo che ho scritto nel 1995 ( puoi trovare i precedenti sempre nel blog, sotto il titolo La Memoria) è la storia di mia madre e delle mie due nonne, con dentro un po’ di me e di mia figlia che all’epoca aveva 10 anni. Continuerò a trascrivere questa storia, pezzetto dopo pezzetto, per ricordare le radici da cui provengo e che mi hanno formato nella mia crescita.
      Sono molto felice che ti sia piaciuto.
      Io mi ritengo fortunata di essere nata nell’immediato dopoguerra, di avere trascorso l’infanzia in una fattoria dove non c’era nemmeno la luce elettrica e dove si bastava a se stessi e noi bambini non avevamo paura di nulla, vivevamo liberi e felici, senza conoscere altro che quello che gli adulti ci raccontavano. Ho ancora la lampada a petrolio di mia nonna, il filarino di mia mamma, il velo da sposa della mia bisnonna. Questa infanzia, un po’ fiabesca, da altro secolo, è stata come un’ancora salda che mi ha dato forza per tutta la vita.
      Un forte abbraccio e ti auguro di mantenere sempre questo entusiasmo che hai verso la vita.

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  2. “mi chiedo che cosa succederebbe se, per un caso malaugurato, fossimo costretti a tornare a vivere come ai tempi dell’infanzia di mia madre.”
    Credo che impareremmo a vivere dell’essenziale e a non sprecare nulla come invece facciamo oggi.
    Ieri mi hanno portata i figli in un centro commerciale di quelli grandi, maestosi, dove c’è tanta merce da impressionarti. Orbene siamo stati lì dentro circa un paio d’ore, sono uscita ero stordita. A casa poi ho pensato a quei poveretti che non riescono a mettere insieme pranzo e cena…. sono andata a dormire per non pensare più.
    Stamani svegliandomi ho ricominciato a pensare e ho concluso che i nostri tempi erano migliori sotto tutti i punti di vista e nonostante tutto.
    Baciobacio cara

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    • Quando ero bambina nella fattoria dove non c’era neanche la luce elettrica, ero felice perché non sapevo nulla del resto del mondo e non avevo perciò altri desideri. Ora sono però felice da avere una luce che illumina molto meglio di una semplice lampada a petrolio. Sono felice di non essere costretta a lavare le lenzuola al fosso, come ho visto fare a mia nonna. Sono felice di poter nutrire la mia famiglia con cibi vari e adeguati ai nostri bisogni. Certamente, la mia infanzia mi ha insegnato a non sprecare nulla, a non pretendere più di quanto mi è necessario, ad essere felice di ciò che ogni giorno la vita mi dona. Non vado mai nei grossi centri commerciali. A pochi passi da casa mia ci sono due supermercati non troppo grandi e in paese abbiamo parecchi negozi nei quali trovo tutto ciò di cui ho bisogno. Molte cose le faccio da sola, come i vestiti, i maglioni e altro; coltiviamo il nostro orto-frutteto e tutta la verdura e la frutta in eccedenza la doniamo a persone che ne hanno bisogno.
      No, non tornerei certo ai tempi dell’infanzia di mia madre e non posso credere che fossero tempi migliori dei nostri. E’ che in questi tempi ci sono troppe cose inutili, superflue, non necessarie e sembra che molti non riescano mai ad essere felici e pretendano di avere sempre di più a scapito di tanti altri che non hanno nulla.
      Un forte abbraccio.

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      • Migliori nel senso di solidarietà, di amicizia, di rapporti umani. Oggi, spesso, non conosciamo neanche il vicino di pianerottolo. Ricordo mia madre che faceva la baby sitter ad una vicina di casa che andava al lavoro. Questa giovane donna le suonava semplicemente il campanello di casa, le lasciava la piccola, la riprendeva quando tornava. Mia madre l’accudiva e non chiedeva nulla in cambio. Oggi devi telefonare ad un’agenzia, paghi, oppure la donna rinuncia al lavoro …oppure aspetta che la propria madre vada in pensione (io) e possa fare la nonna a tempo pieno. No non mi piacciono questi tempi, cara, li vivo in modo spesso non consapevole. baciobacio sempre ❤

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  3. Abito in un piccolo paese di campagna, da noi ci si aiuta ancora tra vicini di casa. C’è perfino chi, dovendo assentarsi da casa, dà le chiavi al proprio vicino perché dia un’occhiata alla sua casa (anche qui i furti in casa sono all’ordine del giorno, come dovunque ormai). Ci sono molte associazioni che raggruppano giovani e non più giovani con lo stesso interesse, dai donatori di sangue, agli amanti della fotografia, dalla Caritas agli amici del teatro, dagli Alpini agli amici dell’arte, quelli che giocano a bocce, i pescatori e i cacciatori, gli amanti delle auto d’epoca, i gruppi per i disabili….su meno di novemila abitanti ci sono una settantina di associazioni varie che si autofinanziano e spesso devolvono in beneficenza. Se uno ha voglia di socializzare non ha che l’imbarazzo della scelta. Nel mio quartiere ci conosciamo tutti. Quasi tutti lavoravano nelle grandi fabbriche che ora hanno chiuso e c’è parecchia gente che non ha più un lavoro. Ci si dà una mano come si può. Un piccolo supermercato privato, a pochi passi da casa mia, ha ricominciato a fare credito a chi non ha più uno stipendio: ha rimesso in uso il libretto su cui si segna la spesa e si paga quando si può, come ai tempi di quando io ero piccola.
    Certo, la crisi attuale ha inasprito certe situazioni e ha aumentato l’angoscia e la paura, ma ci sta insegnando che si può anche fare a meno di molte cose.
    Ciao, buon pomeriggio.

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