La Memoria (1995) I

 

Il paese in cui vivo è piccolo e industrializzato. Negli ultimi trent’anni è cambiato parecchio, almeno in superficie anche se, a voler ben guardare, in fondo la gente sembra la stessa di quando ero ragazzina. I miei compagni di allora, oggi sono tutti padri, alcuni già nonni,  abbiamo i capelli grigi, qualche chilo di troppo e parecchie illusioni di meno. A quel tempo per poter lavorare emigravamo quasi tutti. I più fortunati diventavano pendolari della vicina città, altri, come i miei fratelli ed io, andavano all’estero, o in altre regioni, a cercare la propria indipendenza. Per coloro che si fermavano in paese c’era il lavoro nei campi e nelle stalle, per le ragazze il servizio a domicilio nelle famiglie più abbienti.
Le fabbriche erano poche, le paghe misere, vi si lavorava dieci ore al giorno, sabato compreso, almeno in quei mesi in cui il lavoro c’era. Non ci si lamentava, non ci passava neanche per la testa di poterci lamentare, perché le richieste di lavoro erano una montagna e le offerte poche. Molti di noi lavoravano di giorno e frequentavano la scuola serale in città per ottenere un diploma, per poter avere un lavoro migliore, più dignitoso, una paga più onesta. I soldi, pochi, si davano tutti alla famiglia per le spese comuni, per pagare i debiti contratti nei tempi di magra, per il corredo, per i sogni, sì perché a quattordici, quindici anni, il futuro era fatto di sogni e nulla sembrava irrealizzabile. A quell’età ci sentivamo immortali e ci sembrava che il mondo fosse ancora tutto da costruire.

Non c’ero nata io in questo piccolo paese di campagna.

campagna lombarda
mie foto

C’ero arrivata a otto anni, senza nemmeno rendermene conto, era il punto di arrivo dopo tanto peregrinare. Fu facile adattarmi all’ambiente: la pianura era uguale a quella del luogo in cui ero nata, il paesaggio sembrava lo stesso e il paese pure, così vecchio, misero, scrostato, quasi medioevale, pareva avesse perfino la stessa chiesa al centro.
Eppure ancora oggi ho difficoltà con la gente. Dove ero nata io la gente era allegra, ciarliera, piazzaiola e con un atavico amore per la lettura, per l’arte, per tutto ciò che rendeva la vita un po’ meno misera, un po’ più raffinata. Qui la gente era  rude e chiusa, lavoratrice instancabile, infaticabile, intollerante verso tutto ciò che è inutile, come la poesia o la pittura.
Quando ero ragazzina osservavo i contadini che venivano in paese al giorno di mercato e se ne stavano a blaterare di vacche e di mais al centro della piazza del paese, poi passavano il resto della giornata all’osteria. La sera tornavano a casa ubriachi fradici, alcuni se li venivano a riprendere le mogli, o altri familiari. A furia di osservarli m’ero fatta l’idea della loro scala di valori: per primo veniva la terra, non era mai abbastanza, ci piangevano sopra e litigavano per una goccia di acqua in più per irrigarla a dovere; poi veniva la stalla con annessi e connessi, bestie e arnesi e poi la casa, cioè i muri e il tetto; poi i figli maschi, future braccia da lavoro; infine la moglie, possibilmente taciturna e sottomessa, perseverante nel lavoro, poco appariscente, robusta e senza idee balzane per il capo e, quindi proprio in ultimo, le figlie femmine, mangiatrici a sbafo, alle quali bisognava procurare anche la dote, peso, onere e rischio per il futuro.

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