La memoria (1995) – II

Secondo

Ognuno di noi ha almeno due tipi di ricordi: quelli propri e quelli che si riferiscono alle cose che ci vengono raccontate.
I ricordi sono una cosa strana, alcuni sono vividi, incancellabili, altri si confondono con la stessa materia di cui sono fatti i sogni e si finisce, a volte, per non sapere più quale sia la verità.
Un anno prima di sposarmi decisi di buttarmi dietro le spalle i fantasmi del passato, di cercare di far luce sui miei ricordi confrontandoli con la realtà. Mi recai nel paese dove ero nata. C’ero tornata tante volte, ma non avevo mai rivisto la casa colonica in cui ero venuta alla luce e dalla quale ero stata strappata all’età di tre anni. Chiesi a mia nonna dove fosse quella casa e ci andai. Nell’avvicinarmi alla località incominciai a riconoscerla: la strada era polverosa e non ancora asfaltata, fiancheggiata dal fosso e dai platani. Riconobbi il grande portone che dava accesso al cortile interno, riconobbi le abitazioni della casa colonica. Il tempo si era fermato a trent’anni prima. Tutto era immoto, silenzioso, non c’era un alito di vento. Sul vecchio fico, appoggiato alla rete divisoria della corte interna, maturavano frutti uguali a quelli che la mia avida manina cercava allora di raggiungere. Davanti alla porta chiusa della casa dove ero nata c’era lo stesso gradino su cui mi sedevo a mangiare i ceci bolliti, raccolti in un cono di carta caldo e colmo. Mi sembrava di sentire l’odore delle mele che la nonna cuoceva nel forno della stufa a legna, risentivo il ciabattare di mia nonna in faccende, risentivo il passo di mio padre che tornava dal lavoro, rivedevo le sue mani tese verso di me, pronte a prendermi per mettermi a cavalluccio sulle sue spalle. Tre stanze in tutto, una sopra l’altra, la latrina di fuori, un bugigattolo buio e fetente posto in un angolo della corte, poco distante dalla pompa dell’acqua che funzionava a mano. Tre stanze: la cucina, a piano terra, nella quale si cucinava, si mangiava e si viveva buona parte della giornata, sopra c’era la camera da letto, nella quale dormivamo papà, mamma ed io e, sopra ancora, nella soffitta con  il tetto basso e le finestre piccole, c’era la stanza in cui dormivano la nonna e il fratello di mio padre non ancora sposato. Alle camere ci si arrivava per mezzo di una scala di legno angusta e chiusa da una botola che bisognava aprire per andare nella stanza della soffitta. La guerra era appena finita, il lavoro era poco.  Le donne lavoravano nelle risaie, ci allattavano all’alba prima di partire e al tramonto quando tornavano. Gli uomini lavoravano nei campi, la ricostruzione non era ancora incominciata e si adattavano a tutto. D’inverno si comperava il cibo a debito, alla cooperativa e dal fornaio, si pagava poi in primavera con i primi salari.

Le quattro serelle al filarino

Le quattro sorelle.
Dipinto a china (di Neda)

Mamma era la prima di quattro sorelle e aveva lavorato nei campi di suo padre prima di sposare quel “piazzarotto” senza niente al sole, capace solo di tirar su case e di dare quattro calci al pallone nelle partite della domenica, in qualche squadra di provincia. Eppure, a casa della suocera mamma stava meglio che alla fattoria di suo padre. La vita in paese era più misera, ma i miei genitori erano giovani ed allegri, pieni di fiducia nell’avvenire. Io nacqui lì, in quella stanzetta al primo piano, sopra la cucina. Ero piccola, minuscola, tutta occhi e bocca. “Ha le manine come le zampette delle raganelle” diceva mio padre che aveva paura di toccare quelle dita che sembravano un giocattolino fragile. Chi l’avrebbe detto che dopo soli due anni sarebbe già stato sottoterra a soli ventinove anni?

C’era un sogno che facevo da sempre, ricorrente in certi periodi difficili, un incubo angosciante che mi lasciava stremata al risveglio. Quello era il luogo del mio sogno, nel quale vedevo me, bambina piccolissima, con un vestitino rosso e un collettino bianco smerlato, la ghiaia sotto i piedi mentre correvo nella corte. Poi inciampavo e cadevo a pancia in su con gli occhi spalancati verso il cielo di un azzurro intenso e luminoso. Improvvisamente un mostro con molte teste e bocche rosse di fuoco mi assaliva da tutte le parti, le bocche protese verso di me per azzannarmi. Alle mia urla disperate rispondeva il passo di un uomo da dietro la mia testa, non ne vedevo il volto, mi afferrava sotto le ascelle e mi sollevava in alto, verso il cielo. Le braccia non avevano mani, solo dei moncherini conici dalla pelle liscia e sana. A questo punto mi risvegliavo, sempre, in un lago di sudore e con la voglia di urlare ancora la mia paura. Una mia cugina, di una decina di anni più vecchia di me, mi ha raccontato che l’episodio del mio sogno era realmente accaduto quando avevo poco meno di un anno. Avevo appena incominciato a camminare e corsi per l’aia inciampando e cadendo in mezzo ad un branco di oche bianche. I becchi aperti e protesi verso di me erano le bocche del mostro. L’uomo senza mani era un cugino di mio padre, mutilato di guerra e che io non avevo mai visto senza le protesi ricoperte dai guanti.  Dal giorno in cui mia cugina mi spiegò il sogno, non lo feci più.

“Ehi, chi sérchet?” Guardai in su, ad una finestra c’era un volto rosso, rotondo come un’anguria. Lo conoscevo quel viso, lo sentivo riemergere nella memoria, mi era familiare anche se non riuscivo a dargli un nome.
Ricordavo che sotto quella testa c’era un donnone più largo che lungo. “A son la fiola di…..” dissi il nome di mio padre, mentre cercavo il nome della donna tra le briciole della memoria. “Maria Vergine!” mi guardava con gli occhi sgranati e ripeteva il mio nome con un pigolio dolce, come inebetita, le sue lacrime rotolavano lente e piene sulle sue gote gonfie, scendevano sul petto enorme, continuava a guardarmi con la bocca semiaperta, sembrava senza fiato.
Cercai di spiegarle perché ero lì dopo così tanti anni, usavo parole semplici, che non mi prendesse per matta, sembrava aver capito anche quello che avevo pudore a dire.
“Vot védar la casa? L’è come alora, vè! A ghe déntar nisun, at vegni a versar”.
Improvvisamente non ebbi più voglia di entrare.
La casa io la ricordavo viva, piena di suoni, di odori, non volevo vedere una casa morta, polverosa, vuota. “Ma no, ho fretta, grazie lo stesso, arrivederci”. Lei continuava a guardarmi dalla finestra, sembrava che avesse ritrovato i fantasmi, forse rivedeva mio padre in me. Attraversai il cortile e la ghiaia scricchiolava sotto le mie scarpe. Mi sembrava di vedere tutto da una strana prospettiva.
Tutto era più piccolo, più vecchio, meno luminoso di come lo avevo ricordato per anni, eppure quello era lo stesso sole e lo stesso cielo azzurro intenso che copre ancora i miei ricordi.
Il silenzio della corte, lo strano senso di cosa morta che si trova nei luoghi abbandonati mi aveva immalinconita eppure sentivo come se un peso fosse scivolato via dalle mie spalle. Inforcai la bicicletta e tornai veloce verso la casa di mia nonna.

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